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Telegiornaliste anno III N. 16 (94) del 23 aprile 2007
MONITOR
Milena Minutoli, una mamma inviata
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana
Telegiornaliste ha incontrato
Milena Minutoli, telegiornalista in forza alla redazione di Rai2.
Milena, nella tua carriera hai spaziato tra un giornalismo di informazione e
uno di intrattenimento: in quale hai espresso meglio la tua professionalità?
«Si tratta di due ambiti molto diversi. Io, che in questi anni mi sono dedicata
maggiormente all’intrattenimento, non escludo certo che un domani potrei
ritornare a fare trasmissioni di approfondimento, ma tutto sommato anche quello
che sto facendo oggi mi permette di essere giornalista a 360 gradi, trattandosi
di una tv che va fatta in modo garbato ed elegante».
Hai collaborato con personaggi come Minoli, Giletti, Cucuzza, Bevilacqua e Di
Pietro: cos'hai imparato da loro e a chi senti di dover maggiormente
ringraziare?
«Posso dire di avere preso delle buone “pillole” da ciascuno di questi
personaggi; di Minoli, in quanto primo “gigante del piccolo schermo” con cui ho
avuto modo di lavorare, conservo un ricordo molto forte. Anche Carlo Freccero ha
contribuito molto alla mia crescita professionale: è stato lui che mi ha fatto
condurre
La vita in diretta quando andò via Danila Bonito. Una prova di
grande fiducia, soprattutto per me che allora ero davvero giovanissima!
Ma oltre a loro non posso certo dimenticare la persona a cui in questo momento
sono maggiormente legata, che per me è un vero caposaldo, e cioè Michele
Guardì».
Tempo fa, durante la trasmissione di Monica Setta Donne allo specchio,
hai parlato delle difficoltà degli inizi, non solo come principiante ma anche
come donna: nel giornalismo esistono ancora discriminazioni tra i sessi?
«Per poter far bene questo lavoro non bisogna mai mollare, avere dei crolli, e
purtroppo non posso dire di assistere ancora ad una vera e propria parità di
trattamento; per noi donne giornaliste mettere su famiglia è un vero e proprio
lusso, obbligandoci non di rado a dover fare delle scelte molto sofferte».
Finora in tv hai ricoperto quasi sempre il ruolo di inviata, a parte la
conduzione di La vita in diretta: vedremo un giorno Milena Minutoli
condurre un programma tutto suo?
«Si è trattata di un’esperienza breve ma intensa. Certo, se mi si prospettasse
un programma nuovo, perché no? Mai dire mai. Comunque, al momento sono molto
soddisfatta di quello che sto facendo ora come inviata, è una cosa che mi
diverte tanto».
Sei sposata, hai due figlie e fai un lavoro che ti porta molto spesso in
viaggio: come ci riesci?
«Come ti ho detto prima, è molto difficile per una donna conciliare un lavoro
impegnativo come questo e le esigenze di vita familiare. Ci vuole molta tenacia
e molta determinazione. Io, per fortuna, sono riuscita a trovare un punto
d’incontro con la mia famiglia, che mi è sempre al seguito durante i week-end.
Non riuscirei proprio a stare lontana dalle mie bambine… E, perché no, da mio
marito!».
MONITOR
Valentina Boracchia, una voce fresca dalla Riviera
di
Silvia Grassetti
Nata nel 1977, laureanda in Psicologia all'Università di Parma,
Valentina Boracchia è iscritta all'Albo dei Giornalisti della Liguria dal
2003. Tra il 2000 e il 2003 ha lavorato per le agenzie Adn - Kronos e ANSA. Dal
2002 al 2005 ha collaborato con
La Gazzetta di Parma. Dal 2000 scrive per
Il Secolo XIX. Dal 2001 è conduttrice e redattrice presso TeleLiguriaSud.
Valentina, come hai iniziato?
«Le cronache dell’epoca raccontano che già nel lontano 1985, all’età di otto
anni, utilizzassi la cornice di un quadro per annunciare le news familiari ai
parenti simulando una diretta televisiva…
La professione vera è iniziata per caso nel 2001, ed è stato subito “colpo di
fulmine”. Allora pensavo soltanto a concludere gli studi universitari per poi
specializzarmi in Psicologia del Lavoro e magari approdare in qualche grande
azienda nel settore delle risorse umane».
