Archivio
Telegiornaliste anno II N. 33 (65) del 18 settembre 2006
MONITOR
Maria Concetta Mattei vince ancora di
Mario Basile
galleria fotografica
Per chi non è abituato, varcare la soglia del
Centro Rai di
Saxa
Rubra è sempre un’emozione particolare: si entra infatti nel
cuore
dell’informazione televisiva pubblica del nostro Paese.
Ed è qui che
Telegiornaliste è tornato a premiare per la seconda volta
consecutiva
Maria
Concetta Mattei, laureatasi per la
terza volta nella storia del
nostro
campionato
“campionessa di telegiornalismo”.
Maria Concetta ci accoglie nel suo ufficio poco prima di condurre l’edizione
flash del
Tg2.
E’ felicissima di aver vinto ancora una volta. Il suo è un vero e proprio
record:
nessuna telegiornalista ha mai vinto il premio per tre volte.
La giornalista trentina ha lo stesso sguardo rassicurante che traspare dal
video. Eppure sono momenti di grande fermento in
Rai:
la
nomina dei direttori dei tre telegiornali è alle porte. E molto
probabilmente saranno uomini - come poi è avvenuto.
Inevitabile allora che il discorso scivoli sulla
mancanza di figure
femminili nei posti di comando. La Mattei ribadisce quanto già ci aveva detto
la
durante
la nostra visita precedente, affermando che i posti di potere sono
un’esclusiva maschile, e non solo nel mondo del giornalismo.
Colpa di chi? Della nostra società, ancora
troppo chiusa. Però è anche
vero che qualcosa sta cambiando, come dimostra la nomina a Questore di
Maria
Rosaria Maiorino. E’ la prima volta che una donna riceve un tale incarico.
Sarebbe bello vedere come una donna dirigerebbe un telegiornale. Forse
riuscirebbe a sfruttare al massimo le doti di ogni redattore, più di quanto
fanno i colleghi uomini. Magari facendo appello a quella dote innata femminile
di "
problem solving" di cui proprio Maria Concetta Mattei ci
parlò qualche mese fa.
L’arrivo di
Manuela
Moreno, altra protagonista del campionato di
Telegiornaliste,
interrompe la nostra chiacchierata. La bella giornalista romana si complimenta
con la collega. E chissà che l’anno prossimo non festeggi lei la vittoria. Ai
nostri affezionati utenti l’ardua sentenza.
Il tiggì flash incombe. Ci trasferiamo così in cabina di regia per ascoltare
da posizione privilegiata le ultime notizie. Qui abbiamo modo di vedere da
vicino la
grande professionalità di coloro che, pur lavorando dietro le
quinte, portano, insieme al conduttore, l’informazione di
Rai2
nelle case degli italiani.
La nostra visita si conclude con la consegna della targa e le foto di rito:
Maria Concetta ci dà appuntamento all’anno prossimo: la sfida è già
lanciata.
Intanto gli sviluppi degli ultimi giorni confermano le nostre aspettative
riguardo le nomine in Rai.
Gianni
Riotta è il nuovo direttore del
Tg1
al posto di
Clemente
Mimun.
Mauro
Mazza e
Antonio Di Bella restano al timone rispettivamente di
Tg2
e
Tg3.
E’ però
polemica sul metodo seguito per l’assegnazione degli
incarichi. In molti parlano di
scelte troppo politiche. E allora perché
non lasciar decidere ai telespettatori i direttori dei telegiornali? Del resto
il tg è un prodotto e i telespettatori ne sono i consumatori…
CRONACA IN ROSA Ma è davvero emergenza?
di
Erica Savazzi
Emergenza stupri a Milano, raffica di omicidi a Brescia,
epidemia di stragi familiari. Ma davvero questi episodi di
cronaca
si verificano
a ondate?
Che i singoli fatti avvengano, non c’è dubbio. Più
dubbio è invece il
modo ossessivo in cui se ne
parla: settimane e giorni nei quali si parla solo di quegli
episodi, mentre tutto il
resto – infortuni sul
lavoro, morti per droga, rapine – sembra
non esistere.
