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Telegiornaliste anno II N. 36 (68) del 9 ottobre 2006
MONITOR Simona Sessa, giornalista di notte di
Giuseppe Bosso
Prima di approdare al giornalismo,
Simona Sessa ha lavorato per tanti anni come
cubista nei locali campani e di tutta Italia. Si è inoltre distinta come
conduttrice tv in emittenti locali della Campania.
Poi, tante partecipazioni televisive, cinematografiche e teatrali, come showgirl
e attrice.
Conduttrice della trasmissione
Trendy night, in onda sul canale
satellitare All tv, è anche regista, e ha da poco realizzato un corto dal
titolo
Il grido dell'anima.
Cubista, conduttrice e giornalista; una carriera molto variegata, ma da cosa
nasce la tua scelta di occuparti principalmente della tematica legata al mondo
della notte?
«Dal fatto di averlo vissuto come protagonista, il mondo della notte, avendo
fatto per anni la cubista nei locali napoletani; naturalmente non potevo
continuare fino a 35 anni! Mi è sempre piaciuto viverlo in positivo; iniziai a
fare la giornalista, seguendo le orme di mio padre, giornalista del quotidiano
Il
Mattino, che lasciai, per poi riprenderlo. Mi sono quindi trasferita nelle
Marche, dove inizialmente avevo qualche problema non essendoci molto da
scrivere. Poi sono riuscita pian piano a impormi e a proporre la mia
trasmissione, una novità per quella zona».
Cosa ti affascina del by night e come cerchi di porti nei confronti
dei personaggi che intervisti?
«Cerco di andare a fondo, scoprire la persona interiormente; molti, diciamolo,
sono solo personaggi di facciata, ma ho anche avuto belle sorprese, scoprendo
persone interiormente ricche».
Ritieni che il futuro della televisione sia nel satellitare? E questo può
aiutare ad emergere giovani promesse come te?
«Sicuramente è un ambiente diverso dalle grandi reti; c’è più spazio per
chi vuole proporsi, non devi sgomitare per emergere. Oltre a scrivere per un
quotidiano e a condurre il mio programma mi occupo anche della regia, e ho
realizzato un corto per un festival. Mi piacerebbe affermarmi come videomaker».
Il mondo delle discoteche viene spesso guardato con diffidenza: quali aspetti
cerchi di evidenziare, magari per far cambiare idea al pubblico?
«E’ importante trasmettere ai giovani valori positivi, sia di giorno che di
notte; il divertimento deve essere vissuto in maniera pulita e, se vogliamo,
sensibilizzante: è questo che cerco di fare nella mia trasmissione. Il lavoro,
lo studio, nella vita sono importantissimi, ma occorre anche concedersi quegli
attimi e quei momenti di svago per ritemprare lo spirito e il corpo».
L'immagine è davvero così importante per emergere oppure la professionalità
è di gran lunga la carta vincente?
«L’immagine è fondamentale, non neghiamolo. La preparazione e la
professionalità sono essenziali, ma se non hai una buona immagine con cui
proporti inizialmente è dura affermarsi; poi, chiaramente, se è tutto quello
che hai, rischi di diventare un personaggio di facciata, cosa che non voglio
certo essere».
Quali sono le tue aspirazioni future?
«Come ti dicevo, tengo molto al mio corto: è il mio sogno per il futuro,
realizzare video diretti anche al mio attuale pubblico, il pubblico del mondo
della notte, per dare uno sbocco visivo, oltre che musicale, alle mie
sensazioni. La storia si intitola
Il grido dell’anima, e ne è
protagonista una bellissima ragazza che a me ricorda molto la Claudia Cardinale
dei primi tempi; la ragazza si trova catapultata nel mondo del by night in un
momento di profonda confusione interiore, ne subisce gli aspetti negativi ma poi
riesce a ritrovare se stessa e ad uscirne. E' così che voglio trasmettere
un'immagine positiva del mondo della notte»
Come concili la vita privata con il tuo lavoro, ancora più impegnativo per
via degli orari notturni?
