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Telegiornaliste anno II N. 40 (72) del 6 novembre 2006
MONITOR
Paola Buizza, piccole giornaliste crescono
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana
Telegiornaliste ha incontrato
Paola Buizza, mezzobusto di Brescia Punto Tv.
Com'è iniziata la sua carriera e cosa l'ha spinta a diventare giornalista?
«A diventare giornalista mi ha spinta innanzitutto la voglia di capire come
“funziona” questo nostro stravagante e affascinante mondo. Da piccola mi piaceva
ascoltare i tg, leggere i giornali e dilettarmi a scrivere pagine e pagine di
commenti sui fatti del momento. Sinceramente non avevo ben chiaro cosa avrei
voluto fare nella vita, a parte la ferma volontà di essere libera e di poter
soddisfare le mie necessità e i miei desideri. L’incontro con il giornalismo è
avvenuto per caso. Sapevo che una piccola televisione locale stava cercando
redattori e così mi sono proposta con il mio curriculum fatto di lavori come
animatrice turistica, commessa e collaboratrice saltuaria per mensili locali.
Era il 1993, mi pare. Fu un’esperienza intensa che mi affascinò e appassionò.
La televisione chiuse poco dopo ed io continuai a scrivere per piccoli giornali
locali. Poi la decisione di tornare per un po’ al turismo facendo l’assistente
turistica e la decisione, nel 1996, di trasferirmi negli Usa, dove ho lavorato
come cameriera, cuoca, assistente fotografa e segretaria. Tornata in Italia il
destino mi ha riportato sulla strada giornalistica: prima
Telemarket Notizie
e il
Tg dell’Arte di Elefante Tv, poi Primarete e, infine, Brescia Punto
Tv».
Un'emittente come Brescia Punto tv può costituire un buon trampolino di
lancio per un aspirante giornalista?
«Me lo auguro! Sicuramente il lavoro è tanto e diversificato. In una televisione
locale si è chiamati a scrivere di tutto: cronaca, economia, cultura... Tre,
quattro servizi al giorno per i quali ci è richiesto anche di effettuare le
riprese con la telecamera e il montaggio in digitale. Non solo tg, anche
trasmissioni e dirette. Saltuariamente collaboro anche con il quotidiano del mio
gruppo editoriale,
Bresciaoggi, ed è un ulteriore impegno. Penso che la
realtà locale aiuti ad ottimizzare il tempo, diversificare le competenze e
preparare ad ogni evenienza.
Dopo anni ho raggiunto un obiettivo importante: dal primo gennaio 2006 sono
iscritta all’albo dei praticanti. La strada è ancora lunghissima, e spesso
sperare nella meritocrazia, in Italia, è un’utopia».
Come donna ha mai avvertito qualche discriminazione nei suoi confronti, e più
in generale ritiene che nella professione si sia raggiunta una parità di
trattamento?
«Non sono mai stata vittima di discriminazioni. Mi rendo conto che per un
collega uomo ottenere un contratto, sia a tempo determinato che indeterminato, è
molto più facile. La parità di trattamento a livello generale è strettamente
collegata alla possibilità di poter conciliare lavoro e vita privata. Fino a
quando una donna avrà il timore di comunicare all’azienda la necessità di
assentarsi per maternità, la parità non sarà mai raggiunta».
Quali consigli darebbe a chi volesse intraprendere il suo mestiere?
«Di seguire il proprio istinto e le proprie inclinazioni nonostante tutto e
nonostante tutti. Porsi con umiltà nei confronti della professione e dei
colleghi. Cercare la chiave giusta per trasmettere sensazioni e parlare più
lingue straniere».
Grazie al nostro
forum è evidente come lei sia una delle tgiste più ammirate: cosa la lusinga
di più, essere apprezzata come giornalista o come donna?
«Preferisco essere apprezzata come persona. Evidentemente per chi non mi conosce
è difficile scegliere se amarmi oppure odiarmi. Quindi preferisco essere
apprezzata come giornalista».
Riesce a conciliare lavoro e affetti con un mestiere impegnativo e itinerante
come il suo?
