Archivio
Telegiornaliste anno III N. 9 (87) del 5 marzo 2007
MONITOR
Donatella Bianchi, la signora del mare
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana,
Telegiornaliste incontra
Donatella Bianchi, conduttrice di
Linea Blu, molto apprezzata dai
nostri lettori.
Da anni ormai il pubblico la riconosce come "la signora del mare" in tv; è
soddisfatta dei risultati ottenuti?
«Sì. Credo che negli ultimi anni abbiamo conosciuto una costante crescita.
Trasmissioni come la nostra sensibilizzano notevolmente il pubblico per
l’evidente interesse che l’argomento mare riscuote. Il mondo delle comunicazioni
è sensibile alla tematica e ciò facilita la divulgazione del nostro messaggio;
da sempre il mare è non solo una risorsa economica per il nostro Paese, ma
soprattutto il contatto con i nostri “vicini” del Mediterraneo; e ultimamente,
come il futuro dimostrerà, un’attrattiva che è testimoniata dalla crescente
urbanizzazione delle zone costiere».
Come si trova a dover gestire una trasmissione che va in onda solo nei mesi
estivi?
«Rispettiamo le scelte aziendali, ma al tempo stesso le subiamo. Dipendesse da
me e dai miei collaboratori staremmo sempre lì, tutte le settimane su Rai1; è
troppo facile parlare del mare nella stagione calda, mentre sarebbe importante
conoscerne anche quegli aspetti non legati al periodo di grossa affluenza
turistica».
Quali sono i posti che più l’hanno colpita e le situazioni più particolari in
cui si è trovata?
«Professionalmente sono interessata soprattutto alla scoperta del “Mare
nostrum”, cioè delle coste del Mediterraneo, crocevia di sviluppi per il futuro,
in particolare alla scoperta delle tradizioni di popoli non molto conosciuti,
come i maltesi e i tunisini, quelli che mi hanno colpita di più. Da un punto di
vista personale, invece, posti molto lontani, dove ancora non si è vista, almeno
in parte, la mano dell’uomo, ad esempio l’arcipelago della Galapagos,
l’arcipelago di Capo Verde, un posto che consiglio vivamente di visitare per
vivere un’esperienza fantastica».
Di recente è stata testimonial del “1530”, numero blu della Guardia Costiera:
ritiene importante trattare in maniera doverosa il tema della sicurezza nelle
acque?
«Sì, il tema necessita di una centralità che nel nostro programma trova
sicuramente meglio che altrove; credo che sia importante cominciare dalle
piccole cose, non necessariamente sotto forma di sanzioni da prevedere, ma
piuttosto come rischi da prevenire. Non dimenticherò mai una cosa che vidi in
Norvegia, dove alcuni bambini giocavano tranquillamente vicino alle banchine;
oppure, e soprattutto, l’imprudenza con cui vengono guidate le moto d’acqua».
Continuerà ad occuparsi di queste tematiche oppure abbraccerà altre strade
professionali?
«Bella domanda. Inizialmente, come saprà, mi occupavo di altri temi. Amo molto
viaggiare e non temo cambiamenti, ma
Linea Blu è una missione che vivo
con piacere. Credo che bisogna essere se stessi per fare questo mestiere
comunicativo, che volevo fare da sempre nella consapevolezza che non ha nulla a
che vedere con lo spettacolo, in cui la mia figura viene messa in secondo piano
rispetto alle persone che incontro. Certo, magari, se avessi avuto un fisico
diverso, avrei potuto fare la top model (scoppia a ridere,
ndr)».
Se i suoi figli (la prima nata dal matrimonio con Osvaldo Bevilacqua),
volessero seguire le sue orme, li incoraggerebbe o magari cercherebbe di
scoraggiarli?
«No, se riscontrassi in loro la stessa determinazione e lo stesso entusiasmo che
avevo a dodici anni, quando iniziai a sognare di fare la giornalista. Sarei
felicissima, in quel caso, ma al tempo stesso cercherei anche di metterli in
guardia dagli svantaggi e dai rischi che comporta un mestiere comunque
privilegiato e affascinante come questo».