«Io ritengo che vita privata e lavoro possono conciliarsi. Dovevo sposarmi lo scorso anno ma per
un motivo gravissimo il matrimonio è saltato. Ero pronta eccome all’altare come
lo sono adesso ma lui non era quello giusto. Così mi sono buttata nel lavoro a
capofitto. Ovviamente se ora trovassi l’uomo giusto non esiterei a metter su
famiglia».
CRONACA IN ROSA Un muro ci salverà di
Erica Savazzi
Se ventisette anni fa i muri si abbattevano con ogni mezzo
possibile, oggi i governi i
muri li costruiscono in
nome della
sicurezza. E’ di pochi giorni fa il via
libera del Senato americano alla costruzione di una barriera
lunga più di mille chilometri lungo il confine messicano.
Scopo dichiarato: mettere un freno all’
immigrazione
clandestina che si riversa soprattutto in
California.
Aveva destato scalpore nel 2002 la decisione di
Israele
di costruire un muro di separazione nei territori
palestinesi della Cisgiordania: Gerusalemme
tagliata
a metà, bambini per cui era diventato quasi impossibile
andare a scuola, famiglie separate. Grandi polemiche e un
ricorso alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia
che ha dichiarato
illegale
la barriera. Anche in questo caso i miliardi spesi nella
costruzione sono considerati investimenti nella sicurezza:
il muro dovrebbe impedire
attacchi terroristici in
Israele.
In Italia, nel nostro piccolo, abbiamo il
muro di Padova
a separare spacciatori e cittadini per bene. E’ durato
poco però: il sindaco ha annunciato il suo abbattimento
quando tutti gli abitanti dei palazzi di via Anelli saranno
stati trasferiti altrove.
Un muro ci salverà? Ci sarà sempre qualcuno che troverà
il modo di
superare l’ostacolo fisico. Ma la
barriera di cemento rappresenta un
modo semplicistico di
risolvere un problema, una sorta di “lontano dagli
occhi, lontano dal cuore”: se non vedo l’immigrato
clandestino non vedo neanche la povertà che lo ha spinto ad
attraversare un continente per trovare un lavoro.
La storia insegna che l’isolazionismo e l’autarchia non
hanno mai pagato. L’esperienza dice che più si rifiuta il
confronto più si rischia lo scontro. Il muro è una
soluzione semplice, populistica – a volte anche popolare
– che indica
debolezza e paura.
FORMAT Lo showman rubato al giornalismo
di
Nicola Pistoia
Marco
Liorni nasce come giornalista, ma sono la sua passione
per la tv e il mondo dello spettacolo a prevalere. Dopo
qualche trascorso come inviato e conduttore del rotocalco
Verissimo,
alterna la conduzione di programmi giornalistici a quelli
d’intrattenimento come
Angeli,
Trenta ore per la
vita,
Medici,
Amici e
Modamare a Capri.
Da cinque anni è l’irriducibile inviato del reality show
Grande
fratello.
In attesa di rivederlo nuovamente impegnato fuori dalla
porta della casa più spiata d’Italia, Marco Liorni è
tornato al suo grande amore: la radio. Ogni fine settimana,
infatti, conduce un programma su
Rds.
Come e quando è nata la tua passione per il giornalismo?
«E' genetica. Mio padre è stato giornalista per una parte
della sua vita. Anche io l'ho fatto, solo per un periodo,
perché da qualche anno faccio il presentatore».
Un uomo a 360 gradi, prima la carta stampata, poi la tv e
ora la radio: dove ti senti a tuo agio?
«In realtà nella carta stampata ho avuto pochissime
esperienze. E dire che scrivere è la cosa che mi piace di
più! In radio e televisione mi trovo bene, ma sono due
mezzi molto diversi: in tv sei più al servizio dello show,
in radio puoi esprimere meglio quello che vuoi comunicare».
Nonostante questo non sei più giornalista: ci puoi
spiegare come si sono evolute le cose?
