Archivio
Telegiornaliste anno III N. 10 (88) del 12 marzo 2007
MONITOR
Prisca
Taruffi, campionessa tra i giornalisti
di
Giuseppe Bosso
Incontriamo questa settimana, per la gioia degli appassionati di automobilismo,
Prisca Taruffi, opinionista della trasmissione tv
Pole Position e pilota
di rally.
Prisca, è stato più difficile come donna o come figlia di un campione delle
quattro ruote inserirsi nel mondo del giornalismo?
«Il giornalismo è una strada che ho seguito parallelamente alla mia carriera di
pilota, e posso dire che avere un padre come il mio è stato un buon biglietto da
visita, che però, ovviamente, non è bastato da sé; le carriere, in ogni settore,
si costruiscono con la professionalità giorno per giorno».
La sua collega,
Federica Balestrieri, in un'intervista a Telegiornaliste ha definito
quello dei motori un ambiente «particolarmente maschilista», in cui alcune donne
«pur di arrivare si prestano a comportamenti non professionali». Condivide
queste affermazioni alla luce della sua esperienza?
«Se intende il mondo dei motori dal punto di vista sportivo, ci sono sicuramente
ancora molti pregiudizi verso le donne, che come piloti vengono ancora sfruttate
più che altro per finalità di sponsorizzazione. Per fortuna vedo emergere
talenti come
Danica Patrick, che stanno dimostrando di valere molto sul piano agonistico.
Da un punto di vista dirigenziale, è ancora molto difficile che ad una donna
vengano affidati incarichi di rilievo, ma per il resto non condivido molto
questa affermazione».
Oltre che giornalista lei è anche campionessa di rally; quali differenze
riscontra rispetto alla F1 e perché, secondo lei, non riscuote la stessa grande
attenzione da parte dei media?
«I rally hanno un grande seguito di pubblico, anche quelli che si svolgono molto
lontano, nei deserti (e io partecipo ogni anno a questo tipo di competizione);
il problema è che non riscuotono, dal punto di vista mediatico, inteso come
seguito da parte dei mezzi di comunicazione, lo stesso interesse che suscita la
Formula 1».
La F1 appassiona da sempre gli italiani, almeno quanto il calcio; rispetto
agli anni in cui suo padre ne era protagonista com’è cambiata, non solo dal
punto di vista tecnologico?
«Moltissimo: le corse automobilistiche negli anni di mio padre erano molto più
pericolose di oggi, in quanto non esistevano ancora quei meccanismi di sicurezza
che l’industria dei motori ha saputo sviluppare nel tempo. Si può dire che i
piloti di allora sperimentavano sulla pelle i risultati degli studi
aerodinamici. Oltre a questo (ma non solo nella Formula 1), si è sviluppato un
professionismo. E un giro di denaro impensabile per quel periodo».
Quali sono, tra i piloti in attività, quelli che ammira, e quali no?
«Da un punto di vista tecnico sicuramente ammiro molto Schumacher. Devo però
confessarle che mi rammarica molto non vedere più in gara due personaggi come
Montoya e Jacques Villeneuve, che ammiravo molto per la loro personalità e il
loro carattere forte, doti che sinceramente non riscontro molto nei piloti
attualmente in attività».
Ritiene ipoteticamente realizzabile un campionato del mondo di F1 riservato a
piloti donne?
«E’ una cosa che mi piacerebbe molto, o per lo meno, se non un campionato vero e
proprio, vedere una donna in gara ufficialmente. Al momento, purtroppo, non ce
ne sono molte, di piloti che potrebbero sostenere da un punto di vista
psicofisico il ritmo provocato dalle gare, anche se in questo la tecnologia
moderna ha reso meno faticoso lo sforzo del pilota».
L’apertura del Mondiale a nuovi circuiti come Cina e Bahrein cosa può
rappresentare per il futuro di uno sport così seguito?
«E’ una cosa molto positiva sia per l’allargamento degli orizzonti sia per la
struttura di queste piste, nelle quali il sorpasso tra i piloti risulta più
agevolato e di conseguenza lo spettacolo aumenta».
Il tema della sicurezza stradale, anche per via dei fatti spesso portati alla
ribalta nella cronaca nera, è quantomai attuale: ritiene che tra i doveri dei
protagonisti delle quattro ruote ci sia anche quello di fornire al pubblico un
messaggio responsabilizzante in questo senso?
