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Telegiornaliste anno II N. 38 (70) del 23 ottobre 2006
MONITOR Cristina Stanescu, giornalista animalista
di
Nicola Pistoia
Questa settimana abbiamo incontrato per i lettori di
Telegiornaliste Cristina Stanescu di
Studio Aperto.
Quando e come ha iniziato ad appassionarsi al giornalismo?
«Ho iniziato al secondo anno di università. Avevo lasciato da un anno la Bocconi
e optato per filosofia. Conscia del fatto che una laurea in questa materia non
mi avrebbe portato molto lontano, ho iniziato a collaborare gratuitamente per un
giornale del Canton Ticino:
La Gazzetta Ticinese, pensando di cominciare
così ad accumulare esperienza. Scelta premiante perché a 23 anni oltre alla
laurea potevo vantare tre anni di collaborazioni fisse, tra carta stampata e
televisione (Telecampione), vantando una marcia in più rispetto agli altri
neolaureati. La scelta è caduta sul giornalismo come ripiego. Ho sempre voluto
scrivere ma pensavo che non sarei riuscita a campare solo con i romanzi.
Così ho coniugato la passione per la scrittura con un mestiere che mi sembrava
più accessibile e sicuro... mi sembrava, perché non lo è di certo! Poi, scrivendo
e scoprendo la televisione è nata la vera passione per il giornalismo, che
ancora, grazie al cielo, non si è spenta».
Le piace il lavoro di inviata o anche lei aspira alla conduzione del tg?
«Ho avuto modo di condurre tante trasmissioni, da piccoli spazi locali,
regionali a prodotti nazionali, da
Planet a
Fuego a
Bellavita,
su Italia1. Il video è senza dubbio un'attrattiva e dà molta soddisfazione sul
piano personale.
La vita quando si è riconosciuti è molto più facile. Ma dipende tutto dal
carattere. Per me quel poco di popolarità à stata un incubo. Se si è timidi
credo che andare in video per condurre sia una forzatura. Nel mio caso l'innaturalità
del ruolo mi faceva sentire a disagio, esattamente come se fossi su un palco
a recitare una parte che non mi corrispondeva, senza sentire d'altra parte di
portare un contributo ai contenuti che esponevo. Credo insomma che il conduttore
sia un mestiere a parte, per cui si deve essere tagliati. Un giornalista non
deve esserlo a tutti i costi. Altra cosa andare in video per raccontare quello
che si vede. Questo lo faccio volentieri perchè la mia faccia, la mia voce, i
miei occhi commentano una situazione viva che ho davanti e non si rivolgono a
una telecamera cieca. In questo caso la mia apparizione in video mi sembra
naturale e giustificata perchè aggiunge valore al racconto, facendomi sentire
maggiormente in sintonia con la realtà».
A chi ritieni di dovere di più professionalmente?
«Agli operatori di ripresa che mi hanno insegnato l'abc delle immagini».
Voi giornalisti di Studio Aperto montate i servizi da soli: è
impegnativo?
«Sì, è impegnativo ma estremamente creativo e stimolante».
Come riesce a conciliare il lavoro di giornalista con la vita privata?
«Riesco perfettamente, avendo un marito giornalista che condivide i miei tempi e
problemi. E poi non ho sempre la valigia in mano. Durante la gravidanza, ad
esempio, sono stata sempre in redazione».
Chi apprezza di più fra le sue colleghe giornaliste, anche di altri tg?
«Non ho mai avuto muse. Guardo, imparo, cerco di non copiare e di crearmi uno
stile mio».
E' nota a tutti la tua passione per gli animali...
«Sì, una passione nata da piccola e portata avanti con costanza. Il lavoro non è
fine a se stesso, non dico debba essere una missione, ma il fare e l'aver fatto
qualcosa per loro, denunciando maltrattamenti e abusi in televisione mi ha fatto
sentire umanamente più utile e professionalmente più matura».