«Ho la fortuna di avere un compagno che lavora nel mio stesso campo. Le mie
esigenze sono le sue. C’è massima comprensione».
CRONACA IN ROSA Allarme
ambiente
di
Erica Savazzi
Sono settimane di
allarme ambientale: temperature
autunnali ben oltre la media stagionale, i ghiacciai che si
stanno inconfutabilmente
sciogliendo, smog e polveri sottili in aumento,
temperature dei mari in crescita, studi che sostengono che
entro il
2050 la terra imploderà a causa dell’uomo.
E’ inquietante sentire notizie di questo tenore, ma lo è
ancora di più accorgersi che l’angoscia provata dal
cittadino con una mentalità ecologica – e purtroppo sono
ancora troppo pochi, considerando la quantità di rifiuti che
si vede ai bordi delle strade –
non è condivisa da
chi avrebbe il potere di agire concretamente, cioè dalla
politica.
Negli Stati Uniti, nonostante i disastri causati dagli
uragani, il presidente Bush continua a sostenere che
l’effetto serra non esiste, e il protocollo di Kyoto resta
inapplicato. Un suo compagno di partito, il governatore
della California
Schwarzenegger, ha invece capito che
sui cambiamenti climatici e sulla
difesa dell’ambiente
si gioca – e si giocherà sempre più - la
partita
elettorale. Da governatore “motorista” con in garage una
schiera di Hummer, si è trasformato in governatore “verde”
approvando la legislazione ambientale più restrittiva di
tutti gli USA.
In Italia si sta forse arrivando a rendere obbligatori per
legge i pannelli solari nelle case di nuova costruzione,
Paese del sole con più pannelli nella fredda Bolzano che
nella rovente Sicilia.
Intanto a Milano – e in tutte le città - si combatte la
battaglia dello smog. Da febbraio 2007 nel capoluogo
meneghino sarà introdotto il
ticket d’ingresso per
gli automobilisti non residenti: con gli introiti si
provvederà a migliorare i
mezzi pubblici.
Si parte dalla fine: e il lavoratore di Vimercate che va in
auto al lavoro perché per percorrere i venticinque km che lo
separano dal centro di Milano impiega più di un’ora, otterrà
oltre al danno la beffa. Mentre il residente in città che,
piuttosto che utilizzare l’autobus che si ferma sotto casa e
porta direttamente alla porta dell’ufficio, utilizza l’auto,
non subirà alcuna conseguenza.
Così come si introduce il ticket ecologico e si tralascia il
fatto che al posto della vecchia Fiera verranno costruiti
tre grattacieli con uffici e abitazioni che non faranno
altro che attirare ogni giorno
migliaia di vetture
private. Letizia Moratti cerca di imitare la politica
ecologica del sindaco londinese Livingstone, ma dimentica un
fatto fondamentale: Milano non ha i "mezzi" che ha Londra, e
il ticket d’ingresso è la punta dell’iceberg della
politiche per le città, politiche di educazione del
cittadino e di potenziamento dei mezzi pubblici che a Milano
semplicemente non esistono.
Intanto l’Italia, che aveva ratificato il protocollo di
Kyoto piena di buone intenzione, lo infrange senza troppi
problemi, e il Nobel per la fisica
Carlo Rubbia ha dovuto trasferirsi in Spagna per
continuare le sue sperimentazioni su un nuovo tipo di
pannello solare, nel silenzio generale. La capacità della
politica di guardare ai
bisogni dei cittadini e al
futuro si vede anche da questo.
FORMAT La tv dei cartoni
animati
di
Nicola Pistoia
Per spiegare il "fenomeno cartoni animati" partiamo da due
dati molto interessanti. Il giorno 9 ottobre, su Italia1,
I Simpson hanno registrato ascolti record: oltre
due
milioni e mezzo di telespettatori, con uno share pari al
18%.
Il 10 ottobre, invece, sono stati i nemici - amici
Tom &
Jerry a sbancare l'Auditel, seguiti su Rai2 da più di
tre milioni di telespettatori, con lo share del 22%.