E così ecco gli allarmi, le emergenze nazionali: peccato
che dopo qualche giorno – o al più qualche settimana -
tutti se ne
dimentichino. E se nel frattempo si è
presa qualche iniziativa, bene; se invece si è stati lenti,
quando ormai le sirene hanno taciuto, meglio rimandare tutto
al prossimo “caso”.
Ci sono, è innegabile, periodi in cui si concentrano alcuni
avvenimenti, con
episodi ravvicinati e di grande
portata. Pensiamo agli sbarchi di clandestini a Lampedusa:
d’estate si moltiplichino, com'è ovvio, rispetto a quanto
accade in inverno. Situazione d’
emergenza.
Ma il resto? Dipende dal “potere” dei
media? I
media aiutano.
Collegano tra loro
fatti anche
molto diversi, ne estraggono i punti in comune. E poi si
insiste
su quella traccia in giornali e telegiornali, ci si chiede
come è potuto accadere, si resta a bocca aperta per lo
stupore. Come se si sentisse parlare di criminalità per la
prima volta, come se nessuno sapesse che le nostre città
sono anche pericolose.
Infine sopraggiunge il
silenzio e ci si rivolge al
prossimo allarme, terrorismo o inondazioni: fa lo stesso.
C’è poi la questione dell’”
agenda mediatica”.
Si è iniziato a parlare di uno stupro a Milano. Episodi
simili si sono susseguiti a brave distanza l’uno
dall’altro, e ogni giorno quotidiani e tv si lanciavano in
una puntuale cronaca degli episodi di violenza. Forse che a
Roma o Pesaro o in una qualsiasi cittadina italiana non si
sono verificati negli stessi giorni fatti analoghi? Ma l’
attenzione
era su Milano.
A volte si scatenano vere e proprie "epidemie"
criminali: il periodo delle rapine in villa; il
periodo
dei sassi dai cavalcavia, per i quali si è parlato di
emulazione. Diversa la questione degli uxoricidi: lo scorso
inverno sono avvenuti nel giro di pochi giorni diversi
assassini di donne, fidanzate e mogli. Fatti che venivano
associati, anche se avvenuti a centinaia di chilometri di
distanza e con modalità diverse. Parlare di "
ondata
di violenza" diventava inevitabile.
C’è solo una certezza: la
realtà che ci viene
raccontata
tramite i media
è parziale. Se i fatti sono in
qualche modo ripetitivi, anche solo per coincidenza, se
contribuiscono a delineare una problematica, è più facile
parlarne, è
più facile attirare il pubblico con la
scusa dell’emergenza.
Ma forse l’emergenza è il solo modo per affrontare certi
argomenti, perché mette al riparo le coscienze.
FORMAT Amadeus,
formula sbagliata di
Nicola
Pistoia
Chi l’avrebbe mai detto che il ritorno a casa Mediaset di
Amadeus
in fascia preserale - per sette anni monopolizzata dal gioco
Passaparola - sarebbe stato un flop immediato?
Forse dovevamo aspettarcelo, visto che spesso i passaggi dei
personaggi televisivi da una rete all’altra - e da
un'azienda alla concorrente - non portano fortuna ai
conduttori: basti ricordare l'infelice ritorno di Bonolis a
Mediaset lo scorso anno.
Amadeus era tornato a Canale5 più carico che mai, con la
voglia di replicare gli ascolti totalizzati da
L’eredità,
il gioco condotto su Rai1, ora affidato a
Carlo Conti.
Ma il suo nuovo game show,
Formula
segreta, sarà forse presto sostituito da
Cultura
moderna di Teo Mammuccari: il pubblico, forse esigente e
alla ricerca di novità ad ogni "cambio di
stagione", non ha gradito la novella
formula,
che già dopo pochi giorni è stata modificata.
Il format, secondo i vertici Mediaset, non piace abbastanza.