MONITOR
Carola Carulli, la verità
di
Nicola Pistoia
«Il giornalismo non è in crisi: sono in crisi le idee. Nessuno ha più il
coraggio di inventarne di nuove». Così
Carola Carulli, giornalista in forza alla
redazione Spettacoli del
Tg1, racconta il mondo dell'informazione di oggi
a
Telegiornaliste.
«Si segue "il sistema", come a Napoli», continua Carola. «E' così che gli
articoli e i servizi diventano omologati a se stessi, se non addirittura guidati
da mani più grandi di noi. Il giornalismo alla Terzani o alla Fallaci, che
adoro, non esiste più, perchè non ci sono più persone libere. Credo che non ci
sia modo di sfuggire al sistema, e chi lo sa meglio di me che lavoro in
Rai,
massima espressione di un
sistema assurdo fatto di tante cose
sbagliate. In primis la situazione dei precari, discorso troppo spinoso da
affrontare in poche parole. Io vado avanti - prosegue Carola - perché ci credo,
perché credo che il nostro compito debba continuare ad essere quello di far
vedere alla gente da un buco della serratura, quello di descrivere ciò che loro
non possono vedere e raccontarglielo senza remore né limiti».
«I veri e bravi giornalisti ad un certo punto si staccano - vedi Fallaci,
Terzani, Kapuscinski, Biagi, Saviano e tanti altri - e volano da soli. Solo
allora sono privi di filtri, e solo allora dicono la verità».
Questa è l'aspirazione di Carola Carulli: «Non aspiro al potere o a diventare
direttore di un giornale, troppi compromessi, quello è un lavoro da manager e
non ha niente a che fare con il giornalismo. Mi basterebbe sapere che qualcuno
trovi un foglio scritto dove narro una storia, magari di un bambino africano
morto di aids. Forse questa persona la farebbe leggere a tante altre e
diventerebbe un fatto di cronaca. Il giornalista deve far conoscere al mondo il
mondo stesso. Non dando solo una notizia, di flash siamo pieni, ma descrivendone
i punti oscuri».
Carola, come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Da piccolissima direi:
Da grande voglio fare la giornalaia, dicevo ad un
padre basito. Inconsapevole ancora della differenza tra giornalaia e giornalista
- avevo quattro anni - non facevo che ripetere questo. Portavo a casa mille
riviste, come il mitico
Corriere dei piccoli. Non sapevo leggere, ma
cercavo di capire attraverso le fotografie e i disegni. Già intuivo la forza
dell'immagine senza il supporto delle parole.
Da grande ho capito. Ho iniziato a scrivere e a descrivere le cose che vedevo,
le persone che incontravo e quello che succedeva nei vicoli di casa mia. Vivevo
e vivo tuttora nel centro di una città come Roma, che somiglia ad un piccolo
paese dove tutti sanno di tutto e dove anche un barbone diventa un personaggio
da descrivere. Una volta scrissi un racconto e lo mandai ad un giornale. Non
vinsi niente, ma capii allora che volevo scrivere. Era vitale esprimermi
attraverso le parole. Niente poesie però, racconti e pensieri».
E in particolare quella per lo spettacolo?
«La passione per lo spettacolo è stata una conseguenza. I miei genitori da
piccola mi prendevano sulle gambe e invece di cantarmi le solite ninna nanne mi
cantavano l'
Otello, la
Boheme, e mi recitavano poesie. E invece
delle favole mi leggevano i racconti di Zola e di Verga. Insomma la passione per
l'arte in genere me l'hanno trasmessa loro. La prima volta che andai a teatro fu
a vedere
Sei personaggi in cerca d'autore: ero estasiata. Il palco, i
costumi, gli attori, tutto era sogno e lì è cominciata...».
Non hai mai pensato, magari nei momenti difficili, di aver fatto la scelta
sbagliata, facendo questo lavoro?
«Ci sono stati momenti difficilissimi. A 24 anni diventai professionista e avevo
i miei bei sogni da realizzare. Paradossalmente nessuno mi dava da lavorare
nonostante l'agognata conquista del
tesserino bordeaux. Ma avevo
cominciato a 18 anni, e sapevo che non era facile. Credevo nel giornalismo
raccontato senza filtri, raccontato fuori dalle redazioni fumose dove tutto esce
uguale e privo di personalità. Credevo che il giornalista facesse solo
l'inviato, e non un frullatore di pezzi riciclati da "Anse" e quotidiani.