Il cartone animato, appartenente alla serie inventata oltre
cinquant'anni fa dalla premiata ditta
Hanna & Barbera,
è stato, escludendo Canale5 e Rai1, il programma più visto
della giornata, superando la partita
Italia - Spagna
under 21 e lo show satirico delle
Iene.
Se invece spostassimo l’attenzione verso la
tv
satellitare ci accorgeremmo come il fenomeno cartoni
animati - o piuttosto della programmazione dedicata ai
bambini - abbia portato alla nascita di molti, moltissimi
canali tematici.
Sky, infatti, offre un ricco ventaglio di ben
quattordici
canali, con programmi differenziati per ogni fascia
d’età e ognuno con la sua particolarità. Ad affiancare
l’ormai collaudata
Baby Tv, indirizzata a un pubblico
under 5,
che ha fatto registrare ascolti mai visti prima, c’è il
nuovo
Jim jam (canale 603) dedicato all’apprendimento
della
lingua inglese.
Fiore all’occhiello della tv satellitare il seguitissimo
Disney Channel (canale 612), che propone cartoni animati
e sitcom sempre nuove e originali, come
Fiore e Tinelli.
Non mancano i canali dedicati ai più grandi e alle famiglie,
come
Cartoon Network (canale 606),
Animal Planet
(609),
Toon Disney (614), e
Jetix (616), infarciti di documentari, telefilm e
degli indimenticabili classici
Warner. Infine è in
arrivo una stagione di grandi film, davvero entusiasmante:
Bambi II,
Chicken Little e il nuovissimo
Cars.
Una considerazione è doverosa: i telespettatori, grandi e
piccoli che siano, continuano ad apprezzare un tipo di
televisione priva di volgarità ed esibizionismo. La
battaglia è senza dubbio dura: tra reality più o meno buoni
e spettacoli trash, i cartoni animati riescono a vincere
offrendo tanta
spensieratezza, una buona dose di
fantasia e quel pizzico di
buon gusto che certo
non guasta. E poi fa molto più chic vedere un litigio tra
Tom e Jerry, che assistere ad una zuffa televisiva tra
Sgarbi e la Mussolini.
ELZEVIRO Salone
internazionale del Gusto
di
Gisella Gallenca
video (wmv, 5 MB)
Un altro grande evento ha coinvolto, dal
26 al 30 ottobre,
la città di
Torino: il
Salone internazionale del Gusto, che anche quest’anno ha
portato nel capoluogo piemontese i migliori produttori
enogastronomici italiani e internazionali. Quattro giorni
intensi e ricchissimi, che si sono svolti in concomitanza
con
Terra Madre, il raduno mondiale delle comunità del cibo.
"
Buono, pulito e giusto". Questo lo slogan che ha
accompagnato la manifestazione.
Buono, come il cibo
deve essere;
pulito, cioè prodotto con metodologie
sostenibili e rispettose dell’ambiente; e infine
giusto,
che pone l’attenzione anche sull’aspetto sociale e sull’equa
remunerazione dei lavoratori.
Non è facile sintetizzare in una sola pagina tutto ciò che
la fiera ha proposto al pubblico e alla stampa. Noi di
Telegiornaliste, dopo una attenta scelta e
valutazione, abbiamo stilato una piccola “classifica”.
In cima alla nostra
top 5 troviamo il
Master of Food, che l’associazione
Slow Food
organizza ormai da sei anni. Un’iniziativa rivolta
principalmente ai
consumatori, con ventitrè corsi
differenti che prendono in esame le varie tipologie di
alimenti (caffé, carne, formaggi e vini sono solo alcuni
esempi). Di questa iniziativa condividiamo pienamente
l’obiettivo: promuovere il
consumo critico,
attraverso la formazione di una
cultura del cibo
diffusa e approfondita. In occasione del Salone, abbiamo
provato due piccoli “assaggi” di queste materie. Una
classica, la
degustazione dei vini, che ha pienamente
risposto alle nostre aspettative; e una più inedita, la
degustazione del tè. Una piacevole scoperta, su un
prodotto dalla tradizione millenaria.
