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Telegiornaliste anno II N. 34 (66) del 25 settembre 2006
MONITOR
Francesca Barra, la giornalista della porta accanto di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista, laureata in Scienze della comunicazione,
Francesca
Barra è stata il volto inaugurale del digitale di La7. Ma il suo talento si è
spinto in settori anche diversi: Francesca è sceneggiatrice di commedie
teatrali e scrittrice di guide per bambini.
L'abbiamo incontrata per i nostri lettori.
Francesca, come sei nata professionalmente?
«A dire il vero fin da piccola sognavo di fare la scrittrice. Poi mi sono
laureata e contemporaneamente, anzi, un mese prima, sono diventata giornalista
professionista. Per seguire i corsi e specializzarmi avevo rinunciato ad un
lavoro in Mediaset. Ma ero cocciuta: volevo buttarmi nella mischia solo se
davvero preparata. Un giorno, quasi per caso, mentre ero addetta stampa in
Parlamento, Edoardo Fedele, quello che allora era il responsabile del canale
Marcopolo, una delle persone che non dimenticherò mai di citare perché è
stato il mio portafortuna, mi ha proposto la conduzione di un programma di
viaggi:
Missione Nausicaa. Da allora la mia vita è cambiata perché non
solo ho iniziato a lavorare in televisione, ma ho anche conosciuto mio marito:
proprio durante la mia prima registrazione».
Quanto è importante la gavetta nella professione giornalistica?
«Moltissimo. Dire che è fondamentale. Come ogni professione è importante
l’impegno. Non esiste l’allenamento solo nello sport. E, comunque, in questo
mestiere bisogna sapere che non si è mai arrivati. La cultura si deve
alimentare giorno dopo giorno, arricchire di interessi. Durante un colloquio, un
dirigente Rai guardando il mio curriculum mi disse:
Bene. Ora hai preparato
il menù, ma devi scegliere il primo piatto che dovrà saziarti. E’ stata
una grande lezione perché fino a quel momento mi occupavo di tutto: sport,
politica, cultura, cinema, viaggi, cucina, carta stampata, video. Dovevo però
scegliere la strada da perseguire rinunciando a deviazioni, anche se
interessanti».
Quali sono le tematiche che più ti interessa affrontare, avendo avuto una
carriera finora piuttosto variegata, che ha spaziato dallo sport alla
gastronomia, alla cultura?
«In questo momento della mia vita mi piacerebbe moltissimo poter continuare a
condurre programmi televisivi in cui si intrecciano gli interessi più comuni in
un unico contenitore. L’ultima trasmissione:
La regola - reality di
viaggio e cultura alla ricerca del Graal nel mondo, ne è stato l’esempio:
viaggio, gioco, cultura. Pensiamo che la gente sia attratta solo da programmi
vuoti, ma non è così. La verità è che fino ad ora ha avuto poche
alternative, ma se ne avesse sono certa che mostrerebbe più giudizio nella
scelta di quanto si possa pensare. Il gruppo Sitcom, su Sky, per il quale ho
lavorato alternandomi con La7, è una scommessa vinta con il telespettatore e
riserverà molte altre sorprese.
Anche il programma condotto con Dario Vergassola su La7,
Sempre meglio che
restare a casa, ha saputo opporsi alla documentaristica più comune, con una
innovativa chiave di lettura. Spazio, dunque, a format diversi, pensati e
studiati per sorprendere!
Non esistono temi di serie A o di serie B. Perfino il gossip potrebbe essere
condotto in maniera differente e meno scontata.
Un piccolo sogno comunque resta il misurarmi con il mondo dell’infanzia. Un
programma per bambini mi piacerebbe. E’ da loro che si dovrebbe partire per
cambiare un po’ il mondo, no?»
Cosa ti ha spinta a creare un blog e cosa pensi di questo strumento di
comunicazione che ha reso famoso, ad esempio, un personaggio come Selvaggia
Lucarelli?