Mi resi conto che esisteva anche questo e mi ribellai. Facevo la gavetta e non
potevo pretendere di uscire subito e criticare uno spettacolo o indagare su un
fatto di cronaca. Mi misi da parte ad osservare quei giochi, ma poi capii che
comunque dovevo imparare a fare anche i lavori di ufficio, come stampare un'
Ansa
e farne un pezzo. L'ho fatto. Ma poi ho sempre scritto quello che volevo e
qualcuno ha creduto in me. Per prima la mia famiglia che mi ha sempre
appoggiato, nonostante avrei potuto avere un bel posto caldo in banca o in un
ministero. Sarei morta e loro lo hanno capito».
Si sa la professione di giornalista è molto impegnativa: come riesci a
conciliare lavoro e famiglia?
«Chi fa il giornalista sa che non ha orari. E’ un po' come il medico: se c'è
un'emergenza bisogna correre. Ma bisogna darsi dei limiti, sempre, altrimenti ti
risucchiano e come un vortice vieni schiacciato. Non ho ancora figli ma so che
non toglierei mai a loro troppo tempo. Ci sono stati un paio di anni in cui
lavoravo come una matta, e ho trascurato me stessa prima di tutto, e poi gli
altri.
Una sera, tornata a mezzanotte stanchissima, dopo aver preso due aerei in un
giorno e scritto centinaia di parole, precaria senza alcuna copertura, andai a
letto senza dare da mangiare al mio cane. Mi svegliò in piena notte piangendo,
indicando con il muso la sua ciotola vuota. Lì ho capito che non era giusto e ho
messo un punto. Ci deve essere sempre uno strappo forte per capire le cose. E
quello lo è stato per me: avevo dimenticato di fare una cosa automatica da anni
ormai, come lavarsi i denti. Ero esaurita. Oggi non lo farei più. Non vivo per
lavorare. Vivo per scrivere. Questa credo sia la vera passione».
Come è nata l'idea di voler introdurre, nel tg del mattino, le rubriche di
cultura e spettacolo?
«L'idea è nata un paio di anni fa. Il mio caporedattore, Maria Rosaria Gianni,
persona splendida, propose a Clemente Mimun di creare un vero servizio pubblico.
Con informazioni, certo, su spettacoli vari ma anche con consigli di cosa vedere
e perché. Furono subito un successo. La lotta fu durissima per lei: tutti i
colleghi volevano diventare i responsabili di almeno una delle rubriche, eppure
sono rimaste tutte compito della sola redazione cultura. Una conquista».
Un consiglio a chi vorrebbe diventare giornalista.
«Un consiglio? Leggere tanto, tantissimo, i libri sono la mia vita, mi hanno
insegnato tutto e pure a scrivere. E crederci, avere tanto coraggio e fregarsene
dei “si dice che...”.
Oggi ci sono molte possibilità di fare giornalismo anche sul web. Provare da lì.
E’ una piccola parola ma ha milioni di finestre e quindi di possibilità».
CRONACA IN ROSA Severino Di
Giovanni: l'italiano che amò l'America
dalla nostra corrispondente
Silvia Garnero
BUENOS AIRES - Non voglio ingannare i lettori. Non voglio
scrivere né invitare a letture su “cuori ardenti” e “balconi
fioriti”, su quelli che spesso sono usati per appendere
lenzuola lavate di recente con lacrime di tradimento. Tanto
meno, però, possono passare inosservate le storie che
dimostrano che l'
amore esiste, eccome, sebbene in
questi giorni tutto si riduce a spargere e consumare un amore
dolciastro e borghese, espresso sotto forma di regali
materiali.
Se a molti apparirà discutibile ricordare le vicende di un
anarchico italiano, è però indubitabile che la sua storia
d'amore ha trasceso il tempo e le frontiere, poiché si è
diffusa, come anche la sua vita, in Italia e in tutta
l'America Latina con grande interesse da parte del
giornalismo e della letteratura.
Torno all'amore e senz'altro credo che non sempre questo è
compreso al di sopra delle convenzioni, i momenti, le
collocazioni geografiche o le diversità, di qualunque tipo.