E invece?
«Eccomi qui: a dividermi tra tv e carta stampata ormai da più di cinque anni. E
non me ne sono pentita: grazie a questa esperienza nel mondo dell’informazione
ho scoperto che il giornalismo è il mestiere più bello del mondo. Perché
consente di conoscere la realtà raccontandola. In questi cinque anni di
corrispondenza dalla Riviera spezzina per
Il Secolo XIX ho avuto
l’occasione di raccontare storie, iniziative e problemi delle comunità locali e
di contribuire a combattere tante battaglie “giuste”. Poi c’è la collaborazione
con TeleliguriaSud che mi ha regalato tanta visibilità. Ogni volta che presento
un telegiornale sento il solito “brivido della diretta”, che non mi abbandona
mai».
Progetti per il futuro?
«Vorrei seguire la politica nazionale per qualche grande quotidiano e magari
riuscire a condurre un programma televisivo dedicato al mondo politico, nelle
sue varie sfaccettature. Una strada in salita, ma chissà che dopo questa
gavetta… E poi sogno la pubblicazione del mio primo romanzo,
Angeli senza ali,
dedicato al ruolo della donna in amore, nel lavoro e nella società, al quale sto
ancora lavorando».
Un momento della tua carriera che ricordi, in particolare?
«In realtà sono due. Sul fronte “televisione” l’intervista a Ezio Greggio nel
2003, in cui sono riuscita a divertirmi e a divertire il pubblico grazie alla
vitalità e alle verve di un personaggio straordinario, che seguo fin da bambina
con ammirazione e simpatia. Per quanto riguarda la carta stampata, invece, è
stato indimenticabile l’incontro con lo psicologo Paolo Crepet, che mi ha
rilasciato una bellissima intervista sugli omicidi passionali, dopo un
drammatico caso accaduto nello spezzino».
Che ne pensi del ruolo donne nel giornalismo?
«Anche se la femminilizzazione del giornalismo ormai è un dato di fatto, e
pensando al mondo dell’informazione per molti è naturale associarlo a volti noti
del gentil sesso, va detto che l’ingresso delle donne in questo settore non ha
affatto prodotto un’adeguata redistribuzione nei ruoli di potere. Credo che la
strada da fare per superare la netta disparità sia tutta in salita in un Paese
ultimo in Europa quanto a presenza di donne nelle posizioni di potere. I dati
parlano chiaro: in Italia i ruoli di direttore o caposervizio sono ancora
maschili per il 98 per cento. È importante comunque dare visibilità e
valorizzare le capacità delle donne nel settore, anche con iniziative originali
come quella di
Telegiornaliste.com. Un’impresa non semplice perché, come
diceva Einstein, spesso
è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».
Cosa bisognerebbe fare allora?
«Noi donne dovremmo cominciare ad allearci, a fare squadra, invece di metterci
in competizione. Per qualche collega, infatti, è comodo dire che è ancora troppo
difficile arrivare ai vertici per noi donne. E allora meglio che i ruoli
dirigenziali siano riservati agli uomini invece che al gentil sesso, così
abbiamo il pretesto per non dover ammettere che qualcuna, magari più brava e
preparata di noi, ce l’ha fatta.
Si potrebbero imitare le colleghe francesi, che già da 15 anni si sono associate
nella AFJ (
Association des Femmes Journalistes), nata per promuovere
l'informazione femminile: il punto di vista delle donne sul mondo. Intanto in
Francia la proporzione di giornaliste ai vertici di quotidiani e tv non cessa di
aumentare. Oggi sfiora il 30 per cento, a testimoniare un’attenzione maggiore
verso le donne nei media».
Qual è il segreto del successo in questa professione?
«Tanta preparazione, impegno e dedizione. Un pizzico di umiltà, poi, non guasta.
E soprattutto non bisogna smettere mai di farsi domande. Per fortuna sono
curiosa per natura e credo di aver maturato senso critico, grazie a questo
aspetto della mia personalità e al fatto che tendo sempre a mettermi in
discussione».