«Più di una volta mi hanno chiesto di Selvaggia Lucarelli e su qualche
giornale mi hanno messa a confronto con giovani giornaliste in ascesa. Sembrerà
una strana coincidenza, ma è un piacere confrontarsi con diversi stili. Nello
specifico lei è una donna ironica, con la risposta pronta e opportuna, e sono
requisiti che stimo. Non bisogna prendersi troppo sul serio. Il blog ho scelto
di aprirlo perché molti telespettatori mi scrivevano per essere aggiornati sui
miei impegni futuri. Così ho scelto un mezzo diretto per poterli coinvolgere».
Il tuo blog è molto visitato e commentato: quali sono i complimenti e le
osservazioni che più ti piace ricevere e quali ti hanno messa a disagio?
«Qualcuno l’ho dovuto cancellare, lo ammetto. Non amo la volgarità
soprattutto perché non ho fornito l’opportunità di esserlo. Ci sono persone
che mi hanno seguita in televisione e che si congratulano. Di questa gioia non
si può fare a meno. Però c’è una grande parte di lettori che vorrebbe che
io raccontassi qualcosa di personale, più che solo di lavoro. Tuttavia credo
che esistano contesti migliori o momenti giusti per farlo. Sicuramente il blog,
ovvero il “diario” virtuale lo prevede, ma è uno spazio libero ed io, per
ora, mi sento libera così… Non è detto che essere un personaggio pubblico
preveda per forza la messa a nudo della propria anima».
Dalle tue fotografie emerge l'immagine di ragazza acqua e sapone: quanto
conta per te la bellezza? E' un'arma vincente sul lavoro o punti di più sulla
professionalità?
«Non vorrei essere retorica e tenterò di non cadere in questo errore. Ho un
viso da brava ragazza che non ha, fino ad ora, dato sorprese diverse. Nel senso
che è in linea con il mio modo di condurre, di vivere e di approcciarmi
all’altro. Certamente nel mondo televisivo ha aiutato, ma vi assicuro che chi
mi ha scelta l’ha fatto perché avevo qualcosa da trasmettere. Di ragazze
belle e anche giovanissime è piena la tv. Sicuramente anche brave, anche se
spopola il “qualunquismo”. Non si fa più caso alla dizione, alla proprietà
di linguaggio. La differenza, comunque, la fa sempre l’obiettivo che si
persegue. Io so che, se mai fra qualche anno dovesse togliermi il posto una
bellissima ventenne, avrei sempre la mia penna per scrivere, la mia
professionalità per passare dall’altra parte del video, la mia famiglia a
casa pronta a farmi sentire importante nel mio microcosmo».
Aspirazioni e progetti?
«Sto scrivendo un libro di viaggi per bambini per la casa editrice Elzeviro e
un libro originale di “viaggi a tema” a cui tengo moltissimo. Questo è il
presente. Da fine settembre, invece, mi rivedrete in video… ma non voglio
ancora scoprire le carte».
Sei sposata da poco: con un lavoro impegnativo come quello di giornalista
pensi di riuscire a conciliare la carriera e la famiglia?
«Beh, adesso racconto una cosa personalissima! A luglio ho partorito un bimbo.
Ho condotto l’ultima trasmissione con il pancione in “crescita” e
continuato a presentare eventi, convegni e a scrivere per numerose testate. La
sera preparavo a maglia il corredo, cucinavo per gli amici e il giorno ancora al
lavoro. Nella mia vita è essenziale non rinunciare alle mie passioni. Mio
figlio non si sentirà mai solo, ma allo stesso tempo, avrà sempre una madre
felice ed impegnata. Per non parlare di mio marito che lavora nel mio stesso
settore. Abbiamo sempre cercato di non trascurarci e di mettere al primo posto
la nostra relazione. Fino ad ora ci siamo riusciti. L’importante è avere un
datore di lavoro intelligente e disposto a capire che l’essere madri non
significa per forza dover scegliere se lasciare il figlio all’asilo o
trascurare il lavoro. In Italia non siamo molto pronti a questo genere di aiuto
per le donne che lavorano e che decidono di diventare madri e non tutte possono
permettersi di portare in camerino il figlio e allattarlo in pausa. Le promesse
fatte dai politici in questi anni non sono state sempre mantenute. Ma se ci
dovessimo piegare alla realtà delle cose senza lottare nel nostro piccolo, non
nascerebbero più bambini. Dobbiamo ripetere la domanda fra qualche mese per
vedere se sono stata troppo ottimista, che ne dite?».
