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Telegiornaliste anno II N. 28 (60) del 17 luglio 2006
MONITOR
Giuliana Lucca, da attrice a giornalista
di
Giuseppe Bosso
Da
attrice teatrale in erba a giornalista di classe. E dopo la gavetta,
volto di
Canale
Italia.
Questa settimana
Telegiornaliste incontra
Giuliana Lucca.
Da aspirante attrice a giornalista. Una scelta un po’ controcorrente la
tua…
«Il mio sogno è sempre stato quello di fare l’attrice teatrale e per questo
ho frequentato l’accademia nazionale di arte drammatica Silvio D’Amico, a
Roma. Poi, però, ho dovuto lasciarla per motivi personali e, una volta tornata
a Padova, ho comunque cercato di intraprendere una strada che mi permettesse di
mettere a frutto ciò che avevo imparato. Ho risposto a un’inserzione, ho
cominciato a fare la speaker, e a collaborare con alcuni giornali. Del resto,
scrivere mi è sempre piaciuto».
Ci sono degli argomenti che preferisci seguire rispetto ad altri?
«La politica mi ha sempre affascinato e ho anche avuto la fortuna di essermene
potuta occupare costantemente, sia in passato che a
Canale
Italia ».
Le emittenti locali sono una buona palestra per i giornalisti in erba?
«Sicuramente. Rispetto alle grandi emittenti nazionali, si respira
un’atmosfera più tranquilla e ci sono ritmi meno frenetici. Per quanto mi
riguarda, il salto di qualità l’ ho fatto quando sono passata alla tv de
Il
Sole 24 Ore e mi sono trasferita a Milano, per poi andare a
Canale
Italia».
Come consideri l’informazione fatta da un’emittente aziendale? C’è posto
per l’informazione pura o somiglia all’attività di un ufficio stampa che fa
“comunicazione aziendale”?
«Non direi. Per l’esperienza che ho avuto ti posso assicurare che
l’atmosfera è la stessa che si respira in una tv locale, con ritmi flessibili
e meno competizione, a differenza dei grandi canali nazionali».
Meglio un tg o una trasmissione di approfondimento?
«Il mio sogno è condurre un talk show politico. Ma per una donna, nonostante
si sia nel terzo millennio, ci sono ancora molte difficoltà rispetto agli
uomini, che invece prevalgono nei posti di comando. Eppure ci sono conduttrici
in gamba, anche a livello nazionale. Certo, condurre il tg mi dà molta
soddisfazione».
Quali sono le tue aspirazioni future?
«Sono molto soddisfatta del lavoro che sto facendo e sono lieta di aver
contribuito al successo di Canale Italia: da emittente del Triveneto è passata,
di recente, sul satellitare, ottenendo un buon seguito anche a livello
nazionale. Valuterò le proposte che potrò ricevere, ma al momento sono molto
contenta così».
Riesci a conciliare lavoro e vita privata?
«Premetto di non avere figli e finora non ho avuto grandi problemi.
Probabilmente se ne avrò qualcosa potrà cambiare, ma per ora non posso
lamentarmi. Del resto, chi mi conosce sa che non faccio una vita da
“impiegata”, con cartellini da timbrare e orari da seguire».
CRONACA IN ROSA Botte mondiali di
Antonella Lombardi
Bastano pochi istanti per passare dalla gioia euforica all'
inferno.
E' successo a
Roma, dopo la
finale Italia- Francia,
nel centro storico della città.
Se in centinaia, davanti ai maxischermi del Circo Massimo,
hanno esultato per il risultato raggiunto, senza tuttavia
provocare
incidenti, sono bastati pochi facinorosi e
alcuni atti di
vandalismo compiuti poco dopo nelle
vie della città per rovinare una festa collettiva.
Bombe carta, autobus e
vetrine devastate,
cassonetti rovesciati o dati alle fiamme. In piazza del
Popolo e nelle altre vie del centro, dopo la festa iniziale,
carabinieri e
poliziotti sono stati
feriti.
