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Telegiornaliste anno II N. 35 (67) del 2 ottobre 2006
MONITOR
Alessia Da Canal, giornalista della Laguna
di
Giuseppe Bosso
Alessia Da Canal, giornalista professionista nata a Mestre, conduce il
telegiornale per l’emittente veneta Televenezia. Ha iniziato negli anni ’80
collaborando con Teleregione, Televenezia, Telenuovo, Tmc, e l’emittente
radiofonica Rds.
Com'è iniziata la sua carriera e com'è arrivata a Televenezia?
«Vengo da una lunga gavetta. Iniziai per caso nel 1987, attraverso un
conoscente che faceva le riprese; cominciai collaborando con un’agenzia che
curava il tg per Teleregione, “Asterisco informazioni”; poi per tre anni ho
lavorato a Televenezia e per dieci a Telenuovo, e collaborando anche con Tmc e
Rds; poi, due anni fa, sono ritornata a Televenezia, dove avevo anche diretto il
telegiornale nel ’92».
Ritiene le emittenti locali una buona palestra per gli aspiranti giornalsiti?
«Sicuramente, a maggior ragione in questi tempi in cui il mestiere sta
cambiando radicalmente, e lo posso ben dire io che mi sto trasformando in una
vera e propria “telereporter”, dovendomi occupare non solo della
realizzazione dei servizi, ma anche della regia e del montaggio. Non avrei mai
creduto di farlo, dopo quasi vent’anni di carriera; e non è certo facile per
me, malgrado abbia un marito che lavora nel settore (ride,
ndr)».
Si è occupata di temi come salute e benessere; ritiene che allo stato
attuale siano trattati in maniera adeguata dai media, visto il proliferare di
programmi a tema, oppure bisognerebbe migliorarne la qualità?
«Penso che dato l’interessamento del pubblico occorrerebbe trattare il tema
in maniera più didattica, informando maggiormente lo spettatore prima di tutto
sull’ABC della sanità e poi soffermarsi sulle opportunità da cogliere nelle
varie strutture».
Ritiene che nella sua professione si sia realizzata la parità tra i sessi,
oppure per una donna ci sono ancora molti "paletti"?
«Se lei intende dal punto di vista dell’avanzamento delle carriere e delle
retribuzioni, la mia risposta è senz’altro negativa. E io, ahimè, ne so
qualcosa: quando sono stata in maternità, al rientro ho dovuto accettare dei
veri e propri ruoli part-time, con tutto quello che ne è seguito. Se invece
parliamo di competenze e di ruoli, qui direi che le cose per noi donne sono
decisamente migliorate nel tempo».
Su quali aspetti punta principalmente: professionalità, simpatia o bellezza?
«Professionalità anzitutto; la simpatia, in un lavoro che ti espone al
pubblico, è un altro fattore determinante. Quanto alla bellezza, beh, non
saprei risponderle» (le faccio notare come sul forum abbia tantissimi fans, ndr…)
Rispondo io a lei: il forum di Telegiornaliste ospita moltissimi suoi fans,
che apprezzano spesso anche la sua bellezza... A questi ammiratori vorremmo far
conoscere anche le sue aspirazioni per il futuro.
«Temo di non poter certo più aspirare a lavorare per grandi emittenti come Rai
e Mediaset. Diciamo che mi accontento di quello che sto facendo, sperando che il
futuro mi porti delle buone proposte, che naturalmente dovrò valutare
attentamente».
Riesce a conciliare lavoro e affetti con un mestiere impegnativo come il suo?
«Purtroppo non è sempre facile, non ci sono orari prestabiliti e questo
inevitabilmente mi porta spesso a dovermi allontanare dai miei cari.
Collegandomi alla sua domanda di prima, vorrei aggiungere questo: che per il
futuro spero mi vengano proposti più programmi di approfondimento, con ritmi più
flessibili, che mi consentano di prendere quegli attimi di respiro necessari per
potermi dedicare alla mia famiglia».