«L'Ordine dei giornalisti ha le sue sacrosante regole e io
da molti anni non vi appartengo più per l'ottima ragione
che non pratico quel mestiere. Non posso e non voglio
fregiarmi dell'appartenenza alla categoria quando il mio
lavoro è un altro. Certo però resta in me la formazione
giornalistica, un certo modo di vedere le cose e di
trattarle che ti rimane anche se non sei iscritto all'ordine».
Un pregio e un difetto per ognuna delle donne con cui hai
lavorato: Cristina Parodi, Daria Bignardi, Alessia Marcuzzi
e Barbara D'Urso.
«Cristina Parodi è rassicurante, Daria Bignardi acuta,
Alessia Marcuzzi effervescente, Barbara D'Urso materna. Lo
so, i difetti non li ho detti e sono quelli che forse
interessavano di più, ma sono stato giornalista anche
io...» (ride,
ndr).
Come vedi il tuo futuro?
«Ho una sensazione: sarà diverso dal presente».
Un sogno nel cassetto?
«Poter portare in tv il linguaggio che si riesce a usare in
radio. In parte ci sono riuscito con
Angeli».
Cosa consiglieresti alle nuova generazione: entrare nel
mondo del giornalismo o in quello dello spettacolo?
«Il consiglio è ascoltarsi, capire bene quello che si è e
poi intraprendere con decisione la strada che si sente più
vicina alla propria natura. Altri calcoli sono quasi sempre
inutili e sballati».
Prossimi appuntamenti con la tv?
«Mi rivedrete alla conduzione della nuova stagione di
Medici
e come inviato al
Grande Fratello. Tutto però nel
nuovo anno».
ELZEVIRO
Il Premio Elsa Morante 2006 di
Giuseppe Bosso
Si è tenuta nel tardo pomeriggio di sabato 30 settembre,
nel suggestivo scenario del
Teatro di Corte del Palazzo
Reale, in una
Napoli in fermento per la Notte
bianca, la ventesima edizione del
Premio
Elsa Morante. Un appuntamento ormai consolidato, che
raduna in Campania le più prestigiose firme della nostra
letteratura e che anche quest’anno non ha tradito le
attese.
La giuria, presieduta da
Dacia Maraini e composta da
altri illustri firme quali
Francesco Cevasco,
Santa
Di Salvo,
Tjuda Notarbartolo,
Maurizio
Costanzo e
Paolo Mauri, ha premiato i personaggi
che si sono distinti nella narrativa, con un premio
assegnato ex aequo a
Elena Pianini Belotti per
Pane
amaro e a
Boris Biancheri per
Il quinto esilio.
Per la letteratura impegnata il vincitore è stato
Gomorra
di
Roberto Saviano; per la comunicazione, a furor di
popolo, il conduttore di
Ballarò,
Giovanni Floris,
che ha ricevuto il premio dal presidente della Giunta
Provinciale Dino Di Palma e ha interloquito con la
presidente sul tema della politica nei media.
Per la carriera teatrale,
Gigi Proietti; e, per la
rappresentatività della regione, il direttore del centro
Rai partenopeo,
Francesco Pinto.
Non sono mancati gli ospiti illustri, tra i quali
Lucio
Dalla e le attrici
Piera Degli Esposti e
Deborah
Caprioglio, che durante la manifestazione hanno letto
alcuni passi delle opere premiate e un’introduzione
dell’illustre scrittrice a cui è intitolata la rassegna.
E anche le istituzioni, nella persona del sindaco
Rosa
Russo Jervolino e del governatore
Antonio Sassolino,
non sono state da meno.
Sono anni difficili, questi, per la città di Eduardo e Totò,
alle prese con problemi spesso drammaticamente portati alla
ribalta dalle cronache: i delitti di camorra e le incertezze
che con frequenza spingono i giovani a cercare fortuna
altrove. Ma dietro questa facciata ce n’è anche
un’altra, combattiva e propositiva, che non vuole
rassegnarsi al declino, e lotta per emergere giorno per
giorno. Ed è proprio questo l'aspetto che il
Premio
Morante vuole portare alla ribalta, come la stessa
Maraini ha avuto modo di affermare nei giorni scorsi.