CRONACA IN ROSA Dalla Bielorussia con amore di
Erica Savazzi
Maria non è più una
bambina, è diventata una
merce.
La ragazzina, orfana bielorussa ospitata in Liguria per le
vacanze estive, è da giorni al centro di un braccio di
ferro tra la coppia affidataria, i coniugi Giusto, e il
governo di Minsk rappresentato dall’ambasciatore Alexey
Skripko. Una situazione complicata, sull’orlo di una
crisi
diplomatica.
Da una parte la famiglia affidataria, che ha denunciato gli
abusi
subiti della bambina nell’orfanotrofio dove vive e che
vuole che Maria resti in Italia per essere curata,
dall’altra il
diritto internazionale, gli accordi
tra Italia e
Bielorussia
e la posizione giuridica dei Giusto stessi, affidatari
temporanei passibili dell’accusa di
sequestro di
persona.
Ma dopotutto, chi avrebbe lasciato consapevolmente tornare
alle violenze una bambina divenuta, dopo tanti anni di
vacanze in Italia, una figlia? Chi, dopo aver ascoltato le
confessioni di botte e forse anche di stupro, avrebbe fatto
finta di niente? Emotivamente non si può che essere vicini
alla famiglia Giusto. Ma sentimenti e legge non vanno
d’accordo. Tenere nascosta Maria più a lungo non farà
che aumentare la
tensione, purtroppo.
Sdegnata e ferma la reazione del governo dell’ex
repubblica sovietica, tramite le parole del suo
ambasciatore. La bambina - pacco deve essere riportata
immediatamente a casa, perché è
proprietà della
Bielorussia. E poco importa quello che le è successo e le
succederà, anche se stranamente da qualche giorno l’
internat
in cui viveva è stato rimesso a lucido.
Ma peggiore è l'atteggiamento verso le altre
migliaia di
bambini che ogni anno vanno
all’estero per essere
curati fisicamente e psicologicamente: migliaia di
pacchi per i quali si minaccia la non consegna alle famiglie
affidatarie. Come se la punizione fosse solo per i nostri
connazionali che li accolgono, e non per i bambini stessi.
Nessun
rispetto per questi ragazzi abbandonati che in patria
non hanno nessun futuro. Minacce che fanno capire che il
benessere
dei bambini è l’ultimo dei problemi.
Sconcertanti, poi, le dichiarazioni dell'ambasciatore
bielorusso su legalità e diritto internazionale, quando il
contesto da cui queste parole sono pronunciate è una
dittatura repressiva, che nega la libertà di stampa e le
cui elezioni solo con molta fantasia potrebbero essere
definite libere. Probabilmente, la
verità su quello
che accade
nell’orfanotrofio di Maria non sarà mai
rivelata.
Che parli Maria, non con i Giusto, non con l’ambasciatore,
ma con dottori e psicologi, che verifichino i segni delle
violenze, che le chiedano cosa vuole. Ovviamente previo
accordo delle parti di rispettarne le volontà. I
bambini,
soprattutto quelli che non hanno avuto vita facile,
sanno
esattamente cosa vogliono.
FORMAT Donne e pallone
di
Giuseppe Bosso
Con l’inizio del
campionato di calcio prende il via
anche la stagione delle
trasmissioni sportive che
gravitano intorno al massimo torneo.
Dopo l’euforia per il
trionfo azzurro in Germania,
e soprattutto dopo la calda estate di
Calciopoli,
tante novità in ordine di volti e di programmi. Se in
Rai,
quale evidente conseguenza dell’altro grande
scandalo
che ha animato le cronache estive,
Vallettopoli, si
è deciso di bandire dalle trasmissioni di
Raisport
qualsiasi presenza femminile di contorno (un discorso a
parte andrebbe fatto per
Quelli
che il calcio, con le sue "
schedine"
e la neo “capitana” Antonella Mosetti),
Mediaset,
per contro, si presenta ai nastri di partenza con un'
ampia
quota rosa, tra consolidate conferme e fresche novità.
