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Telegiornaliste anno II N. 27 (59) del 10 luglio 2006
MONITOR
Irma D'Alessandro, vocazione giornalista
di
Silvia Grassetti
Questa settimana abbiamo incontrato
Irma
D'Alessandro, giornalista sportiva per Mediaset.
Non potevamo non iniziare la nostra intervista dall'
affaire Mondiali.
Irma, i Mondiali su Sky sono una grande occasione persa per la redazione
sport di Mediaset?
«Solo apparentemente. Perché comunque, nel corso degli anni, in occasione di
Mondiali ed Europei, la redazione sportiva ha sempre confezionato prodotti di
ottima qualità, garantendo un’informazione puntuale, pur operando in seconda
linea - non possedendo i “primi diritti” dell’evento. E non è un mistero
che, comunque, l’Azienda nel passato e ancora oggi, ha preferito dirottare le
sue risorse altrove, su un altro tipo di prodotto come la Champions League o il
campionato di calcio, che garantiscono uno sviluppo più ampio ed articolato nel
corso della stagione, anche in termini di valorizzazione delle risorse
professionali della redazione di Mediaset Sport».
E la giornalista sportiva D'Alessandro, com'è nata?
«E’ nata presto, da adolescente. E’ stata una “vocazione” giovanile:
con una compagna di scuola delle medie facevamo il giornalino. Come regalo per
la promozione in terza media mi regalarono un libro di Gabriel Garcia Marquez,
il titolo italiano era
Un giornalista felice e sconosciuto: lo presi come
un segnale. Nel maggio del 1982 feci a Firenze la prima intervista pubblicata su
un mensile di sport a diffusione regionale: Giancarlo Antognoni, “redivivo”
dopo la ginocchiata rimediata da Silvano Martina. Diceva: «Abbiate fiducia in
questa nazionale, vinceremo il Mondiale». Sembrava una burla, poi andò a
finire come tutti sappiamo. Rischiai la sospensione a scuola: eravamo in gita
scolastica, frequentavo il classico in un istituto di suore abbastanza severe.
Scappai dal gruppo per un paio d’ore, l’appuntamento era in centro nel
negozio di abbigliamento gestito all’epoca dallo stesso giocatore, le mie
compagne mi “coprirono” ma il mio ritardo alla fine fu scoperto. Rimediai un
sonoro rimprovero:
Irma, figlia del demonio, sarai sospesa e non farai gli
esami quest’anno!, e una strizza, fino alla fine del viaggio, che la Madre
Superiora dicesse tutto ai miei genitori. Poi, il tempo ha messo tutto su binari
più “seri”:
Puglia, due anni, quotidiano locale, poi una radio
privata, poi Telenorba (due anni), e dalla fine del 1988 a Mediaset».
Essere bella aiuta nelle discussioni sul calcio?
«Aiuta a tenere desta l’attenzione, ma le sciocchezze non hanno sesso, né età,
né senso estetico: possono venir dette da chiunque!
E’ comunque vero che l’aspetto gradevole, oggi, aiuta in tutti i campi della
vita di relazione. Ma nel corso degli anni, per fortuna, è cambiato il rapporto
del video con l’estetica, c’è una ricerca meno ossessiva della perfezione
rispetto agli anni 80-90. Si è partiti dalla bellissima Alba Parietti seduta su
uno sgabello ai tempi di Italia ’90, si arriva a Marco Mazzocchi, insomma!
La “bellona” che parla di calcio, tanto per fare “tappezzeria”, mi pare
un concetto superato, attaccato ad un modo vecchio di fare televisione. Il
tifoso, l’appassionato, può anche guardare le tette fuori dalla scollatura.
Ma quando si parla di calcio non vuole sentire sciocchezze e non fa differenza
di sesso, l’importante è che gli arrivi un'informazione giusta. E’ questo
ciò che vuole. E che l’audience salga sensibilmente grazie ad una “bellona”,
in fondo, non mi ha mai convinto. Infatti non mi pare che ci siano state
attrici,
Missitalie o show girl in pista per i Mondiali in tivvù. Sky si
è affidato ai propri giornalisti ed opinionisti, non importa se belli o brutti.
Così la Rai, credo, e così Mediaset».
Il nome di qualche giornalista è stato sporcato da "calciopoli":
se fossero colpevoli che sanzione vorresti vedere applicata?
«Come nella vita civile, l’interdizione dai pubblici uffici, cioè non
occuparsi più di calcio, se non altro perché è venuta meno la credibilità».
E ora, dopo i Mondiali, finalmente vacanze o ancora al lavoro?
«Ancora una settimana di lavoro, poi due concerti imperdibili: Simple Minds a
Taormina e Depeche Mode a Roma. La musica è, dopo lo sport ed il lavoro che
faccio, la mia altra grande passione! Fatto questo, finalmente fuga al mare,
Minorca, splendida isola delle Baleari. Mare meraviglioso, colori mutevoli, poco
mondana, pochi italiani (si parla prevalentemente lo spagnolo): perfetto!».