Anche se, sulla carta, sembrava
accattivante e attraente
l’idea di sbizzarrirsi per indovinare una frase nascosta,
in una gara a metà strada tra rebus e cruciverba.
Il gioco, diviso in
quattro manches, che vede
scontrarsi altrettanti concorrenti chiamati a rispondere a
una
serie di quesiti, dall’attualità alla
politica, dallo spettacolo allo sport, fino ad arrivare alla
scoperta della
formula finale, non ha finora vinto la
battaglia per lo share.
Un plauso va comunque al conduttore. Simpatico e
professionale, Amadeus è solo l'ultima vittima, in ordine
di tempo, dei passaggi sfortunati da una rete a quell'altra.
ELZEVIRO Piccoli
wikipediani crescono dal nostro inviato
Marco
Tascio
Il 2 settembre scorso, nella cornice del
Palazzo
Farnese di Valentano, sul lago di Bolsena, si è svolta
l’
assemblea
annuale dei soci Wikimedia Italia. Il nostro inviato,
Marco Tascio, ha intervistato per i lettori di
Telegiornaliste
la neopresidentessa dell’associazione, Frieda Brioschi.
Frieda, cos'è Wikipedia, come è coordinata a livello
internazionale e com'è strutturata in Italia?
«Wikipedia è un’
enciclopedia online, libera,
gratuita,
multilingue, a cui tutti possono partecipare; viene scritta
dagli utenti stessi della rete. In realtà non è
coordinata: non ha un capo, ma una struttura assolutamente
orizzontale in cui gli utenti sono tutti uguali tra loro.
Solo per poter gestire il sito c’è una sorta di gerarchia
tecnica: vengono riconosciuti dei privilegi a particolari
utenti eletti dagli utenti stessi del sito, con criteri che
variano di edizione in edizione.
Attualmente Wikipedia esiste in circa 200 lingue (tra cui
l’italiano e diversi dialetti italiani).
I vari progetti hanno alla base lo stesso software,
Wiki
Wiki Web per gestire il sito, ed usano due regole di
base: il rispetto del copyright e la ricerca di un punto di
vista neutrale. Dopodiché sono le varie comunità che le
animano e le popolano a decidere le convenzioni per portare
avanti il progetto».
Gli accessi al sito, le integrazioni e ovviamente le
modifiche delle voci sono monitorati?
«Le modifiche possono essere effettuate da chiunque, per
partecipare a Wikipedia non è necessario essere iscritti:
un qualsiasi utente può arrivare sul sito, leggere un
articolo, e immediatamente modificare l’articolo stesso;
la modifica va direttamente online. Non esiste un controllo
a priori dei contenuti di Wikipedia, ogni forma di controllo
è a posteriori.
Quello che abbiamo come obiettivo è catalogare tutto quanto
arriva sul sito e rimuovere immediatamente gli errori palesi
o le sciocchezze e di poter in qualche modo avvisare
l’utente se non siamo sicuri di un contenuto inserito, per
cui in cima a certe voci ci sarà la dicitura: “Riteniamo
che questa voce sia da controllare”, “riteniamo che non
sia neutrale”, e ci si lavorerà sopra.
L’importante è catalogare e “patrollare” tutte le
voci quanto prima possibile, l’utente deve aver subito
chiaro cosa si trova davanti».
Il pubblico italiano partecipa in maniera rilevante
rispetto agli altri Paesi?
«La Wikipedia nasce in America nel gennaio 2001 ed arriva
in Italia il maggio seguente. Io sono entrata nel progetto
nel maggio del 2003 e c’erano circa venti persone in giro,
1200 voci; poi a dicembre 2003 c’è stata una crescita
esponenziale.
Ora siamo tra le prime dieci a
livello
mondiale e c’è un ottimo tasso di crescita:
mille
nuove voci ogni tre giorni.
La partecipazione è buona, ma la diffusione in Italia ha
ancora molto da dare. Ogni giorno capita di parlare di
Wikipedia e di incontrare persone che non sappiano cosa sia.