La più significativa riguarda
Controcampo,
che si fa in due: non più solo approfondimento di seconda
serata da opporre alla
Domenica Sportiva, ma
soprattutto vetrina dei gol e delle azioni delle partite
appena concluse.
Controcampo
- Ultimo minuto sostituisce il deludente
Serie A
della passata stagione con lo storico conduttore Sandro
Piccinini, che trasloca alla fascia pomeridiana con il suo
seguito di fedeli compagni (Mughini, Cesari, Liguori).
In più una novità - Augusto De Megni, vincitore del
Grande
fratello 2006 nelle vesti di opinionista - e un
graditissimo ritorno:
Elisabetta Canalis, di nuovo a
furor di popolo nel contenitore domenicale di cui è stata
protagonista per tre anni. L’edizione della sera,
Controcampo
- Diritto di replica, sarà gestita da un’altra
coppia consolidata della programmazione sportiva del
Biscione: Alberto Brandi e
Federica Fontana, che
lasciano
Guida
al campionato nelle mani di Mino Taveri e della
grande new entry tra le “belle” del “pallone
mediatico”, la carioca
Magda Gomes.
Altro volto (e corpo) che farà sognare i calciofili è
quello dell’argentina
Patrizia Hnatek, che prende
il posto di Elisa Triani al fianco di Taveri in
Domenica
Stadio, prima analisi a caldo dopo il fischio finale
per raccogliere commenti e sensazioni dei protagonisti in
campo.
Novità in vista anche per
La7, dove il neo direttore
alla programmazione sportiva
Darwin Pastorin, dopo il
successo di
Il gol sopra Berlino, come ci aveva
anticipato nell’
intervista
rilasciataci a luglio, condurrà un programma di
approfondimento in onda in seconda serata,
Le
partite non finiscono mai, che si avvarrà di una
nutrita schiera di opinionisti ed esperti - tra cui il
portiere della Juventus Gigi Buffon - e di
due primedonne
che però, con le varie Canalis & co., hanno ben poco da
spartire:
Cristina
Fantoni e Carolina Morace.
Per il suo nuovo
Processo
in onda su 7Gold, Aldo Biscardi punta sul debutto di una
nuova statutaria bellezza,
Mara Cocchini, che spera
di entrare nel cuore degli
aficionados dell’ormai
quasi trentennale “tribunale” del massimo campionato,
come prima di lei Federica Ridolfi e Deborah Salvalaggio.
Insomma, piacciano o non piacciano, è certo che le presenze
femminili sono ormai una
costante dei nostri
programmi sportivi. È però ampiamente
finita
l’era della "
bella silenziosa", a cui era
chiesto unicamente di sorridere: oggi
intervengono al
dibattito e “torchiano” al pari degli esperti
giornalisti, che non possono più vantarsi di avere il
monopolio della discussione.
ELZEVIRO Corto Maltese, letteratura disegnata
di
Antonella Lombardi
«Penso che le donne sarebbero meravigliose se tutto potesse
cadere nelle loro braccia senza cadere nelle loro mani».
E' una delle frasi di
Corto Maltese, personaggio
dell'omonimo fumetto creato da
Hugo Pratt e ora in
mostra
al complesso del
Vittoriano a Roma.
Curata da
Vincenzo
Mollica, amico e appassionato lettore di Hugo Pratt, che
più volte lo ha intervistato, la mostra si articola in
sette
sezioni, pari ai grandi temi delle sue creazioni: il
mare,
le
donne, l'
amicizia, la
letteratura,
la
magia, l'
avventura, gli
addii.
E' un viaggio all'interno dell'arte del fumettista, in quel
mondo nutrito da migliaia di libri, film, carte geografiche,
vecchie illustrazioni, figurine, colori, appunti scritti
ovunque, tracce di storie mai finite, dialoghi, schizzi,
strisce che aspettavano di essere disegnate e facevano
sempre parte del bagaglio di Hugo Pratt.
Proprio in occasione di un'ultima intervista rilasciata a
Vincenzo Mollica nel 1995, Pratt definì il fumetto «
letteratura
disegnata», per riconoscergli la dignità di un'arte a
tutti gli effetti, spesso sminuita o considerata minore.