Fra i lettori di Telegiornaliste ci leggono molti giornalisti e molti
aspiranti colleghi: hai un consiglio per i giovani che vogliono tentare la
professione?
«Aprite gli occhi! Chi inizia ora ha una grande fortuna ed un grande vantaggio:
le vie di accesso alla professione, rispetto a vent'anni fa, si sono
moltiplicate in modo esponenziale. La sfortuna è che l’accesso quasi
incontrollato al lavoro e alla professione ha messo in moto la “fabbrica delle
illusioni“ e creato un esercito crescente di disoccupati. Senza contare che,
con le nuove tecnologie, l’idea romantica del giornalista “grande inviato”
che gira il mondo alla Hemingway sta rapidamente tramontando salvo poche
eccezioni. E’ un mestiere che vira sempre più verso la scrivania e la vita
impiegatizia: altro che la valigia sempre pronta, taccuino e biglietto in tasca!».
CRONACA IN ROSA Cocaina nei nostri fiumi di
Tiziana Ambrosi
È arrivata. È l'estate record, quella del grande caldo,
della siccità che non risparmia né il nord né il sud. A
sentire i telegiornali pare che ci stiamo dirigendo verso la
desertificazione pressoché immediata: ogni anno
sempre peggio. Così a scorrere sono solo le immagini dei
fiumi
in secca ridotti a poco più che rii di campagna.
Ma anche l'inverno non è da meno. Freddo e pioggia record,
così che i fiumiciattoli estivi diventano impetuose masse
d'acqua a stento trattenute dagli argini.
Scaricare le colpe su "madre natura" vorrebbe però
dire nascondere la
testa sotto la sabbia. Il clima
del nostro pianeta sta - impossibile negarlo - cambiando. La
diatriba scientifica verte sull'individuazione delle cause:
naturali
o antropiche. Una commistione tra le due non è affatto
impensabile.
Se alle bizze del clima sommiamo una
sconsiderata
gestione delle risorse naturali - fiumi, laghi, boschi -
i disastri sono dietro l'angolo.
Periodi di estrema siccità alternati a precipitazioni
abbondanti, violente e prolungate,
indeboliscono il
territorio, con le conseguenze che spesso vediamo.
Lo stato dei nostri fiumi è stato recentemente reso noto da
un'indagine del
Corpo
Forestale dello Stato in associazione con
Legambiente:
Fiumi
INFORMA.
Un dato per tutti.
Ogni giorno vengono commessi
mediamente
quattro reati contro i fiumi, uno ogni sei
ore. Maglia nera per i fiumi di Lazio, Abruzzo e Toscana, in
particolare
Tevere
e
Arno.
Gli illeciti commessi vanno dal
prelievo di sabbia e
ghiaia dall'alveo, all'occupazione delle aree golenali,
dall'abusivismo edilizio alla
pesca illegale. A farla
da padrone lo
sversamento di sostanze inquinanti o
tossiche. Appare assurdo che molti di questi scarichi
siano praticamente legali e
autorizzati dalle
amministrazioni locali. La mancanza o la scarsa efficienza
dei depuratori, il non adeguamento delle condotte fognarie,
in molti tratti ancora di tipo misto - reflui e acque
piovane insieme - inquinano i nostri fiumi. Senza parlare
degli scarichi totalmente illegali.
Per avere un'idea della situazione basti pensare che nel Po
sono state rilevate
tracce
di cocaina, provenienti ovviamente dagli scarichi civili
versati poi nel fiume. Un equivalente di
quattro
chilogrammi al giorno.
Abbondano i
rifiuti solidi: sacchetti della
spazzatura, biciclette, lavatrici, ombrelli. Uno stato di
abbandono totale che, oltre a rendere insalubre l'ambiente,
crea problemi nelle situazioni di emergenza.
L'
incuria dei versanti boschivi e l'
abbandono
delle montagne compromettono a monte lo stato delle reti
idriche, che trasportano tutto ciò che si deposita nel loro
letto. Salvo poi andare a creare uno sbarramento al primo
ponte.
I nostri fiumi sono un bene prezioso, sono stati la culla
della nostra civiltà, del mercato e della globalizzazione
ante
litteram. Sono un polmone naturale nel cemento delle
nostre città. E ogni tanto ci ricordano che
dobbiamo
portare loro rispetto.
CRONACA IN ROSA
Lavoro: gioia o dolore? di
Stefania Trivigno
Uno studio condotto da alcuni fra i più noti psicologi a
livello mondiale dimostra che nei Paesi occidentali e
industrializzati il segreto della serenità non è più
avere automobili di lusso, portafoglio pieno e party in riva
al mare.