Comunque, in questa storia ho una gran passione in comune: la
lotta per la giustizia attraverso l'Anarchia, che tra la fine
del XIX secolo e l'inizio del XX si diffuse in
Argentina
tramite alcuni europei
esiliati dalle loro dittature,
come nel caso di
Severino Di Giovanni, che giunse
fuggendo dall'Italia di Mussolini.
Di Giovanni era arrivato in America con la prima moglie,
Teresa Mascullo, e tre figli. A forza di calpestare terra
Argentina, però, e ad appena 24 anni,
s'innamorò
perdutamente di
América Scarfò, di 15 anni, che
apparteneva ad una famiglia cattolica della locale classe
media. Il che non le impedì di innamorarsi dell'italiano e
delle sue idee rivoluzionarie.
Recentemente, nel 1999, il governo argentino ha divulgato le
lettere dell'italiano, che erano state confiscate dalla
polizia, e le ha dedicate ad America Scarfò nel Museo di
questa istituzione, in un atto che tutti i media
considerarono come una rivendicazione e su cui ella stessa si
espresse con emozione: storici, curiosi, politici e
confiscatori hanno conosciuto questi testi prima della loro
stessa destinataria.
Secondo Osvaldo Bayer, autore del libro
Severino Di
Giovanni, l'idealista della violenza, «le lettere
parlavano di un
amore che potremo qualificare
puro,
profondo, senza quasi alcun riferimento di tipo carnale o
sensuale, dato che per le sue idee, sentiva un profondo
rispetto per il genere femminile».
In un altro libro, scritto dalla giornalista Maria Luisa
Magagnoli,
Un caffè molto dolce, che narra la vita
della Scarfò, il primo dialogo tra il rivoluzionario e il suo
amore adolescente avvenne nel giardini della sua casa: «Come
stanno le begonie?», chiese Di Giovanni. «Sono tristi»,
rispose lei.
Come già si sa, e non è nello spirito di questa nota
rimarcarlo,
Di Giovanni fu fucilato per ordine
dell'allora presidente (di fatto) José Felix Uriburu in un
penitenziario politico che funzionava dove oggi si trova
l'attuale Plaza de Las Heras, il 1° Febbraio del 1931,
accusato per le sue attività anarchiche svolte in Argentina,
tra le quali risultano alcuni
attentati come quelli
alla Citibank, al Consolato italiano e alla cattedrale di
Buenos Aires.
Dal repertorio di lettere d'amore che è stato pubblicato
attraverso diversi media e nello stesso libro di Bayer,
noialtri abbiamo estratto due frasi che a nostro parere
sintetizzano la profondità di quell'amore ribelle:
«Ti dissi, in quel caloroso abbraccio, quanto ti amavo, e ora
voglio dirti quanto ti amerò».
«Conosco l'angelo celeste che mi accompagna in ogni ora
allegra o triste di questa mia vita d'intruso e di ribelle».
Prima di giustiziarlo, i militari gli permisero di vedere
América (era anche lei detenuta) e di scriverle quella che
sarebbe stata la sua ultima lettera d'amore:
«Carissima, più che attraverso la penna, il mio testamento
ideale è germogliato dal cuore oggi, quando conversavo con
Te: le mie cose, i miei ideali. Bacia mio figlio e le mie
figlie. Sii felice.
Addio unica dolcezza della mia povera
vita. Molti baci. Pensami sempre, Tuo Severino».
Scegliamo questa storia d'amore per celebrare o ricordare la
festa in cui coloro che sono innamorati - e non solo - e si
regalano l'
illusione dell'amore, che a volte è reale e
dura tutta la vita, come in questo caso.
«Prima di morire, voglio tenere le lettere d'amore e
stringerle al mio petto», disse a Bayer América Scarfò, prima
di riceverle, con i suoi 86 anni ben portati. Sicuramente le
lesse fino all'anno scorso, quando nel mese d'agosto morì, a
93 anni.
Parafrasando Severino Di Giovanni, mi chiedo, pochi giorni
dopo San Valentino: come stanno le begonie, lettori?