Il secondo, meritatissimo posto, è per la torrefazione
Pausa Cafè, operante presso il
carcere delle Vallette
di Torino. Grazie al lavoro dei detenuti e di affermati
torrefattori, qui vengono tostati i caffé dei
Presìdi Slow Food: il caffé delle Terre Alte di
Huehuetenango (Guatemala) e il caffé della
Sierra
Cafetalera (Repubblica Dominicana). Una iniziativa che
ci piace, non solo per la qualità dei prodotti immessi sul
mercato, ma soprattutto per la sua
valenza sociale.
Un progetto che agisce nel concreto, valorizzando alcune
realtà marginali e rispettando il paradigma del “buono,
pulito e giusto”.
Al terzo posto, una serie di prodotti presentati dalla
Camera di Commercio di Roma. Stiamo parlando dei
dolci per i celiaci, studiati per essere tollerabili ma
anche gustosi. È il segnale di un aumento dell’attenzione
nei confronti di chi soffre di
intolleranze alimentari:
un problema sempre più diffuso, ma che troppo spesso non
viene considerato, nell’ambito della ristorazione. Inoltre,
abbiamo avuto modo di provare alcuni assaggi. L’impatto è
stato positivo: la dimostrazione che è possibile creare
prodotti da forno buoni e golosi, anche utilizzando solo
farine prive di glutine.
Riserviamo il quarto e il quinto posto rispettivamente a due
singoli alimenti. In primo luogo, il
riso basmati di
Dehradun, coltivato ai piedi dell’Himalaya: si tratta di
un
Presidio Slow Food, nato in collaborazione con la
fondazione Navdanya della scienziata indiana
Vandana Shiva. Questo progetto ha come obiettivo la
conservazione della biodiversità, in un ambiente che
rischia di essere danneggiato dall’uso di pesticidi chimici.
Questo è solo uno tra i molti esempi di
produzione
“pulita” del cibo.
E, per finire, un grande classico della tradizione italiana:
il
prosciutto di San Daniele, reinterpretato però in chiave
attuale. Durante il Salone, infatti, il
Consorzio ha
organizzato una serie di incontri, presentando alcune idee
per valorizzare al meglio questo prodotto. Con un occhio di
riguardo per le esigenze della modernità. Ospite d’onore è
stato lo chef-designer
Davide Scabin, celebre per i
suoi menù creativi. L’attualità e la storia, in questo caso,
vanno di pari passo. E il
cibo, sorprendentemente,
diventa il
punto d’incontro.
DONNE Vita da giornalara
di
Gisella Gallenca
«Attualmente sono seguita da un gruppo di scienziati del MIT. Cercano di capire
quale sia la disfunzione genetica che a sei, sette anni ti fa dire: "
da
grande farò la giornalista". Scherzi a parte, alle elementari scrivevo il
giornalino "gerenza casa mia". La mia maestra sapeva della mia passione. Mi fece
incontrare il marito che era un giornalista (non ricordo di quale testata). Fu
emozionante. Ma quest’evento è solo un effetto, non la causa, che è difficile da
determinare. Credo ci sia la voglia di raccontare, di emozionarsi, di fondersi
con la realtà che hai intorno, dalla più triste alla più leggera».
A parlare della sua esperienza, questa volta, è
Laura Bogliolo.
Trent’anni, un impagabile senso dell’humor e una grande passione per le notizie.
Laura è giornalista e esperta delle nuove tecnologie di Internet. Collabora da
circa tre anni con
Il
Messaggero, ed è conosciuta dai surfisti del web per i suoi blog e siti.
È stata relatrice al convegno
Bibliocom 2003, e nel 2004 ha vinto il
premio
Donna è Web. Ed è proprio per capire meglio in che direzione sta
viaggiando il nuovo giornalismo della Rete che ci siamo messi in contatto con
lei.
Per te, l'uso di Internet e il fare notizia viaggiano di pari passo. Come
vedi il futuro del giornalismo sui nuovi media? E come potrebbe il giornalismo
tradizionale trarre stimoli da questa nuova realtà?