E' possibile conciliare lavoro e carriera?
«È ancora molto difficile, il giornalismo è un occupazione “saturante” che è
conciliabile con gli affetti solo a costo di grossi sacrifici. Personalmente non
intendo rinunciare alla famiglia, soprattutto oggi che ho iniziato a sentirne il
desiderio grazie all’uomo che ho al mio fianco dal 2004: Marco Bartolini,
giornalista Rai - Liguria».
CRONACA IN ROSA
Quote rosa in Eritrea
di
Erica Savazzi
Ne avevamo
parlato un anno fa, del problema delle
mutilazioni
sessuali femminili, soprattutto nei Paesi
sottosviluppati.
E’ arrivata una buona notizia: l’
Eritrea,
Paese dell'Africa orientale, uno dei più poveri del mondo, ha
messo
fuori legge questo genere di violenza sulle
donne. Chi non rispetta la normativa rischia fino a dieci
anni di carcere.
Una
rivoluzione legislativa e culturale: in Eritrea il
90% delle donne ha subito l’infibulazione, spesso gli
interventi vengono praticati su bambine anche di pochi mesi,
col rischio di infezioni e morte e con la prospettiva di
difficoltà e dolore durante i rapporti sessuali e il parto.
L’Eritrea è uno Stato sovrano dal 1993, indipendenza
conquistata con anni di lotte, prima contro i colonizzatori
(anche italiani), poi contro gli occupanti etiopi. In
trent'anni di battaglie contro Addis Abeba
più del 30%
delle donne ha combattuto o ha ricoperto ruoli di
supporto ai combattenti. Come avvenuto in Europa durante la
prima guerra mondiale, con le donne chiamate a sostenere il
“fronte interno” mentre gli uomini erano in guerra, così
anche in Eritrea è maturata la consapevolezza dell’importanza
di
coinvolgere le donne nella vita dello Stato.
La
Costituzione, approvata nel 1997, prevede
all’articolo 5 che non ci siano differenze di applicazione
della legge nei confronti di uomini e donne, e all’articolo 7
proibisce ogni atto che possa violare i diritti delle donne o
limitare la loro partecipazione alla vita pubblica. La parità
tra i sessi viene ribadita nell’articolo 48 del Codice Civile
e Penale: «Le donne contraggono matrimonio liberamente, e
godono degli stessi diritti degli uomini». Nella stessa
Costituzione sono previste anche le “quote rosa”: il
30%
dei parlamentari deve essere donna. L’Eritrea ha aderito
a diverse
convenzioni internazionali sui diritti delle
donne e dei bambini.
E proprio sull'
educazione di donne e bambini e sulla
formazione professionale il Paese ha scelto di intervenire,
con l’obiettivo di migliorare la posizione economica
femminile ma anche la “consapevolezza” di genere e dei
diritti individuali.
La povera Eritrea è quindi caposcuola dei diritti delle donne
in Africa, con la speranza che sia esempio anche ai vicini
più avanzati (come l'Egitto), che trascurano di occuparsi
delle proprie cittadine.
FORMAT La sposa imperfetta
di
Nicola Pistoia
Ci risiamo. Nonostante le dichiarazioni - o forse le
speranze - del presidente della Rai
Petruccioli, che
nei giorni scorsi aveva chiesto la
cancellazione di tutti
i reality dai palinsesti, ritenendoli poco adatti al
servizio pubblico, Rai2 torna all’attacco. Nell’attesa di
rivedere a settembre naufraghi più o meno famosi alle prese
con fame, sete e
mosquitos, la seconda rete “delizia”
i telespettatori con un
nuovo reality show. Come se
ce ne fosse bisogno.
Il titolo del programma è
La sposa perfetta condotto da una imbellettata
Roberta Lanfranchi e dal sempreverde, o quasi,
Cesare
Cadeo, in onda ogni mercoledì sera alle 21.00. Uno show
che, già dalla prima puntata, non ha convinto né critica né
pubblico.
Scialbo,
monotono e potremmo dire
inutile,
La sposa perfetta davvero non piace. Anche il
prestigioso
Daily Mail è intervenuto a criticare il
programma, sostenendo il giustificato malessere dei
giornalisti italiani che ritengono che «la
Sposa Perfetta
sia un insulto alle donne e mostri come la tv italiana, già
infarcita di altri reality come il
Grande fratello e
L'isola dei famosi, stia cadendo in
nuovi baratri
di banalità».