Scene da
guerriglia urbana si sono viste a Campo de
fiori, nei pressi dell'ambasciata francese.
Episodi che hanno esasperato le forze dell'ordine,
provocando qualche
reazione scomposta. Nella piazza
Sant'Andrea della Valle, poco distante dal Senato, una
pattuglia di
celerini ha colpito anche dei
passanti ignari degli scontri avvenuti poco distante.
Gruppi di giovani, famiglie, persino un sacerdote, tutti
sono stati coinvolti in uno
scontro insensato: c'è
chi ha fatto presente, tra le
urla e i
colpi di
manganello, di stare semplicemente passeggiando,
chi
è scappato, chi è stato travolto dalla folla.
Attimi di panico e follia a cui qualcuno è riuscito
a scampare grazie a una via di fuga o al portone aperto di
un palazzo. Chi era lì per festeggiare è stato
manganellato
senza motivo, colpevole solo di essersi trovato nel
posto sbagliato al momento sbagliato. E con la
deprimente
sensazione di non poter nemmeno chiedere aiuto alle
forze dell'ordine.
Scene da film che non risparmiano nessuno.
Perché?
Per fortuna c’è anche qualche poliziotto che, con
comprensione e gentilezza, capisce la
gravità
dell’equivoco e consiglia percorsi alternativi per
evitare le zone in cui si stanno verificando altre cariche e
incidenti. Da comuni cittadini diciamo
grazie.
Quando il caos e gli scontri finiscono si contano
i danni
e i feriti: è scioccante vedere lo smarrimento nelle
facce di chi pensava di assistere a una festa e si è
ritrovato coinvolto in una guerriglia urbana: vetri rotti,
sangue, motorini rovesciati e sirene di
ambulanze sullo
sfondo.
Roma è come
spaccata in due, con il suo
lungotevere a separare
chi festeggia con i caroselli
e le bandiere da chi ha stupidamente deciso di trasformare
in dramma una festa. Gli scontri si spostano altrove, tra
negozi saccheggiati, cittadini e poliziotti contusi.
L'indomani compaiono persino delle
svastiche
sui muri del ghetto di Roma.
E
la partita?
E' un ricordo lontano, sullo sfondo, in questa notte che non
finisce mai, come il lungotevere percorso a piedi,
via
dalla pazza folla.
CRONACA IN ROSA
In viaggio con Fido e Fuffi
di
Erica Savazzi
Sta per scadere il tempo per decidere dove passare gli
agognati giorni di
ferie: Italia o estero? Mare o
montagna? Cultura in città o natura in campagna?
E Fido
e Fuffi? Dove lasciarli?
Seppure in ritardo, rispetto al resto d’Europa, anche i
luoghi di vacanza nostrani iniziano a comprendere le
esigenze di
padroni con
quattrozampe al
seguito. Sono quindi nati
servizi alberghieri e spiagge
per animali. Per esempio, il
Trentino
Alto Adige propone vacanze a tema col proprio cane,
mentre alcuni appartamenti dell’
Isola
d’Elba fanno degli animali i protagonisti dei
soggiorni, tanto che le loro foto accolgono i visitatori del
sito internet.
E infatti internet è una gigantesca fonte di informazioni
anche in questo campo: alcuni
portali
specializzati hanno al loro interno archivi di
strutture
abilitate a ospitare padroni e animali.
Se invece non è possibile portare in viaggio gli amici cane
e gatto, esistono due soluzioni: o li si lascia da un amico
o da un parente fidato, o si può cercare una
pensione
per animali. Ormai ne esistono parecchie su tutto il
territorio nazionale. Anche qui la ricerca può essere fatta
agevolmente online.
In questo caso bisogna però
visitare la struttura
prescelta accertandosi del
buon trattamento riservato
agli ospiti, e considerare che Fido e Fuffi soffriranno il
trasferimento repentino in un luogo sconosciuto e la
lontananza dal padrone.
