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Telegiornaliste anno II N. 30 (62) del 31 luglio 2006
CRONACA IN ROSA Livia Turco, il ministro che fa
notizia di
Erica Savazzi
Da pochi mesi ministro della Salute,
Livia
Turco è una delle sei donne che compongono il governo
Prodi. A
Telegiornaliste parla di diritto alla
salute, di terapia del dolore e delle sue passioni. E
naturalmente di donne.
Le donne in politica hanno qualcosa in più – o in meno
– dei loro colleghi uomini?
«Le qualità risiedono in entrambi i sessi, anche se a noi
donne vanno senz’altro riconosciuti una
sensibilità
e un
approccio più concreto alle esigenze delle
persone. Piuttosto bisogna creare tutti insieme, uomini e
donne, le condizioni per cui alle donne, che rappresentano
la maggior parte della popolazione del nostro Paese, sia
facilitata la
partecipazione alla vita politica in
tutte le sue forme di rappresentanza politico-istituzionale,
anche - perché no - attraverso lo strumento delle quote».
Già nei primi giorni dopo la sua nomina lei ha posto
l’accento sulla salute della donna e sulla tematica del
dolore, dal parto con l’epidurale, all’aborto tramite la
pillola RU486.
«Ho voluto ribadire sin dalle prime dichiarazioni, ma
soprattutto con le prime azioni come ministro della Salute,
il mio impegno per
modificare quella
cultura del
dolore che caratterizza momenti determinanti della vita
delle persone e in particolare la vita delle donne. Nel
programma di governo che ho chiamato
Un
New deal della salute ho voluto indicare per le
tematiche relative al parto, alla nascita e alla vita del
bambino nei suoi primi mesi di vita, gli obiettivi che
metteremo in atto come ministero, in accordo con le Regioni,
per riportare alla naturalità, nella qualità e
nell’efficienza, questi momenti. Un programma che ho
voluto tradurre in materia legislativa con il
Disegno
di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 14
luglio. Uno strumento al servizio delle donne. Per quanto
riguarda la RU486 mi sono limitata a ribadire che la
sperimentazione in atto è lecita, come del resto già
riconosciuto dal precedente governo nell’ottobre 2005».
D'altra parte la lotta al dolore nelle culture nordiche
è data come scontata, in Italia invece è percepita come
elemento di secondo piano perfino nella cura dei malati
terminali.
«Nel nostro Paese, per ragioni che fanno parte della nostra
storia e della nostra cultura, permane una forte resistenza
all’uso di sostanze che possono alleviare la sofferenza
anche dei malati terminali. Sono temi delicati, che
richiedono la massima disponibilità al confronto e al
dialogo.
I provvedimenti che si sono succeduti sino ad oggi, infatti,
non hanno ancora prodotto quel salto di qualità atteso e
utile. Si registra una carenza evidente di unità di terapia
del dolore, si fa ancora poca assistenza domiciliare
integrata, anche in ambito oncologico, e il numero di posti
letto degli
hospice è distante dalla copertura del
fabbisogno potenziale, con evidenti disomogeneità tra Nord
e Sud del Paese. Si presta poca attenzione al
dolore dei
bambini, come è dimostrato anche dalla scarsità di
centri e servizi per la terapia del dolore in età
pediatrica.
In questo contesto riteniamo urgente sburocratizzare e
semplificare ulteriormente la prescrizione dei farmaci
oppiacei, sostenere e promuovere, d'intesa con le Regioni,
l'applicazione delle linee guida di
Ospedale
senza dolore, nonché rendere obbligatorio, su
questi temi, l'aggiornamento degli operatori, tra cui i
medici di medicina generale».
Il professor Umberto Veronesi propone l’adozione del
testamento biologico in modo che le scelte del malato sulle
cure siano chiare.
«Il testamento biologico rientra tra i temi da affrontare.
Il programma dell’Unione prevede, infatti, un apposito
paragrafo dedicato alla tutela di chi soffre. Lo scopo è
costruire un sistema di garanzie per la persona malata, che
abbia come premessa il consenso informato e l’
autodeterminazione
del paziente garantendo a tutti i cittadini le cure
palliative e tutte le terapie del dolore disponibili. Il
rifiuto dell’accanimento terapeutico e del dolore non
necessario rientrano sicuramente tra queste garanzie».