«Il giornalismo tradizionale già adesso trae stimoli dal web, soprattutto dai
blog, vedi i casi
Dan Rather e
Calipari. Nuove mode e le notizie
stesse vengono veicolate spesso prima sui blog, l’avamposto, anzi la fanteria,
dell’informazione online, il cosiddetto
Citizen Journalism. È come
avere una redazione mondiale attiva 24 ore su 24. Il giornalismo tradizionale
deve coinvolgere di più i lettori e integrare strumenti tradizionali con
media center che seguano la linea del
Web 2.0. È giusto che ognuno
abbia la possibilità di diffondere news o semplici parole. Internet è libertà e
democrazia ed è libero da classismi, gerarchie e “fortune” per nascita. Se sei
bravo gli utenti ti leggono. Penso che il web sia l’unico posto dove non servono
raccomandazioni per vivere una vita a forma di te».
La tua è un'ottica privilegiata sul mondo di Internet al femminile. In questo
momento, vedi propositività e inventiva in questo settore o si potrebbe fare di
più?
«Ottenere il
premio Donna è Web per il mio
blog
è stato molto importante. Il primo riconoscimento ufficiale al mio lavoro sul
web nato solo dalla voglia pazza di scrivere, senza aspettare qualcuno che mi
concedesse la possibilità di farlo. È stata una grande rivincita. Il
web al
femminile esiste, si evolve e scopre ogni giorno nuove potenzialità.
Insomma, Internet non è solo dei nerd smanettoni».
Parli spesso della difficoltà di accedere alla professione giornalistica.
Quale è, in questo momento, la tua opinione su questo tema, anche alla luce
della attuale crisi economica?
«Il mio pessimismo sul tema è così cosmico che normalmente faccio progetti per
il passato. Non credo che la crisi economica incida sulla difficoltà di svolgere
la professione di giornalista. In breve: se non sei nato “fortunato” ci vuole o
un miracolo o tanto lavoro. Con tanto lavoro (e bravura) puoi raggiungere buoni
risultati, ma per fare il grande salto serve qualcos’altro».
Pensi che il tuo futuro lavorativo sia nel giornalismo scritto - sulla carta
stampata e su Internet - o sei aperta anche al mondo dell'informazione
radiotelevisiva?
«La notte della
morte del Pontefice ho fatto una diretta da piazza San
Pietro per una tv satellitare. È stato emozionante. Mi piace ogni forma di
giornalismo, credo che le dirette televisive siano simili ai pezzi di cronaca
urgenti - a parte, nel primo caso, l’aggravante di rendersi presentabili! Hai la
stessa adrenalina di quando devi scrivere un pezzo “per ieri” in condizioni non
ideali (per strada, mentre piove o in un internet point). Credo che fare cronaca
per la
carta stampata sia un’ottima palestra per ogni altra forma di
giornalismo».
TELEGIORNALISTI Massimo
Bernardini, la tv che valuta la tv
di
Giuseppe Bosso
Massimo Bernardini, 50 anni, milanese, giornalista
professionista, sposato, tre figli, dopo una giovanile
esperienza musicale ha coltivato negli anni '80 una serie di
collaborazioni giornalistiche come pubblicista nel settore
della critica musicale al
Radiocorriere Tv,
Famiglia Cristiana,
Avvenire e al settimanale
Il Sabato. Fra la metà degli anni '80 e la fine degli
anni '90 è divenuto responsabile della Redazione Spettacoli
del quotidiano
Avvenire.
Ha avuto anche esperienze come autore e conduttore
radiofonico.
Ha collaborato fin dalla fondazione con l’emittente
satellitare cattolica Sat 2000, per la quale nella stagione
televisiva 2001-2002 ha co-ideato e condotto la prima serie
de
Il Grande Talk: trenta puntate dedicate ai talk
show italiani, con ospiti come Bruno Vespa, Michele Santoro,
Maurizio Costanzo, Gianfranco Funari.
Nelle stagioni 2002/2003, 03/04, 04/05 è stato coautore e
conduttore della seconda, terza e quarta edizione de
Il
Grande Talk, dalla seconda edizione frutto della
collaborazione fra Sat 2000 e Raieducational. Da questa
esperienza nasce, nella stagione 2005/2006, la nuova formula
di
Tv Talk, il programma sulla televisione di
Raieducational in onda il sabato su Rai3, di cui Bernardini
è coautore e conduttore.