Come
estrema ratio ci si può anche rivolgere ai
dog
sitter, persone che per lavoro coccolano a
accudiscono il vostro cane.
Attenzione poi ai mezzi scelti per recarsi al luogo di
soggiorno: bisogna accertarsi che il
trasporto di
animali sia consentito. In aereo gli animali di piccola
taglia possono generalmente viaggiare in cabina con i
padroni, mentre quelli più grandi devono essere trasportati
in stiva. In treno sono consentiti animali di piccole
dimensioni, mentre in nave le taglie forti devono viaggiare
in apposite gabbie.
Prima di partire bisogna informarsi sulla
regolamentazione
doganale e sanitaria sugli animali in vigore nella
destinazione prescelta, soprattutto se all’estero. È
comunque buona regola portare con sé il
libretto
sanitario dell’animale e consultare il veterinario
qualche tempo prima della partenza per prepararsi con
eventuali
vaccinazioni. Si eviteranno così
spiacevoli incidenti e disguidi.
Se poi vorrete condividere la vostra esperienza con altre
persone che portano i propri
pets in vacanza e
segnalare
le strutture alberghiere che vi hanno accolti con cortesia,
anche questo è possibile: non ci saranno più scuse per
chi, quando va in vacanza, Fido e Fuffi li abbandona per
strada.
FORMAT MEDIA
& MINORI Corpi da spot di
Serenella Medori
Un pericoloso prodotto della pubblicità sono i
modelli,
tanto che a volte la pubblicità viene usata anche a scopi
educativi contro i modelli che essa stessa produce. Un altro
incredibile controsenso. Come una bomba con la sicura.
Gli spot offrono modelli e stili di tutti i generi. I
modelli
umani sono il prodotto forse più complesso promosso in
tv, perché si presentano carichi di simboli essi stessi.
Famiglie
ideali, giovani ragazzi più svegli dei
genitori, singles, uomini mozzafiato e donne mondane con
lunghi abiti dorati. Donne che in "quei giorni"
superano
i confini della realtà. Soggetti dark, con visi
pallidi, occhi cerchiati di nero e sguardi sfuggenti.
Soggetti caldi e tropicali leggermente più abbondanti nelle
taglie e più generosi nei sorrisi.
Tutto questo ha in parte
contagiato i modi di
apparire di una parte dei
telespettatori, inutile
dire che i più influenzati sono sempre i ragazzi, ma non
solo. Alcuni sociologi e psicologi hanno anche indicato le
eteree modelle televisive come una delle cause primarie per
l’aumento dei casi di anoressia tra le giovani, che
nell’emulazione rincorrevano quel modello di bellezza.
Ciò
che appare in tv risulta
desiderabile, anche se
non sempre viene condiviso razionalmente.
Cosa dire di questa aria di revival che porta al ritorno
anche degli anni Sessanta e Settanta? È servito a qualcosa
lo spot con modelle bellissime, altissime e magrissime che
indossavano nasi da porcelline e invitavano a mangiare i
salumi? E perché non è più in onda?
Asia
Argento pubblicizza un profumo sdraiata in modo da
mostrare il suo intrigante tatuaggio, abbigliata e pettinata
come una quattordicenne.
Un personaggio complesso, controverso, non più
quattordicenne, sicuramente affascinante, che dà un taglio
al filone delle modelle altissime, bellissime,
elegantissime, e irraggiungibili, ma
offre comunque un
altro modello. Un'alternativa più terrena, più
raggiungibile, più facilmente imitabile. Forse è meno
pericolosa delle modelle da capogiro? O forse lo è di più?