L’anno scorso si è parlato di “emergenza
sanitaria” al Sud. Si sta facendo qualcosa o si aspetterà
la prossima emergenza per agire?
«Ho avuto modo di conoscere e approfondire la condizione
delle strutture socio sanitarie del nostro Mezzogiorno nei
numerosi viaggi, fatti già prima di diventare ministro
insieme a Rosi Bindi e Massimo D’Alema. Ne è scaturita
una proposta di legge, dettagliata anche nella parte
finanziaria, per un risanamento della sanità nel
Mezzogiorno. Il governo precedente ha fatto sì che
rimanesse lettera morta e il problema è rimasto irrisolto.
Questa situazione non è più tollerabile. Questo governo ha
piena consapevolezza delle differenze ancora esistenti
nell’accesso alle cure tra le regioni del Centro - Nord e
quelle del Sud d’Italia e ciò ci spinge ad affrontare con
determinazione il problema. Occorre innanzitutto intervenire
per valorizzare le eccellenze che vi sono, e sono tante, e
correggere,
assumendo scelte condivise con le Regioni, le
lacune
strutturali alla base di questa situazione. L'
autosufficienza
sanitaria del Sud è un obiettivo importante da
raggiungere, sia per ridurre i flussi migratori verso il
Centro - Nord che per favorire la spendibilità di tutte le
risorse del Mezzogiorno».
Lei ha proposto una modifica alla Legge Fini - Giovanardi
sulla lotta alle droghe. A parte la questione delle quantità
consentite, cosa pensa si possa fare per contrastare spaccio
e consumo di sostanze stupefacenti?
«
Educare e non punire è stato il principio
ispiratore dei primi cinque anni di governo del
centrosinistra e in qualità di ministro del Welfare ho
potuto toccare con mano l’efficacia di tale strategia e a
questa vogliamo tornare rapidamente.
Con la legge Fini - Giovanardi il precedente governo ha
proposto un approccio punitivo e repressivo tutto rivolto
nei confronti del semplice consumatore rendendo problematica
ogni azione di cura e reinserimento della persona con
problemi di abuso e dipendenza.
Criminalizzare il consumo e la tossicodipendenza porta a
disconoscere non solo la diversa pericolosità delle singole
sostanze, ma anche a non tener conto di modalità d’uso,
dei luoghi di consumo, del significato simbolico che ogni
individuo dà all’uso di una droga; vuol dire non
riconoscere che la tossicodipendenza è una forma di
disagio
- malattia complessa, che può essere risolta con la
cura e l’impegno del sociale e non con la repressione».
L’età media dei parlamentari in Italia è molto
elevata e sono pochi i giovani che si interessano di
politica.
«L’osservazione è pertinente specialmente se ci apriamo
ad un confronto con gli altri Paesi europei. Tuttavia
ritengo che questi ultimi appuntamenti elettorali abbiano
evidenziato una maggiore
partecipazione dei giovani
alla vita politica del Paese. Un segnale che si è
manifestato già nel voto per le primarie dell’Ulivo.
Molti i giovani che hanno sentito fortemente la possibilità
di essere protagonisti di una scelta determinante per il
loro futuro. Giovani che hanno dato fiducia alla possibilità
di un cambiamento che dovrà tradursi presto in impegni
importanti del nuovo governo nella scuola, nelle università,
nella ricerca, nel lavoro, nella famiglia e, perché no,
anche nella salute. Sono convinta che se ricambieremo quella
fiducia con la concretezza della nostra azione e con la
fiducia nelle loro capacità, creando insieme le condizioni
per svilupparle al massimo,
avremo presto una nuova e
giovane classe politica».
Quali sono le sue passioni oltre alla politica?
«Buone letture e lunghe camminate».
Grazie della disponibilità e auguri di buon lavoro da parte
di
Telegiornaliste e dei suoi lettori.
MONITOR Benvenuti, nata il 4 luglio di
Filippo Bisleri
Francesca Maria Benvenuti è una di quelle persone che, ricordando un
famoso film, può dire di essere nata il 4 luglio. La Benvenuti, però, può
anche dire di essere una brava giornalista anche se lei, timida per natura,
preferisce affermare di essere alle prime armi. Beh, se l’inizio del cammino
è questo, c’è da pensare, visti anche i maestri con cui si sta formando e si
è formata, che la sua carriera sarà luminosa.