CRONACA IN ROSA Tra politica e libertà di scelta
di
Erica Savazzi
Il video messaggio di Piergiorgio Welby, copresidente
dell’
Associazione
Luca Coscioni, immobilizzato dalla distrofia muscolare,
che chiede l’eutanasia, e ancora di più l’
intervento
del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha
esortato ad affrontare la questione, ha scatenato la
loquacità dei nostri uomini politici.
Tranne i Radicali, tutti si sono affrettati a chiarire che
di
eutanasia non si può nemmeno parlare: al massimo
si può discutere del
testamento
biologico proposto da Umberto Veronesi, sul quale ormai
sarebbero quasi tutti d’accordo.
Quando si parla di questi temi – che siano eutanasia o
aborto – le dichiarazione sono sempre le stesse:
tutti
a favore della Vita. E, ovviamente, tutti che si
fanno sentire (è ricomparso anche il disperso Buttiglione),
con la sgradevole sensazione che intervengano con lo stesso
spirito di quelli che dicono “Vado subito dal dentista così
mi tolgo il pensiero”.
Fatta la dichiarazione,
tolto
il pensiero. E dopo che tutti hanno “esternato” si
ritorna
al silenzio, in Parlamento si affrontano altre questione
e le Eluana Englaro e i Piergiorgio Welby vengono
dimenticati.
Se questo è l’atteggiamento sarà arduo fare passi avanti
in questioni delicate come quelle di bioetica.
Pensiamo al
testamento biologico: ci sono già
accordi tra medici e avvocati, ma la legge per il
riconoscimento ufficiale delle volontà del singolo è solo
all'inizio dell'iter di approvazione. Cosa si sta
aspettando?
La magistratura, tramite le sentenze sul caso di Eluana, la
ragazza in coma vegetativo da quattordici anni a causa di un
incidente stradale, se ne lava le mani, la politica
"esterna", e poi gira la testa dall’altra parte.
E’ una tematica delicata, dove
tutto si confonde:
chi vuole lasciare le persone con la loro sofferenza e
negare loro la possibilità di decidere in nome della
"vita" è un cattolico, quelli che vorrebbero
introdurre l’eutanasia diventano assassini. Regna la
paura
di dire la parola sbagliata al momento sbagliato, di perdere
voti, di essere attaccati dagli avversari.
Con la paura non si fanno buone leggi. E nello stesso tempo
chi vorrebbe porre fine a una esistenza dolorosa non viene
preso in considerazione. Non è anche questa una violazione
alla
libertà personale?
FORMAT
Anno zero, il ritorno di Santoro
di
Stefania Trivigno
«Bene, buonasera. Capisco tutti quelli che sono
dall’altra parte, sono un po’ impazienti, in fondo hanno
dovuto aspettare quattro anni e
quattro anni sono
lunghi. Però poi alla fine siamo qui, stessa rete, stessa
ora. Insomma, ce l’abbiamo fatta […]. Noi, nel nostro
Paese abbiamo una Costituzione e questa Costituzione dice
che […] tutti hanno diritto a manifestare liberamente il
proprio pensiero. L’informazione deve essere libera e
senza censura».
Ha esordito così
Michele
Santoro nella prima puntata del suo nuovo programma
Anno
zero in onda sulla seconda rete
Rai in prima
serata. Attesissimo il suo rientro, un po’ per le cause
che lo avevano portato ad abbandonare il giornalismo, un
po’ perché tutti si aspettavano un commento, sia pur
minimo, sull'
episodio di censura che ha interrotto il
suo lavoro.
E Santoro non ha deluso i telespettatori: il suo disappunto
è arrivato subito, senza esitazioni. Appellandosi
all’articolo 21 della
Costituzione
italiana, Santoro ha rivolto, nella prima puntata, un
pensiero a
Enzo
Biagi,
Sabina
Guzzanti e
Daniele
Luttazzi.
Dalla prima puntata incentrata sull’
immigrazione a
Milano, alla seconda sulla camorra e la difficile
situazione sociale napoletana, Santoro torna a fare quel
giornalismo
di inchiesta al quale aveva abituato il suo pubblico.