(16-continua)
FORMAT Uno Mattina estate di
Giuseppe Bosso
Con l'estate è arrivato il momento delle
vacanze per
i programmi televisivi e i personaggi del piccolo schermo. O
meglio,
quasi per tutti. Sul primo canale infatti
c’è una
cara amica - che proprio quest’anno
spegne
venti candeline - che non si ferma neppure nel
periodo degli ombrelloni.
Stiamo parlando di
Uno Mattina, che anche
quest’anno al termine dell’edizione invernale condotta
da Luca Giurato e
Monica Maggioni, è immediatamente proseguita con
Uno
Mattina estate.
Stesso luogo, Rai 1;
stessa ora, le 6:45,
stessa
storia: la lettura delle prime pagine dei quotidiani e
l’approfondimento di temi d’attualità. Ma anche moda,
curiosità, cucina, in un riuscito concentrato di
informazione e di intrattenimento, da sempre la
ricetta
vincente di un contenitore così amato. Il tutto,
naturalmente, tenendo conto delle
esigenze del
pubblico della bella stagione, sia per i fortunati in
villeggiatura sia per coloro che rimangono a casa.
In passato riuscito
trampolino di lancio - o di
rilancio - per personaggi come Monica Leofreddi, Paola
Saluzzi e Franco Di Mare,
Uno Mattina estate punta su
una
coppia di conduttori inedita ma che non impiega
molto ad entrare nelle simpatie del pubblico. Della parte di
informazione si occupa
Stefano
Ziantoni, giornalista del
Tg1 che proprio nella
trasmissione ha esordito nelle vesti di inviato, già
conduttore della passata edizione.
Per la parte di costume, e per la gioia degli spettatori, un
astro nascente del piccolo schermo che ormai è “di
casa” a
Uno Mattina, dopo tre anni di
apprendistato:
Eleonora
Daniele, probabilmente l’
unica, tra i tanti ex
inquilini del
Grande fratello, che ha saputo
costruirsi la
carriera con professionalità e garbo
tali da fare quasi dimenticare il suo passato legato al
reality.
A loro, con la collaborazione di altri personaggi come Sonia
Grey, che cura una rubrica legata alla medicina e al
benessere nell’ultima parte del programma, Katia Noventa,
cui sono affidati gli spazi dedicati alle ultime novità dal
mondo della moda, e Gianfranco Vissani, ormai storico chef
della trasmissione, il compito di
mantenere il
livello
del programma agli standard di sempre, in attesa di passare
la palla, a settembre, ai conduttori della versione
invernale. A meno che, come già accaduto spesso in passato,
i
buoni ascolti e il
gradimento del pubblico
non comportino una meritata promozione.
ELZEVIRO Miti della maternità di
Silvia Grassetti
Il legame fra
mamma e bebè? Tutto, tranne che
immediato.
Le
gioie dell’
allattamento al seno?
Inesistenti.
Un
bimbo fa la
felicità della donna?
Totalmente
falso.
Sono questi i pregiudizi sociali sulla maternità che la
scrittrice
Risa Green smitizza nel suo libro,
Sul
punto di scoppiare, edito da Mondadori.
Benché dalle parole della Green traspaia l’affetto per la
figlia, un
affetto che scopriremo essere
mediato,
e niente affatto naturale, la feroce analisi del day by day
con un neonato “proprio”, a cominciare dal parto, lascia
spiazzate le lettrici, educate a pensare alla maternità
come al completamento del proprio essere donna.
Vediamo alcuni passaggi interessanti.
Il parto. Ovvero, il primo giorno di una
rabbia
che durerà mesi, diretta contro il mondo che ha sempre
dipinto a tinte pastello il passaggio della donna allo
status di madre.
La retorica, oramai spesso massmediatica, della mamma che
scorda il dolore delle doglie e del parto non appena prende
tra le braccia il figlioletto, non ha nulla a che fare con
la realtà. La prima reazione della puerpera è di
sconcerto
per le fattezze del neonato, e di
fastidio per il suo
pianto. La Green dichiara di aver impiegato tre mesi prima
che la figlia cominciasse a piacerle. La cosa sconcerta
anche noi lettori: se non tutti mamme, almeno tutti figli lo
siamo. Non fa piacere sapere di non essere stati adorati fin
dal primo momento.