Francesca, come hai scelto di intraprendere la carriera giornalistica?
«Ho scelto di fare la giornalista dopo aver lavorato per molto tempo alla cura
e all'edizione di programmi di informazione. Mi occupavo già di ospiti, storie,
documentazione, temi da individuare e sviluppare nel programma. Poco prima di
diventare giornalista sceglievo reportage e documentari stranieri da acquistare
ed editare. La passione è cresciuta poco a poco, fino a voler passare
“dall'altra parte" della telecamera per lavorare finalmente sul
"mio" materiale».
Esiste un luogo comune che vuole i giornalisti sportivi meno preparati dei
colleghi. Tu che ne pensi?
«Che è assolutamente un luogo comune. Ognuno ha la sua specificità, il suo
patrimonio professionale. A dimostrazione di questo, essendo arrivata da poco
nello sport, penso che prima di affrontare una realtà nuova sia necessario
studiare e documentarsi il più possibile. Almeno così faccio io».
Esiste un qualche ricordo speciale della tua carriera professionale?
«In particolar modo ricordo due puntate di
Moby dick che realizzammo
durante la guerra in Kosovo in diretta da Belgrado (sotto i bombardamenti) e da
Kukes (dal campo profughi albanesi). Mi viene in mente anche un reportage che ho
girato in Olanda sull'eutanasia, una realtà che ha messo in discussione le mie
convinzioni».
Chi sono stati i tuoi maestri di giornalismo?
«Il mio maestro è stato senza dubbio
Michele Santoro. Per me, i suoi
programmi sono stati un vero e proprio laboratorio della tv; con lui ho imparato
a scrivere un testo, a guardare la realtà con curiosità, a girare delle
immagini, a montare. Un patrimonio che ho applicato in ogni contesto».
Ritieni che siano conciliabili i ruoli di giornalista e madre?
«Credo che tutto si possa fare, ma bisogna mettere in conto che si devono
accettare dei compromessi, tanto nella propria carriera, quanto nel ruolo di
madre».
Quali consigli senti di poter dare a quanti vogliono intraprendere la
carriera giornalistica?
«Non voglio dare consigli, sto ancora imparando il mestiere! Comunque posso
dire che nella mia storia la costanza è stato l'elemento importante, non ho mai
perso la voglia di arrivare al risultato che avevo inquadrato. Poi, spiate,
sbirciate, rubate tutto quello che potete imparare da chi ne sa più di voi, è
fondamentale!».
FORMAT Marissa e i "morti di
fiction" di
Giuseppe Bosso
Le prime
indiscrezioni avevano messo in agitazione i
fans, ma la
bomba l’ha fatta esplodere proprio
Mischa
Barton, meglio conosciuta come
Marissa Cooper,
maliziosa protagonista di
The
O. C., il serial americano che ha preso nel cuore
dei
teen-ager il posto che era stato di
Dawson’s
Creek e nel passato più lontano di
Happy Days e
Beverly
Hills 90210.
L'
intervista
rilasciata dalla giovane attrice americana al magazine
Access
Hollywood, con la quale ha
anticipato la
tragica
fine del personaggio, oltre alla
disperazione dei
fans - che si stanno man mano mobilitando in iniziative,
come una
petizione
online, per cambiare questo inquietante finale - ha
scatenato le
ire della
produzione del serial,
che avrebbe giustamente voluto mantenere la cosa segreta
fino all’ultimo.
Si possono fare molte
ipotesi su cosa abbia spinto la
Barton ad agire in questo modo: dal
colpo di scena
studiato a tavolino alla
ripicca per un
allontanamento dal set magari non voluto dall’attrice. Di
sicuro, a parte i possibili risvolti giudiziari della
vicenda, c’è il
dispiacere dei tanti giovanissimi
spettatori che avevano
associato la sua
immagine
a quella della problematica Marissa.
Ma la Barton, in questa
galleria particolare, è in
ottima
compagnia: non è infatti la prima volta che
in un serial di grande successo uno dei protagonisti di
spicco esce di scena in maniera cruenta, non solo in America
ma anche nel nostro Paese.