Tornano i reportage, i piccoli documentari che descrivono
realtà sociali spesso ignorate.
Si affrontano tematiche scottanti taciute a volte per
convenienza. Si sottolinea che nella realtà non è sempre
tutto bianco o nero, ma esistono svariate sfumature che
meritano di essere raccontate.
E a raccontarle sono, oltre ai servizi degli inviati, gli
ospiti
in studio. Alcuni, le sfumature le vivono nella
quotidianità; altri ospiti, invece, pur non avendoci
direttamente a che fare, le conoscono bene e hanno le
argomentazioni utili a trattarle per farle comprendere al
pubblico.
Uno di questi è
Marco
Travaglio, ospite fisso della trasmissione insieme con
la giornalista
Rula
Jebreal, che approfondisce gli argomenti trattati
intervistando gli ospiti in studio e facendo loro anche le
cosiddette "domande scomode".
Ancora una volta è mamma Rai a rinunciare a qualche reality
a vantaggio dell'informazione. Lo dimostra anche il ritorno
di
Milena
Gabanelli e del suo
Report,
in onda tutte le domeniche su
Rai3.
ELZEVIRO
Il Nuovo Mondo di Crialese
di
Antonella Lombardi
Fiumi di latte, ortaggi giganti, alberi carichi di
monete: l'
America dei primi del '900
sognata dagli
emigranti era così, complici astuti fotomontaggi
dell'epoca. Non “parole di carta”, come venivano dette
le lettere mandate a casa, piene di bugie consolatorie
raccontate ai familiari per nascondere, con pudore, le
difficoltà incontrate nel "nuovo mondo".
Il
film di Emanuele Crialese,
Nuovomondo,
vincitore del
Leone d'argento all'ultima mostra del
cinema di Venezia, racconta l'odissea vissuta da una
famiglia di emigranti siciliani, i Mancuso, allevatori e
contadini delle Madonie, sedotti dalle immagini che
promettono ricchezza, dapprima indecisi: partire o restare?,
è la domanda insistente, quando ad emigrare eravamo noi
italiani, in cerca di fortuna, in fuga dalla fame.
I Mancuso barattano i propri animali in cambio di vestiti,
per arrivare “in ordine” all'appuntamento con il
Nuovomondo. Affrontano un viaggio stremante in terza
classe su una nave della speranza, alla ricerca di un sogno.
Una volta sbarcati ad Ellis Island, però, test brutali
attendono i nuovi arrivati e
matrimoni combinati sono
pronti per giovani quanto ignare donne, insieme a pratiche
ed esperimenti di eugenetica finalizzati a
selezionare
una razza migliore.
All'anteprima nazionale del film, tenutasi a Palermo, il
regista ha detto che «a torto si è ritenuto finora che i
primi esperimenti di eugenetica fossero quelli praticati dai
nazisti nei lager».
Grazie ai documenti d'archivio consultati, infatti, Crialese
ha potuto studiare e mostrare il lato oscuro dell'America di
quel periodo, un
Nuovomondo che nel film non si vede
concretamente, ma si sogna, si immagina, avvolto com'è
dalla nebbia sul ponte di una nave carica di aspettative e
sofferenze.
Un Paese che in realtà ghettizza ed isola i meno abili, gli
ignoranti,
sfrutta uomini e donne come fossero
macchine
da assemblare, giudica intere masse di umili lavoratori
con strumenti del tutto inadeguati e incomprensibili ai loro
occhi, come i test di logica. Ancora, divide affetti e
speranze, come si vede nella splendida immagine della nave
in partenza che si stacca da una banchina del porto, già
gremita di aspiranti “americani” in attesa del prossimo
imbarco.
Un cast di tutto rispetto,
500 le comparse argentine
che hanno reso incredibile l'atmosfera sul set grazie ai
propri ricordi familiari legati a quel momento storico. Il
regista racconta, ad esempio, il pianto dirotto di una delle
comparse che ricorda un trauma già vissuto mentre gira una
scena: nel bel mezzo di una traversata oceanica affrontata
insieme ai propri genitori scompare il padre. Il dolore
della madre è così grande che all'arrivo in porto sarà
completamente calva.