«Secondo me è un dovere prima ancora dello Stato che dei protagonisti. E da
questo punto di vista devo dire che non si fa mai abbastanza; io stessa ho
tenuto dei corsi di guida finanziati da strutture private, in cui ho cercato
sempre di mettere l'accento proprio sul rispetto delle misure di sicurezza. Per
contro, dalle istituzioni pubbliche a cui mi sono rivolta, non ho trovato mai
risposte positive a fronte di queste richieste».
Esiste un’associazione, di cui anche lei fa parte, intitolata a suo padre. Lo
sport in generale vive anni travagliati, in cui spesso emergono scandali:
l’esempio del passato può essere d’aiuto nel recuperare quei valori di lealtà e
correttezza che spesso vengono disattesi?
«In realtà l'
associazione di cui parla è diretta a conservare nella gente il ricordo di mio padre.
Sicuramente, comunque, c’è molto da fare anche da questo punto di vista, per
recuperare una cultura dello sport che i giovani sembrano avere perduto di
fronte all’inseguimento sfrenato del successo e della ricchezza».
MONITOR
Le
telegiornaliste a raduno
di
Stefania Trivigno
Il 24 febbraio scorso si è tenuto il quinto raduno degli utenti del forum
ufficiale del settimanale
Telegiornaliste.
Fuori dai soliti schemi, la città teatro dell’evento è stata
Verona, che, fra i tanti turisti e la pioggerellina “invernale”, ha regalato
ai partecipanti la giusta atmosfera: l’
Arena ha fatto da testimone
all’incontro e, senza vantarsi troppo, si è lasciata immortalare nella foto di
gruppo.
Ma questa edizione dell’incontro periodico dei fans è stata salutata dalla
presenza di ben tre fra le beniamine più seguite:
Lisa De Rossi,
Alessandra Mercanzin e
Antonella Prigioni.
Le tre telegiornaliste avevano già instaurato un bel rapporto con gli utenti del
forum:
Lisa De Rossi ha un suo
Filo diretto;
Alessandra Mercanzin e Antonella Prigioni un
proprio
thread all’interno della sezione
Tv locali e altre emittenti.
Durante la cena, le tre anchorwomen, sempre al centro dell’attenzione, hanno
risposto con
disponibilità non comune alle domande dei fans sulla
professione, raccontando anche aneddoti e curiosità riguardanti il mondo del
giornalismo e la loro carriera.
Ma lo scambio di opinioni e pareri ha fatto sì che gli stessi
utenti del
forum diventassero
oggetto curioso agli occhi delle colleghe
televisive, stupite dell’affetto e dell’attenzione dei duemila ammiratori e
passa che ogni giorno si collegano al forum di
Telegiornaliste per
aggiornarsi sulle loro beniamine e scambiarsi le opinioni più svariate.
La redazione di
Telegiornaliste si unisce agli utenti del forum e ai
partecipanti al raduno nel ringraziare Lisa De Rossi, Antonella Prigioni e
Alessandra Mercanzin per la loro presenza costante e per l'affetto che ci hanno
dimostrato.
galleria fotografica
CRONACA IN ROSA
Donne di sport e d’università
di
Erica Savazzi
Novità importanti dal mondo della
pari opportunità: è
stato nominato il primo rettore donna nella prestigiosa
università statunitense di Harvard e, nella vecchia
Inghilterra, è caduto un baluardo della discriminazione in
uno sport, il tennis, che trova nei campi di Wimbledon la sua
massima espressione.
Da quest’anno, infatti, le vincitrici del torneo femminile
avranno in premio la
stessa somma di denaro del primo
classificato nelle gare maschili. Finora infatti gli uomini –
Roger Federer in testa – avevano diritto a un assegno di 920
mila euro, mentre le colleghe – tra cui la campionessa Amélie
Mauresmo – si portavano a casa 40 mila euro in meno.
Wimbledon si aggiorna, sebbene in ritardo rispetto ad altre
competizioni tennistiche: evviva la parità! Peccato che il
resto del
mondo del lavoro sia ben
lontano da
questo traguardo. In Italia, per ammissione del ministro del
Lavoro Damiano, le donne
guadagnano quasi il 30% in meno dei colleghi maschi,
mentre a livello di Unione Europea la
differenza scende al 15%.
Ad Harvard si festeggia la nomina a rettore della
cinquantanovenne
Drew Gilpin Faust, la prima nei 371
anni di gloriosa storia dell’istituzione universitaria. Una
ventata d’aria fresca rispetto al predecessore – Lawrence
Summer – che aveva dichiarato che le donne sono
biologicamente meno dotate per scienze e matematica.