Dall’eroe delle prime serie de
La
Piovra, il
commissario Cattani interpretato
da Michele Placido, al coraggioso ispettore
Paolo Libero
interpretato da
Giorgio
Pasotti in
Distretto
di polizia.
Un discorso a parte va fatto per le
soap opera, che
negli anni ci hanno spesso regalato
clamorosi ritorni
e colpi di scena; per informazioni chiedere alle attrici
Hunter Tylo e Bobbie Eakes, rispettivamente Taylor Hayes e
Macy Alexander, più volte tragicamente scomparse e
altrettanto sorprendentemente riapparse nelle vicende di
Beautiful.
Spesso sono gli stessi
attori a optare per la
drastica soluzione, probabilmente perché
stanchi di
incentrare le loro carriere su quell’unico, sebbene
amatissimo,
personaggio. Altre volte sono i
produttori,
magari infastiditi da qualche uscita dell’interprete, o
gli stessi colleghi di set a orientare la penna degli
sceneggiatori. Alla fine, ripetiamo, chi ne
"soffre" sono quegli
spettatori ormai
affezionati a un volto e a una storia.
Ma si sa,
morto un papa se ne fa un altro: ci saranno
sempre un altro nome e un altro volto per cui palpitare e
sognare...
Fino alla prossima uscita!
FORMAT (S)Top of the pops di
Giuseppe Bosso
Per oltre
quarant'anni è stato uno dei punti di
forza della
Bbc
e un
must per i giovani, non solo d’Oltremanica: di
tutti gli angoli del globo. Esportato in moltissimi Paesi,
in Italia veniva trasmesso su
Italia 1 con la
conduzione di
Daniele Bossari e di Silvia Hsieh.
Il 30 luglio
è
calato il sipario su
Top
of the pops, per 42 anni classifica settimanale dei
brani del momento che ha raccolto gli idoli di più
generazioni. Tutto era cominciato con i
Rolling Stones,
a capodanno del 1964; da allora
non c’è stato cantante
o gruppo famoso che non abbia calcato il suggestivo
palcoscenico.
Alla radice di questa decisione, naturalmente, i
bassi
ascolti dello show, cui il network britannico ha tentato
vanamente di porre rimedio, ad esempio spostandolo di
emittente, da Bbc1 a Bbc2; vanamente, appunto, fino alla
drastica decisione.
Gli addetti ai lavori non hanno faticato ad individuare come
fattore - base di questo declino la fortissima
concorrenza
che la tv generalista subisce dai
canali tematici
satellitari, che offrono una grande varietà di scelta
anche dal punto di vista musicale.
C’è da dire, comunque, che se la notizia ha creato una
certa
malinconia nei nostalgici ormai affezionati
alla trasmissione, pare che la maggioranza del pubblico non
l’abbia presa poi tanto male, segno evidente che prevale
una
linea progressista e d’avanguardia nei gusti
degli spettatori, anche a discapito di programmi ormai
consolidati e duraturi come il vecchio
Top of the pops
ELZEVIRO L’amore ai tempi di Mao di
Antonella Lombardi
Non è facile
amarsi a Pechino negli anni Sessanta,
quando la politica riformista di
Mao
Zedong inizia a mostrare il suo lato oscuro,
inaspettato, poco liberale, da regime.
Lo ha provato sulla propria pelle Yi Mong,
studioso di
poesia e letteratura, bollato dal partito comunista come
“
controrivoluzionario” per aver contribuito, con
una cifra irrisoria, alla nascita di una rivista di studenti
indipendente, guardata con sospetto dai vertici del partito.
Yi Mong diventa, perciò, un “
intoccabile” da
condannare a tre anni di carcere e isolare; ma Sabine,
giovane
e vivace
insegnante di francese, da poco arrivata
nella scuola di lingue straniere dove lui insegna, non lo
sa: Sabine è
attratta da questo intellettuale
malinconico e riservato e
amarsi è rischioso per
entrambi. Ma la
Rivoluzione
culturale è alle porte…
Gli amanti del lago. Sotto il sole di Mao è il libro
che ripercorre, attraverso la
vicenda privata di Sabine e
Yi Mong, la storia della Cina del ventesimo secolo, il
destino
di una generazione che ebbe la giovinezza
segnata
dagli eventi storici. Un
romanzo poetico e
coinvolgente che solleva interrogativi su questioni
personali e collettive: fino a che punto la storia può
condizionare gli individui?