Un consiglio a chi volesse intraprendere questa dura strada?
«Buttarsi senza ascoltare i menagramo ma fuggire ugualmente il mito della
televisione, del faccionismo, dei privilegi. Se si va in un tg solo per fare la
bella statuina si rischia una vita professionale infelice».
CRONACA IN ROSA
Fashionset alla
Centrale Montemartini
di
Silvia Grassetti
La moda e il cinema hanno in comune la capacità di far
sognare. Come evidenzia la mostra
Fashionset. Sessant’anni
di produzione della Sartoria Annamode per il set, aperta
fino al 26 novembre prossimo al
Museo della Centrale
Montemartini di Roma.
L’iniziativa è presentata nell’ambito della festa
internazionale del cinema di Roma.
Fashionset vuole attirare l’attenzione sul rapporto
di confidenza e
scambio reciproco fra moda e costume,
protagonisti incontrastati dell’alto artigianato italiano,
l'
italian style, che tutto il mondo ancora ci
riconosce: la moda sia come fonte di ispirazione sia come
prodotto finale per il film, e il costume sia come
riproduzione fedele sia come interpretazione artistica della
moda di un periodo.
Claudia Cardinale nel
Bell’Antonio, Sophia Loren di
Matrimonio all'italiana, Liza Minnelli e Ingrid
Bergman di
Ninà, fino a Scarlett Johansson e Helen
Hunt in
A good woman: attrici italiane e straniere,
interpreti del cinema d’autore e dei grandi classici della
cinematografia nazionale e internazionale hanno indossato
gli oltre
cinquanta costumi di scena ideati dai
costumisti per il grande schermo, capolavori di artigianato
sartoriale, frutto di una ricerca sullo stile e sulla moda
del ventesimo secolo.
L’allestimento, che si sviluppa su isole poste al centro
dello spazio espositivo, permette al visitatore di
percorrere una sorta di
viaggio attraverso il tempo,
alla riscoperta di mode, storie e personaggi di film
ambientati nel secolo scorso. Corpo centrale di queste
installazioni sono i pannelli, sui quali le immagini di
scena dei film e le informazioni di regia fanno da
suggestivo sfondo ai costumi.
Ogni spazio delle isole è dedicato ad un'epoca,
corrispondente a quella dell'ambientazione del film, dai
primi del ‘900 agli anni ‘60. Sulle pareti scorci della moda
di quel periodo: fotografie, rotocalchi, immagini delle
sfilate: i pannelli esplicativi raccontano come e perché è
cambiata la moda e l’utilizzo degli accessori.
Ma anche, più in generale, grazie alla segnalazione di
curiosità, che tipo di influenza hanno avuto la musica,
l’arte, l’architettura, la politica, sul mondo della moda e
del costume.
FORMAT L’arte dell’affabulazione
di
Nicola Pistoia
Quando davanti alla tv una piccola luce segna l’inizio del
programma e illumina quella
figura buffa e simpatica,
che sembra uscita da un film anni '50; quando inizia lo show
con parole che ti trasportano subito in un’altra dimensione
o semplicemente in un’altra storia, allora improvvisa arriva
la certezza che nessuno è come
Philippe Daverio.
Un cantastorie affascinante, unico e incantatore che,
partendo da elementi apparentemente minori,
racconta
l’arte e la storia come se fossero una favola, e che, un
po' maestro un po' compagno di giochi, ti prende per mano e
ti conduce in un
mondo ignoto ma sempre più
interessante.
Passepartout, il programma condotto dal brillante
critico d’arte, arricchisce la mente con argomenti e
discorsi semplici ed emozionanti, solleticando quella
voglia di cultura che, remota, vive in ognuno di noi.
Daverio, attraverso i suoi racconti e la sua passione per
tutto ciò che è bellezza, è riuscito a far appassionare
all’arte
milioni di telespettatori, proprio grazie a
un approccio nuovo e diretto.