All’inizio era diffusa prevalentemente tra gli
informatici, tra coloro che navigavano di più in rete,
pian piano inizia ad essere conosciuta un po’ di più
anche perché
Il Corriere della Sera,
La
Repubblica e altri grandi quotidiani ci citano parecchio».
Quanti wikipediani lavorano con costanza al progetto?
«In Italia ci sono più di 86.000 utenti registrati, noi li
chiamiamo i “wikipediani”; duecento tra questi, da
un’indagine di pochi mesi fa, sono gli utenti più attivi:
con medie di oltre 100 contributi al mese. In questo momento
mi auguro che siano molti di più».
WikiNotizie:
la sua missione è quella di "creare un ambiente
eterogeneo dove i wiki-giornalisti possano diffondere
notizie su una vasta gamma di eventi attuali". Quali
prospettive si pone per il futuro rispetto a Wikipedia?
«La peculiarità di questo progetto rispetto a Wikipedia è
l’attualità. A differenza della Wikipedia inglese, che in
diverse occasioni è stata considerata la fonte online più
aggiornata, la Wikipedia italiana ne rifugge. Stiamo
discutendo se sia più corretto che, prima di fare una voce
su un accadimento, sia necessario che trascorrano alcuni
giorni per poter valutare se è enciclopedico. Molti di noi
ritengono che l’attualità non sia enciclopedica e, anzi,
che l’attualità crei molti problemi ad una voce
enciclopedica, perché manca di quel distacco e di quella
prospettiva storica che hanno gli altri argomenti, quindi in
termini di neutralità ha sempre qualcosa da scontare.
Mi auguro che WikiNotizie faccia concorrenza ai quotidiani:
sarà un notiziario generale, ma con al suo interno tanti
notiziari più specifici. Come Wikipedia è
un’enciclopedia generale di dimensioni talmente vaste che
al suo interno esistono enciclopedie specialistiche. Anche
in WikiNotizie, fatto da tutti e per tutti, verrà sempre
conservato lo spirito collaborativo con licenza libera».
La maggiore critica che può essere mossa a Wikipedia è
il difficile controllo delle modifiche fatte dagli utenti: non tutto quello che viene scritto è completamente esatto o
suffragato da documentazione. La Bustina di Minerva
di Umberto Eco che “denunciava” questa possibilità
indiscriminata di modificare le voci di Wikipedia, avvertiva
sulla necessità di utilizzare fonti accreditate o certe.
All'interno di Wikipedia questo viene avvertito come un
problema? Si pensa a possibili soluzioni?
«Umberto Eco è andato lui stesso a correggere la sua
biografia su Wiki inglese. Comunque siamo assolutamente
consapevoli di questa critica: nel momento stesso in cui
abbiamo iniziato ad avere la coscienza di essere una comunità
che ha un enorme progetto abbiamo iniziato a porci dei
problemi sui nostri limiti.
Sicuramente il problema del controllo delle voci è
all’ordine del giorno, ma ha diverse sfaccettature. Siamo
alla ricerca di un sistema di validazione interno, perché
Wikipedia è un progetto fatto da una comunità in continuo
divenire e vuole che anche la validazione delle voci rimanga
un processo interno alla comunità.
Il problema di come questo poi possa essere spendibile da
fuori rimane: chi controlla i controllori? Non abbiamo un
comitato editoriale predefinito come una qualsiasi
enciclopedia, ma volontari che non seguono alcun progetto
editoriale, non decidiamo a priori le voci che vogliamo
scrivere. O meglio abbiamo progetti tematici all’interno
di Wikipedia dalle dimensioni più o meno vaste.
Quello che cerchiamo di fare è delegare il controllo di
tutte le voci di un determinato argomento al progetto che se
ne occupa. Siccome lì si riuniscono le persone più
preparate su un determinato argomento, non è proprio loro
compito, ma è corretto che siano loro a valutare la
correttezza dei contenuti inseriti.
Sicuramente il processo deve ancora migliorare e crescere.