Un cinese lascia davvero la
Cina quando si trasferisce all’estero?
L’autore,
Shen Dali, poeta, scrittore e storico cinese,
è nato in una grotta presso la celebre città dello Shensi
che fu meta, nel 1934, della lunga marcia di Mao.
Insignito in Francia del titolo di "Cavaliere delle
arti e delle lettere" ha scritto diverse opere, tra cui
saggi d’arte e altri romanzi, come
I bambini di Yan’an.
In esso racconta una vicenda poco nota, ma drammatica: la
dolorosa
marcia di trecento bambini costretti a lasciare la
propria città, Yan’an, appunto, a causa dell’avanzata
delle truppe di
Chang
Kai-shek.
Migliaia i chilometri percorsi a piedi
in due anni e mezzo, sotto il fuoco delle battaglie.
Un’avventura incredibile, raccontata in prima persona da
Shen
Dali che,ad
appena otto anni, prese parte alla
marcia.
Le sue opere, pubblicate dalla
casa
editrice Spirali, costituiscono un’occasione
interessante per capire, ancora di più, il
passato e
il
presente di un Paese complesso come la
Cina,
in cui, a detta dello stesso Shen Dali, «le illusioni
prometeiche si sono perdute nella storia; un Paese in cui,
per risolvere gli
squilibri della società, viene
privilegiato lo
sviluppo economico,
distruggendo
l’ecosistema non solo della natura, ma anche della
mente».
DONNE Tzipi
Livni, Mrs. Clean di
Erica Savazzi
«Israele non ha scelta. Deve difendersi e
difendere i propri
cittadini».
Ha le idee chiare
Tzipi
Livni, vicepremier e ministro degli Esteri d’Israele, sugli attacchi a
Hezbollah e sull’invasione del Libano degli ultimi giorni. Ha le idee chiare,
anche se al momento della sua nomina a ministro da parte di Olmert molti hanno
protestato adducendo come motivazione la sua inesperienza nel ruolo.
In effetti Tzipi Livni, per sua stessa ammissione, non ha mai pensato alla
politica come possibile sbocco professionale. Laureata in
giurisprudenza
e specializzata in diritto commerciale, costituzionale e immobiliare, per dieci
anni lavora in uno studio legale. Nel 1996 decide di lasciare il suo lavoro per
dedicarsi alla politica: vuole contribuire a dipanare la matassa del
conflitto
israelo - palestinese.
Nel 1999 viene eletta parlamentare e dal 2001 è nominata
ministro
per ben sei volte. Uno dei primi incarichi che le viene affidato è partecipare
ai lavori della Commissione sullo status della donna. Per la sua
integrità
morale durante l’esercizio dell’attività parlamentare si guadagna da
parte dei colleghi l’appellativo di
Mrs. Clean, Signora Pulizia.
Oggi, come solo era avvenuto con Golda Meir negli anni ‘50, è a capo della
diplomazia
israeliana.
Impara la
passione politica da piccola, da genitori fermamente convinti
che Israele dovesse avere un proprio Stato con una propria terra. Seguendo
questi principi entra nel
Likud, il partito di Sharon. Già prima di
dedicarsi alla politica, però, Tzipi aveva capito che l’unica soluzione
possibile al conflitto arabo - israeliano era la costituzione di
due Stati
indipendenti, uno israeliano, l’altro palestinese.
Quando si rende conto che il Likud non è in grado di perseguire questa strada,
non esita a lasciarlo per seguire Sharon nella sua nuova formazione,
Kadima,
che a gennaio vince le elezioni nonostante il suo
leader
sia in coma in un letto d’ospedale.
Ci chiediamo quanto sia costato a questa signora,
moglie e madre di due
figli, appoggiare le operazioni militari in Libano: Tzipi Livni, infatti, come
tutte le donne israeliane, ha prestato
servizio militare, prima
nell’esercito e poi nel Mossad, il servizio segreto israeliano. Conosce quindi
il significato e le conseguenze delle operazioni militari e della guerra: di
certo non una decisione presa a cuor leggero.