Dopo averci portato in giro per tutta l’Italia alla scoperta
di ville, palazzi e dimore storiche con
Passepartout -
Viaggia in Italia, lo rivedremo a partire dal
29
ottobre su
Rai3. Ritornerà a raccontare l’arte come ha sempre
fatto, seguendo quel
filo invisibile che lega
passato, presente e futuro. Ritornerà a incantarci con il
suo amore, quasi filosofico, per l’arte, accompagnandoci
sino al
mondo dei sogni. Un mondo ovattato in cui
tutti potranno entrare, grazie al suo geniale
“passepartout”.
ELZEVIRO Non solo grappa
di
Antonella Lombardi
Da vecchio distillato con cui correggere il caffé e vincere
i rigori invernali a
selezione pregiata, coltivata e
inseguita con caparbietà, tra fatica e tentativi andati a
vuoto. La grappa Monovitigno© prodotta dalla
famiglia
Nonino è il prezioso distillato frutto delle vinacce di
un solo vitigno, il Picolit.
Ma è anche il frutto di una battaglia culturale, affrontata
e vinta nella propria terra, il Friuli, contro vecchi
pregiudizi che consideravano la grappa un prodotto di scarso
valore, legato al mondo contadino. Fino al giorno in cui
l’auto di Giovanni Agnelli non si fermò presso gli uffici
della famiglia Nonino per ordinare 48 bottiglie di grappa…
Telegiornaliste incontra
Antonella Nonino che, ai
nostri microfoni, svela il segreto del successo di
un’azienda guidata, in gran parte, da donne.
Signora Nonino, lei è a capo di un’azienda guidata in
gran parte da donne, una felice eccezione nel panorama
imprenditoriale italiano. Quali sono i vantaggi e gli
svantaggi di una scelta del genere, soprattutto per chi si
occupa di un prodotto che, nell’immaginario collettivo,
sembra proprio dell’universo maschile?
«Per le mie sorelle e per me è stata una cosa molto
naturale: da bambine per stare con nostra madre andavamo in
distilleria o nella vigna. Da grandi abbiamo potuto dare un
contributo sempre più importante, fino a trovarci parte
integrante dell’azienda di famiglia. Lavorare in distilleria
non solo è faticoso ma molto affascinante, e da grandissime
soddisfazioni. Le prime volte che nostro padre ci ha
lasciato in mano la conduzione degli alambicchi artigianali
ai nostri collaboratori sembrava strano prendere indicazioni
da delle ragazzine ma poi, dimostrando capacità e
preparazione, non è più stato un problema. Mia madre,
Giannola Nonino, è stata un
pioniera anche in
questo campo e crescendo con il suo esempio non ci siamo mia
poste il problema di essere donne in un universo, per così
dire, maschile».
Lei ha detto: «alla fine degli anni '60 il ceto medio non
avrebbe nemmeno tenuto la grappa nell’armadietto dei
liquori, ci si sarebbe vergognati». Come siete riusciti a
vincere pregiudizi e luoghi comuni che vedevano la grappa
come un prodotto rustico, legato prevalentemente al mondo
contadino?
«E’ stata la
rabbia di vedere la grappa snobbata
perché ricordava il mondo contadino e la
miseria, a
tutto favore dei distillati di produzione straniera come il
whisky e il cognac: mia madre, iniziando a lavorare con il
papà in distilleria, si è innamorata della grappa e ha
trovato il coraggio di iniziare un lavoro di riabilitazione
non solo qualitativa ma anche culturale della grappa, e con
essa di tutto il mondo contadino, tanto che, dopo alcuni
anni di sperimentazione, ha inventato, nel dicembre del
1973, la grappa di singolo vitigno: l’ormai famoso
monovitigno, appunto. I miei genitori iniziarono
l’esperimento con il vitigno Picolit, il più nobile e
rappresentativo del Friuli, proprio per sottolineare il
legame alla loro terra e alle tradizioni di cui erano
profondi conoscitori .