«Il
Premio Elsa Morante - ha detto la scrittrice -
celebra la
grande narrativa, ma non solo. La scelta
di lavorare intorno ad un concetto di cultura molto ampio ci
ha portato, quest’anno, a riflettere intorno al
tema
italiano della comunicazione, a quello mondiale dell’
emigrazione,
dell’
esilio, dell’
altro, e, visto il
momento delicato della città ospite, anche sulla
questione
Napoli, che, come tutte le civiltà, può essere nutrita
e salvata dalla comprensione e l’azione, la tolleranza e
cultura».
Cultura che trova indubbiamente nei vincitori validi
esponenti, a dimostrazione di un legame consolidato con
questa città che negli anni più bui necessita di
importanti segnali di luce per il presente e per la speranza
del futuro.
DONNE
L’India in bollicine di
Erica Savazzi
Dal primo di ottobre,
Indra Nooyi, è a capo di una delle aziende
americane più conosciute al mondo. Il Consiglio di amministrazione della
Pepsi
Cola l’ha infatti chiamata alla carica di
amministratore delegato e
presidente della società, nella quale lavora dal 1994.
Indra Nooyi rappresenta l’
India in fase di sviluppo, quella degli
ingegneri, dei programmatori di software richiesti in tutto il mondo, delle
rinomate università scientifiche. Non a caso si è
laureata in matematica e
fisica a Madras, ha ottenuto un
master in marketing a Calcutta e
successivamente ha concluso la sua formazione negli Stati Uniti, alla
prestigiosa
Yale.
Fortune l’ha inserita tra le (sole) dieci donne alla direzione di una
delle imprese più importanti degli USA e un’altra rivista,
Forbes,
l’ha
annoverata
tra le cinquanta donne più influenti del mondo.
Pur avendo molte
esperienze internazionali è orgogliosa della sua
origine
indiana e sottolinea il ruolo determinante dell’educazione ricevuta in
patria nel suo successo.
«Donna e anche straniera: bisogna essere più intelligenti di tutti gli altri»,
ha dichiarato Indra, che ha brillantemente superato gli handicap iniziali
dell'essere donna in una società caratterizzata dal “soffitto di vetro” e
per di più straniera in un Paese estero.
Tra tutte le sue doti la più apprezzata è la
capacità strategica:
un’intelligenza acuta le permette di analizzare la realtà e di visualizzare
le
possibilità future di crescita dell’azienda. E’ stata infatti lei
a portare PepsiCo sulla via della differenziazione del prodotto tramite
l’acquisizione di alcune società operanti nel mercato degli snack.
Indra ce l’ha fatta: speriamo che come lei ce ne saranno molte altre.
TELEGIORNALISTI
Antonio Pascotto, l'amore per la radio
e la tv di
Nicola Pistoia
E’ iniziato tutto con la radio. Una passione che non ha
mai veramente accantonato. Era il 1976, aveva solo 14 anni.
La radio lo affascinava moltissimo: il potere della voce, il
suono della parola, l’energia della musica. Iniziò a
condurre programmi per i più piccoli in una radio della sua
città, Avellino. E in quegli anni si consolidarono le prime
amicizie professionali con personaggi oggi alla ribalta
nazionale: Gigi Marzullo, Salvatore Biazzo, Gianni Porcelli.
Oggi tutti giornalisti Rai. Aveva 18 anni quando gli rimase
impresso il racconto di una tragedia improvvisa e terribile:
il terremoto del 1980. Attraverso le trasmissioni
radiofoniche
Antonio metteva in contatto gli irpini che
vivevano all’estero con i familiari in provincia. Fu la
sua prima vera palestra di giornalismo. Poi l’esperienza
con quotidiani e settimanali locali. Le televisioni private.
Nel 1993, dopo anni di gavetta, arriva il
Tg4, dove
oggi svolge le funzioni di vice caporedattore.