Secondo il
dottor
Martin Seligman, direttore del
Centro di psicologia
positiva dell’Università della Pennsylvania, perché
una giornata inizi bene fin dal mattino sono necessari tre
elementi: un pizzico di
autostima, una dose di
cortesia
e, soprattutto, un
duro lavoro.
L’esperimento di Seligman, fra l’altro condotto su ben
92 individui vicini alla depressione e ora prossimi alla
guarigione, ha portato alla conclusione che l'
adempimento
dei propri doveri è alla base della serenità. Più
sodo un individuo lavorerà, più passione e dedizione ci
metterà nel farlo e più sarà felice.
Nei Paesi occidentali. Infatti mentre il dott. Seligman e la
sua equipe conducevano i suddetti esperimenti, dall’altra
parte del globo il
Giappone,
potenza economica mondiale grazie ad high-tech e industria
automobilistica, mostrava il lato oscuro della medaglia.
Secondo gli psicologi giapponesi, nel
Sol Levante il
duro lavoro opprime la gente e crea generazioni sempre più
apatiche perché schiacciate dal peso di vivere in una
società
che impone ritmi di lavoro quasi disumani. Non è la
stanchezza o la scarsa voglia di lavorare ad annientare i
giapponesi, quanto il
timore di non riuscire a stare al
passo con la competitività unito all’umiliazione dei
più anziani che devono rinunciare al proprio lavoro a causa
della ormai poca produttività.
E come la tradizione insegna, i giapponesi trovano via
d’uscita alla decadenza morale con la morte, proprio come
facevano i
samurai.
Dopo che gli ultimi dati statistici hanno portato alla luce
cifre
inquietanti sui suicidi - il Giappone “vanta” il più
alto tasso di suicidi tra i Paesi industrializzati - il
parlamento nipponico ha deciso di intervenire varando una
legge che stanzierà fondi alle amministrazioni locali perché
sostengano i soggetti considerati a rischio con strutture
adeguate e uno staff di medici altamente qualificato.
Da dove deriva allora la felicità? Per ora nessuno può
dirlo con certezza. Di certo il lavoro è solo una delle
componenti che portano le persone a essere più o meno
soddisfatte.
FORMAT MEDIA
& MINORI Bimbi a tutti i costi di
Serenella Medori
Riuscire a leggere tra i frames degli
spot consente
di scoprire un mondo parallelo che si rivela solo ad uno
sguardo più attento. I
giovani, bambini e ragazzi,
sono il
target preferito dei pubblicitari. La ragione
è semplice: sono loro ad avere davanti un lungo
futuro
di acquisti da fare. Sono i giovani dunque a
rappresentare un vero e proprio
investimento: ecco
perché molti pubblicitari in numerose interviste affermano
che il pubblico va educato alla pubblicità.
I giovanissimi sono talmente importanti per il mercato che
nei commercial sono
presenti quasi ovunque, anche in
spot in cui non si vendono giocattoli o cartelle. Facciamo
un esempio: gli strani odori emanati dal corpo all’interno
della sala da bagno possono essere combattuti con un
deodorante come tanti. L’interprete è un bimbo giapponese
in equilibrio instabile sul
water che riesce a
spruzzare il deodorante appeso al muro allungando il suo
braccino, e tutto questo senza cadere! Far vedere un bimbo
in bagno è forse
più dignitoso che mostrare un
adulto nella stessa situazione, senza considerare che un
adulto avrebbe potuto rifiutarsi, mentre il bimbo, nella sua
ingenuità, non sembra mostrare alcun imbarazzo.
I
Sofficini,
nei primi spot, sorridevano a bambini e ragazzi, poi
l’attrazione è stato il camaleonte, nuovo simpatico
protagonista che voleva
convincere i piccoli a mangiare.
In seguito lo spot è stato convertito ai giovani,
presumibilmente attorno ai diciotto anni, che sono stati
barricati in casa per settimane assediati dall’esterno da
un
camaleonte
in versione mostro che voleva divorare tutti i Sofficini.
Una pubblicità non completamente simpatica, dal momento che
la
tensione e la
paura erano garantite
dall’ambientazione notturna e da un montaggio degno di un
film del terrore. Inquadrature dal basso che rendevano
deforme il camaleonte, ombre lunghe e lume di candela che,
accompagnati da passi e rumori sospetti, completavano il
cocktail.
Questa era la finzione cinematografica che portava ben oltre
i confini della realtà. La realtà? È riassumible in poche
e semplici battute:
comprate queste omelette, sono
ripiene di formaggio! Riflessione: la paura non faceva
passare la fame? Mah.
(15-continua)
FORMAT I telefilm dell’estate, tra novità e
vecchi ritorni di
Nicola Pistoia
Continua il nostro viaggio attraverso i telefilm che ci
accompagneranno per tutta l’estate. In questa puntata ci
occupiamo delle reti
Mediaset.