Qual è, secondo lei, il ruolo della critica nella
televisione di oggi?
«Stimolante, essenzialmente. Senza offendere nessuno,
riuscire a rendere la tv il più possibile reale e meno
virtuale, e affinché possa svolgere, come in passato, quel
ruolo di fattore di crescita che aveva ricoperto».
I "flop" che hanno registrato Wild West, Circus
e anche L'isola dei famosi 4 sono un segno che è
finita l'era dei reality?
«Mah, io aspetterei a trarre conclusioni. Una partenza
problematica è un po’ poco per emettere sentenze; è un
discorso da affrontare, semmai, tra qualche mese. Ritengo
comunque che più che i reality in sé è significativa la loro
ricaduta nel prime time, nei vari contenitori in cui se ne
parla e se ne straparla. Credo che se si riuscisse ad
evitare questa sovrabbondanza la tv potrebbe concedersi una
“pausa”, proprio perché pare che tutto ruoti intorno a
questi programmi».
Come crede che cambieranno le nostre "abitudini
catodiche" con il digitale terrestre?
«Guardi, sinceramente non so cosa risponderle. Si è pensato
che il passaggio fosse imminente all’inizio, e invece è
stato rimandato. Per ora non pare avere avuto molto
successo, ma penso sia una tassa da pagare per tutte le cose
che sono in fase di sperimentazione. E’ comunque innegabile
che in futuro queste tecnologie influenzeranno molto le
nostre abitudini».
Qual è il ruolo dei giovani opinionisti nella sua
trasmissione?
«Anzitutto sono ragazzi che hanno modo di fruire della
televisione a seconda delle esigenze della loro età. Sono un
"pubblico pensante", attrezzato culturalmente per giudicare
ed esprimere il proprio parere sui palinsesti».
OLIMPIA Marta Carissimi,
talento da vendere
di
Mario Basile
Diciannove anni, centrocampista e, soprattutto, talento da
vendere. Bastano queste poche righe per descrivere
Marta
Carissimi, calciatrice in forza al
Torino Calcio Femminile guidato da
Giancarlo Padovan.
Gli esperti non hanno dubbi: lei, la stoffa della
campionessa ce l’ha eccome. Ai complimenti, però, risponde
con grande umiltà. «Questi esperti non so chi siano, ma
penso debbano un attimo rivedere le loro affermazioni (ride,
ndr). Non mi considero un talento, ma semplicemente
una ragazza con tantissima passione per il calcio, che si
impegna e cerca di migliorarsi, carpendo i “segreti del
mestiere” dalle compagne di squadra e dagli allenatori. Ho
la fortuna di aver giocato e di giocare tuttora al fianco di
atlete nazionali esperte come
Iannuzzelli,
Miniati,
Pasqui,
Fuselli e
Zorri. La loro
disponibilità e il loro altruismo nel trasmettermi
insegnamenti, aiuti e suggerimenti, uniti alla mia ambizione
e alla voglia di emergere mi permettono di crescere e
perfezionarmi. La fiducia del mister e del gruppo nei miei
confronti è tale che per me deluderli vorrebbe dire fallire
nella cosa a cui ora tengo maggiormente. A chi mi ispiro
calcisticamente parlando? Non ho particolari modelli, anche
se
Zidane e
Pirlo sono giocatori che stimo».