Quello che però possiamo affermare è che, da una parte,
sul medio lungo - termine la qualità di Wikipedia è in
continuo miglioramento e, dall’altra parte, un’indagine
di
Nature del dicembre 2005, ha dimostrato che per
ogni tre errori dell’Enciclopedia Britannica, Wikipedia ne
faceva quattro, e comunque Wikipedia, sempre secondo
Nature,
è più aggiornata dell’Enciclopedia Britannica».
WikiMedia Italia riuscirà ad essere inserita tra le
associazioni culturali beneficiarie del Cinque per Mille?
«Non è ancora registrata come una Onlus, ma ci stiamo
lavorando. Per ora ci limitiamo a fare promozione: invitiamo
tutti i lettori di
Telegiornaliste a partecipare a
Wikipedia».
DONNE La forza delle immagini
di
Tiziana Ambrosi
Il nome di
Leni Riefensthal è ormai indissolubilmente legato a quello di
Hitler e al partito nazista.
Artista poliedrica, nata all'inizio del secolo scorso a Berlino, si
avvicinò dapprima alla danza e alla pittura, passando poi per la
recitazione,
per giungere infine
dietro la macchina da presa.
Proprio in occasione delle riprese di un suo film,
La bella maledetta,
conobbe il Fuerher, che rimase affascinato da lei e dalle sue opere: pellicole
che incarnavano perfettamente i "valori" di purezza e bellezza tanto
cari ai più
mistici dei gerarchi nazisti e allo stesso
Hitler.
La
forza delle immagini era di vitale importanza per un movimento come
quello nazista, fondato sul trionfalismo e sulla
retorica. E le capacità
della Riefenstahl di creare inquadrature e angoli fotografici fuori della
convenzione colpirono profondamente i responsabili della propaganda.
Tanto da incaricarla di girare un documentario sul Congresso del Partito
nazista, svoltosi a Norimberga nel 1933:
Triumph des Willens - il Trionfo
della volontà. Monumentale e imponente nella sua "agiografia" del
partito nazista.
La Riefenstahl non lo definì
mai un film politico perché più
interessata all'estetica che alle questioni del Reich. Non fece direttamente
parte del partito, anche se il fascino che il Fuerher esercitava su di lei diede
adito a
voci ed insinuazioni su una presunta relazione.
Indubbiamente la forza, il carisma e la volontà di Hitler non le erano
indifferenti.
Il secondo monumento cinematografico fu il documentario sulle Olimpiadi di
Berlino del 1936,
Olympia.
Un inno alla bellezza del corpo umano e, per naturale conseguenza, alla
superiorità della razza ariana, che ottenne un enorme successo internazionale
con
premi sia a Venezia che a Berlino.
Alla fine della guerra, con la caduta del Reich, anche la Riefenstahl perse
tutto il potere acquisito. Venne
emarginata e
si reinventò come
fotografa, soprattutto in Africa. Si spense nel 2003, ormai centenaria, nella
sua casa in Baviera.
Un personaggio ambiguo, che si è sempre dichiarato al di fuori dell'ideologia e
che ha sempre affermato di non sapere cosa stava accadendo. Possibile? La sua
reale posizione resterà sempre avvolta dalla nebbia.
Connivenza o ingenua
cecità? Una domanda che non troverà risposta.
TELEGIORNALISTI Ivan Zazzaroni, quello che il calcio...
di
Giuseppe Bosso
Ivan Zazzaroni, bolognese, giornalista dal 1981, è stato
direttore del
Guerin
Sportivo e di
Autosprint, e caporedattore del
Corriere
dello Sport - Stadio.
Dal 2002 è opinionista della Rai (
Quelli che il calcio,
Domenica sportiva,
Figli di Eupalla).