Sono quattro, ora, le donne che guidano altrettante
prestigiose università americane iscritte alla Ivy League.
Una perfetta
parità uomini - donne, visto che le
università che fanno parte della rinomata lega sportiva sono
soltanto otto.
Per tornare al paragone con l’Italia, nel nostro Paese i
rettori iscritti alla
CRUI sono 77, di cui solo due donne:
Rita Franceschini
della Libera Università di Bolzano e
Stefania Giannini,
che dirige l’Università per Stranieri di Perugia.
FORMAT
Il viaggio a
portata di telecomando di
Nicola
Pistoia
“Il canale per chi ama scoprire il mondo, per il viaggiatore
che si nasconde nell’animo di ogni uomo, sempre pronto a
partire”. Questa è la raffinata filosofia che riecheggia in
tutti i programmi di cui si compone il ricchissimo
palinsesto del canale satellitare
Marcopolo. Una
tv dedicata completamente ai viaggi,
attraverso la quale si può sognare di esplorare i luoghi più
suggestivi e incantevoli del mondo... Rimanendo comodamente
seduti sul divano di casa.
Programmi dedicati ai viaggi, soprattutto tra i canali della
cosiddetta
tv generalista, ce ne sono molti. Sono
certamente ben fatti, ma in Marcopolo tv (canale 414 della
piattaforma Sky) tutto è concentrato in un
singolo canale
che offre ai telespettatori la possibilità di scegliere il
tema più congeniale.
Inoltre le programmazioni sono piacevoli e diversificate
nell’arco della giornata: si passa da
itinerari italiani,
a
città europee, a
paesi esotici. I commenti
alle immagini sono precisi ed esaustivi, con notizie su
clima, popolazione, norme sanitarie e gastronomia.
Particolare menzione alle colonne sonore che accompagnano i
vari servizi, sempre molto coinvolgenti.
Alla scoperta dell’America,
Transoceania,
Atlante e
Isole sono solo alcuni dei programmi
che animano la tv di Marcopolo. Tra questi c’è da segnalare
anche
Le capitali della notte e
Donne in viaggio.
Il primo ci porta alla scoperta delle grandi metropoli che,
dopo il tramonto, si svestono della loro serietà per
diventare centri nevralgici della mondanità più sfrenata. Il
secondo, invece, racconta
storie di donne comuni, che
lasciano il proprio paese per visitarne un altro
completamente diverso.
Per rimanere in tema di tv satellitare, tra quindici giorni
vi porteremo a scoprire il meraviglioso mondo di
Alice,
la tv della casa e della cucina.
2-fine
CULT
Lo schermo di carta: il cineromanzo rivive
di
Gisella Gallenca
Siamo negli
anni Cinquanta. A
San Pietro di Magisano, un piccolo
paese della Calabria, viveva il giovanissimo
Gianni Amelio. Che vent’anni dopo sarebbe diventato regista. Ma, allora, non
poteva immaginarlo. Nel paese non c’era neanche un cinema, e i film arrivavano
“stampati” su fascicoli cartacei.
I
fotoromanzi. Un genere a metà tra cinema e lettura popolare, che vide
una grande diffusione. Ma solo per un decennio. Milioni di fascicoli considerati
prodotti di bassa lega, che altrettanto velocemente sparirono dalla
circolazione, diventando poco più che una curiosità da antiquario.
Amelio non ama essere definito "
collezionista". È semplicemente un
lettore, un
estimatore del genere. Eppure possiede ancora
più di
mille cineromanzi. Una mole di materiale, grazie a cui è stato possibile
allestire la mostra
Lo schermo di carta, organizzata dal
Museo Nazionale del Cinema di Torino, e che sarà aperta al pubblico fino al
19 aprile, presso l’
Archivio di Stato.
Una esposizione moderna e interattiva, che contiene più di
duecento testi
originali, all’interno di un ampio percorso espositivo. Tra questi, due
gigantografie, che permettono al visitatore di “entrare” nelle pagine. E infine,
moltissime postazioni multimediali e il documentario
Sfogliare un film,
per la regia di Lorenzo d’Amico De Carvalho.