FORMAT
Casa Mediashopping, sit-com televendita
di
Giuseppe Bosso
Era il 2001 quando sui teleschermi italiani approdò Home
Shopping Europe, nato dalle ceneri di Rete Mia: una grande
emittente dedicata 24 ore su 24 alle
televendite, che
negli anni si è trasformata prima in Canale D e poi in
MediaShopping. Novità importante per i nostri
palinsesti, nei quali da anni le telepromozioni costituivano
un vero e proprio fenomeno di costume che aveva contribuito
a creare dei veri e propri personaggi, dai celeberrimi
Vanna Marchi e
Roberto Baffo fino a Cesare
Ragazzi e
Giorgio Mastrota.
L’esperimento ad oggi si può dire riuscito, anche con il
passaggio al digitale terrestre: proprio negli anni in cui
il fenomeno televendita attraversa una
fase travagliata
- vuoi per le difficoltà legislative a individuare una
disciplina ordinata, vuoi per i fin troppo noti guai
giudiziari che hanno coinvolto alcuni dei suoi maggiori
esponenti -
Mediashopping è riuscito progressivamente ad imporsi per
lo stile innovativo con cui vengono presentati i prodotti.
Buona parte del successo è dovuta alla simpatia e alla
professionalità dei conduttori, ormai volti noti al pari
degli altri “big” del piccolo schermo, dalle sensuali
Veronica Cannizzaro e
Loredana Di Cicco, ai veraci
Andrea Spina e Nino Graziano, fino alla statuaria
Jill Cooper, la più famosa
body builder
televisiva.
Conduttori che, da quest’anno, sono protagonisti di una
simpatica novità che in poco più di un mese di
programmazione ha già riscontrato ampi consensi:
Casa
Media Shopping, la prima, originale,
sit-com che,
tra una risata e l’altra, propone allo spettatore le
ultime offerte del canale. Così una discussione tra
marito e moglie può diventare l’occasione per visionare un
nuovo elettrodomestico, una chiacchierata tra due amiche
davanti allo specchio è l'occasione per scoprire le ultime
novità del make-up, un litigio tra fidanzati può essere
risolto attraverso un gioiello, e via dicendo.
Trasmesso tutte le mattine su Rete4 e replicato sul digitale
terrestre,
Casa Media Shopping si ispira ai successi
del genere sit-com come
Casa Vianello, e si avvale
proprio di autori specializzati come Giorgio Vignali (in
passato attore comico di successo), Gianluca Dell’Atti e
Federico Centofanti, abili nello sviluppare
trame
intrecciate all’interno di un
contesto domestico in
modo che lo spettatore, oltre a divertirsi, abbia anche un
consiglio, si spera valido, su come orientare i propri
acquisti.
ELZEVIRO Dentro il carcere
italiano
di
Antonella Lombardi
Vivere dentro il carcere. Inventarsi ogni giorno una “
nuova”
ora d’aria, tra attività culturali e sportive, magari
pregando, lavorando o parlando con i propri familiari
durante i colloqui previsti.
La
quotidianità dei
detenuti da Nord a Sud
Italia è ora raccontata in
settantacinque scatti
realizzati dal 2001 ad oggi da
Mauro D’Agati per la
mostra
Dentro il carcere italiano.
Ad essere riprese le
scene di vita dei reclusi,
all'interno delle celle e durante l'ora d'aria di dodici
case circondariali, quattro
manicomi criminali e
un
istituto penale
minorile. Le fotografie
sono state infatti scattate, fra le altre, nelle carceri di
Milano, Pisa, Roma, Napoli, Porto Azzurro, Castiglione delle
Stiviere.
Una sezione della mostra è dedicata agli
ospedali
psichiatrici giudiziari, mentre un ulteriore spazio è
riservato alle immagini realizzate nel 2007 all’interno
dell’istituto di pena "Luigi Daga" di Laureana di Borrello.
A completare il
racconto complesso e variegato della
vita nelle carceri italiane, un volume fotografico.
La mostra, curata dall’associazione
Architectural Noise
e patrocinata dalla Provincia regionale di Palermo, si tiene
nel capoluogo siciliano fino al 16 marzo allo “Spazio B
quadro” di via XII gennaio, 2.