A lungo collaboratore di
The European,
The Sun
e di
Folha de Sao Paulo, ha firmato l'autobiografia
di Roberto Baggio (
Una porta nel cielo, oltre 150.000
copie vendute) e, insieme a Pier Bergonzi e Davide Cassani,
Pantani,
un eroe tragico, giunto alla settima edizione. Ha vinto
una trentina di premi giornalistici, tra i quali il Coni -
Ussi, il Beppe Viola, il Palumbo, il Valenti, il S. Siro Gentlemen, il Fraizzoli, lo Sport e Civiltà.
Ha seguito quattro Mondiali e cinque Europei di calcio. In
radio conduce su
Radio
Dee-jay il programma
Deejay football club
Lo abbiamo incontrato per presentarlo in una veste inedita
ai lettori di
Telegiornaliste.
E’ giornalista da più di 25 anni: cosa è cambiato, a
suo parere, rispetto ai suoi inizi in questo mestiere?
«Sono cambiato io. La televisione ha assunto un ruolo
preponderante rispetto a quando ho cominciato, lavorando
sulla carta stampata. Ma direi che nel complesso è il
mestiere in sé che è cambiato».
Nella sua carriera ha avuto un modello, qualcuno a cui
ispirarsi?
«Si, Italo Cucci, agli inizi; lavorando al
Guerin
Sportivo ho avuto modo di conoscerlo e si è instaurato
un bel rapporto tra di noi».
Come si presenta il calcio all’indomani di una vicenda
dolorosa come quella di “calciopoli”, che ha visto
coinvolte grandi squadre, sebbene, a detta di molti, le pene
non siano state appropriate, colpendo principalmente la
Juventus e solo marginalmente le altre società?
«Niente di doloroso; è una cosa talmente straordinaria
quello che è stato scoperto! Purtroppo non credo che ci sia
una reale volontà di rinnovamento, in quanto molti dei
personaggi coinvolti sono tuttora ai loro posti, malgrado i
principali protagonisti di questo scandalo siano stati
puniti».
Nella sua carriera si è districato tra stampa,
televisione e radio: quali differenze ha riscontrato in
questi ambiti?
«Sono nato come giornalista della stampa, ed è quello
l’ambito in cui mi riconosco di più; la televisione
rappresenta l’innovazione, un ambito in cui devi cercare
di fare molta attenzione al pubblico che ti segue; nella
conduzione radiofonica, invece, devi cercare di essere il più
spontaneo possibile e di non incappare in errori legati alla
diretta».
Abbiamo modo di vederla spesso nella trasmissione Diretta
stadio di 7 Gold Tv, dove sono frequenti discussioni
accese tra gli ospiti: non pensa che un cambiamento in
positivo dell’ambiente calcio debba riguardare anche i
media, con una maggiore moderazione dei toni?
«E’ in atto sicuramente un'opera di rinnovamento, che non
riguarda solo i dirigenti ma anche noi protagonisti del
mondo dei media; è importante vedere come molti ex
calciatori, cioè i protagonisti veri di questo sport,
stiano assumendo maggiore importanza come opinionisti nelle
trasmissioni, verso una televisione più tecnica che parlata».
Ha firmato l’autobiografia di Roberto Baggio e un libro
su Marco Pantani, due campioni molto amati dal pubblico, che
però, per motivi diversi, hanno anche vissuto vicende
travagliate. Il mondo dello sport è davvero così spietato
con i suoi protagonisti?
«Premesso che lei ha citato due personaggi con alle spalle
vicende completamente opposte, dico che non è lo sport, ma
la vita ed essere così dura. È con l’impegno e una forte
personalità che si possono superare i momenti dolorosi, e
non sempre, come purtroppo nel caso del “Pirata”, si
riesce a venire fuori da situazioni critiche».
Qualche anno fa è stato opinionista di Quelli che il
calcio, dove veniva spesso punzecchiato da Gene Gnocchi:
che ricordo ha di quell’esperienza?
«Un ricordo divertente, che comunque non considero
un’esperienza di lavoro.
Quelli che il calcio non
può certo definirsi una trasmissione sportiva, come
tradizionalmente intesa. Per me è stato un gioco in cui mi
sono messo a fare lo “scemo”, venendo anche pagato però!
