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Telegiornaliste anno III N. 15 (93) del 16 aprile 2007
MONITOR
Federica de Sanctis, una professionista con le idee chiare
di
Silvia Grassetti
Non potevamo non accontentare le centinaia di richieste che i suoi
fans ci hanno inviato.
Questa settimana
Telegiornaliste incontra
Federica de Sanctis, amatissima telegiornalista di SkyTg24.
Federica, non hai paura che l'attenzione verso la tua bellezza oscuri la tua
professionalità?
«Beh, a dire il vero a Skytg24 siamo in diretta per ore. Quotidianamente ci
capita di improvvisare, dare notizie a braccio, seguire eventi in diretta. Se
non si è concentrati e preparati, si fanno brutte figure e chi ci segue se ne
accorge, non c'è bellezza che tenga. In una all news un conduttore che non
funziona si vede subito: la bellezza non aiuta molto. Detto questo, sarebbe
folle offendersi perché mi si paragona a
Michelle Pfeiffer! Magari, troppo buoni... chi lo sa, avrei fatto altro!».
Secondo te, che hai lavorato per la carta stampata, la radio e la tv,
l'informazione televisiva è davvero informazione, o solamente show?
«Certo che è informazione, credo anzi che un telegiornale, proprio per la sua
natura sia uno dei migliori modi di informare: in un minuto e mezzo diamo
esaurientemente una notizia che, a differenza di un giornale, è fatta non solo
di
parole ma anche di immagini. Così anche per gli approfondimenti. Quindi chi ci
lavora deve essere preparato anche tecnicamente. Poi è vero che in tv ci sono
anche show ed esagerazioni - in alcune scelte editoriali - ma lo scandalo,
l'essere sopra o fuori le righe credo siano cose presenti in tutto il mondo dei
media, no?».
Quale dovrebbe essere e quale invece è il ruolo del giornalista oggi?
«Il ruolo del giornalista è quello di raccontare la realtà nella maniera più
completa e obiettiva possibile, è quello di saper fare domande, di essere chiaro
nell'esposizione e di aver paura solo di non raccontare tutto, non dovrebbe
temere o quantomeno farsi influenzare da niente e da nessuno.
Molti sanno fare bene il proprio lavoro, altri forse meno, a volte dovremmo aver
tutti più coraggio. Io cerco di imparare, studiare, continuamente, mi rendo
conto di quanto non sia mai abbastanza; per tutti. Nonostante tanti anni di
esperienza credo non sia corretto dare giudizi severi su colleghi con decenni di
esperienza. Non è ipocrisia, anche io ho le mie preferenze, ma questo è un altro
discorso».
Quando sei in vacanza, quale quotidiano leggi e quale tg guardi per
mantenerti informata?
«Spesso vado all'estero, la mia fonte sono i quotidiani su internet e SkyTg24
che si può vedere anche online. In Italia invece compro i quotidiani principali
e vedo i tg che posso, dipende da dove e cosa sto facendo. Se ho tempo la sera
amo molto leggere i cosiddetti secondi quotidiani, quelli più di commento. Però
stiamo parlando di vacanza: passo le ore a nuotare in mare dove leggere e vedere
la tv è davvero difficile».
Dove vuole arrivare Federica de Sanctis? E qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Crescere insieme a SkyTg24, e per ora le cose mi sembra vadano bene! Mi piace
non solo il tg ma anche occuparmi dei programmi di approfondimento che conduco
il pomeriggio e mi stimola sempre andare laddove accadono i fatti, raccontarli a
chi ci segue da casa, insomma "fare l'inviata". Più a lungo avrò occasione di
fare tutto ciò e più sarò felice.
Per quanto riguarda il sogno nel cassetto... beh, credo di viverlo un sogno: dopo
anni di gavetta e sacrifici, faccio il lavoro che ho sempre voluto. Sognare
ancora, forse è troppo... Per adesso!».