L’allattamento al seno. La cosa meno naturale del
mondo: tre
settimane di dolore acuto, provocato da
capezzoli sanguinanti e screpolati. Per non parlare
dell’antipatica sensazione di essersi trasformata in una
macchinetta del caffè automatica, a disposizione della
piccola estranea 24 ore su 24.
La gioia della maternità. Piuttosto, si dovrebbe
parlare di
noia. Almeno fino ai sei mesi del neonato.
Prima di questa scadenza, si passano le giornate a pulire
bava, cambiare pannolini sporchi, preoccuparsi dello stato
di salute, senza poter quasi mai dormire. Per godersi la
cosiddetta gioia della maternità, i bimbi dovrebbero
nascere di dodici o tredici mesi d’età.
Il racconto di Risa Green è forse meno cinico di quel che
sembra, a meno che cinismo e realismo coincidano. Secondo
Alessandra
Bramante, psicologa esperta di
depressione post
partum, la
maternità è quasi sempre
sopravvalutata dalle donne: «Ci hanno detto che quella di
fare la madre è un’
attitudine innata. E’ un
falso.
La verità è che si impara ad allevare un figlio piano
piano, entrando in relazione con lui. Avere un bimbo può
essere spiazzante. Non c’è nulla di male ad ammetterlo».
DONNE Mata Hari, la spia danzante di
Tiziana Ambrosi
Una semplice
ballerina, una
spia, una
seduttrice? Chi era in realtà Mata Hari?
Non è facile capirlo, perché la
leggenda e la
voglia di mito si sono talmente
fusi alla realtà da
rendere superflua la verità dei fatti.
Nasce come Margaretha Gertruida Zelle nell'estate del 1976
in un paesino della Frisia olandese.
Un'infanzia di cui non si sa molto: tante peregrinazioni al
seguito del padre, che non navigava in buone acque. Un
vita
fatta di privazioni e destinata alla sopravvivenza, una
vita da cui scappare.
La
via di fuga viene trovata in un'
inserzione:
un ufficiale in licenza, il capitano Rudolph Mac Leod, cerca
una moglie e le condizioni economiche della futura sposa non
contano. Si incontrano e convolano a nozze, nonostante i
vent'anni
di differenza.
Un matrimonio non felice, finito con due figli e un divorzio
cinque anni dopo, ma di sicuro agio per l'ambiziosa Gretha.
Stanca della vita familiare, lascia la figlia all'ex marito
e
si trasferisce a Parigi in cerca di fortuna.
Da qui in poi inizia a costruire con sempre più convinzione
la
grande recita che sarà la sua vita. Stanca delle
ristrettezze, si installa al Grand Hotel della capitale
francese, e senza denaro si spaccia per grande ballerina di
danze esotiche. Le piace
mettersi in mostra, le piace
manovrare le persone per raggiungere i suoi scopi.
Comincia a diffondere un'immagine di sé che le permette di
accedere ai salotti buoni, di esibirsi, inizialmente senza
compenso, come concessione verso i nuovi "amici".
Trova degli ingaggi e le sue quotazioni cominciano a salire.
Si fa chiamare
Mata Hari, "
occhio del giorno",
cioè il sole, in lingua malese.
Danza, si muove in maniera sinuosa, mandando in visibilio il
pubblico maschile.
Non rientra nei canoni classici della bellezza, è
paffuta, ha i lineamenti pronunciati. Parte del suo fascino
deriva dall'altezza - quasi un metro e 80 - decisamente
sopra la media dell'epoca. Si muove in maniera conturbante ed ha senza dubbio un forte carisma.
Ha molti amanti,
tutti facoltosi, che in sostanza mantengono i suoi capricci.