Inevitabili, infine, i riferimenti ai
nuovi immigrati.
In proposito il regista ha detto: «L'Europa dovrebbe
aiutarci di più; cento anni fa in America erano più
organizzati di noi e non rimandavano quei disperati indietro».
DONNE
Tra favola e realtà: la principessa Sissi
di
Stefania Trivigno
Capelli lunghi e neri, occhi vispi e carattere che poco aveva a che fare con il
resto della discendenza. Ma Elisabetta, per uno strano scherzo del destino,
diventa l'
imperatrice d’Austria e
regina di Ungheria, per gli
adulti; la
bella e misteriosa principessa Sissi per i più piccoli.
Elisabetta nasce a
Monaco
di Baviera la notte del Natale 1837 e cresce fra le mura regali di una
famiglia
di duchi e
principi. Sua madre, principessa Maria Ludovica, era
figlia di
Massimiliano di Wittelsbach re di Baviera, suo padre, invece,
ne era il Duca.
La storia della vita di Sissi, permeata di intrecci e di drammi, sembra quasi la
trama di un film.
Ragazzina ribelle, dagli atteggiamenti a volte poco
regali, un po’ goffa e ingenua, debutta in società a soli quindici anni,
quando
Francesco
Giuseppe I imperatore d’Austria,
folgorato dalla semplicità e
dalla
spontaneità di Sissi ne chiede la mano.
Così Elisabetta e Francesco Giuseppe
convolano a nozze nel 1854: lei
aveva appena 17 anni. Dal loro matrimonio, in apparenza felice, nascono
quattro
figli. Ma i numerosi
impegni politici di Francesco Giuseppe, che lo
distraggono dalla giovane sposa, e la
perdita della figlia Sofia, morta a
soli due anni, mettono a dura prova lo spirito di Sissi.
Diventa triste, malinconica e nostalgica. Cerca diversivi lontano dalla reggia:
fa viaggi in Europa durante i quali scrive
poesie,
esprimendo le emozioni che le suscitano quei posti nuovi.
Proprio quando sembra che la vita inizi a sorriderle di nuovo,
Rodolfo,
il primogenito, si toglie la vita, chiudendo il triste capitolo dei lutti che ha
caratterizzato la vita della principessa: due figli, un cugino, un cognato e una
sorella, tutti scomparsi nell’arco di pochi anni.
Sissi non riesce più a riprendersi: si chiude in se stessa, lontana dal marito.
Trascorre gli ultimi anni della sua vita in assoluto isolamento, fino a quando
un
anarchico italiano decide di pugnalarla con uno stiletto. E’ il
1898.
Oggi la principessa Sissi è viva non solo grazie ai manuali di storia, ma anche
grazie al cinema, alla letteratura e alle mostre che le vengono dedicate. In
particolare, il
castello di Schoenbrunn
ne racconta la storia attraverso un percorso guidato fra i corridoi, le stanze,
i luoghi frequentati. Gli abiti lussuosi, i gioielli, la camera da letto, la
vasca nella quale ogni mattina era solita fare il bagno in acqua gelata, la
spazzola con la quale dava i cento colpi ai suoi capelli lunghi fino ai
polpacci.
In
Austria
ancora tutto parla di lei: la
prima donna alla guida di un grande impero,
ma meglio descritta e ricordata come una donna provata dal destino, ma mai
piegata dalle avversità.
TELEGIORNALISTI
Angelo Macchiavello, giornalista, non
eroe di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 1994,
Angelo Macchiavello è
entrato nella redazione di
Studio Aperto dieci anni
fa.
Per il tg di Italia1 segue i maggiori fatti di cronaca ed è
inviato di guerra.
E' stata lunga la strada fino a Studio Aperto?