Si tratta di un pezzo di storia dell’
editoria italiana. Quasi
dimenticato, ma non per questo meno interessante. Il cineromanzo non è
semplicemente un
surrogato delle moderne videocassette e dei DVD. La sua
forza è anche la sua debolezza: l’impossibilità di raccontare tutto, la
necessità di scegliere i fotogrammi e i contenuti. Ma anche la creatività
necessaria per venire incontro a questa mancanza, utilizzando il
potere
evocativo dell’immagine. Dove non arrivava il
medium, entravano in
scena la
memoria e la
fantasia del lettore. E forse è proprio
questo il
segreto del suo breve successo.
«Non ho mai considerato il
cineromanzo come un surrogato del film. Anzi,
tra il film da vedere in sala e quello da leggere sulla carta, finivo, ahimé,
per scegliere il secondo: perché lo potevo tenere con me, guardarlo e
riguardarlo quando volevo; mentre l’altro, si sa, mentre lo vedi lo perdi»,
queste le parole di Amelio. «Il cineromanzo non ci restituisce il film perché
non può farlo, non è nella sua natura.
Semmai ne alimenta il mito. Tant’è
che ai suoi tempi non veniva visto in concorrenza, ma come supporto al film o
addirittura come una sorta di trailer postumo».
La mostra si completa con l’esposizione, sulla
cancellata della Mole
Antonelliana, di trenta riproduzioni in grande formato delle
copertine
dei più significativi cineromanzi, dalle origini agli anni Sessanta. Gli orari
di apertura sono dal martedì alla domenica, dalle 10.00 alle 19.00, e il giovedì
dalle 10.00 alle 22.00. Maggiori informazioni sono presenti sul sito
www.museocinema.it.
DONNE
La rosa di Roma
di
Tiziana Ambrosi
Icona del
neorealismo italiano, icona della
popolanità capitolina, della sua schiettezza e dei suoi
valori: Anna Magnani nacque nel marzo del 1908 a Roma.
Appena in fasce la madre Marina si trasferì ad Alessandria
d'Egitto. Proprio questo spostamento fu alla base dell'
equivoco
che per molti anni diede adito a dubbi sulla
reale città
di nascita dell'attrice.
La Magnani sostenne sempre di essere nata a Roma, e
sicuramente nella sua lunga carriera la rappresentò come
nessun'altra, in tutte le sue sfaccettature.
Anna venne allevata nella casa della nonna materna, abitata
da cinque zie. Il
rapporto con la madre,
sempre
lontana, fu
tormentato. Nonostante Marina le
avesse pagato le migliori scuole, un corso di pianoforte,
Anna la sentiva distante, anche quando andava a farle visita
ad Alessandria.
Nel 1927, insieme ad un altro grande del teatro italiano,
Paolo Stoppa, cominciò a frequentare la
Scuola di
recitazione Eleonora Duse.
Da lì, alcuni spettacoli in diverse compagnie, fino al
passaggio alla rivista, nel 1934. Ben presto Anna Magnani
divenne uno dei nomi più richiesti, lavorando al fianco di
personaggi del calibro di Totò e Vittorio De Sica.
Nel 1942 nacque il suo unico
figlio, Luca, che da
bambino si ammalò di
poliomielite. Forse la malattia,
forse il ricordo della madre lontana ed assente, spinsero
Anna ad instaurare un rapporto strettissimo con il figlio,
che le rimase accanto fino alla fine, quando l'attrice si
spense, nel 1973, per un cancro al pancreas.
Dal teatro leggero, dalla rivista, alla
consacrazione
come attrice drammatica: nel 1945 con
Roma città aperta.
Una pietra miliare del cinema neorealista italiano diretta
da
Roberto Rossellini, con il quale la passionale
attrice iniziò una burrascosa relazione. Un magnifico Aldo
Fabrizi e un
fotogramma che è rimasto impresso nella
storia del cinema: la popolana Pina falciata dalla mitraglia
mentre corre verso l'amato Francesco, caricato sui camion
tedeschi.
Il simbolo di un'
Italia che tenta di risorgere dalle
sue macerie e che si aggrappa ai valori di moralità e
umanità sui quali una società si costruisce. Per questa
interpretazione Anna Magnani venne premiata con il primo dei
suoi cinque
Nastri d'Argento.
Sganciata dal ruolo della commedia, Anna diventò la musa dei
più importanti registi italiani del dopoguerra. Ancora
Rossellini, poi Luchino Visconti con
Bellissima. Sbarcò anche oltreoceano con
La
rosa tatuata, grazie al quale ottenne la
definitiva
consacrazione a livello
internazionale, nel 1956,
vincendo il
premio Oscar come migliore attrice. Tra le
italiane solo Sophia Loren riuscì ad eguagliarla pochi anni
dopo, con la
Ciociara.