TELEGIORNALISTI Darwin Pastorin, giornalista
appassionato di
Giuseppe Bosso
Darwin Pastorin è nato nel 1955 a San Paolo del
Brasile. Figlio di emigranti veronesi, giornalista e
scrittore, è direttore della testata giornalistica sportiva
de La7, dopo essere stato inviato speciale e vicedirettore
di
Tuttosport, direttore responsabile di Tele+ e
Stream, direttore ai nuovi programmi di Sky Sport,
editorialista.
Direttore dello sport a La7
dopo Biscardi, in un momento molto delicato per il nostro
calcio: un compito non certo facile. Possiamo dire che hai
vinto anche tu il tuo Mondiale, grazie ai buoni ascolti de Il
gol sopra Berlino?
«Sì: la trasmissione, nata in pochi giorni con tanta
voglia e passione, si è caratterizzata per aver voluto
portare avanti un discorso nuovo, un talk particolare che,
ci tengo a sottolinearlo, ha potuto contare su una cospicua
quota rosa (a Berlino la
Morace e la
Fantoni,
da Roma la
Cambiaghi e la
Stefanenko), ed è
stata una splendida avventura di 31 dirette, che hanno
ottenuto ottimi risultati in ordine di critica e di ascolti,
ed è da questa base che intendiamo continuare».
Inevitabile chiederti un commento sulle sentenze di “calciopoli”,
dove ha prevalso la linea giustizialista che ha punito
pesantemente i soggetti coinvolti, squadre e singoli.
«E’un discorso che io affronterei sotto due punti di
vista; io sono un garantista e capisco le perplessità delle
società coinvolte, ma rispetto le sentenze. Personalmente
credo che il campionato partirà molto in ritardo a causa
dei vari ricorsi e appelli che si faranno, e che comunque
una volta chiusa questa parentesi potremo cominciare con un
calcio nuovo, che però ci dà la possibilità di ripartire
dal punto più alto rappresentato dalla vittoria della
nostra nazionale».
Volevo appunto chiederti come si presenta, secondo te, il
calcio all’indomani di questo importante successo...
«Sicuramente con la voglia di riconquistare tutti quei
bambini che, nel momento difficile, si erano trovati
smarriti, al punto di staccare dalle loro camerette i poster
dei loro beniamini, che proprio grazie alla nazionale hanno
ricominciato ad attaccare. Si parla tanto di nuove regole da
creare, ma io non ragionerei in questi termini, perché le
regole ci sono sempre state; bastava solo rispettarle».
Su cosa punterà in futuro la programmazione sportiva di
La7?
«Malgrado il periodo feriale stiamo continuando a lavorare
con passione e impegno per il futuro; vorrei fare un nuovo
programma del lunedì (naturalmente non sulla falsariga del
Processo,
che appartiene a quel grande giornalista che è Aldo
Biscardi, unico nel suo genere), improntato
sull’approfondimento, cercando di trattare di calcio anche
dal punto di vista sociale, ferma restando l’attualità di
una serie A e di una serie B straordinarie sotto tanti punti
di vista. E per questo punto su una mia passione, che porto
dalla mia esperienza a Sky, e cioè i documentari sportivi,
le storie e i campioni positivi e tragici del passato».
Tra le tante piacevoli sorprese de Il gol sopra
Berlino c’è stato sicuramente il ruolo di Natasha
Stefanenko in una veste alquanto insolita per il
pubblico che la conosce; come mai questa scelta?
«E’ stata una scelta collettiva della rete, che quando mi
è stata proposta ho accettato subito, conoscendola come
persona simpatica e intelligente, e a riguardo voglio
svelarti un aneddoto: la trasmissione iniziava alle undici
di sera, lei invece fin dalle cinque del pomeriggio era
sempre presente alle riunioni di redazione, partecipando
attivamente e arrivando preparata e informata sui temi da
trattare, sui quali si documentava via Internet; è stata
davvero straordinaria sia per noi che per il pubblico».
Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere la tua
strada?
«Io faccio questo mestiere da trent'anni, ma già da quando
ero sui banchi della scuola elementare “Silvio Pellico”
di Torino avevo le idee ben chiare su cosa avrei fatto da
grande, quando me lo chiese il mio maestro. È un lavoro che
sentivo nel sangue; per farlo ci vuole passione, cultura,
sacrificio e volontà di imparare giorno per giorno. Io
consiglio di farlo a chi se lo sente dentro, come me, e di
non voler solo apparire o inseguire la popolarità con esso,
ma perché lo ami e lo senti nel cuore».