Antonio, ti sei mai pensato in panni diversi da quelli
del giornalista?
«Ritengo utile ogni tipo di esperienza. Sono sempre alla
ricerca di cose diverse, di stimoli nuovi. Si, ogni tanto ci
penso. Sempre in ambito televisivo mi piacerebbe organizzare
un settore come quello delle innovazioni tecnologiche. Tv
digitale, Iptv, la televisione via Internet. Credo molto
nello sviluppo tecnologico. Per il conseguimento della
laurea in Scienze della Comunicazione ho presentato una tesi
su televisione e pubblicità nell’era digitale».
Come vede il futuro del giornalismo italiano?
«Il futuro è legato, come dicevo, alle nuove tecnologie.
Internet ha modificato spazio e tempo. Poi i blog, i
giornali telematici, la tv on demand e quella che l’utente
può costruirsi su misura, personalizzata. L’hanno capito
i guru della televisione come Murdoch, che ha investito
tantissimo su Internet. E anche in Italia Mediaset punta
molto sul digitale e su Internet. Si parla sempre di più di
comunicazione circolare, in cui tutti i media svolgeranno il
loro ruolo. Tv, radio, giornali, Internet, si cercano, si
incontrano, si intrecciano gli uni con gli altri. E’
questo il futuro. E i giovani devono approfittarne, e
sfruttare le potenzialità di questo modo nuovo di
comunicare».
Che ricordo ha del suo primo articolo?
«Era un pezzo pubblicato da un settimanale locale, edito da
un gruppo radiofonico. Parlavo di Edoardo Bennato. Dovevo
commentare un suo concerto. L’emozione era forte. Anche
perché sono sempre stato un fan del cantautore napoletano.
Conservo ancora l’articolo, come una reliquia. Il mio
primo servizio. Da custodire, gelosamente, nell’archivio
personale dei ricordi».
Cosa risponde a chi giudica il tg in cui lavora troppo
“di parte?”
«Il
Tg4 è un notiziario equilibrato, misurato,
equidistante. Chi lo dice che è troppo di parte?
Scherzo, ma mica tanto. Schierarsi apertamente, come hanno
fatto alcuni autorevoli quotidiani in occasione delle ultime
elezioni politiche, è espressione di grande onestà e
professionalità. Il resto sono solo chiacchiere. Dietro
ogni redazione ci sono uomini che hanno le loro idee,
esprimono pareri, commentano. Il
Tg4 è il primo tg
italiano che ruota attorno a un direttore anchorman. Succede
anche in America con programmi di grande successo condotti
da personaggi come Dan Rather. Prendere posizione, in questi
casi, è inevitabile»
Quali sono i tg, che guarda con particolare attenzione e
ammirazione?
«Tutti. Li guardo tutti, indistintamente. E devo
riconoscere che in Italia i telegiornali sono confezionati
davvero bene. Da quelli Rai a quelli Mediaset. Anche a La7 e
a Sky News 24 fanno un ottimo lavoro».
Quali tra i suoi colleghi e le sue colleghe anche di
altri tg apprezza maggiormente?
«L’elenco è lungo. Non è una questione di nomi. In
Italia ci sono davvero ottimi giornalisti».
OLIMPIA Intervista a Rita Guarino
di
Mario Basile
«Il calcio ha rappresentato un’esperienza di vita, un
percorso di crescita, un terreno fertile sul quale
sperimentarmi ed esprimermi. Nel mio sito internet,
RitaGuarino.com, scrivevo che la visione che ho del calcio e
dello sport in generale è simile ad un grosso teatro, dove
gli attori inscenano drammi di vita quotidiana assaporando
gioie, accettando sconfitte e prendendo coscienza delle
molte contraddizioni. Ed è per questa ragione che nello
sport, a mio parere, si crea quello spazio educativo ed
emotivo che ci aiuta a crescere e ci prepara alla vita,
offrendoci la possibilità di sperimentarci dentro confini
protetti». Risponde così, Rita Guarino, a chi le chiede
cosa ha dato il calcio alla sua vita.