Nei primi anni, anche se la grappa Monovitigno Picolit
Nonino era di ottima qualità, la famiglia si è trovata
contro tutta la categoria dei distillatori friulani, che
hanno cercato di fermarci in ogni modo anche con denunce
anonime. Ma poi il successo del Monovitigno Nonino è stato
tale da spingere i distillatori italiani a seguire l’esempio
Nonino».
Cosa vuol dire oggi promuovere un prodotto artigianale
affrontando costi di produzione sicuramente superiori a
quelli della nuova concorrenza asiatica?
«Per dire la verità non si tratta di grappa di produzione
asiatica. Il vero dispiacere per la famiglia Nonino, dopo
aver trasformato la grappa da Cenerentola a regina dei
distillati internazionali, è di non essere ancora riusciti
ad ottenere una legge che regolamenti la
produzione
italiana che ancora oggi è per l’80% una produzione
industriale. Non solo non c’è regolamentazione di produzione
ma sull’etichetta: la legge permette all’imbottigliatore che
compera la grappa dai produttori industriali, trasformandola
di qualche grado alcolico, di figurare anche lui come
produttore, per cui il consumatore finale non può
distinguere la grappa di qualità da quella industriale.
Noi proseguiamo seguendo la nostra filosofia, che è sempre
stata volta alla ricerca della qualità. Oggi abbiamo una
distilleria unica al mondo, con 66 alambicchi
discontinui a vapore, dove distilliamo con metodo
artigianale in concomitanza alle vendemmie nel rispetto
della tradizione e dei ritmi dell’artigianalità, e riusciamo
ad ottenere una grappa qualitativamente insuperabile».
Non solo grappa, comunque. Nel 1975 nasce il Premio
Nonino, un premio letterario che diventa un vero riferimento
nel panorama letterario internazionale, rigorosamente
autofinanziato per evitare ogni pressione. Tra i suoi
premiati: Leonardo Sciascia, Peter Brook, Jorge Amado, Hans
Jonas, Ermanno Olmi, Mario Soldati, Claudio Abbado, Raimon
Panikkar e altri ancora.
Come nasce l’idea del Premio Nonino e come si trasforma in
un richiamo internazionale così autorevole?
«Dopo aver distillato la Grappa Monovitigno Picolit, i miei
genitori, ricercando le vinacce degli antichi vitigni
autoctoni friulani, scoprirono che i più rappresentativi,
come il Ribolla, sono in via di estinzione, essendone
vietata la coltivazione. Nel 1975, con lo scopo di farli
ufficialmente riconoscere dagli organi nazionali e
comunitari, istituiscono il
Premio Nonino Risit d'Âur,
da assegnare annualmente al vignaiolo che mettesse a dimora
il miglior impianto di uno o più di questi vitigni. Dopo tre
anni riuscimmo ad ottenere l’autorizzazione per questi
vitigni, e nel un regolamento CEE li raccomanda.
Così, con il netto proposito di sottolineare l’attualità
della civiltà contadina, al Premio Nonino Risit d'Âur i miei
genitori affiancano il Premio Nonino di Letteratura: la
Giuria era presieduta da Mario Soldati e composta, fra gli
altri, da Padre David Maria Turoldo, Gianni Brera e Luigi
Veronelli, tutti amici della famiglia.
Negli anni il premio letterario diventa sempre più
importante. Oggi la giuria oggi è presieduta da Ermanno Olmi
e composta tra gli altri da
Claudio Magris, dal
premio Nobel Naipaul, Peter Brook e dal poeta Adonis. La mia
famiglia sostiene il premio e lo organizza direttamente,
perciò la giuria non subisce la pressione delle case
editrici ed è una giuria libera».
Nell’ultima edizione del Premio i riconoscimenti sono
andati allo scrittore Gavino Ledda, autore di Padre padrone,
ma anche all’associazione Madri di Plaza de Mayo, guidate da
Evel Aztiarbe De Petrini. Quale il significato di questa
scelta?