L’autore Mauro D'Agati ha trattato in altre sue esposizioni
i temi del
nomadismo, del
circo, della
prostituzione, ma anche della musica jazz. Collabora con
i settimanali italiani
D,
Il Venerdì di
Repubblica e altre testate italiane e estere.
Dal 2002 è membro dell’agenzia tedesca
Focus. Nel
2001 ha scritto anche un libro,
Detenuti.
Dall’introduzione, scritta da
Adriano Sofri, citiamo
un passaggio sul rapporto tra carcere e fotografia: «Delle
foto dei detenuti che mi è capitato di vedere fanno
impressione soprattutto i tentativi di sorridere (…). Non
pensate che i detenuti siano vanitosi, non più di voi
comunque. Oltretutto in galera non ci sono specchi: c’è
bensì uno specchietto di non so quale materiale, che più che
a specchiarsi serve a non tagliarsi le vene, ed è piuttosto
opaco di suo, e spesso deformante in modo più o meno
lusinghiero, sicché quando uno esce dopo qualche anno alla
prima vetrina scopre di essere diventato un’altra persona.
Secondo il dettato costituzionale».
DONNE
Un Nobel alla Presidenza
di
Tiziana Ambrosi
Dopo il
Nobel per la Pace, ottenuto nel 1992 «in
riconoscimento dei suoi sforzi per la giustizia sociale e la
riconciliazione etno - culturale basata sul rispetto per i
diritti delle popolazioni indigene»,
Rigoberta Menchù si
prepara ad una nuova sfida: si è infatti candidata alle
prossime elezioni presidenziali del Guatemala, previste per
il 9 settembre.
Una faccia rotonda,
sempre aperta al sorriso,
rassicurante ma con alle spalle una giovinezza fatta di
sofferenza e fatica. La sua infanzia è macchiata dalla
guerra civile che sconvolse il Guatemala per 36 anni, dal
1960 al 1996. Di
etnia Maya Quiché, Rigoberta nel
1981 fu costretta all'esilio, per sfuggire agli abusi e alla
sistematica violazione dei diritti umani perpetrata
dai militari nei confronti della popolazione indigena.
La sua esperienza è stata raccolta in un libro pubblicato
nel 1987,
Mi chiamo Rigoberta Menchú. I detrattori
sostengono che il libro sia infarcito di
fatti inventati
o non veri, i sostenitori, di contro, che le eventuali
fantasie rimangono sullo sfondo rispetto all'importanza che
lo scritto assume nella
denuncia della soppressione della
popolazione indio guatemalteca.
«Non siamo miti del passato - così affermava il premio Nobel
- né rovine nella giungla o zoo. Siamo persone e vogliamo
essere rispettati, e non essere vittime di intolleranza e
razzismo».
Attivista per la difesa delle vittime della guerra, nei
primi anni '90 partecipò alla stesura di una dichiarazione
delle Nazioni Unite sui
diritti delle popolazioni
indigene. In prima linea anche in campo giudiziario,
quando nel 1999 cercò, senza esito, di portare in tribunale
il dittatore candidato presidente Efraín Ríos Montt, per
crimini commessi contro cittadini spagnoli e genocidio della
popolazione indigena.
In una
relativa stabilità politica, la Menchù ha
annunciato la sua candidatura. C'è ancora molto lavoro da
fare per presentare un progetto politico, comunque mirato
alla difesa delle fasce più deboli, e per allargare la base
del consenso. Se dovesse vincere, Rigoberta sarebbe la
prima donna indigena a guidare il Guatemala.
Una prospettiva che seguirebbe di poco l'elezione di
Michelle Bachelet alla guida del Cile. Perdonateci la
parzialità, ma la nostra speranza è che il mondo politico
spalanchi sempre più di frequente le porte alle donne.
TELEGIORNALISTI Ciao, Giorgio
di
Silvia Grassetti
«Con Giorgio Tosatti non scompare soltanto un grande
giornalista sportivo, tra i più competenti e autorevoli: il
calcio perde un amico sincero, intelligente e schietto nella
critica, interprete generoso e appassionato delle vicende
degli ultimi 50 anni»: così il commissario straordinario
della Federcalcio, Luca Pancalli, e così
Telegiornaliste
si unisce al cordoglio per la morte di uno dei pochi, veri,
amici del calcio e dello sport.