Attaccante dal grande fiuto del gol, secondo gli esperti è
stata una delle più
grandi giocatrici italiane. La
sua carriera si è chiusa quest’estate, sedici anni dopo
l’esordio in A con la maglia della Juventus. Sei anni
prima invece, sempre in maglia bianconera, era arrivato
l’esordio assoluto. Adesso Rita insegna calcio ai ragazzi
del
Torino.
Un mondo complicato quello del calcio giovanile, dove i
ragazzi molto spesso, caricati di grosse responsabilità dai
propri cari,
perdono il gusto di divertirsi giocando.
«Questo è un tema molto delicato e controverso. Purtroppo
non riguarda solo il calcio, ma coinvolge tutto lo sport
giovanile. Secondo un dato Istat del 2000, circa la metà
dei ragazzi e delle ragazze tra gli undici e i quattordici
anni che praticano un’attività sportiva, abbandonano
intorno ai diciotto anni. Questo fenomeno, che si chiama
drop out, è causato da vari fattori, come le crisi
adolescenziali, le difficoltà scolastiche, la monotonia
degli allenamenti, ma soprattutto la mancanza di
divertimento».
«E’ mio parere - prosegue Rita - che, specialmente per
chi lavora nei settori giovanili, uno degli obiettivi
principali nei programmi di allenamento sia quello di
sviluppare e mantenere un livello elevato di desiderio nella
partecipazione alle attività, insieme ad una migliore
gestione e informazione rivolta alle famiglie sugli effetti
positivi dello sport orientato alla crescita personale e non
alla vittoria a tutti i costi».
Un compito decisamente arduo quello dell’allenatore.
Conquistare la
fiducia di un gruppo non è semplice.
Figuriamoci se una donna si trovasse a guidare una squadra
maschile. Ne sarebbe capace? «Da un punto di vista
“meritocratico” le donne potrebbero sicuramente assumere
ruoli guida all’interno di team maschili, ma in termini
pratici questa possibilità viene negata a priori. A tale
proposito Salvini, nel 1982, scrisse:
Quando si voglia
giustificare l’inferiorità sociale di un gruppo umano si
ricorre all’espediente di invocare la naturalità di tale
condizione».
Rita Guarino è anche una
psicologa. E nello sport,
si sa, l’approccio mentale è alla base di tutto.
Un’eccessiva pressione può essere fatale. Viene da
chiedersi, però, se uomini e donne la vivano allo stesso
modo. «In passato sono stati effettuati diversi studi al
riguardo - ci dice Rita. La pressione sportiva, correlata al
concetto di stress, causa ansia da prestazione che si può
manifestare sottoforma di ansia, insicurezza, e talvolta
palpitazioni e tachicardia. Alcune ricerche hanno dimostrato
che le donne sono più inclini alla paura di perdere, in
quanto la previsione di un possibile insuccesso comporta
sempre il timore di una ferita narcisistica, una diminuzione
dell’autostima e una svalutazione sociale. Più di quanto
non accada negli uomini».
Riprendiamo il tema “
calcio femminile”: una
disciplina che in Italia cerca a tutti costi di guadagnare
visibilità. Secondo Rita «nel nostro Paese il calcio
femminile può migliorare dappertutto. Devono farlo la
federazione, le società, i dirigenti, gli staff tecnici, le
atlete. Come? Non lo so, ma provocatoriamente potrei
azzardare delle ipotesi: importando nuovi concetti, nuove
metodologie, nuovi strumenti operativi ma soprattutto nuove
risorse umane da altri sport o da altre nazioni, un tempo
considerati minori e che oggi si possono definire
all’avanguardia. Manca la cultura sportiva, ma questo non
solo nel calcio femminile. Un altro modo è quello di
rendere obbligatorio, alle società professionistiche, il
settore giovanile femminile e almeno una squadra iscritta ad
un campionato nazionale».