MONITOR
Susanna Galeazzi, figlia di cotanto padre di
Giuseppe Bosso
Nata a Roma,
Susanna Galeazzi
è giornalista professionista dal 2006. Figlia del noto giornalista Gian Piero
Galeazzi, ha iniziato collaborando con il sito Kataweb e con il settimanale
L'Espresso. È poi passata a Sky, dove ha condotto il telegiornale sportivo
del canale SkyTg24 ed è stata inviata per gli Internazionali di tennis a Roma.
E' poi approdata al
Tg5 e, dallo scorso anno, fa parte della redazione di
Verissimo.
Essere la figlia di un noto giornalista significa dover dimostrare qualcosa
in più rispetto alle tue colleghe?
«Assolutamente no. Sicuramente per me è stato un bel biglietto da visita, che
non mi ha provocato alcun timore al momento in cui ho cominciato. Devi essere te
stesso in questo mestiere; chiunque si sentirebbe orgoglioso di avere un padre
molto apprezzato in questo campo, ma ovviamente sono poi io a dover dimostrare
quello che valgo, quello che faccio è frutto del mio lavoro e non certo del mio
cognome».
Quali differenze tra il giornalismo sportivo e quello, diciamo, di costume di
cui ti stai occupando adesso?
«Beh, non dimenticare che ho anche lavorato al
Tg5 come inviata, una
bella responsabilità per una ragazza della mia età, soprattutto per i servizi di
apertura. È importante riuscire ad adattarsi ad ogni situazione e ad ogni
argomento, con lo stesso impegno, se vuoi essere un giornalista a 360°. La
cronaca rosa, il “gossip”, a prima vista può sembrare un argomento stupido, ma
non è affatto così. Anzi, è molto difficile riuscire a trovare notizie nuove ed
esclusive, trovare i personaggi di primo piano, ed è questo un aspetto che non
viene quasi mai considerato. Invece, come giornalista sportiva, hai il vantaggio
di poter contare su una certa preparazione e sulla possibilità di poterti
documentare in maniera approfondita».
Anche tuo fratello è giornalista: fa parte della redazione di Le partite
non finiscono mai di La7 con Darwin Pastorin. Vi siete sentiti incoraggiati
da vostro padre nell’intraprendere questa strada oppure è stata una scelta
vostra?
«Per quanto mi riguarda è un sogno che coltivo da bambina e che dura ormai da
otto anni. Ho sempre amato scrivere, ed è sicuramente la migliore premessa per
iniziare. Per quanto riguarda mio fratello, posso dirti che lui ha iniziato
quest’anno, se così si può dire, per divertimento. Ma credo che saprà cogliere
anche lui le possibilità che gli si potranno prospettare».
Quali sono le tue aspettative come giornalista?
«Il mio sogno è quello di riuscire, un giorno, ad avere un programma tutto mio,
come autrice e conduttrice, possibilmente sulle mie due grandi passioni, lo
sport e la moda. Quest’ultima, soprattutto, noto con molto rammarico che non
gode degli spazi dovuti in televisione, e per questo vorrei riuscire a rimediare
a questa lacuna».
Se un domani ti proponessero di lavorare insieme a tuo padre la cosa ti
creerebbe imbarazzo o riusciresti ad affrontarla normalmente?
«Ti dirò, mi è stato proposto. Ma fino a quando non sentirò di avere acquisito
una certa maturità e una certa esperienza non lo farò. Comunque allo stato
attuale credo che se mi dovesse capitare di intervistarlo, riuscirei a farlo
senza problemi».
CRONACA IN ROSA
Affari nostri
di
Erica Savazzi
Italianità: «indole, natura, carattere d’italiano»,
secondo
Il nuovo Zingarelli. Motivo di orgoglio, a
quanto pare anche in economia.
«E’
interesse strategico del Paese che la rete Telecom
resti italiana», ha dichiarato Piero Fassino a proposito
della messa in vendita di quote di Olimpia (società che
controlla Telecom). E come lui, adesso e soprattutto in
passato – gli scandali dei “furbetti del quartierino”, con
destra, sinistra, e perfino il governatore della Banca
d’Italia schierati
contro gli acquirenti stranieri –
hanno pronunciato la fatidica frase. Come se quello fosse il
punto focale dell’economia del Paese,
come se bastasse
essere italiani per fare impresa con successo.