Della stessa idea è anche l’onorevole
Vladimir Luxuria
che parla di un
ritorno delle donne all'età di Roma,
con mariti padroni e suocere aguzzine.
E le femministe dove sono? Tacciono, una volta ancora -
nemmeno le battaglie più urgenti, come quelle in difesa del
diritto di scelta delle donne, hanno del resto stimolato una
reazione da parte di chi bruciava i reggiseni.
Lo scopo del gioco è proprio quello che le donne avevano
quasi dimenticato, distratte dal lavoro, dalla carriera e
dalla propria qualità di vita: alcuni concorrenti uomini,
accompagnati dalle
perfide madri, sono alla ricerca
della
donna ideale.
Un velo pietoso dovremmo stendere anche sugli ospiti del
format. Surreale l'anziana
madre di Brosio che,
abbandonata la guida dell'auto mentre il figlio pedalava
trafelato, è passata opinionista. La "signora" ha avuto il
coraggio, o la sventatezza, di chiedere a una concorrente
con quanti uomini fosse "andata a letto".
E cosa pensare della giornalista
Maria Giovanna Maglie,
volto storico del giornalismo italiano in era craxiana,
brava però, all'epoca, che si è lasciata invischiare in un
gioco al massacro della dignità femminile.
Non ci resta che piangere, o non ci rimane che sorridere di
fronte a
cotanta tv.
Anche perché, l’alternativa sarebbe cambiare canale e allora
sì che dalle "stelle" di Rai2 andremmo a finire, dritti
dritti,
nelle stalle di Canale5.
CULT
Percorsi di luce alla Reggia di
Valeria Scotti
La
Reggia di Caserta, storica dimora della famiglia dei
Borboni e
simbolo di magnificenza, è protagonista di annuali
rendez-vous serali con
Percorsi
di luce, l’itinerario - spettacolo giunto alla quinta edizione.
La scelta di realizzare una manifestazione fuori dagli orari consuetudinari si è
rivelata una sfida dal risultato positivo. L’evento in corso,
Tempo reale,
realizzato dalla Soprintendenza per i beni e le attività culturali di Caserta e
Benevento, è in programma fino alla
fine di maggio.
I segreti del Giardino,
Gli Svaghi Reali,
La Notte dei Re e
Il Destino dei Miti - questi i titoli dei passati appuntamenti - hanno
offerto
giochi di luci e di ombre, performance d'autore e animazioni
virtuali tra le fontane e le numerose bellezze architettoniche nel parco della
Reggia. Illuminati dal chiarore delle fiaccole, i visitatori hanno partecipato a
suggestivi
percorsi di due ore tra i maestosi viali del parco e gli
artistici sentieri del
Giardino inglese che circondano la costruzione
settecentesca progettata e realizzata da
Vanvitelli.
Quest’anno
Percorsi di luce si sposta
all’interno, nelle eleganti
sale degli appartamenti regi.
Tempo reale, la nuova iniziativa,
fonde il concetto del contemporaneo in
Real Time e dell’epoca antica dei
regnanti in
Royal Time. Scopo della manifestazione è regalare, nelle
tiepide serate primaverili, un
surreale viaggio dove i due aspetti di un
medesimo significato temporale s’incontrano.
Gli
attori in costume, nelle vesti di Carlo III di Borbone, Ferdinando IV,
Luigi Vanvitelli e Maria Carolina, accompagnano i visitatori nelle dimore reali.
Il benvenuto del re, padrone di casa, sullo
Scalone d’Onore; l’incontro
con i quadri viventi e parlanti che prendono vita prima di dissolversi come
statue di cera in fiamme, nelle stanze; poi le abitudini e gli stili dell'epoca
e la grande sala del trono illuminata a festa dove tutti possono prendere parte
alle danze finali. Questo attende i visitatori della reggia.