Oltre alla vasta produzione di tavole per i libri a fumetti,
è nella dimensione dell'
acquarello che l'artista
Hugo Pratt si trova più a suo agio. Veloce da eseguire,
facile da trasportare in viaggio, di grande impatto
evocativo e libertà interpretativa, l'acquarello presenta
le caratteristiche ideali per la personalità grafica,
artistica e itinerante di Pratt: una tecnica congeniale,
perché esso è un'arte della velocità. Al servizio della
contemplazione.
In mostra, oltre alle tavole storiche e agli acquarelli più
significativi, sono esposte anche
opere inedite e le
astrazioni pittoriche di tre serie di serigrafie. Un
percorso avvincente che guida lo spettatore all'interno
dell'immaginario di Hugo Pratt, delle sue avventure vissute
e incarnate dal marinaio anarchico
Corto Maltese,
antieroe
per eccellenza,
leggendario per ironia, curiosità,
gusto dell'avventura, libertà e indipendenza, lontano da
ogni pregiudizio, in continuo movimento, da Venezia a
Samarcanda.
Come sottolinea il sindaco di Roma
Walter Veltroni,
infatti, «Hugo Pratt è riuscito a fondere l'immagine e la
parola in un tessuto narrativo di indubbia qualità, cosicchè
tutta l'opera di Hugo Pratt vive di questa fusione e
contiguità
letteraria, il cui risultato massimo è rappresentato
proprio da Corto Maltese».
C'è tempo
fino al 15 ottobre per scoprire,
a Roma,
la letteratura disegnata da Hugo Pratt e che vanta, tra i
suoi estimatori anche lettori come
Umberto Eco, che
di Corto Maltese ha detto: «Quando ho voglia di rilassarmi
leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi
leggo Corto Maltese».
DONNE La rabbia e l’orgoglio di
Tiziana Ambrosi
Lo spazio di questa settimana non vuole essere un commosso e magari ipocrita
ricordo, ma un omaggio ad una
giornalista e scrittrice che, nel bene e
nel male, è stata un punto di riferimento nel secolo scorso ed in quello da
poco iniziato.
La notizia della
morte di
Oriana Fallaci ha forse colto tutti un
po’ di sorpresa, abituati come eravamo, nel sentirla nominare, alle sue
fiammate
d’Oltreoceano.
Una vita sempre in prima linea, da quando, ragazzina, si unisce alla Resistenza.
Fa della
scrittura la sua passione e la sua vita. Dalla cronaca locale al
giornalismo attivo, prima all’
Europeo, poi al
Corriere
della Sera. E lo fa spesso lontano dalla scrivania e in mezzo alle
pallottole
e alle granate della guerra: il Vietnam, la guerra indo-pakistana, il Sudamerica
– dove rimase ferita e fu creduta morta - e il Medio Oriente.
Anticonformista e mai ligia al potere, con grande coraggio – che, come
ripeteva spesso, non significa non avere paura, ma avere paura e affrontarla –
sostenne le proprie idee e la propria identità.
Impossibile non ricordare l’intervista all’
Ayatollah, davanti al
quale si tolse e gettò il velo impostole dal nuovo regime teocratico per
concedere l’intervista.
Una bibliografia ricchissima, con temi trattati sempre da un punto di vista
molto ravvicinato:
Un uomo, dedicato al suo compagno Alekos Panagulis,
Lettera
ad un bambino mai nato,
Insciallah, sul Libano, solo per citarne i
capisaldi. Dopo quest’ultimo scritto, un silenzio durato undici anni,
squarciato dagli aerei che si abbattevano sulle Torri Gemelle. Una reazione
immediata di stupore, ansia,
Rabbia e Orgoglio: ne nasce un lungo
articolo al
Corriere che si trasforma in un romanzo, la cui eco toccherà
ogni angolo del pianeta.
Razzista, Cassandra,
xenofoba, solamente
realista;: tante
le opinioni su Oriana. Tutte con la stessa dignità. Si può essere d’accordo
o meno, ciascuno a seconda della propria sensibilità. Ma le si deve indubbio
riconoscimento per aver sollevato il problema e per averci
spinto a
riflettere, a sviscerare i problemi e
prendere una posizione.