A metà giugno è partita su Canale 5 una nuova intrigante
serie:
Agente
speciale Sue Thomas. Questo telefilm è ispirato
alla vera storia di ragazza sorda dall’età di 18 mesi che
è stata capace di superare grandi impedimenti per diventare
la prima
donna non udente che abbia mai lavorato
nell'FBI. Grazie alla sua abilità nel leggere le labbra.
Sulla stessa lunghezza d’onda s’inquadra l’avvolgente
Missing:
Brooke Haslett è un agente del FBI che dopo essere stata
colpita da un fulmine
scopre di avere poteri particolari:
riesce a scovare le persone scomparse attraverso degli
indizi misteriosi.
Decisamente meno forte dei precedenti, ma anch’esso molto
appetibile, è il nuovissimo
Hope
and Faith, in onda su Italia 1 in seconda serata.
Hope e Faith sono due sorelle completamente diverse tra di
loro: la prima è la classica casalinga, la seconda, invece,
fa parte del mondo dello spettacolo. La presenza di Faith in
casa di Hope
finirà col portare scompiglio.
Ci sono poi i grandi ritorni, che volgeranno al termine
proprio con la messa in onda delle ultime puntate
realizzate, ad eccezione del sentimentale
Una
mamma per amica - i nuovi episodi, ogni mercoledì
alle 21.00 su Italia 1 - dove i produttori sono già in
fermento per la realizzazione della nuova serie.
È giunto al suo capolinea il simpatico
Will
& Grace. L’ottava serie arriverà in Italia il
prossimo settembre. Salvataggio in extremis per
Settimo
Cielo. Lo scorso 8 maggio, oltre sette milioni di
americani hanno detto addio alla
numerosissima famiglia
del reverendo Eric Camden. In realtà si è trattato solo di
un arrivederci: la casa di produzione ha deciso la
realizzazione di altri tredici episodi.
In questo ricco carnet di appuntamenti nuovi di zecca, non
mancheranno di certo le numerose repliche, come quelle di
Love
Bugs,
Paso
Adelante,
Doc
e la sempre verde
Casa Vianello, già in onda
dal 5 giugno su tutti i canali.
(2-fine)
ELZEVIRO Keiko
Ichiguchi: fumetti giapponesi e
editoria italiana di
Gisella Gallenca
«Sono soprattutto una chiacchierona curiosa. Tuttavia
questa mia curiosità è anche la fonte principale delle mie
distrazioni. Dovrei focalizzare meglio la mia attenzione su
un argomento per volta, o almeno credo».
Keiko
Ichiguchi, nata a
Osaka, classe
1966.
L’amore per i fumetti la accompagna fin da piccola.
Diventa fumettista negli anni Ottanta. Si laurea in
letteratura italiana. E poi, la grande svolta: Keiko sbarca
a
Bologna nel 1993 e qui si ferma.
La carriera decolla: libri, fumetti, e non solo. È una
storia particolare la sua: in bilico tra oriente e
occidente, in continuo contatto con l’
Europa e il
Giappone.
Grazie alla disponibilità della
Kappa
Edizioni, la casa editrice che pubblica i suoi lavori in
Italia, siamo riusciti a contattarla. Perché la sua
esperienza è interessante e più di altre merita di essere
raccontata.
Da dove nasce il tuo interesse per l’Italia che ti ha
portata non solo a laurearti in lingua italiana, ma anche a
venire a lavorare qui?
«Mi dispiace deludervi, ma anni fa non avevo uno spiccato
interesse per l’italiano, come lingua! Per accontentare i
miei genitori mi sono laureata mentre lavoravo, come
fumettista,
in Giappone. Ho avuto la fortuna di avere un ottimo
professore
italiano, che mi ha fatto scoprire il fascino di poter
comunicare in una lingua straniera. Quando ho iniziato a
desiderare di esplorare un mondo lavorativo diverso da
quello giapponese, mi è tornato utile tutto quello che
avevo studiato durante gli anni universitari. Chi avrebbe
mai previsto che la mia vita avrebbe preso una piega simile?».
Nel tuo libro Perché
i giapponesi hanno gli occhi a mandorla, descrivi in
modo molto preciso il mondo del fumetto giapponese. In base
alla tua esperienza, quali sono le analogie e le differenze
con l’ambiente fumettistico italiano?