Così è successo con
Alitalia, protetta e finanziata
per anni, anche da governi liberali - liberisti, e ora messa
in vendita, probabile preda della russa Aeroflot. Così è
successo per le
banche, Banca Antonveneta e Bnl,
difese strenuamente a costo di illeciti penali, e alla fine
passate comunque di mano - alla olandese Abn Amro e alla
francese Bnp.
Italianità è una parola magica,
populista: chi infatti
può non dirsi d’accordo sull’importanza di avere imprese
tricolori ad alto valore?
Italianità scatena le
paure ancestrali, il “
mamma li turchi”, come se
gli stranieri si divertissero a comprare società spesso
inefficienti, spesso
sull’orlo della bancarotta, solo
per il gusto di fare altri danni.
La telefonia è un
settore strategico. Vero, però si è
creato lo stesso polverone quando a vendere sono state Wind
(all’imprenditore egiziano Naguib Sawiris) e Omnitel (a
Vodafone) e, più di recente, Fastweb a una società svizzera?
Naturalmente no. Questione di grandezza, dato che Telecom è
la società con la maggiore quota di mercato sia nella
telefonia fissa che nel mobile? Oppure questione di
convenienza. Prendiamo lo scandalo delle intercettazioni
illegali per cui è indagato Giuliano Tavaroli, ex
responsabile della sicurezza di Telecom e Pirelli: sarebbe
stato fattibile con altri azionisti e un altro amministratore
delegato?
Guido Rossi – ex commissario straordinario Figc e
primo presidente Consob – era stato chiamato alla guida di
Telecom sei mesi fa da Tronchetti Provera. Improvvisamente,
lo stesso Provera, tramite Olimpia, gli ha negato la
riconferma. Del resto, Guido Rossi conosce fin troppo bene la
legge sull'antitrust. L'ha scritta.
Ma è
facile vendere per Tronchetti Provera, quando con
una sola transazione si incassa un congruo
premio di
maggioranza pur possedendo solo il 18% delle azioni sul
mercato. Anzi, solo lo 0,6%. E’ comodo vendere, quando gli
azionisti minori (82% delle azioni) sono singolarmente troppo
deboli e troppo “polverizzati” per qualsiasi opposizione.
La
politica difende l’italianità mentre
l’imprenditore-manager, fedele al guadagno, la
vende
al migliore offerente.
FORMAT Nuvolari, i motori al centro di tutto
di
Nicola Pistoia
Si conclude il nostro viaggio tra i principali canali
tematici di Sky. A
Leonardo,
Alice e
Marco Polo si aggiunge
Nuvolari. Un nome che rievoca il celebre
Tazio,
pilota italiano di auto e moto da corsa.
La televisione satellitare trasmessa sul
canale 218,
infatti, propone una programmazione interamente dedicata al
mondo dei motori e delle auto. Ma non solo. Negli
ultimi anni l’attenzione degli autori del canale si è
concentrata anche sulle navi, sugli aerei e su qualunque
mezzo di trasporto che attiri la curiosità e l’interesse del
telespettatore, anche quelli più eleganti e costosi.
Sono oltre trenta i programmi che vengono trasmessi ogni
settimana da
Nuvolari tv. Tra questi segnaliamo
L’arena condotta dal giornalista
Mauro Coppini,
già direttore editoriale del canale stesso, meno famosa
rispetto a quella di
Domenica In ma senza dubbio più
pacata. Basandosi sul tema della puntata, si sviluppa un
dibattito tra il giornalista e gli ospiti, sempre incentrato
sul mondo dell’automobilismo.
Ogni giorno, la mattina, il pomeriggio e la sera, va in onda
Legend. Diventato un vero e proprio cult, la
trasmissione presenta
i modelli più belli dei motori
che hanno fatto la storia del motociclismo mondiale. Non
mancano altri programmi davvero interessanti come
Test
Auto,
A ruota Libera,
Formula 1 Story e
Supercars.