Negli anni '60 la carriera cinematografica di Anna Magnani,
nonostante qualche film d'autore, come
Mamma Roma di
Pasolini, si fece meno incisiva. Completò il suo panorama
professionale con dei brillanti
programmi televisivi,
che le diedero soddisfazioni e un buon successo di pubblico.
Volitiva, calda, passionale, aggressiva e nello stesso tempo
dolce, un'attrice vissuta in un periodo magico del nostro
cinema. Un
periodo di pellicole che non si girano più,
e si trovano soltanto nelle cineteche degli appassionati.
TELEGIORNALISTI
Massimo Mapelli,
l’inviato speciale
di
Nicola Pistoia
Massimo Mapelli è capo servizio e inviato speciale del
Tg La7. Giornalista professionista, ha partecipato
alla XXII spedizione del Programma nazionale di ricerche al
Polo Sud. Negli ultimi anni ha condotto il tg della notte e
ha ideato e curato la rubrica
Teleposta di Adriano
Sofri, trasmessa nel telegiornale.
Il giornalismo per lei è una vocazione?
«Una passione, nata sui banchi di scuola. Voglia di
scrivere, descrivere e curiosare, assecondata dai miei
insegnanti già negli anni del liceo».
Può spiegare ai lettori di Telegiornaliste qual è
il compito di un capo servizio?
«Un capo servizio coordina il lavoro della redazione o di un
settore specifico (cronaca, politica, esteri, eccetera) in
accordo con la direzione ed il capo redattore. E' un lavoro
interessante e un po' stressante, che ho svolto a tempo
pieno per tre anni come vice - capo della redazione cronaca.
A partire dal 2005 a questa qualifica si è aggiunta quella
di inviato speciale del telegiornale, che ora mi porta ad
occuparmi di temi e notizie in maniera diversa».
Lei ha lavorato per la carta stampata, per la radio e ora
per la tv. Quale di questi mezzi di comunicazione
l'affascina maggiormente?
«La radio è stato il primo amore con un'esperienza
fantastica durata alcuni anni a
Rai Stereo Notte. La
carta stampata e soprattutto la stampa periodica consentono
di approfondire meglio gli argomenti. La televisione, quella
di qualità, è un gioco
di squadra suggestivo che ha bisogno di grande affiatamento
tra le varie componenti (giornalista, operatore, montatore,
regista, produttore). La tv rende visibili, ma troppo spesso
l'informazione televisiva resta sulla superficie delle
cose».
E' più difficile fare il giornalista o l'insegnante?
«Fare l'insegnante è un divertimento assai gratificante.
L'interscambio con gli studenti è una linfa vitale. Nella
professione si alternano gioie e delusioni e ci si può
trovare in situazioni delicate. L'importante è mantenere
serenità di giudizio e onestà intellettuale».
Quali sono i tg, oltre al suo, che apprezza di più? E c'è
un giornalista o una giornalista che vorrebbe al tg di La7?
«I tg li guardo un po' tutti. La novità più interessante
degli ultimi due - tre anni mi pare
Sky Tg 24 per il
dinamismo del suo flusso informativo. Il
Tg1 di
Riotta sta recuperando autorevolezza ed una leadership che
aveva forse un po' smarrito negli ultimi tempi».
Con l'avvento del digitale terrestre, come crede stia
cambiando o cambierà il modo di fare tv e in particolar modo
di fare informazione?
«Gli scenari sono ancora difficili da decifrare. Di
convergenza tra computer, telefonino e televisione si parla
da più di un decennio. Il digitale terrestre mi pare una
partita innanzitutto politica che potrebbe riservare in
futuro cambiamenti di rotta e sorprese. Internet è entrato
ed entrerà sempre più nel mondo dell'informazione. Avere il
tempo per verificare le notizie è il grande problema di chi
fa il nostro lavoro con professionalità. L'
informazione
fai da te è un'opportunità ed un grande rischio al tempo
stesso. Il pubblico non è tutto adulto e vaccinato allo
stesso modo. Su internet non tutte le fonti sono
potabili».
OLIMPIA
Women in the
ball 2007
di
Mario Basile
«Nel nostro paese si parla così tanto di calcio che è
diventato un argomento di socializzazione. Però viene
affrontato quasi sempre al maschile, guardando poco alla
realtà del calcio femminile. Si è ancora erroneamente
convinti che il calcio sia una cosa da uomini». Comincia con
queste parole di
Maria Falbo, assessore allo sport
della
Provincia di Napoli, la conferenza stampa della
manifestazione
Women in the ball, giunta quest’anno
alla seconda edizione.