«Il
mercato dei fumetti in
Giappone è
smisuratamente più grande di quello italiano. Per questo i
tempi di lavorazione sono davvero molto stretti e i
fumettisti spesso lavorano con orari disumani; ma finché
reggono tali ritmi riescono a mantenersi disegnando. In
Italia
il mercato è molto piccolo, per cui non è facile
mantenersi facendo solo fumetti. Tuttavia i due mercati si
stanno mescolando, e i due mondi tendono ad avvicinarsi
sempre di più. Mi sono accorta di questo durante la
promozione in Belgio e in Francia di
1945: si tratta
di un fumetto sulla vicenda storica del gruppo
La
Rosa Bianca, ambientato in Germania, durante i
tristi giorni della seconda guerra mondiale. Ho interpretato
una tematica tipica europea dal mio punto di vista
giapponese ma sembra che fortunatamente abbia suscitato
l'interesse anche del pubblico francese».
Nei tuoi lavori, fumettistici e non, spesso traspare una
volontà di raccontare, in qualche modo, l’Italia ai
giapponesi e il Giappone agli italiani. Secondo te, perché
l’interesse reciproco tra le culture di questi due Paesi
è sempre più forte?
«Riesco a vedere sia quello che gli italiani ignorano sul
Giappone, sia quello che i giapponesi ignorano
sull’Italia: per questo penso mi venga naturale e semplice
raccontare di questi due Paesi nei miei libri. Come si legge
in
Perché i giapponesi non amano essere toccati
(ovvero
Keiko
World #3), spesso le differenze maggiori sono
visibili negli atteggiamenti che riteniamo più comuni, come
viaggiare in metropolitana o regalare della cioccolata. Poi
debbo aggiungere che gli abitanti della provincia di
Osaka
(il mio paese natale) amano molto chiacchierare e raccontare
disavventure divertenti».
Pensi che, prima o poi, ti piacerebbe ritornare a
lavorare in Giappone?
«Anche adesso lavoro per il Giappone come
scrittrice,
traduttrice e
fumettista. Mi piacerebbe
continuare in questo modo, penso di avere ancora tanto da
raccontare. Se proprio siete curiosi di sapere altre novità
sui miei lavori futuri, potete consultare il
mio
sito e il sito del mio
editore
italiano».
ELZEVIRO
L'isola del cinema di
Antonella Lombardi
Anni Sessanta al cinema: la commedia italiana
conquista le luci della ribalta grazie a registi come
Monicelli,
Risi,
Germi,
De Sica. Sullo schermo, le
atmosfere oniriche di
Fellini e della
Dolce Vita,
le interpretazioni indimenticabili di
Marcello
Mastroianni,
Sophia Loren,
Vittorio Gassman,
Gina Lollobrigida, e altri, riempiono i cartelloni e
i
sogni degli italiani di allora.
Una magia che adesso sarà possibile rivivere a
Roma,
fino al 3 settembre, all’
Isola Tiberina,
trasformatasi per l’occasione nell’
Isola del cinema.
Una kermesse che anche quest’anno propone la riscoperta
del grande cinema del passato, con un occhio, attento,
rivolto ai
nuovi talenti nostrani e internazionali.
Uno scenario suggestivo, con allestimenti e ambienti
che vogliono riproporre l’atmosfera tipica della “Roma
by night” negli anni del boom economico.
L’apertura anticipata alle 18.00 permette ai visitatori di
ammirare il tramonto in un ambiente unico, magari consumando
un aperitivo prima di assistere alle
rassegne
cinematografiche, alle
anteprime o ai
dibattiti che
si svolgono in due sale appositamente allestite: l’
arena
maxischermo, con 450 posti a sedere, sullo sfondo del
Ponte Fabricio, dalla parte del ghetto ebraico; la
sala
laboratorio Cinelab, dalla parte del rione di Trastevere,
sullo sfondo di Ponte Garibaldi.
Qui andranno in scena le
nuove proposte del cinema
italiano, con la rassegna “Articolo 28” (ovvero i
film prodotti con fondi statali) e
due concorsi
dedicati ai cortometraggi:
Urban Islands e
Vodafone
Mobile film festival, che premierà i
migliori corti
girati con il telefonino.
Inoltre, la mostra fotografica
Anni Sessanta,
di Rino Barillari, farà rivivere l’atmosfera della
Dolce
Vita attraverso gli scatti più famosi di quel periodo.
Ma l’Isola del cinema è anche eventi, cultura,
spettacolo, solidarietà.
Numerosi gli
attori ed i
registi che si
avvicenderanno sul palco affinché il cinema viva tra il
pubblico e non solo sugli schermi;
diversi i
Paesi
e le relative
Ambasciate ospitate sull’Isola, per
una serie di serate all’insegna della conoscenza e dell’
integrazione
tra i popoli e le diverse culture. Dieci le “Serate
Einaudi”, dove gli autori del momento e i loro libri in
uscita saranno al centro di incontri con
Giovanna
Mezzogiorno,
Fabrizio Gifuni, e, tra gli altri,
Ascanio
Celestini.