Particolarmente curato e dettagliato anche il
sito
internet della televisione. E’ possibile trovare la
descrizione dei programmi, format per format; i profili dei
piloti e le schede sui grandi eventi e poi forum, sondaggi e
opinioni di ogni genere. In più, in home page, ci sono le
sezioni dedicate ai protagonisti di Nuvolari:
Giacomo di
Amato,
Giovanni di Pillo e
Guido Scrittone.
Una curiosità: Nuvolari viene seguito da oltre
un milione
e mezzo di telespettatori nell’arco di una settimana. Il
sito internet, invece, viene visitato da circa
trenta
mila internauti al mese.
CULT
Salerno capitale della creatività
di
Valeria Scotti
Un luogo dove coltivare e conoscere idee originali, forme innovative di
linguaggio e talenti dalle variegate esperienze culturali. Dal
4 al 12 maggio
i giovani d’Europa si danno appuntamento a
Salerno, sede del
Festival delle Culture Giovani. L’iniziativa, dopo il successo della scorsa
edizione, ritorna con nuove installazioni, workshop, video e incontri con
artisti ed esperti.
Cinema,
musica,
letteratura,
videoarte. Queste le
materie ove promuovere ed esprimere la creatività lungo gli otto giorni del
festival.
Vasto lo spazio riservato al
cinema. Il principale appuntamento è con il
progetto
Linea D’Ombra, che negli scorsi anni ha premiato
professionisti del settore audiovisivo dalle grandi potenzialità e doti
artistiche. Quattro le sezioni:
Passaggi d’Europa con le opere di autori
europei;
Corto Europa e
Corto Italia dedicate ai cortometraggi;
Under 18 con i lavori di studenti delle scuole superiori della Campania.
Fuori concorso, la rassegna
Made in Neaples presenterà documentari
realizzati tra il 2000 e il 2006 che raccontano le tensioni e le contraddizioni
del capoluogo partenopeo.
La
musica sarà protagonista in
Music-K con i concerti live
di
Neffa,
Le Vibrazioni e le performances dei maggiori Vj
internazionali.
Nel campo della
scrittura, il tema dell’amore sarà analizzato con una
serie di letture e incontri accompagnati da musiche e immagini tratte da celebri
film.
La
videoarte celebra i
25 anni di
Studio
Azzurro, gruppo milanese di videomaker - Paolo Rosa, Fabio Cirifino,
Leonardo Sangiorni e Stefano Riveda – esperti in arte multimediale e
interattiva. L’omaggio avrà luogo attraverso un percorso costituito da quattro
ambienti installativi che rievocano tematicamente la loro complessa produzione,
sei ore di proiezioni dei loro lavori, ed una mostra dove saranno esposti
bozzetti delle loro opere e microvideoinstallazioni.
Il
Festival delle Culture Giovani propone infine
tre iniziative:
Cell_art, concorso via MMS per raccontare il rapporto artificiale
- naturale;
Trame in rete, costruzione di un racconto a più mani a
partire dai volti di alcuni personaggi pubblicati sul web;
Work in
progress, spazio aperto ai giovani musicisti italiani.
DONNE
Marisa Messina, la donna che comanda il carcere
di
Laura Nicastro
La
casa circondariale di Enna si tinge di rosa. E il
nuovo comandante della polizia penitenziaria,
Marisa
Messina, 51 anni, ha alle spalle un curriculum di tutto
rispetto. Laureata in scienze giuridiche all'università di
Messina, è in servizio nell'amministrazione penitenziaria dal
1983, con l'incarico di vigilatrice nel carcere Sollicciano a
Firenze.
Nel 2004 ha comandato il carcere di Bicocca a Catania ed è
stata
tutor dei corsi di formazione della scuola
dell'amministrazione carceraria di San Pietro Clarenza (CT).
In realtà, l'incarico
non è una novità per Marisa
Messina, ma «un ritorno a casa, perché nel 1998 ho sostituito
il comandante del reparto per brevi periodi, e nel 2000 sono
diventata comandante della casa circondariale di Enna».