Ma si sa, il successo e la fama portano con loro anche
sospetti e malelingue. Le voci sul suo passato, sulle falsità
costruite insieme con l'incapacità di rinnovarsi la rendono
meno richiesta. Gli ingaggi scendono, ma nonostante questo
sceglie di mantenere una vita dedita al lusso. A Parigi
ormai è finita.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale si trasferisce a
Berlino. A questo periodo risalgono i contatti con i
servizi tedeschi.
Ha un
ampio giro di conoscenze che fa gola a molti.
Anche ai francesi, che la ingaggiano in alcune missioni.
Doppiogiochista? O forse solamente una donna
innamorata
di sé, imprudente e che si sente intoccabile.
Ma così non è. I suoi movimenti strani, le intercettazioni
- alcune molto ambigue - non passano inosservate.
Nel
1917 è arrestata dagli inglesi.
Alcuni revisionisti addirittura negano sia mai stata una
spia. Semplicemente una piccola pedina incastrata in un
gioco più grande di lei.
Il processo si conclude con la condanna a morte. Il 15
ottobre 1917, alle quattro del mattino, si presenta davanti
al plotone d'esecuzione per la fucilazione. Alcuni
raccontano che lanciasse
baci ai soldati, altri che
abbia chiesto una sigaretta
rifiutando la benda,
altri ancora che si fosse presentata in vesti succinte.
Questo appartiene alla leggenda di una delle
femme-fatale
per antonomasia.
Non le pallottole che la uccisero.
DONNE Vietato agli uomini
di
Erica Savazzi
La bellezza delle ragazze brasiliane è notoria. Un po’
meno i rudi modi dei loro connazionali maschi che, quando la
situazione lo consente, si lasciano andare a
palpeggiamenti
vari. E quale situazione è più favorevole di un vagone
della metropolitana all’ora di punta?
Ecco allora che, per evitare alle utenti del servizio
pubblico spiacevoli contatti, nasce una apposita
legge
promulgata dalla governatrice della regione di
Rio
de Janeiro,
Rosinha
Garotinho: nelle ore di maggiore afflusso – cioè
dalle 6.00 alle 9.00 del mattino e dalle 17.00 alle 20.00
– circolano
vagoni riservati alle viaggiatrici. La
novità, entrata in vigore lo scorso aprile, prevede che
all’esterno dei compartimenti ci sia la scritta “Carro
exclusivo para mujeres”.
Al momento dell’introduzione del servizio, il portavoce
della società che gestisce la
metropolitana
ha dichiarato: «Speriamo che l’aumento della sicurezza
possa portare a una crescita della clientela femminile».
Si calcola che attualmente siano circa
30.000 le
donne
che utilizzano i treni per spostarsi nella città carioca:
la metropolitana è sviluppata in tutta l’area urbana e
collega
i punti più famosi della città, tra cui lo stadio
Maracanã, la spiaggia di Copacabana e il Pan di Zucchero.
Discriminazione sessuale? Sicuramente. Ma se si è presa una
misura simile lo si è fatto a ragione veduta, considerando
le proteste delle viaggiatrici. Se la
manomorta è
pratica abituale, la buona educazione viene regolarmente
dimenticata e la "rieducazione" dei passeggeri è
impossibile. Gli spazi dedicati offrono un
ambiente
sicuro che non costringe le donne a guardarsi di
continuo dal vicino che sta (forse) leggendo il giornale.
TELEGIORNALISTI Intervista a Roberto Bernabai di
Giuseppe Bosso
Questa settimana
Telegiornaliste ha incontrato
Roberto
Bernabai, giornalista de
La7
e uno dei volti del programma
Il gol sopra Berlino.
Dopo la grande bufera di "calciopoli", i
mondiali hanno riavvicinato l'opinione pubblica al calcio?