Ed è questa la caratteristica di un grande giornalista.
Oriana Fallaci è stata sepolta nel cimitero degli Allori di Firenze, con una
copia del
Corriere e il Fiorino d’Oro donatole da Zeffirelli.
Un’onorificenza che Firenze, la sua Firenze, le ha sempre negato.
Parafrasando il collega giornalista Vittorio Zucconi, gli scritti della Fallaci
erano “
trasversali”, letti tanto dagli ammiratori, quanto dai
detrattori.
Forse il migliore epitaffio per un giornalista.
TELEGIORNALISTI
Angelo Cimarosti, un direttore cronista
di
Giuseppe Bosso
Angelo Cimarosti, nato a Porta Ticinese 41 anni fa, è
direttore del telegiornale di Canale Italia dal gennaio
2005.
Ha iniziato in radio e televisione nel 1986. Dal 1988 al
1993 ha lavorato come inviato per i programmi sportivi di
Telemontecarlo, girando il mondo in lungo e in largo. Ma la cronaca e il
reportage videogiornalistico, telecamera in mano, è la sua
passione. Dopo un paio d'anni alla conduzione del
Tg7
di Telecity - Italia 7, è passato a Sei Milano, la
televisione all news lombarda, prima come capocronista, poi
come caporedattore e per quattro anni direttore del
telegiornale e condirettore dell'emittente.
Dal 2002 al 2004 cronista al
Gazzettino di Venezia,
sempre con la cronaca e le inchieste nel mirino. Attualmente
collabora con lo stesso giornale, con
Repubblica Affari
& Finanza e con
Studio Aperto.
Ama andare in moto, il mondo del vino, Venezia, e cerca di
non perdersi mai una bella mostra d'arte. Pensa che molto
della vita sia nel
Canzoniere di Saba.
E' soddisfatto della sua esperienza come direttore del tg
di Canale Italia?
«Sono contento di avere iniziato questa avventura un anno e
mezzo fa, ma non sono soddisfatto, non è nella mia natura.
Certo, abbiamo triplicato gli ascolti, ma vedo sempre molto
più quello che c'è da fare che quello che è stato fatto.
L'orgoglio per la formazione di tanti giovani colleghi in
gamba c'è, come accadde quando dirigevo l'informazione di
Sei Milano, che per me resta un'esperienza meravigliosa».
Passando sul satellitare la sua emittente ha acquisito un
bacino di utenza più ampio rispetto agli inizi: cosa
comporta per una redazione in termini di carichi di lavoro e
di qualità del servizio?
«In realtà è molto difficile capire di quanto sia ampio
questo bacino, visto che gli ascolti, per noi, vengono quasi
tutti tarati sui risultati in etere terrestre. Però quando
arrivano email, per esempio, dai nostri soldati in
Afghanistan, ci si rende conto delle potenzialità del
mezzo, nel bene e nel male. Per questo è meglio il bene, che significa
un'informazione equilibrata, attenta, critica verso i propri immancabili
pregiudizi».
Quali sono i segreti per dirigere efficacemente una
redazione come la sua?
«Capire che non siamo né Rai né Mediaset e che il
pubblico si aspetta qualcosa di diverso. E' l'unico sistema
perché sintonizzarsi sul nostro tg non sia un'esperienza
casuale di un telecomando impazzito ma una scelta precisa.
Incoraggiare i giovani videogiornalisti con attrezzatura
professionale ma leggera è poi una scomessa che so di poter
giocare sempre, dal 1995, quando
Zona Reporter di Sei
Milano importò il metodo e lo stile in Italia».
Nell'ultimo anno non sono stati pochi i casi di cronaca
portati tristemente alla ribalta, dalla morte del piccolo
Tommaso ai recenti fatti di Brescia: qual è, a suo
giudizio, il compito dei media in questi frangenti, tra il
diritto alla riservatezza delle persone e il dovere di
informare costantemente il cittadino?