Proprio nel '98 è stata la
prima donna ad assumere il
comando di un carcere.
Marisa Messina è una donna tenace ma modesta che non ha «strombazzato
ai quattro venti il suo primato nella polizia penitenziaria».
E il riconoscimento della sua professionalità non è stato
semplice: «Ho rivestito tutti i ruoli all'interno
dell'amministrazione penitenziaria, da quello civile fino a
comandante. Spesso, però, ho sentito frasi come
Ma a Enna
non ci sono ispettori uomini?, oppure
Non abbiamo
nulla da eccepire sul suo lavoro, ma un uomo dà più il
senso dell'autorità, può far rispettare meglio le regole.
Parole che fanno molto male, dopo una dura giornata di
lavoro, ma io sono testarda e continuo».
E proprio la sua testardaggine e fermezza le hanno permesso
di lavorare in un ambiente non certo semplice: «Le detenute
sono più aggressive degli uomini perché vivono male la
privazione della libertà.
Le donne molto spesso sono più
istintive e passionali e non riescono a mascherare i loro
stati d’animo».
La situazione che Marisa Messina trova a Enna è buona e non
sembra destare problemi. Ma non è stato sempre così, come
quella volta che ha scoperto una detenuta a organizzare
l’uccisione di una compagna di cella: «Abbiamo vissuto
momenti di forte tensione, ma alla fine siamo riusciti a
sventare tutto e a ritrovare i rasoi con cui avrebbe vovuto
colpire l’altra detenuta».
Nonostante le difficoltà e la rinuncia a una vita tranquilla,
Marisa Messina
è contenta del suo lavoro: «La
soddisfazione più significativa la traggo dalle conferme
quotidiane e dalla gestione serena che cerco di portare nella
casa circondariale».
TELEGIORNALISTI
Luigi Fenderico: aspetto la mia isola deserta
di
Nicola Pistoia
Luigi Fenderico, nato a Napoli nel 1956, professionista dal
1989, comincia la sua avventura professionale in televisione
nel 1994, per Mediaset: prima al
Tg4, dove resta
alcuni mesi, poi a
Studio Aperto, dove attualmente è
vice caporedattore e ricopre l’incarico di responsabile
della redazione romana, che conta un organico di nove
giornalisti. Continua a seguire la pagina politica, con
collegamenti audio-video dalla redazione al Centro Palatino
e come inviato.
Lei ha lavorato sia per la carta stampata che per
un’agenzia di stampa, ora invece è in tv: può descriverci
queste diverse esperienze?
«Sono diversi i vettori. Diverse la comunicazione e i
destinatari. Se si scrive per un’agenzia di stampa, gli
interlocutori sono essenzialmente i giornalisti che dovranno
rielaborare testi e notizie rendendoli parte di un articolo.
In altri casi, è il giornalista di agenzia – grazie ad una
notizia o ad un servizio particolari - ad occupare uno
spazio esclusivo nel giornale o nel notiziario tv. Quando
questo accade, è un risultato di grande soddisfazione. A
volte anche pochissime righe possono portare al successo. A
me è capitato di essere venuto a conoscenza di un diverbio
tra un ufficiale dell’anagrafe e una coppia di genitori che
voleva dare alla figlia il nome: “Libera scienza al servizio
dell’umanità”. Dopo ore di discussione si accordarono così:
sarebbe stata apposta una virgola dopo il nome Libera, poi
il resto come secondo nome. Non ci fu un solo quotidiano che
non riprese quella notizia. Io ero quasi agli inizi della
carriera e rimasi sbalordito anche per i complimenti del
direttore e dell’editore. Del resto, per un agenzia di
stampa l’obiettivo è la “ripresa” dei giornali.
Se invece si scrive per un quotidiano o una rivista,
l’obiettivo principe è il lettore. Quindi bisogna chiedersi
cosa interessa di più al lettore del nostro giornale. E
dunque quali gerarchie dare all’evento di cui si tratta.
Inoltre, a differenza degli altri strumenti di
comunicazione, c’è di bello che si ha più spazio per
raccontare.