Qualche tempo fa
Gaucci voleva ingaggiare una donna
per farla giocare nel campionato maschile col suo
Perugia.
«Perché mai una donna dovrebbe giocare a calcio con gli
uomini? Non possiamo neanche parlare di pari opportunità in
quanto le donne, “morfologicamente” meno forti,
partirebbero svantaggiate. Direi fantascienza allo stato
puro, è evidente, in questo caso, la strategia
strumentalizzante e manipolativa costruita a scopo
pubblicitario».
Un calcio, quello dei colleghi uomini, che in Italia sta
attraversando un momento delicatissimo: «Gli eventi degli
ultimi mesi hanno aperto una grossa crepa, una ferita che
per molti appassionati non si è ancora rimarginata. Non oso
e non voglio pensare a ulteriori ripercussioni, preferendo
fissare, in una memoria indelebile, il mondiale appena
trascorso in cui un gruppo vincente, guidato da un grande
leader, ha saputo esprimere forza, tenacia e volontà nel
perseguire i propri obiettivi».
Chiudiamo la nostra chiacchierata con Rita chiedendole un
piccolo bilancio della sua carriera e qualche ricordo. «Un
aneddoto che ricordo con piacere? Nel 1990 quando ero alla
Juventus, eravamo in viaggio per la trasferta dell’ultima
di campionato a Faenza. Una gara importante che, nel caso di
vittoria, ci avrebbe permesso l’accesso alla fase finale
di Roma contro l’Acireale per il passaggio in serie A.
Dopo una breve sosta in autogrill, tutta la squadra era
salita sul pullman e aveva preso il largo in autostrada per
proseguire il viaggio. Il tutto accadeva sotto i miei occhi
sbigottiti: ero appena uscita dal ristoro! Ero incredula. A
bordo c’era anche mio padre, all’epoca dirigente, eppure
non era uno scherzo: si erano dimenticati di me. Sedici anni
fa, il telefono cellulare era un privilegio per pochissimi
eletti, di conseguenza non potevo contattarli né essere
contattata. Mi sono seduta sui gradini e ho aspettato per più
di un’ora fino a quando da lontano ho visto arrivare con
fare affannato due dirigenti che, dopo aver corso o
camminato frettolosamente per cinque o sei chilometri, erano
venuti a ripescarmi. Al mio ritorno in pullman sono stata
assalita e caricata dalle più scanzonate delle prese in
giro con cori e canzoni create ad hoc per l’ennesima
disavventura, stavolta capitata a me. Pare che l’aneddoto,
ricordato a più riprese, portasse bene, ma per mia fortuna
la trasferta di Roma fu fatta in treno e senza nessun
autogrill nei paraggi conquistammo la serie A».
Rita conclude la nostra chiacchierata così: «Cosa ho dato
io al calcio femminile? Spero e mi auguro di aver lasciato
qualcosa, sia in qualità di atleta sia in qualità di
“persona” dentro l’atleta stessa. Apprendere
dall’esperienza e trasferirla al servizio degli altri
credo sia il modo migliore per restituire ciò che abbiamo
ricevuto».
Rita Guarino è nata a Torino il 31 Gennaio 1971. Ha giocato
nella serie A femminile dal 1991 al 2006 con le maglie di
Juventus, Reggiana, Monza, Cascine Vica, Lazio, Verona e
Torres. Con la squadra sarda ha chiuso l’attività
agonistica. Nel 2000 ha partecipato alle gare finali del
campionato 1-A Womens League con il Maryland Pride (USA).
In carriera ha vinto cinque Campionati Italiani, sei Coppe
Italia, due Supercoppe Italiane, una Italy Uefa Women's Cup.
In Nazionale ha collezionato 99 presenze e realizzato 35
reti. Con la maglia azzurra ha partecipato ai Campionati del
Mondo del 1991 e del 1997, agli Europei del 1993, 1997 e
2001.
Laureata in psicologia, oggi, oltre a collaborare col
centro
studi interdisciplinare Keiron, allena i ragazzi del
Torino Calcio.