Sin da bambina il
calcio è stato parte integrante
della vita di Marta. «Da sempre ho giocato a calcio con mio
fratello e gli amici, fino a quando poi, in quinta
elementare, non sono entrata nella squadra maschile del mio
paese,
Gassino. Compiuti i 15 anni - racconta - il regolamento
mi imponeva il passaggio in una squadra femminile. Da circa
un anno società, come
Torino,
Chivasso,
Settimo,
Chieri, mi avevano
cercata. La decisione di andare al Torino non è stata
difficile: era la miglior squadra tra quelle con cui avevo
avuto contatti, la più prestigiosa in
Piemonte,
quella che mi poteva permettere un palcoscenico di rilievo,
vista la militanza in serie A. Così nel giugno del
2002
sono andata a fare un torneo in
Spagna: mi sono
trovata subito molto bene con il gruppo, costituito da
ragazze della mia età o poco più grandi. Posso considerare
questa la tappa ufficiale del mio passaggio in maglia
granata. Infatti due mesi più tardi mi ritrovai in ritiro,
ma le ragazze non erano tutte quelle di giugno. Questo
perché non ero in ritiro con la primavera, come avevo
ipotizzato, ma con la prima squadra! Quindi una grandissima
soddisfazione da subito: avrei avuto la possibilità di
partecipare al campionato di serie A e giocare con persone
molto più grandi e esperte di me.
Fino a quel momento ammetto che non conoscevo nulla del
calcio femminile, a parte la
Panico, ma solo di nome, poiché l’avevo vista giocare al
“derby del cuore”.
Cinque mesi più tardi, arrivò la prima convocazione in
Nazionale under 19: un sogno realizzato. E pensare che
fino a poco tempo prima giocavo nel Gassino. Un bel salto
no?».
Un bellissimo salto. Il Torino che quattro anni fa ha
creduto nella giovanissima Marta Carissimi, oggi non
nasconde
grandi ambizioni. Gli ottimi risultati di
inizio stagione lo confermano. «Le prime vittorie sono
sicuramente importanti - spiega Marta - ma non esaustive:
siamo solo all’inizio, la strada è ancora lunga. E per
arrivare a vincere lo
scudetto e la
Coppa Italia,
sono queste le ambizioni stagionali, dobbiamo lavorare
ancora tanto. Bisogna migliorare sotto tutti i punti di
vista con l’umiltà che ci ha contraddistinto fino ad ora.
Siamo operai, non pensiamo di essere già diventati
ingegneri!».
Fondamentale per il raggiungimento di tali obiettivi è la
coesione del gruppo. «Quest’anno la squadra è cambiata
parecchio. A partire dallo staff tecnico, che vede la sola
presenza del mister della passata stagione, mentre il
preparatore atletico e alcuni portieri sono nuovi. Sono
andate via alcune giocatrici e ne sono arrivate altre.
Inoltre, persone che l’anno scorso giocavano poco,
quest’anno fanno parte della formazione titolare. Rispetto
alla passata stagione, tutte le ragazze si allenano a
Torino, a parte Pasqui e Cacciatori che ci raggiungono il
giovedì. Oltre ad essere molto positivo sotto il profilo
degli allenamenti – prosegue Marta - ciò permette
l’affiatamento del gruppo. Si sta formando una vera e
propria squadra nella quale si è pronte a sacrificarsi per
la compagna e si lotta veramente tutte insieme per lo stesso
obiettivo, facendo forza proprio sul gruppo nei momenti di
difficoltà. Questo secondo me è quello che fino ad ora ha
fatto la differenza in campo. Il gruppo che si sta formando
ritengo possa essere determinante per il raggiungimento
degli obiettivi e a volte sopperire alle carenze tecnico -
tattiche».
Spostiamo il nostro sguardo sull’universo del calcio
femminile. Un universo che cerca da tempo cerca di
guadagnarsi lo
spazio che merita. «Il calcio
femminile sta crescendo, ma ancora a rilento. Per riuscire a
emergere bisogna avere più
visibilità, che a sua
volta arriva coi risultati importanti. Per arrivare ad essi
bisogna però lavorare tanto e farlo tutti insieme. Sembra
invece che federazione, divisione e club viaggino su binari
paralleli, tutti intenti a fare bene nel loro piccolo, ad
essere gelosi dei loro traguardi, dimenticandosi che per
arrivare in alto bisogna spartire le proprie conoscenze,
formare una vera e propria squadra indirizzata verso lo
stesso obiettivo».
Sembra anche che il
divario economico tra squadre
ricche e meno ricche stia diventando molto più accentuato.