In televisione l’approccio è lo stesso: il riferimento sono
i nostri ascoltatori. Sono loro, la loro quantità, a dare
autorevolezza a un telegiornale. Poi cambia il linguaggio:
entrano in campo le immagini. Cambia la scrittura: deve
essere ben leggibile ad alta voce, con frasi che abbiano
un’armonia. Ed è tassativa la sintesi: quello che in un
giornale di scrive in 60 righe, in un tg come
Studio
Aperto bisogna raccontarlo in dieci righe».
Qual è il compito di un vice caporedattore?
«E’ un componente della “line”, cioè del “gruppo dirigente”
del giornale. Ha funzioni di collegamento tra il direttore e
le sue indicazioni e di coordinamento e verifica affinché il
lavoro dei giornalisti risponda a quelle indicazioni.
Naturalmente, in senso inverso, si fa anche portatore verso
il direttore delle eventuali difficoltà che insorgono “sul
campo” nella realizzazione di un servizio».
Secondo lei ci sono ancora delle differenze tra Nord e
Sud per quanto riguarda la professione di giornalista?
«Le capitali dell’informazione restano Milano e Roma. E la
stessa informazione locale è più viva e diffusa nelle
province ricche, quindi al nord. Il Sud è ancora fortemente
penalizzato e, al momento, senza prospettive».
Secondo il suo pensiero, per la formazione di un
giornalista, è più importante un master o il lavoro di
redazione?
«Francamente ritengo che la scuola “sul campo” resti
insostituibile. Specialmente per le attuali caratteristiche
dell’industria dell’informazione, nella quale, più che
specializzazioni o grandi preparazioni culturali, è
importante la flessibilità. Questo vuol dire riuscire a
capire di ogni cosa quanto basta per raccontarlo
correttamente. Le redazioni tematiche, cioè suddivise nei
canonici servizi (politico, economico, eccetera) sono ormai
proprie di quei pochi grandi giornali che dispongono di
organici corposi. Con i master” si rischia di sprecare un
grande lavoro di studio che all’atto pratico non ha nessuna
possibilità di esprimersi».
Talvolta Studio Aperto è oggetto di critiche. Come
definisce lei il suo telegiornale? E cosa risponde a coloro
che lo ritengono troppo poco impegnato?
«Credo che gli ascolti del mio tg, che sono eccellenti,
rispondano meglio di tutto alla domanda. E poi
l’informazione, se vuole arrivare alla platea più vasta
possibile, dev’essere diversificata. Bisogna tenere conto di
tutti. Di quelli che vogliono un tg istituzionale e serioso
e di chi vuole un tg con un taglio alternativo. Nel nostro
caso veloce e anche a volte irriverente. Che senso avrebbe
fare un doppione del
Tg5? Noi parliamo di tutto: di
politica, di economia, di drammi e fenomeni sociali, così
come di spettacolo e gossip. Ma lo facciamo a modo nostro e
seguendo il target di Italia1, la nostra rete. Il resto, lo
lasciamo al potere supremo del telecomando. Ma dalla gente
che mi riconosce ascolto apprezzamenti molto belli per
Studio Aperto, soprattutto per il suo modo di
comunicare».
Cosa si sente di consigliare ai tantissimi giovani che
come lei vogliono intraprendere questo percorso lavorativo?
«Sinceramente, se pensano ad un giornalismo di tipo
“romantico”, all’avventura, ai viaggi, ai vecchi grandi
inviati di una volta, consiglierei di trovarsi un altro
mestiere. Ma se uno è proprio preso dal
sacro fuoco
ed ha la fortuna di entrare in un giornale, se si attrezza
professionalmente ed ha voglia di fare, gli spazi ci sono.
Però a costo di grandi sacrifici personali e senza le
soddisfazioni e lo spazio di azione di una volta.
L’alternativa è restare dietro una scrivania a copiare
agenzie e a occuparsi per una vita di cose di terza e quarta
fila. E allora, forse, è meglio fare un’altra cosa».
Come si vede fra vent’anni?