«Non c'è dubbio, soprattutto vedendo l'entusiasmo che
hanno suscitato le partite degli azzurri; la rassegna
tedesca ha sicuramente ridato credibilità al mondo del
calcio che, comunque, richiede come completamento un
intervento della giustizia; certe responsabilità dovranno
essere perseguite. Al di là di tutto, comunque, la nostra
nazionale è stata straordinaria in un momento così
delicato».
Come si presenta il calcio nell' "anno zero",
dopo il necessario intervento della giustizia sportiva?
«Credo che non si debba parlare tanto di "anno
zero", proprio perché la passione popolare per il
calcio è stata sicuramente mortificata da tale situazione,
ma non cancellata, nemmeno davanti alle peggiori nefandezze.
L'intervento della giustizia permetterà sicuramente di
ripartire da un substrato che è rappresentato, appunto,
dall'entusiasmo e dalla crescente passione che il Mondiale
ha risvegliato per questo bellissimo sport».
Cosa ha significato, per la sua emittente, l'acquisto dei
diritti sul calcio con il digitale terrestre?
«Sicuramente è stato un fatto positivo che, pur
comportando un grosso sforzo per la nostra redazione
sportiva, ha comunque permesso a me e ai miei colleghi di
tornare a quelle che erano state le nostre origini e cioè a
fare i telecronisti».
Sono molte le donne della redazione sportiva di La7
che, negli anni, hanno saputo farsi apprezzare dal pubblico,
non solo da un punto di vista puramente estetico; c'è più
preparazione?
«Per limitarmi ad un nome,
Cristina
Fantoni, straordinaria nell'articolarsi tra vari sport,
dal calcio allo sci, affrontando temi sportivi a 360 gradi,
senza alcuna difficoltà. Sicuramente sono ancora molte le
"bellone" di contorno nelle trasmissioni, ma non
vanno certo confuse con le colleghe».
Quali le gioie e i dolori del giornalismo?
«Gli aspetti positivi sono tanti; è un mestiere che fai
con passione, a maggior ragione in ambito sportivo, dove
magari non sei riuscito ad emergere a livello agonistico e
hai voluto intraprendere una strada che ti permettesse di
rimanere comunque nell'ambiente. I contro, certo, ci sono:
orari continui, sacrifici legati agli affetti e alle tue
passioni, ma comunque ritengo che prevalgano gli aspetti
positivi».
Cosa consiglierebbe a chi volesse intraprendere la sua
strada?
«Di crederci sempre, anche davanti alle difficoltà che il
mestiere ti pone. Imparare a migliorarsi, accettando anche,
agli inizi, piccole collaborazioni; certo le scuole che sono
nate negli anni possono contribuire a migliorare la
preparazione, ma niente è più formativo dell'esperienza
sul campo. Credo che non si possa fare bene questo mestiere
se non si è portato almeno una volta nella vita il
cavalletto della telecamera, perché occorre adattarsi a
tutto».
OLIMPIA Sul tetto del mondo
di
Mario Basile
Campioni del mondo!
A ventiquattro anni dal triplice urlo di
Nando Martellini
a
Spagna
'82, l’Italia torna sul
tetto del mondo.
Perdonate la retorica, troppo difficile sfuggirvi in questi
momenti, ma è stata
la vittoria più bella perché
è stata di
tutti. Poche settimane fa parlavamo degli
eroi che vincevano da soli, o quasi, i mondiali. Ebbene,
stavolta
non è stato così. Il vero eroe è stato
il
gruppo.
Certo, un riconoscimento particolare va a
Gigi
Buffon, a
Fabio Grosso, a
Marco Materazzi,
a
Rino
Gattuso e all'eccezionale
Fabio
Cannavaro.
Ma, credeteci, se non ci fosse stato un grande
spirito di
squadra nessuno avrebbe reso al meglio.
E’ stato il trionfo di
Marcello Lippi. Due mesi fa
qualcuno voleva mandarlo via. A torto o a ragione non sta a
noi dirlo.