«Con queste scelte il premio Nonino ha voluto celebrare
coloro che per
sete di giustizia mettono a
repentaglio eroicamente la loro esistenza. Le madri di Palza
de Mayo, e lo stesso Gavino Ledda, sfidando l’arroganza e la
protervia del potere sono diventati un simbolo».
In particolare, la testimonianza di Evel Aztiarbe ha
commosso l’intera platea. Che ricordi ha dell’evento?
«Un momento emozionalmente molto forte, un esempio di
coraggio che non potrò mai dimenticare e come sottolineato
da Claudio Magris durante la premiazione, uno dei momenti
più altri della storia del Premio Nonino».
DONNE
Una vita accanto al Fuerher
di
Tiziana Ambrosi
Alcune donne sono indissolubilmente legate al nome dell'uomo che hanno scelto di
avere accanto, nel bene e nel male.
E se l'uomo è
Adolf Hitler, il nome che subito colleghiamo è quello di
Eva Braun. La prima domanda che viene in mente è come una donna possa
decidere di vivere accanto ad una persona che, storicamente, è quella che più si
avvicina all'idea di Male.
Fatto sta che Eva ricercò in maniera
quasi disperata il legame con Hitler,
arrivando per due volte a tentare il
suicidio.
Nacque in una famiglia piuttosto semplice nel 1912 in una cittadina bavarese.
Viene descritta come piuttosto frivola, interessata più alla
moda e ai
trucchi che non alla disciplina o alle arti verso le quali i genitori la
spingevano.
Dopo un breve periodo in un istituto cattolico, torna a casa decisa a
rivendicare la propria indipendenza.
Risponde a un annuncio economico e inizia a lavorare per un fotografo, Heinrich
Hoffmann, molto vicino a un partito astro nascente, il
partito nazionalsocialista.
E' proprio grazie a Hoffman che Eva Braun
conosce il Fuehrer, con il
quale inizia ben presto una
relazione, di nascosto dalla famiglia, che
non vedeva di buon occhio gli estremismi del giovane austriaco.
Il partito cresce, Hilter è sempre più impegnato e ricerca le attenzioni di
altre donne, spesso intellettuali. Eva si sente
trascurata e tenta di
spararsi, ma viene trovata ancora cosciente dalla sorella.
Nel 1939 le truppe tedesche entrano in Polonia. E' l'inizio della
Seconda Guerra Mondiale. Eva sa che non c'è più tempo per le altre donne e
ormai trasferitasi accanto al suo uomo,
comincia un'altra vita. Passa le
giornate comprando vestiti, cosmetici, prendendo il sole e facendo ginnastica.
Ma per la Germania le cose cominciano a girare per il verso storto, l'umore e la
salute del Fuehrer ne risentono. In un veloce crescendo la
situazione
precipita, la nazione tedesca è accerchiata sui tutti i fronti. Hitler torna
a Berlino e si rifugia nel bunker della Cancelleria.
Eva decide di seguirlo di sua volontà.
La fine è ormai chiara, la Germania è sull'orlo della disfatta. Eva ottiene quel
che più ha cercato nei lunghi anni della sua relazione con Hitler:
nel bunker
finalmente diventano
marito e moglie. Anche se per un solo giorno.
Sotto una Berlino ormai ridotta a un cumulo di macerie, li attendono
due
capsule di cianuro.
TELEGIORNALISTI Andrea Sarubbi,
televisione da pensare
di
Giuseppe Bosso
Incontriamo con piacere
Andrea Sarubbi, conduttore della trasmissione
A sua immagine e vecchio amico di
Telegiornaliste.
Da un anno hai sostituito Lorena Bianchetti nella
conduzione di A sua immagine: sei soddisfatto di
questa esperienza?