«Abbastanza. Dopo gli inizi in cui mi occupavo di
realizzare documentari sulla natura e sui popoli lontani,
partecipai alla nascita dei tg Mediaset quando individuai in
Studio aperto quello che poteva fare al caso mio, in
quanto aveva bisogno di gente disposta a viaggiare molto».
Per antonomasia Italia 1 è l'emittente dei giovani e
anche il suo telegiornale è fatto su misura. In cosa vi
differenziate dagli altri notiziari?
«Abbiamo una struttura particolare, andando in onda in
orari diversi rispetto agli altri tg. Il pubblico
dell'edizione delle 12.30 è abbastanza variegato, mentre
quello dell'edizione serale è soprattutto giovane, per
questo cerchiamo di trattare gli argomenti in maniera
diversa, come la politica. Diamo molto spazio alla cronaca e
ai personaggi. Soprattutto però cerchiamo di dare voce alla
gente, come è capitato ultimamente per la vicenda dei
"Bambi" del Piemonte, una campagna che direi ha
funzionato benissimo. Penso sia una formula vincente, visto
che gli ascolti, a quanto so, da anni sono costantemente in
crescita».
Nel tuo blog
sul sito di Studio aperto racconti l'esperienza molto
forte che hai vissuto a Bassora durante la guerra. Cosa hai
cercato di trasmettere ai visitatori del sito?
«Quando tornai dall'Iraq rimasi allibito nel vedere come la
gente che incontravo per strada mi dicesse di essere stata
in pensiero per me mentre mi vedeva lì, quasi fossi un
eroe, cosa che non sono. Per questo ho voluto raccontare la
mia esperienza cercando di far capire alla gente che i
giornalisti che si recano nelle zone di guerra non sono
eroi. Per me essere giornalista è appunto raccontare ciò
che vedo coscientemente».
Quali sono le caratteristiche per poter affrontare
esperienze come questa, oltre ovviamente alla grande
predisposizione per il viaggio anche in zone a rischio?
«Occorre molta curiosità. Andare a raccontare la guerra
non è certo facile e di solito il direttore di telegiornale
sceglie colui che reputa il migliore. C'è sicuramente
paura, ma il fatto che ti venga chiesto è indice che c'è
fiducia in te, che si crede che tu abbia una marcia in più.
Ho fatto, come puoi vedere, molta gavetta, una cosa che i
giovani di oggi non amano molto. Per il resto, ti ripeto,
occorre una grande curiosità e predisposizione al viaggio e
una voglia infinita di imparare, che io definisco
"sindrome di ornitologo".
Sicuramente andare in zone di guerra è molto toccante, ma
io, in verità, considero l'esperienza più profonda e
toccante di quelle di cui mi sono occupato quella della
morte di Papa Giovanni Paolo II, molto più profonda di
andare a seguire una guerra per poi essere considerato dalla
gente un eroe».
Di fronte a esperienze atroci come appunto la guerra in
Iraq o a fatti di cronaca dolorosi, quale deve essere
l'atteggiamento giusto per il buon giornalista
nell'adempimento del suo dovere nei confronti del pubblico?
«Distaccato. Se sei un cronista devi raccontare i fatti per
come si sono svolti senza farti coinvolgere, altrimenti
rischieresti di sbagliare, sia, ad esempio, nell'occuparti
di un delitto, provando pena per l'assassino e convincendoti
che sia innocente o viceversa che sia colpevole. E'dura, ma
ormai, purtroppo, con queste vicende ho fatto il callo».
Hai lavorato anche con Ambrogio Fogar. Che ricordo hai di
lui?
«Un grande uomo che aveva un grande problema: non era
simpatico a tutti, cosa che lo faceva soffrire non poco. Gli
devo molto, perché avevo lavorato già sulla carta stampata
con lui e quando fui assunto a Mediaset, nel 1989, mi diede
un grande aiuto. Ricordo che una volta l'
Espresso
pubblicò un articolo in cui era indicato tra i personaggi
più antipatici della televisione, e lui ci rimase molto
male. Mi chiese:
Ma sono davvero così antipatico?.
No, non era affatto antipatico, anzi, era una persona molto
simpatica malgrado non lo desse a intendere».