In ogni caso adesso, a giochi fatti, tutti vogliono
la
sua riconferma. Ma il buon Marcello ha deciso di
lasciare: ci ha consegnato la Coppa e ha detto addio. Ne ha
subite troppe e si è preso la sua
rivincita.
Così come capitan
Cannavaro, finito anche lui nel
polverone di "calciopoli": ha dimostrato al mondo
intero di essere
il migliore nel suo ruolo. E chissà
se lo aveva sognato, Fabio, di vincere il mondiale quando,
da ragazzino, al San Paolo, ammirava le gesta del mitico
Napoli di Maradona.
Forse sì, ma certo non poteva immaginare di vincere da
capitano
festeggiando la
centesima presenza in azzurro.
Ma a volte la realtà supera la fantasia.
Quanto è stato bello vedervi lì, ragazzi, nel bagno di
folla romano tra migliaia di
tricolori e
tifosi
ubriachi di gioia. Voi e loro,
felici e
orgogliosi
di essere italiani. Avete vinto contro
tutto e
tutti,
forse anche contro voi stessi.
«Il calcio italiano riparte da qui», ha detto Guido Rossi
presidente della
FIGC
riferendosi al dopo "calciopoli". E ripartire da
Campioni
del Mondo ha tutto
un altro sapore.
EDITORIALE L’uomo oggetto di
Silvia Grassetti
Non è chiaro se sia il caso di esultare o deprimersi, sta
di fatto che l’
uomo moderno è
diventato oggetto:
scrutato dallo sguardo del soggetto spettatore. Non sempre
questo soggetto è femminile, ma tant’è: accontentiamoci
di essere anche noi, a guardare.
Che l’uomo sia diventato oggetto dello sguardo altrui
(tenendo a mente il
nesso tra guardare e controllare che
ci ha insegnato Foucault) lo si intuisce leggendo le riviste
cosiddette maschili:
Loaded,
GQ,
For
Men Magazine,
Men's
Health, solo per citarne alcune.
Lo si nota frequentando
forum
di discussione su Internet, dove navigatori e navigatrici
commentano immagini e atteggiamenti maschili.
Lo si accerta
guardando gli
spot televisivi e
le inserzioni nei quotidiani e nei periodici: non più
l’immagine del prodotto reclamizzato, adesso in primo
piano c’è l’uomo oggetto, seminudo con una
tartaruga di addominali prorompenti a definirne la mascolinità;
con pantaloni a vita bassa che lasciano scoperto l’orlo di
mutande elasticizzate a sottolinearne il
sex appeal.
Appunto, il sex appeal: l’attrazione che il soggetto che
guarda, maschio o femmina, proverà per l’uomo oggetto.
Lungi dal costituire palcoscenici di rinfrancamento machista,
i luoghi da cui possiamo scrutare gli uomini oggetto fanno
leva piuttosto sull’
insicurezza, dell’uomo, di
essere davvero tale: di aderire cioè al
modello di
maschilità richiesto dalla società in cui vive.
Il problema è che di modelli di “esser maschi” non ce
n’è uno soltanto, ma molti. E la curiosità dell’uomo
che sfoglia
Men’s Health può nascondere l’
ansia
del proprio riconoscimento. Il
tono ironico degli
articoli non rassereni: i periodici maschili non parlano di
come è essere uomini, ma di
come bisogna
atteggiarsi per sembrare tali, e di quanto la tartaruga
debba sporgere dall’addome per sentirsi a posto con la
propria identità.
Le lettrici staranno sogghignando: noi donne ci siamo
abituate, costrette, come siamo da decenni, a subire spot di
assorbenti invisibili e deodoranti efficaci pure in caso di
sudorazioni ansiogene, studiati apposta per
lucrare
sull’insicurezza personale.
Ma c’è poco da sghignazzare: il
maschio interdetto che
stiamo guardando potrebbe essere proprio quello che divide
il letto con noi.