«In realtà faccio parte dello staff della trasmissione dal
’99; prima che Lorena lasciasse l’anno scorso, ci
alternavamo nella conduzione; adesso, ovviamente, è
aumentato il mio impegno con la Rai, per cui ho lasciato
Radio Vaticana e ora lavoro in televisione a tempo pieno,
non solo come conduttore ma anche come autore».
La tua trasmissione è ormai un punto forte della
programmazione Rai come programma dedicato alla fede: che
ruolo possono ricoprire questi temi in tv negli anni
consacrati al reality e all’immagine esibita a tutti i
costi?
«La nostra trasmissione serve a far pensare. La televisione,
quando fu inventata, inizialmente svolgeva principalmente un
ruolo educativo, soprattutto con Alberto Manzi, che con il
suo programma insegnava l’italiano a tutti. Negli anni,
ahimé, questo ruolo è andato progressivamente perdendosi; ma
noi della Rai, come servizio pubblico, dobbiamo svolgere
proprio un lavoro in tal senso, ed è quello che fanno, ad
esempio, programmi come
Mi manda Raitre. Come puoi
vedere, la nostra trasmissione cerca anche di venire in
aiuto di chi ne ha bisogno, per esempio le strutture che si
occupano di disabili. Ultimamente abbiamo fatto una puntata
sul Libano mostrando le difficoltà che incontrano i
cristiani di questo Paese. Una cosa molto bella e che mi
piace sottolineare è la grande disponibilità del pubblico e
soprattutto la fiducia che ha in noi: un signore barese di
88 anni mi ha mandato un assegno che abbiamo girato alla
Caritas».
Quali sono le testimonianze e i personaggi che più ti
hanno toccato, tra i tanti che hai avuto modo di incontrare?
«Sicuramente ammiro molto i preti e le suore missionari.
Quest’estate ho intervistato una suora delle “Poverelle di
Bergamo” che aveva lavorato in Uganda, con cinque consorelle
che malgrado la diffusione del virus Ebola si erano recate
lì senza paura; purtroppo morirono, e solo lei si salvò,
venendo a raccontarci la sua esperienza coraggiosa. Un altro
personaggio che mi ha colpito è il parroco di Scampia, don
Aniello Manganiello, per il suo impegno quotidiano in questa
zona difficile. Ma sicuramente conserverò un ricordo
speciale di Cristina Acquistapace, una ragazza down di
Sondrio di cui si è parlato molto quest’estate perché ha
preso i voti, primo caso in Italia, per una frase che mi
disse circa la sua decisione:
non posso rovinarmi la vita
perché ho un cromosoma in più».
Il tuo approdo alla conduzione di A sua immagine
coincide, quasi, con la scomparsa di Papa Woytila e
l’avvento di Papa Ratzinger; credi che il pontefice tedesco
riuscirà almeno in parte a raccogliere l’eredità di Giovanni
Paolo II, che ha lasciato una traccia incancellabile nella
storia non solo della Chiesa?
«Credo che da lui dobbiamo aspettarci le stesse cose,
sebbene stiamo parlando di due persone molto diverse.
Malgrado possa apparire duro, credo che Ratzinger sia molto
diverso e sicuramente lascerà il segno. Come il suo
predecessore ha capito che prima di affrontare il mondo è
importante rendere la Chiesa più santa».
In riferimento agli ascolti che la tua trasmissione
ottiene, ritieni che la collocazione nella fascia mattutina
della domenica e del pomeriggio del sabato sia giusta oppure
penalizzante?
«Il sabato è da anni una fascia molto penalizzata,
soprattutto per la concomitanza del campionato di serie B, a
maggior ragione quest’anno che per me (ride,
ndr) da
buon juventino è una sofferenza; il calcio del sabato
assorbe quasi il 35% di share, per cui siamo decisamente
svantaggiati. La domenica, per contro, riusciamo a fare
meglio anche perché fungiamo da spartiacque tra l’Angelus e
la messa, che rendono favorevole il momento per gli ascolti.
Penso che in futuro la nostra sfida sarà proprio cercare di
aumentare gli ascolti del sabato».