OLIMPIA Intervista a Paolo Bargiggia
di
Mario Basile
«La passione per il giornalismo mi venne in modo del tutto
casuale scrivendo come semplice tifoso una lettera ad un
settimanale locale di Pavia, dove abito ancora oggi, per
criticare le scelte dell'allora allenatore di basket dell'
Annabella
Pavia,
Marco Calamai».
E' iniziata così,
per caso, la carriera di
Paolo
Bargiggia: conosciuto
giornalista sportivo di
Mediaset.
Al grande pubblico è noto come grande esperto di
calciomercato.
Una passione che ha radici lontane. «Ho cominciato ad
occuparmi di calciomercato per caso al
Corriere
dello Sport nell'estate del 1989: ero un
collaboratore, seguivo il mercato della serie C e della B».
«Una palestra eccezionale – racconta Paolo - , dei
colleghi meravigliosi come
Enzo Palladini,
Javier
Jacobelli e
Roberto Omini che mi hanno spiegato i
segreti del mestiere, presentandomi anche le fonti
migliori su piazza, preziose ancora adesso a distanza di
anni».
Anni in cui ha raggiunto grandi soddisfazioni: «Fra i
momenti più alti della mia carriera metterei sicuramente
alcune esclusive di calciomercato messe a segno sia al
Corriere
dello Sport (il ritorno di
Gullit
al
Milan
dalla
Sampdoria,
scoperto a febbraio, quindi molti mesi prima) che a Mediaset,
come
Ronaldo
all'
Inter,
i viaggi "segreti" sempre dei nerazzurri in Spagna
per studiare i metodi di lavoro del tecnico del
Valencia
Cuper,
poi ingaggiato; il trasferimento di
Vieri
dall'
Inter al
Milan. E poi, le quattro
finali di
Champions
League delle ultime sei stagioni. In futuro il mio
progetto è quello di continuare a godere della fiducia del
mio direttore
Ettore Rognoni e del gruppo di lavoro
che ci guida».
Oggi però le cose sono
molto cambiate rispetto agli
inizi: il numero di giornalisti che si occupano di mercato
è
cresciuto tantissimo. «Con il proliferare di
tv
locali e siti internet, negli ultimi dieci anni il
calciomercato
si è molto inflazionato. Siccome è provato che fa vendere
di più il mercato che il campionato di calcio, tutti ci si
sono buttati dentro. Consideriamo anche che con un mercato
quasi sempre aperto com'è ormai da anni e con i
trasferimenti all'estero anche per i nostri giocatori, è
molto
facile inflazionare la materia e sparare notizie a caso,
tanto, al cospetto di un tempo così dilatato,
non è
semplice ricordarsi di cosa hai detto. Ma alla lunga
credo che la gente
riesca a capire chi si occupa
della materia in modo serio, competente e con le fonti
giuste. E in Italia, chi lo fa a questi livelli, oggi si può
contare sulle dita di una mano».
E naturalmente Paolo appartiene a
questi ultimi. Ne
approfittiamo per farci segnalare qualche calciatore
semisconosciuto messosi in luce agli
ultimi mondiali
e che farebbe comodo alle nostre squadre. «Io consiglierei
Didier
Zokora, centrocampista classe 1980 della
Costa
d'Avorio, che gioca nel
St.
Etienne; poi
Anatoli Timoschuk, centrocampista
centrale dell'
Ucraina, classe 1979, gioca nello
Shaktar
Donetsk;
Landon Donovan, americano del 1982,
esterno offensivo, in forza a
Los
Angeles».
Staremo a vedere se magari almeno uno di essi sbarcherà nel
nostro campionato.
Per ora, grazie a
Calciopoli, grandi campioni hanno
lasciato l’Italia:
Cannavaro,
Emerson,
Zambrotta
e
Thuram
sono già volati in Spagna.