Se tua figlia volesse intraprendere la tua strada, come
ti porresti nei suoi confronti?
«Per mia figlia questo problema non si pone, visto che il
suo sogno è fare l'architetto e per questo farà il liceo.
Altrimenti sarei stato molto felice se avesse voluto seguire
la mia strada, così come io ho seguito quella di mio padre,
morto purtroppo quando ero molto piccolo e che quindi non mi
ha potuto essere d'aiuto così come avrei potuto esserlo io
con lei (attenzione, ho detto aiutare, non raccomandare!)
nel darle i giusti consigli sul mestiere che reputo il più
bello del mondo, ma che al tempo stesso ti pone davanti a
sacrifici e rinunce. Soprattutto dal punto di vista
affettivo, e te lo posso dire io che ho alle spalle due
divorzi e una convivenza, nonché un altro figlio in arrivo,
a gennaio, a cui metterò il nome di mio padre. Che sia lui
la terza generazione dei Macchiavello?».
OLIMPIA
L'impresa di Paolo
di
Mario Basile
Non è la prima volta che su queste pagine ci ritroviamo ad
esaltare le imprese e le ottime prove dei nostri azzurri,
impegnati quest’anno nei campionati mondiali delle
rispettive discipline. Una settimana fa, infatti, dopo l’
Italia
di Lippi, abbiamo raccontato la
vittoria
nella Fed Cup delle tenniste azzurre.
Neanche il tempo di godersi la soddisfazione ed ecco
arrivare un
altro successo: Paolo Bettini è
campione
del mondo di ciclismo. Per il ciclista toscano è il
coronamento di una carriera straordinaria.
Ed eccolo sul podio il nostro
campione. Alza le
braccia al cielo, mastica la medaglia d’oro che ha al
collo per capire se è reale o si tratta di un sogno. Sì
Paolo, è tutto vero. Quella maglia bianca con le righine
colorate, sogno di tutti i ciclisti, è proprio tua.
Chissà se da ragazzino l’aveva già immaginato, Bettini,
di arrivare sul
tetto del mondo, quando sgambettava
in bici per le strade de
La California, la frazione
di
Bibbona
vicino
Livorno,
dove è cresciuto. I suoi non volevano: troppo pericoloso
per un bimbo avventurarsi su due ruote in strade così
trafficate. Ma la passione
non si comanda e Paolo
addirittura approda alle gare. A sette anni
vince la
sua prima corsa.
Sarà la prima di una lunga serie. Da dilettante vince
tantissimo: i suoi scatti sono agili e taglienti, come le
movenze di un
grillo: sarà proprio questo il
soprannome che lo accompagnerà lungo la carriera.
Diventa professionista nel
’97. Pochi anni da
gregario, a scuola di ciclismo con un grande capitano:
Michele
Bartoli. Nel
2000 la svolta: vince la
Liegi
– Bastogne - Liegi. Arriveranno poi le tre
Coppe
del Mondo (2002, 2003, 2004), un’altra
Liegi –
Bastogne – Liegi (2002), due
campionati italiani su
strada (2003, 2006) e soprattutto l’
oro olimpico
di
Atene
2004. Gli mancava solo il mondiale - ed eccolo servito.
Bettini non è molto noto al grande pubblico. Nel ciclismo
va così: chi vince il
Tour
o il
Giro
può anche diventare una divinità, gli specialisti delle
classiche
rischiano sempre e comunque di finire nel
dimenticatoio.
Ma a Paolo non importa. Lui conosce il suo valore e la
grandezza delle sue imprese. Anche gli avversari glielo
riconoscono. Emblematici i complimenti fattigli da
O’
Grady a fine gara: «Tu sei sempre grande, di fronte a
uno come te bisogna soltanto mettersi in ginocchio».
Il ciclista toscano intanto non ha intenzione di fermarsi
qui: «Mi butterò in pista, nelle sei giorni. E poi mi
manca ancora un Fiandre…». Insaziabile Bettini: i
campioni, del resto, sono fatti così.