Nato il 18 dicembre 1937 a Genova, Giorgio Tosatti è stato
per anni direttore del Corriere dello Sport – Stadio. Figlio
di Renato, giornalista deceduto nella sciagura aerea di
Superga del 1949, Tosatti, ex presidente dell'Ussi (Unione
Stampa Sportiva Italiana), è noto al pubblico televisivo
come opinionista in vari programmi sportivi del piccolo
schermo, sia sulle reti Rai che Mediaset.
Lo scorso 11 ottobre, Tosatti si era sottoposto a un
trapianto di cuore, ma nell’ultimo periodo alcune
complicazioni avevano costretto il popolare giornalista a un
nuovo ricovero ospedaliero.
Benché coinvolto nelle polemiche seguite allo scandalo di
Calciopoli, sulla base di alcune intercettazioni
telefoniche poi non ritenute atti illeciti dalla
magistratura, Giorgio Tosatti è stato una voce autorevole
del giornalismo e dello sport italiani, ancora più poveri,
ormai, dopo la recente scomparsa di un’altra voce
importante, quella di Alberto D’Aguanno, scomparso il
dicembre scorso.
OLIMPIA
L’Italia del rugby
di
Mario Basile
«Chissà se ne vinceremo almeno una». Eccolo qui, l’augurio
travestito da dilemma che i tifosi italiani del
rugby
si facevano pensando al
Sei Nazioni. Già, il Sei Nazioni: la competizione
principe dello sport della palla ovale. Un olimpo a cui i
nostri azzurri sono approdati nel
2000, portando le
squadre da cinque a sei.
In sette edizioni, l’
Italia ha pagato lo scotto di
dover affrontare squadre superiori e dalla grande tradizione
rugbistica quali
Inghilterra,
Galles,
Scozia,
Francia e
Irlanda. Traduzione: dal
2000
quattro
cucchiai di legno – vale a dire ultimo posto
in classifica, tante sconfitte, e tre vittorie tutte
casalinghe. Fino al
Sei Nazioni 2007. Fino a sabato
scorso, quando i nostri azzurri guidati da
Lo Cicero e
Troncon hanno sbancato
Murrayfield, tempio della
nazionale scozzese.
Vittoria storica, la prima in trasferta, ma soprattutto
netta:
17-
37. Tre mete in sei minuti. Solo i
mitici
All Blacks hanno fatto meglio.
Scozia annichilita.
A fine gara, trionfo e meritato giro di campo per festeggiare
insieme ai
seimila tifosi venuti dall’Italia.
Sì, perché il rugby sta facendo breccia nel cuore degli
italiani. Lo testimonia l’ottimo dato di ascolto della
partita: oltre un milione di spettatori e share del
9,77%.
Musica per le orecchie di
La7,
che ha trasmesso il match in diretta. L’avreste mai detto?
L’Italia, paese di poeti, santi, navigatori e… ”calciofili”,
che si appassiona al rugby: da sempre considerato dai più
variante brutale e meno riuscita dell’amato pallone.
Riusciranno i nostri eroi rugbisti a scalzare gli idoli
pallonari dal cuore delle masse? Improbabile, se non
impossibile: il calcio è parte integrante della cultura
italiana. Ma è anche vero che si sta affossando con le sue
mani tra violenza, intrighi e business all’ennesima potenza.
E allora
spazio al rugby. Al coraggio e alla lealtà di
questi atleti che, dopo essersene date di santa ragione, a
fine gara scarichi delle tensioni festeggiano insieme nel
famoso “terzo tempo”. Spazio allo spettacolo sicuro in un
luogo aperto senza
tornelli obbligatori e
biglietti
nominali.
Al ritorno in patria, gli azzurri sono stati accolti da una
folla in delirio. Anche il mondo politico non ha fatto
mancare gli elogi alla truppa del CT
Berbizier. Si
godano il momento questi ragazzi.
L’Italia purtroppo sa anche dimenticare in fretta. Ne sanno
qualcosa il
curling e la
vela, sedotti e
abbandonati dagli sportivi italiani. Il rugby non merita il
dimenticatoio. Non lo meritano questi ragazzi. Non lo merita
la loro voglia di vincere.