Otto gli appuntamenti con “Zac - Risate all’italiana”
per compiere un viaggio in Italia attraverso la
comicità
di autori come
Rodolfo Laganà e
Caterina Guzzanti,
oltre alle importanti serate dedicate alla Comunità di S.
Egidio ed alla
solidarietà.
Infine,
una buona notizia: un ascensore disponibile
per chi ha problemi motori, consente il
superamento delle
barriere architettoniche sulle banchine del Tevere.
Per avere
informazioni e conoscere in dettaglio il
programma, è possibile consultare il
sito
dell’Isola del cinema.
DONNE La prima volta al voto delle
donne kuwaitiane di
Erica Savazzi
29 giugno 2006,
Kuwait,
Golfo Persico. Si tengono le
elezioni parlamentari,
per la prima volta a
suffragio universale.
Votano anche le donne, e donne sono
28 candidate
all’elezione. Un grande successo, considerando che il
voto
femminile è stato sancito per legge solo poco più di
un anno fa, quando all’
altra metà del cielo è
stato finalmente riconosciuto un diritto finora negato. Un
anno fa si è votato per le amministrative, oggi per le
politiche.
Le donne hanno votato in
seggi appositi,
separati
da quelli per gli uomini secondo i dettami della legge
islamica. Si sono viste file di donne in attesa del proprio
turno, ma si sa anche che molte di loro hanno dato la
propria preferenza seguendo le
indicazioni di padri e
mariti.
La
legge elettorale del piccolo stato ricchissimo di
petrolio
risaliva al 1962, anno della fine del
protettorato inglese. L’Articolo 1, in particolare,
stabiliva che solo gli uomini potessero esercitare il
diritto di voto. Dopo anni di discussioni parlamentari, nel
2005
la svolta: con 35 voti favorevoli, 23 contrari e un
astenuto, il parlamento decide
l’estensione del diritto
di voto alle donne. I soli a opporsi furono gli
Islamisti e le fazioni tribali.
Il 29 giugno 2006
nessuna delle candidate è stata
eletta,
nonostante le donne rappresentino il 57% della popolazione
kuwaitiana e circa il 60% di loro si sia recato alle urne.
Secoli di
emarginazione politica e di subordinazione
fanno sentire i loro effetti: il cammino per una
partecipazione femminile alla vita sociale e politica del
Paese è appena agli inizi.
DONNE Giovanna d'Arco, la Pulzella d'Orléans
di
Stefania Trivigno
La figura di
Giovanna
d'Arco è con forza entrata nella
leggenda:
impossibile non ricondurla a grande esempio di
fede,
ostinazione
e
coraggio.
Nella prima metà del 1400 la
Francia
era stata prepotentemente occupata dai soldati inglesi: i
sovrani d'Oltremanica miravano ad espandere i propri domini
sul suolo francese, riprendendo il possesso della Normandia.
Siamo nel periodo della
Guerra
dei Cent'anni: Francia e
Inghilterra
vivono una lunga e sanguinosa battaglia per l’egemonia.
Da questa lotta sembra uscire vittoriosa l’Inghilterra,
che impone agli avversari il
Trattato
di Troyes: il Delfino di Francia Carlo VII è escluso
dalla corsa per la successione al trono che, invece, spetta
all'inglese Enrico V e ai suoi successori. Per rafforzare e
legittimare il trattato, il re d’Inghilterra sposa
Caterina, figlia di Carlo VI.
Nel 1429, una
contadina bussa alla porta del re per
chiedergli l’autorizzazione a scendere in campo al fianco
dell’esercito francese. Forte nella sua fede, dicendo di
essere
stata scelta da Dio vuole salvare e liberare
il proprio Paese.
Giovanna è ancora poco più che una bambina, non sa leggere
né scrivere. Non ha mai combattuto in vita sua, ma chiede
al re un esercito che la assista in questa missione. Senza
esitazione, è
pronta a morire per la Francia e per Dio.
Ottenuto l’esercito e la fiducia da parte del re, la
Pulzella
inizia ad ottenere le prime vittorie: fra le più
importanti, la
liberazione di Orléans e la
conseguente proclamazione ufficiale, a Reims, di Carlo VII
re di Francia.
La piccola Giovanna ha vinto, la Francia ha di nuovo al
trono un
re legittimo e pian piano quasi tutto il
territorio francese occupato viene sgombrato dalle truppe
nemiche.
Ma l’inesperienza di Carlo VII, o forse l’ambizione di
portare a termine da solo una manovra politica delicata, fa
sì che la
situazione precipiti nuovamente. Accordi
segreti con l’Inghilterra costringono il re a ordinare lo
scioglimento dell’armata.
Giovanna d’Arco è catturata dagli inglesi e processata.
La ragazza è accusata di
stregoneria e di
eresia
perché ha lottato come un uomo, ha indossato indumenti
maschili e, soprattutto, ha sostenuto di averlo fatto perché
Dio le aveva chiesto di farlo.