Presenti in sala, oltre all’assessore, l’avvocato
Salvatore Colonna, presidente regionale della
FIGC,
il professor
Biagio Antignani, curatore del progetto
Sportlab, ma soprattutto
Alessandro Pennestri e
PierLuigi Liccardi, rispettivamente presidente e
consigliere della
Domina Neapolis, società campana di calcio femminile,
vero cuore pulsante della manifestazione.
Il progetto
Women in the ball, infatti, nasce dalla
collaborazione tra il club di Casalnuovo e il grande team
statunitense
WFC Indiana, iniziata nel
2005. Un progetto che ha
visto gli allenatori americani giungere in Italia, l’estate
scorsa, per partecipare alla prima edizione e “toccare con
mano” la realtà del nostro calcio femminile e, nel gennaio
scorso, i dirigenti della Domina Neapolis partecipare alla
60° convention annuale della
National Soccer Coaches Association of America, una delle
più importanti organizzazioni legate al mondo del calcio nord
americano.
«
Women in the ball vuol dire sia “donne nel pallone”,
inteso come donne che vivono questo mondo, sia “donne in
palla”, ovvero donne che hanno la capacità di migliorare
questo sport coi loro sacrifici, ed è un progetto – spiega
Liccardi – che si sviluppa su tre linee fondamentali. Il
Recruting Camp, dedicato alla formazione tecnica delle
calciatrici e che l’anno scorso ha avuto grande successo con
la partecipazione dei preparatori americani; l’
International
High School Cup, un torneo tra squadre di scuole con
finalità di gemellaggio con comuni di altre nazioni; e il
progetto
Sportlab, che vuole portare il calcio
femminile nelle scuole».
Un’idea, questa, che non ha visto ancora la luce, come
racconta il professor Biagio Antignani: «L’idea di Sportlab è
quella di creare tante piccole
scuole calcio femminili
negli istituti scolastici. Così facendo, anche grazie alla
collaborazione con la Domina Neapolis, si potrebbero aiutare
le giovani atlete ad entrare in questo mondo. Purtroppo
mancano le strutture e le istituzioni finora non ci hanno
aiutato».
E sul calcio femminile giovanile pone l’attenzione l’avvocato
Colonna: «Il nostro calcio femminile sta facendo grossi passi
in avanti. Lo testimonia il fatto che
Natalina Ceraso
Lovati, presidente della divisione calcio femminile, è
diventata consigliere federale della Lega Nazionale
Dilettanti in cui è inquadrato il calcio femminile. Per
crescere però – continua Colonna – è necessario coltivare il
calcio femminile giovanile. Non è possibile che
ragazzine promettenti vadano subito a giocare in prima
squadra col rischio di bruciarsi. Bisogna creare la
cosiddetta “filiera”, ovvero una serie di squadre giovanili
come quelle del calcio maschile, che accompagnino passo dopo
passo le calciatrici in prima squadra. Naturalmente per fare
questo servono le strutture. Con una programmazione del
genere tra qualche anno avremo grossi risultati».
A chi gli chiede se la strada del professionismo non potrebbe
velocizzare questa crescita, Colonna risponde: «Non credo.
Una piramide va costruita dalla basso. Se non si hanno basi
forti crolla tutto. Faccio l’esempio del calcio maschile
americano: quando trent’anni fa arrivarono i grandi campioni
come
Pelé e
Beckenbauer o nel ’94 si
organizzarono i Mondiali, dopo l’iniziale entusiasmo il
soccer perse di fascino perché non era solido alla base.
Adesso invece le cose sono migliorate perché si è programmato
dal basso».
E proprio parlando di calcio in Usa chiudiamo col presidente
Pennestri: «Per noi questa collaborazione con la squadra
dell’Indiana è un sogno che si avvera. Differenze tra calcio
femminile americano e italiano? A parte il fatto che lì le
calciatrici sono professioniste, c’è una
diversa cultura
sportiva: negli Usa fare sport significa eccellere,
perciò godono di maggiori aiuti rispetto a noi. Devo dire che
però qualcosa si sta muovendo anche qui grazie alle nostre
iniziative e alla nostra
passione che, come dicono gli
americani, è la nostra vera forza».