Quasi ai livelli del calcio maschile. «I soldi nel femminile
sono
pochi – dice Marta - anche se forse, come dici
tu, fino ad ora vi erano due o tre squadre economicamente
più forti che potevano permettersi le giocatrici migliori e
vincere scudetto e Coppa Italia. Ma nel giro di tre anni al
massimo, poi, fallivano o perdevano lo sponsor o chi gli
permetteva quel determinato benessere. A parer mio è
deleterio un comportamento del genere. Soprattutto in un
movimento che non si è ancora affermato. Quest’anno invece
tutto sembra essere più
equilibrato. Mi chiedo solo
se saranno aumentate le possibilità economiche dei club o se
le risorse finanziare scarseggiano ovunque così da rendere
impossibile l’ingaggio di tante giocatrici di prestigio
all’interno di una sola squadra».
Il mondo del calcio ha comunque dato moltissimo a Marta.
«Considero il calcio lo
specchio della vita. Se non
hai la capacità di ribaltare un risultato sfavorevole, di
reagire nei momenti di difficoltà, di soffrire per
raggiungere un traguardo, anche nel quotidiano sarai un
debole, una persona che non ha la capacità di affrontare gli
ostacoli, ma preferisce evitarli. Il calcio – racconta - mi
sta insegnando proprio questo, e potermi confrontare con
persone dello stesso sesso, con le medesime paure, gli
stessi problemi, la stessa sensibilità, mi dà la possibilità
di maturare e condividere con le ragazze emozioni, dolore,
vittorie e sconfitte, cosa che nel maschile non era
completamente possibile. Poi sicuramente sono arrivata in
una realtà molto diversa dalla precedente, sia perché sono
passata da un calcio locale ad uno nazionale e
internazionale, sia perché ho cominciato a vivere lo
spogliatoio in tutte le sue sfaccettature: dalla felicità
dopo una vittoria ai litigi tra compagne, dalla delusione al
conforto delle più esperte verso le ragazze più giovani.
Ho avuto la possibilità di conoscere, apprezzare e stimare
giocatrici e allenatori: persone che mi hanno dato tanto, a
cui io voglio molto bene, e alle quali spero di poter dare
grosse soddisfazioni e chissà, magari un giorno, render loro
grazie per avermi dato la possibilità di diventare grande. A
questo proposito voglio esprimere la mia più grande
riconoscenza e gratitudine a tre di queste persone,
fondamentali per me:
Betty Bavagnoli,
Rita Guarino,
Giancarlo Padovan».
Ma allora è tutto rose e fiori quest’ambiente? «No. Come in
tutti gli ambienti – spiega Marta - c’è sempre qualcosa di
negativo. E dal calcio ho imparato anche questo: a non
fidarmi e a non credere a tutto ciò che mi si dice, a non
illudermi, a saper discernere le persone che tengono a me da
quelle false e bugiarde, ad accettare la rottura di rapporti
con persone che consideravo leali. Ho conosciuto gente che
si avvicina al calcio femminile solo per interessi economici
e personali, individui subdoli e meschini che tentano di
intrappolarti nella loro rete dalla quale è poi difficile o
addirittura impossibile uscirne; esseri umani che ti
considerano un oggetto di loro proprietà, da sfruttare fino
a quando serve, per poi gettarlo nell’ oblio, quasi
dimenticarsene, ma riappropriarsene nel momento in cui
qualcun altro vuol prenderlo al loro posto.
Magari tutto ciò cambierà in futuro, un futuro nel quale mi
piacerebbe rimanere all’interno di questo movimento, per
cercare di farlo emergere sempre più e per poter tramandare
alle giovani di domani, quello che oggi compagne e
allenatori stanno trasmettendo a me».
Grazie al calcio Marta ha scoperto anche il valore della
vera
amicizia. «E’ vero. Con due ragazze della
Nazionale under 19, ho instaurato un’amicizia stupenda. Sono
Veronica Cantoro e
Valeria Davoli. Siamo
talmente legate che il nostro gruppetto ha persino un nome
“Le Orbit” (ride,
ndr). A loro va un grazie
particolare: sono persone veramente speciali per me».