Durante il processo, l’uomo che era divenuto re grazie al
suo coraggio, le volta le spalle e la Francia assiste,
impassibile, alla sua esecuzione: un
rogo nella piazza
del mercato nella cittadina di Rouen.
Nel 1920, quasi
cinquecento anni dopo la sua morte,
la Chiesa riconosce la
santità di Giovanna d’Arco,
che viene nominata patrona di Francia.
TELEGIORNALISTI Daniele Rotondo di
Nicola Pistoia
Ai microfoni di
Telegiornaliste questa settimana
risponde, per i colleghi uomini, Daniele Rotondo del
Tg2.
Daniele, come hai iniziato a fare il giornalista?
«Ho iniziato a 14 anni come cronista sportivo locale.
Subito dopo il diploma, nel 1978, sono entrato nella Scuola
di Giornalismo di Urbino annessa alla facoltà di
Sociologia. L’anno dopo sono entrato a Telenorba (tv
locale pugliese) come redattore sportivo. Qui ho passato 18
anni. Ti racconto un aneddoto che sicuramente è stato
importante per la mia carriera. Nel 1988, in Africa, venne
rapito Giuseppe Micelli, che era tecnico della Salini
Costruttori, una multinazionale italo africana. Io parto in
Etiopia e mi metto sulle tracce del rapito. Finalmente i
terroristi si arresero. Ricevetti i complimenti
dell’allora ambasciatore De Michelis. Quando arrivai
all’aeroporto di Brindisi con l’ostaggio liberato
iniziai una diretta di sei ore sempre per Telenorba. Penso
sia stata una delle esperienze più importanti della mia
vita, ma anche una grande opportunità professionale. Dal
1997 sono in Rai».
Sei pugliese: la differenza tra Nord e Sud esiste anche
nel giornalismo?
«Credo che ormai la globalizzazione abbia annientato questa
differenza tra settentrione e meridione. Ci sono ancora
alcuni problemi, ma credo stiano risolvendosi. E
nell’ambito del giornalismo, più che fare una divisione
tra Nord e Sud, sarebbe opportuno distinguere Roma e Milano
dal resto d’Italia, dove credo ci sia una forte centralità
dell’informazione. E’ possibile fare ottimo giornalismo
a Palermo così come al Nord».
Secondo te per la formazione di un bravo giornalista è
più importante frequentare una scuola di giornalismo o
vivere le varie fasi all’interno di una redazione?
«La pratica senza teoria non esiste. Prendi il mio caso: ho
iniziato giovanissimo a frequentare le redazioni
giornalistiche locali. Questo, dopo tanti anni, mi è
servito tantissimo. Ho frequentato la Scuola di Giornalismo
che mi ha dato le basi per fare questo mestiere, ma sentivo
il bisogno di rendere più completi i miei studi. Ho 45 anni
e questo mese mi laureo in Scienze della Comunicazione. E’
importante studiare ma è altrettanto importante rimboccarsi
le maniche fin da subito».
Chi dei tuoi colleghi, anche di altri tg, apprezzi
maggiormente?
«Innanzitutto ammiro molto il mio direttore,
Mauro
Mazza. Penso sia una persona molto equilibrata e
professionale. E credo abbia una grande capacità mediatica.
Un altro telegiornalista che apprezzo è il corrispondente
del
Tg2 dall’America Gerardo Greco, molto bravo. Mi
piacciono anche
Pino
Scaccia del
Tg1 e
Giovanna
Botteri del
Tg3: due giornalisti di rango».
Quale dei tg nazionali non ti piace affatto?
«Non mi piacciono i telegiornali degli incompetenti.
Fortunatamente in Italia ce ne sono pochi. A me piace
giudicare i tg che meritano di essere giudicati,
positivamente. Tra questi devo senza dubbio citare
Sky
Tg24, lo reputo molto agguerrito e preparato. Non a caso
viene da un’altra tradizione storica. Senza presunzione,
ma non posso fare a meno di nominare i telegiornali della
Rai e il radio giornale, che sono l’emblema
dell’informazione nazionale».
Chi sono stati, se ne hai avuti, i tuoi maestri? E chi ti
sentiresti di ringraziare?
«E’ una bella domanda. Sicuramente devo molto, e per
questo lo ringrazio, il direttore di Telenorba. Sono molto
riconoscente al mio attuale direttore, Mazza».
Cosa consiglieresti a chi come te volesse intraprendere
questa difficile professione?
«Bisogna avere tre caratteristiche: curiosità, voglia di
approfondimento e umiltà».