Ricordo con simpatia Simona e Gene».
All’inizio della nuova stagione calcistica, dopo mesi
di polemiche e veleni, qual è il suo augurio per quello
che, comunque, rimane lo sport più amato dagli italiani?
«Di cambiare totalmente; dimenticare quello che è stato e
cercare di riavvicinarsi di più alla gente, al pubblico».
OLIMPIA Quando i grandi lasciano di
Mario Basile
Il momento dell’addio, si sa, è sempre
triste.
Frase fatta ma azzeccata se si parla di
campioni che
decidono di ritirarsi dall’attività agonistica.
Ed è proprio questo momento che lo sport ha assaporato
qualche giorno fa, quando, a distanza di pochi giorni
l’uno dall’altra, hanno annunciato il ritiro il pilota
di Formula 1
Michael
Schumacher e la tennista statunitense
Martina
Navratilova. Due campioni che, a suon di record, hanno
scritto la
storia delle rispettive discipline di
appartenenza.
Certo, da italiani, fa un certo effetto parlare dell’addio
di Schumacher. Lui che con le sue vittorie ha riportato sul
tetto del mondo la nostra amata
Ferrari
dopo anni di buio.
Arrivò dieci anni fa dalla
Benetton
di
Briatore.
Era già campione, ma a Maranello ha dovuto faticare per
riconfermarsi e, soprattutto, per guadagnare l’affetto
incondizionato dei tifosi del cavallino rampante, abituati
alla genuinità di
Jean
Alesi.
In pista, però, Schumi è di un altro pianeta. Eppure
complice un po’ di
sfortuna e qualche
manovra
azzardata di troppo, il primo titolo arriva nel
2000.
E sarà egemonia Ferrari fino al 2004. Comune denominatore
delle vittorie di Michael è vincere
dominando.
E poco importa se il tedesco è freddo e distaccato, se
nelle interviste ha un’aria saccente e non ha ancora
imparato l’italiano. Al pilota
più forte di sempre
lo si può perdonare.
A trentasette anni ha detto basta. Resterà in Ferrari come
collaboratore, perché uno così non lo si lascia andar via
e
Montezemolo
lo sa. Con le ultime tre gare del campionato tenterà di
scrivere la sua ultima impresa: vincere l’
ottavo titolo
della carriera. Solo pochi mesi fa pareva impossibile:
Alonso
era avanti venticinque punti.
In sedici anni di carriera Schumi ha stabilito ben
quattordici
record tra cui: vittorie totali (
90), titoli iridati
(
7), podi (
153), e punti complessivi (
1354).
E non è ancora finita.
Martina Navratilova, invece, la sua carriera l’ha chiusa
davvero vincendo il suo
cinquantanovesimo titolo del
Grande
Slam col doppio misto degli
US
Open.
A quasi cinquant’anni la tennista ha deciso di lasciare
definitivamente dopo ben
trentatré anni di carriera
professionistica.
Esordì nel
’73, stupendo tutti gli addetti ai
lavori con i suoi colpi mancini aggressivi. La
determinazione
di Martina non si fermò neanche davanti alla natura, che le
aveva donato un fisico che faticava a mantenere il peso
forma. Così gli anni ’80 furono pieni di successi:
109
vittorie consecutive,
tre anni di primato nel ranking
mondiale e, soprattutto, la vittoria dei
quattro titoli
di doppio nel Grande Slam del
1984.
Fu protagonista anche fuori dai campi da tennis, quando non
ebbe paura a svelare il suo essere
lesbica né ad
appoggiare totalmente i
diritti dei gay e le
associazioni in favore di
bambini poveri e degli
animali.
Abbandonò il tennis nel
’94, ma tornò sei anni
dopo. Giusto il tempo di diventare nel
2003 la più
anziana vincitrice di un
torneo del Grande Slam e nel
2004 di un incontro di singolo del circuito Open. Poi
l’addio definitivo. Ora per Martina è tempo di godersi la
vita a tempo pieno.