In futuro continuerai a seguire il filo legato alla fede
e alla religione oppure cercherai nuove strade?
«Il mio scopo è fare cose interessanti, programmi che
servano alla gente per riflettere. E spesso mi chiedo se
quello che faccio riesca a giungere a questo scopo. Di
sicuro non potrei mai trovarmi a mio agio in un varietà o in
programmi privi di contenuto, non mi ci vedo proprio».
Anche tua moglie Solen è giornalista; l’esercitare la
stessa professione come si ripercuote nella vita di coppia?
«Beh, intanto c’è da dire che non ci saremmo mai incontrati
se non avessimo fatto lo stesso lavoro, in quanto lei
conduceva la versione francese del programma radiofonico
Jubilaeum, che io conducevo per l’Italia. Tra noi c’è un
continuo confronto, ad esempio la sera quando seguiamo la
politica estera dei tg; viviamo un momento molto sereno,
soprattutto perché aspettiamo il nostro primo figlio».
OLIMPIA Ondina, la
piccola meraviglia italiana di
Mario Basile
6 Agosto 1936,
Stadio Olimpico di Berlino. Alle
Olimpiadi “hitleriane” Ondina Valla ha appena firmato la
sua impresa: è
medaglia d’oro negli 80 metri a
ostacoli. E’ lei la
prima campionessa olimpica
italiana. In un Paese come l’Italia di allora, ancora
attanagliato da antichi pregiudizi sulle donne, il trionfo
di Ondina suonò come una rivalsa per tutto l’universo
femminile nostrano.
Aveva vent’anni Ondina all’epoca. Vent’anni e il mondo ai
suoi piedi. Nella semifinale del giorno prima aveva
eguagliato il record del mondo della Engeihard:
undici
secondi e sei decimi.
L’amore per lo sport era iniziato nove anni prima, quando
undicenne, nella sua
Bologna, stupì tutti ai
campionati studenteschi di atletica leggera. In quegli anni
veniva ancora chiamata col suo vero nome, ovvero
Trebisonda. Gliel’aveva messo suo padre, in onore della
città turca. Fu lui per primo a scorgere le grandi qualità
della figlia. Per questo motivo non esitò ad incoraggiarla
ad allenarsi e a partecipare alle gare nonostante le
lamentele di sua moglie, fortemente contraria alla carriera
agonistica di Ondina.
Questo diminutivo, Ondina, arrivò quindi in seguito. Fu
Marina Zanetti, responsabile della squadra femminile di
atletica, a decidere di sostituirlo a quello di battesimo.
Simpatico e meno “pesante”, Ondina tuttavia non rispecchiava
affatto le doti atletiche della Valla. Più che una piccola
onda, la bolognese somigliava a un mare impetuoso. Infatti,
che si trattasse di una gara ad ostacoli o di una gara di
velocità, i suoi risultati rimanevano stupefacenti.
Le radiose giornate berlinesi del ’36 furono la
consacrazione. In finale Ondina si tolse anche lo sfizio
di battere
Claudia Testoni, sua rivale storica.
All’indomani la ventenne bolognese fu per i giornali di
allora “
Il sole in un sorriso” e “
La piccola
meraviglia italiana”.
Ondina Valla si è spenta lo scorso
16 Ottobre all’età
di novant’anni. Dal 1940 aveva abbandonato le gare per
problemi alla schiena, poi nel ’44 si era trasferita col
marito Guglielmo a
L’Aquila dove ha trascorso tutto
il resto della sua vita.
Significativo il ricordo del presidente del
CONI Petrucci :« E' stata l’apripista al
femminile di altre campionesse olimpiche. La sua vittoria ai
Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 rappresentò l’inizio di
una nuova era per lo sport italiano in rosa».
Ciao Ondina, d’ora in poi ogni vittoria di un’atleta
italiana sarà anche un po’ tua. Ma forse in fondo è sempre
stato così.