OLIMPIA Il calcio tra dramma e cambiamento
di
Mario Basile
E’ cominciato. In sordina, lontano dalle
prime pagine
dei giornali piene di
racconti mondiali, ma è
cominciato: il
maxiprocesso
che cambierà il calcio italiano. E’ questa la
speranza
di tutti. Lo
deve essere. Anche gli imputati devono
farsi quest’augurio, perché
mai come questa volta
la credibilità di chi ha gestito, e di chi gestirà poi,
questo meraviglioso giocattolo è stata così in
pericolo.
Trenta indagati. Manco a dirlo, il più atteso è lui:
Luciano
Moggi. Un’attesa però delusa dalla decisione di
non
presentarsi in aula in quest’inizio di processo. Ma
Lucky Luciano, pur minato nell’animo, è sempre una
vecchia volpe, così dopo
due mesi di silenzio ha
deciso di raccontare la sua verità in un’intervista a
Ballarò
di
Giovanni
Floris.
Senza giudici contro, Moggi ha prima portato avanti la sua
difesa,
poi come un pugile ferito spinto dall’orgoglio ha tirato
fuori la sua
proverbiale verve e la
forza
dialettica. Ed è stato il Moggi di sempre. Cinico,
spietato e sfrontato quanto basta. Ne ha avute per tutti.
Galliani,
Carraro, le
lobby nascoste
dietro le quinte: a detta di Moggi erano loro a
comandare
il gioco. Lui si è solo adeguato per
non essere
schiacciato. Ma non ce l’ha fatta. «Sono stato
dichiarato colpevole ancor prima del processo. Sono stato
crocifisso e hanno anche distrutto la mia famiglia». Moggi
dimentica quanto siano
inequivocabili le prove a suo
carico, ma su un
punto ha ragione: lui è solo una
delle
tante pedine di un sistema che ha
radici
molto profonde. Per cambiare davvero
bisogna andare
oltre.
Brutta pagina per il nostro calcio, sconvolto anche dalla
tragedia
di Gianluca Pessotto. L’ex calciatore, attualmente
team manager della
Juventus,
dieci giorni fa ha deciso di
togliersi la vita
lanciandosi nel vuoto dal tetto della sede della società
bianconera. Per fortuna non è riuscito nel suo intento: le
sue condizioni sono gravi, ma migliorano di giorno in
giorno. I motivi del gesto
sono oscuri, ma forse in
questo momento è l'
ultima cosa a cui pensare. Quello
che ora conta è il
recupero di Gianluca, dal punto
di vista
fisico, ma soprattutto da quello
umano.
EDITORIALE Qualcosa di più che il calcio
dalla nostra corrispondente
Silvia
Garnero
BUENOS AIRES - Chiunque dovesse affermare che durante la
partita fra
Germania e Italia non si è emozionato
neanche per un attimo, non dovrebbe considerarsi
argentino.
Potrebbe sembrare un'esagerazione… ma è proprio così.
Grida,
tantissimi gruppi di ragazzi che uscivano dai
bar e dai locali gridando entusiasti per i gol degli
italiani, un luogo di un incontro che ha generato gioia in
tutti coloro che seguivano la partita.
E' il
calcio, non è la vita. E’ il calcio, solo un
gioco, non ha a che fare coi problemi legati alla vita
professionale e sociale. Solo calcio... qualcosa di diverso,
che mai dovrebbe trasformarsi in
genocidio, come in
quel tragico 1978 durante le dittatura militare.
Però un momento dedicato al calcio, come un
momento di
evasione, potrebbe non essere tanto male… Lo dico a me
stessa, e a tutti quelli che come me detestano le
esagerazioni e l’oppio che addormentano la coscienza.
Torno all’allegria, che per un momento sentiamo
noi
argentini, la
nazione più italiana che esista
fuori
dall’Italia. La passione italiana, così presente nel
sangue argentino, oggi si è sentita più che mai. Nelle
umide e calde calle di Buenos Aires, il sentimento
collettivo di
ammirazione e allegria che hanno
mostrato gli argentini tenendo i colori della bandiera
italiana: «Viva Italia, loco, un poco de alegría!»,
gridava un impiegato bancario che festeggiava con i colleghi
in un bar. Ognuno di loro dettagliando la propria genealogia
italiana.
E nel
pieno centro della Ciudad, Paula, tedesco –
argentina sposata con un italoargentino, commentava: «Mirà,
io ho sangue tedesco ma mi sento più italiana, io, i miei
figli. Sono molto felice per il risultato».
E infine, l’
eccitazione del trionfo. Del gioco. Del
momento che passa, ma che rende allegri.
Poi, possiamo o meno appartenere a un’associazione
italiana, e godere o meno dei suoi benefici, potremo
ottenere il passaporto in un giorno o aspettare
ingiustamente anni. Potremo credere o non credere nel
romanticismo
italiano che arriva (e se ne va) vestito di turismo, ma
quello che non possiamo fingere è che a questi livelli
delle nostre rispettive generazioni, il
nostro cuore
non sia
italiano.