Uno scandalo, quello del calcio italiano, che ha anche visto
coinvolti alcuni giornalisti. «Non mi scandalizzerei tanto
per il
coinvolgimento di taluni colleghi negli
scandali – dice Bargiggia - perché so in che mondo
viviamo e quanto
cialtroni e
opportunisti
siamo noi italiani. Se può esistere amicizia tra un
cronista e un addetto ai lavori? Se è finalizzata al
reperimento di notizie utili
per informare e
fare
al meglio il proprio lavoro, ben venga. Ma più che
amicizia, che mi sembra troppo, parlerei di un buon rapporto
confidenziale. Ogni giornalista che si rispetti dovrebbe
avere delle fonti
sempre a disposizione. Se invece il
rapporto eccessivamente confidenziale con un addetto ai
lavori ti porta ad occultare delle notizie, allora vuol dire
che
non sei un buon cronista».
Si prospetta quindi un
anno difficile per il calcio
italiano. Così come lo è stato per la redazione sportiva
di
Mediaset dopo il flop di
Bonolis con
Serie
A e la lenta risalita con la nuova conduzione targata
Mentana.
Un insuccesso che però
non offusca gli ottimi
risultati conseguiti con le altre trasmissioni sportive.
«Per lavorare e crescere professionalmente la
redazione
sportiva di Mediaset - prosegue Paolo - rappresenta un
approdo
ideale perché non ci sono preclusioni per nessuno e
anche ai giovani vengono date grandi opportunità. Non ci
sono gerarchie preconcette e invasioni di campo come in
altre televisioni. Cosa si può migliorare? Dovrebbe
crescere sempre di più la
vocazione e l'
attitudine
ad essere cronisti fino in fondo, con un'agenda ben fornita
di numeri di telefono e di informatori, senza farsi
impigrire dal mezzo televisivo, che grazie alle immagini e
ad un minimo di testo, a volte ti fa sentire appagato troppo
in fretta, rendendoti
superficiale e
banale».
La prossima stagione sarà la prima senza
Sandro
Piccinini alla guida di
Controcampo.
I telespettatori si chiedono quale sarà il futuro del
fortunato talk show. «Grazie al suo enorme successo, credo
che
Controcampo continuerà, per crescere ancora di
più con un collega della redazione sportiva che raccoglierà
l'eredità di Sandro Piccinini e che potrà avvalersi di un
gruppo di lavoro
collaudato e
affiatato».
Chiusura dedicata al giudizio sulle
colleghe donne.
Tempo fa, in un’intervista, Paolo dichiarò di non trovare
particolarmente
brillanti le giornaliste sportive.
Una sensazione che non è cambiata a distanza di qualche
anno: «Confermo che dal punto di vista strettamente
cronistico, nel giornalismo sportivo
non trovo
colleghe donne particolarmente brillanti; sono più brave
nella
conduzione che nell'
investigazione e
nelle
interviste».
EDITORIALE
Ferie anno secondo
di
Silvia Grassetti
Sebbene l'Europa del Nord non si blocchi ad agosto come
succede nei Paesi più caldi, in Italia l'afa costringe i più
ad andare in
vacanza nello stesso periodo. E
Telegiornaliste
si adegua.
Come l'anno scorso,
salutiamo i nostri
lettori
e i
colleghi affezionati, dando a tutti appuntamento
al prossimo
lunedì 4 settembre, quando torneremo
online con, tra gli altri articoli, l'
intervista a Emilio
Carelli, direttore di Sky Tg 24.
Ma la redazione non poteva chiudere per ferie prima di
avervi preparato un'uscita eccezionale.
In questo numero le
donne che fanno notizia sono
orgogliose di presentarvi l'
intervista esclusiva al
ministro Livia Turco, accanto agli altri interessanti
interventi di
Francesca Benvenuti,
Darwin Pastorin
e
Paolo Bargiggia.
E ancora: il ruolo di un altro ministro donna, l'israeliana
Tzipi
Livni, nello scenario politico mediorientale; uno
sguardo sulla Cina con l'opera di
Shen Dali; e per
rilassarci un po' una riflessione sarcastica sui "morti
a tempo determinato" delle fiction, e le novità sullo
stop a
Top of the Pops.
Infine, vogliamo qui salutare e fare i complimenti a
Tiziano Gualtieri, che dalla redazione di
Telegiornaliste
è recentemente approdato a
Studio Aperto. Le doti
professionali di Tiziano sono innegabili, ma lasciateci
crogiolare nell'ipotesi di aver portato fortuna al nostro
amico.
Buone vacanze, dunque, dalla redazione, dal webmaster e
dall'editore, a tutti i lettori di
Telegiornaliste.