«Ho cominciato a fare questo lavoro nel 1976. Nel 2027 avrò
70 anni. Se Dio mi aiuta, sarò su un’isola – spero già da un
po’ - a spendere tutto il tempo che mi rimane per
riconciliarmi con la natura e soprattutto il mare».
OLIMPIA
Il re di Napoli
di
Mario Basile
Buenos Aires,
30 ottobre 1963. A Villa Fiorito,
quartiere tra i più disagiati della capitale argentina, vive
un bimbo di nome
Diego. Ha tre anni e quel giorno ha
toccato il cielo con un dito: ha ricevuto un
pallone
in dono per il suo compleanno. Non lo lascia un attimo. Terrà
vicino quella magica sfera di cuoio malandato nel letto che
divide coi fratelli per tutta la notte.
Oggi Dieguito lo ritroviamo ancora lì: disteso in un letto.
E’ un uomo, ma soprattutto è
Diego Armando Maradona: il più grande calciatore di
sempre. Accanto non ha il suo pallone a tenergli compagnia.
Non ne ha bisogno e forse neanche lo vuole più. Ha lasciato
Villa Fiorito da anni. Anni scanditi da glorie e sconfitte
oramai divenuti leggenda e che negli ultimi tempi sono stati
perfino racchiusi in un
film. Il letto su cui ora riposa è quello della clinica
in cui combatte il suo nuovo nemico: l’
alcool.
Lasciatosi alle spalle la lunga parentesi con la
cocaina,
Diego non ce l’ha fatta a non ricadere in un vizio.
«Si crede un
dio e questa convinzione potrebbe essere
la causa di molti dei suoi problemi». Questo il lapidario
commento di uno dei medici che lo segue. Forse il dottore non
lo sa, ma non è solo Diego a credersi un dio. C’è una parte
del mondo che lo venera al pari di un santo. Quale? La sua
Napoli, ovviamente.
Nel centro storico della città partenopea esiste perfino un’
edicola
votiva con tanto di foto e capello originale conservato
in una teca. C’è chi si ferma ad ammirare, chi scatta una
fotografia e chi con un pizzico di commozione manda un bacio
all’immagine di Diego. Del resto siamo a Napoli, dove il
sacro e il profano si intrecciano e si fondono
quotidianamente.
«Il Napoli non è una squadra. E’ uno stato d’animo», disse
una volta
Corrado Ferlaino, ex presidente del
Napoli Calcio. Uno stato d’animo che Diego ha preso per
mano per sette anni. «Quando ebbi l’idea di prendere
Maradona» - racconta ancora Ferlaino - «mi accorsi subito che
il suo carattere si sposava benissimo con quello dei
napoletani e della città». Mai sensazione fu più azzeccata.
Diego è genio e sregolatezza, croce e delizia, proprio come
la città partenopea.
Le vittorie che conquista col Napoli lo incoronano re e quasi
santo patrono della città. Emblematica la battuta del maestro
Luciano De Crescenzo: «San Gennà, non ti crucciare… Tu lo
sai ti voglio bene, ma ‘na finta ‘e Maradona squaglia ‘o
sangue dinto ‘e vvene!».
Anche l’arte figurativa ha reso omaggio al grande campione. A
San Gregorio Armeno, regno delle statuette del
presepio, ancora oggi sulle bancarelle non mancano quelle
raffiguranti il numero dieci argentino. E nei due quartieri
più popolari della città, il
Rione Sanità e i
Quartieri Spagnoli, campeggiano due enormi murales che
ritraggono Diego in azione. Il tempo li ha sbiaditi.
Non è sbiadito invece l’amore dei napoletani per l’asso
argentino. Nella clinica che oggi ospita Maradona sono
arrivati tanti messaggi di auguri e incoraggiamento dalla
città partenopea. “Diego, non mollare: Napoli è con te”, dice
uno. “Pibe, Napoli ti ama: combatti”, dice un altro. I
napoletani gli promisero di non lasciarlo mai solo quando
mise piede la prima volta al San Paolo, nel lontano
1984.
Ancor oggi mantengono l’impegno. E mai smetteranno di farlo.