«Molto semplice: le notizie bisogna raccontarle, che
piaccia o no. Bisogna farlo ricordandosi che si parla di
umane tragedie, e che si devono avere barriere etiche molto
superiori a quelle che possono essere erette dai limiti di
legge. L'importante però è non fare della legge sulla
privacy, eccessivamente restrittiva, un totem intoccabile. A
volte è semplicemente uno strumento che aiuta i potenti e
gli arroganti a nascondere le loro malefatte. So che non
tutti saranno d'accordo, ma credo che il comportamento delle testate giornalistiche, a parte pochissime eccezioni
(alcuni programmi di cronaca "a sensazione" e
alcuni quotidiani locali a caccia di copie) sia in genere più
che corretto».
Quali crede potranno essere i benefici che l'informazione
trarrà dallo sviluppo di nuove tecnologie come il digitale
terrestre e in che modo dovranno essere recepiti dagli
addetti ai lavori?
«Il mezzo per me non è il fine. Contano solo i contenuti.
Facciamo bei programmi, bei servizi, e lasciamo i nuovi
media a quello che devono essere: dei contenitori, nel
nostro caso, di informazioni. Ci diano la possibilità di
scegliere senza cartelli e monopoli, poi si vedrà».
E' sempre acceso il dibattito sul rapporto tra politica e
informazione; nella sua emittente avvengono e come sono
gestite eventuali pressioni politiche?
«Se mi arrivassero pressioni farei finta di non
accorgermene. Se mi costringono ad accorgermene, me ne vado.
Sono e resto un cronista, racconto e chiedo di raccontare
quello che vedo o che si vede, nulla di più né di meno».
OLIMPIA
Azzurre nella storia
di
Mario Basile
E’ un anno d’oro per lo sport italiano nei tornei
iridati. Dopo la vittoria al
mondiale di calcio dei
ragazzi di
Lippi
e le ottime prestazioni dell’
Italbasket, ecco che
arriva anche la conquista della
Federation
Cup, la
Coppa
Davis femminile.
E' un risultato storico quello raggiunto dalle nostre
azzurre
Francesca
Schiavone,
Flavia
Pennetta,
Roberta
Vinci e
Mara
Santangelo, che, capitanate da un mostro sacro del
tennis italiano come
Corrado Barazzutti, sono
riuscite nell’impresa di battere in finale a
Charleroi
il temibile
Belgio della stella
Henin.
E’ la prima volta che il tennis femminile italiano sale
sul tetto del mondo.
Trent’anni fa fu la volta
degli uomini che in
Cile vinsero la
Coppa Davis.
Curiosità: uno di quei quattro azzurri che componevano la
squadra era proprio Barazzutti. Portafortuna o no, ha
scritto la storia del tennis in Italia.
Una finale tirata, quella disputata dalle nostre ragazze.
Come era prevedibile il doppio è risultato decisivo per le
sorti dell’incontro. Troppo forte la Henin per la
Schiavone e la Pennetta, e troppo inesperta, invece, la
generosa ventenne
Flipkens per la Santangelo e la
Schiavone. Si è arrivati così al doppio sul punteggio di
2-2.
Per il match decisivo non c’è la Pennetta, vittima di
problemi al polso. E’ un brutto colpo per la nostra
squadra. Roberta Vinci, però, la sostituisce degnamente e
al termine dei primi due set si è in parità:
1-1.
Al terzo arriva il colpo di scena: Justine Henin si fa male
al ginocchio e si ritira. La festa delle azzurre può
cominciare.
Non si può certo negare che la dea bendata sia stata dalla
nostra parte: l’
infortunio della Henin ha
praticamente deciso la sfida. Tuttavia non va dimenticato
che le italiane sono state capaci di battere in trasferta
due ottime squadre come
Francia, 4-1 a Nancy, e
Spagna,
3-1 a Saragozza. Una squadra capace di questo, la fortuna se
l’è saputa meritare. E allora complimenti ragazze, gli
applausi sono tutti per voi.
L’unica nota dolente viene dall’Italia. Il match finale,
infatti, è stato trasmesso solo su
Raisport Satellite
e senza telecronaca. Colpa dello sciopero indetto dai
giornalisti sportivi di “mamma Rai” proprio il giorno
del doppio. Si fosse trattato di una partita di calcio di
uguale importanza sarebbe successo lo stesso?