Il progetto, che mescola
teatro,
interventi d’avanguardia e
musiche d'epoca, vede 400 particolari soluzioni illuminotecniche e 40 punti
per la diffusione audio installati nei dodici ambienti della reggia. Inoltre la
voce fuori campo, prestata dall’attore
Giancarlo Giannini, accompagna i
visitatori lungo l’intero percorso fantastico.
DONNE
Matilde Serao: l’inventario del mondo
di
Nicola Pistoia
Polemica,
popolare,
discussa e
moderna. Quattro semplici aggettivi che descrivono in
modo esaustivo tutta la vita di
Matilde Serao.
Greca di nascita ma partenopea di adozione, la Serao si
trasferì ben presto in Campania dove compì i primi studi fino
a diplomarsi presso l’Istituto Magistrale di Napoli. Una
qualifica, quella di maestra elementare, che non volle mai
mettere in pratica: l'
amore per il giornalismo era
molto più
forte.
Iniziò a collaborare con alcune delle principali riviste
dell’epoca:
Il Corriere del Mattino,
Il Capitan
Fracassa e il
Fanfulla, diventando così la
prima giornalista donna d’Italia. Dopo aver diretto
Il
Mattino con il marito Edoardo Scarfoglio, Matilde passò
alla direzione de
Il Giorno, un giornale politico -
letterario che non abdicava al suo ruolo di oppositore
politico. La giornalista, consapevole dei suoi limiti,
affidava i commenti politici ai suoi redattori, scelti con
cura, e si riservava il
compito di controllare il
quotidiano.
Divenne “paladina della giustizia” dopo la pubblicazione del
romanzo - inchiesta
Il Ventre di Napoli, che suscitò
molto clamore perché fu considerato il
primo vero
reportage che fosse mai stato pubblicato, anche se la
Serao lo realizzò quando era a Roma. La gente di Napoli
iniziò a fidarsi di lei. Nel romanzo la Serao accusava i
politici e le istituzioni,
condannando la situazione
difficile in cui vivevano gli abitanti della sua amata
città. Lottò con tutte le forze affinché venissero
ristrutturati gli orfanotrofi, dove ogni anno morivano più di
mille bambini.
La vita di Matilde Serao fu però caratterizzata da molte
contraddizioni. Fu a
sostegno della guerra, della
monarchia, dell’
antifemminismo e del
fascismo.
Allo stesso tempo denunciò lo stato di
sfruttamento delle
donne lavoratrici.
Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di
lavoro, per un attacco cardiaco. Oggi, tra i vicoli della
città campana, il
ricordo della Signora continua ancora a
vivere.
TELEGIORNALISTI
Luca Colantoni, animo sportivo
di
Silvia Grassetti
Luca Colantoni, nato a Roma nel 1967, ha iniziato la sua
carriera nei giornali locali e nelle radio private della
capitale, dove è presto divenuto uno dei più stimati
cronisti al seguito della AS Roma.
Radiocronista per le gare della Roma per alcune emittenti
private, e collaboratore di diverse agenzie di prestigio,
oggi Luca è redattore e telecronista per Sportitalia –
Eurosport, dove si è distinto per le sue doti di cronista
durante la vicenda
Calciopoli. Luca è anche
telecronista per le gare della serie A per Alice Tv, e cura
un originale
blog.
Sei da poco giornalista professionista: complimenti e
auguri. Cosa è cambiato nello svolgimento della tua
professione adesso?
«Essere diventato professionista adesso, dico la verità, è
un motivo d'orgoglio dopo tanti anni di carriera (dal 1994).
Non ho fatto scuole, ma ho sempre lavorato a stretto
contatto con tanti professionisti e da ognuno di loro ho
cercato di imparare delle cose. Cosa è cambiato? Mah, forse
c'è meno serenità di qualche anno fa: a volte noto che,
specialmente nei giovani, c'è una scarsa riflessione sulle
cose da fare, agiscono d'impulso alla forsennata ricerca di
una notizia, anche se non c'è».
La tua carriera è iniziata al seguito della Roma e ti ha
portato a Sportitalia - Eurosport: chi meglio di te può
dirci com’era e com’è il calcio italiano?
«Classico domandone, ci vorrebbe una pagina per rispondere.
Stare per sette anni a stretto contatto con una squadra di
calcio ti fa capire un sacco di cose intorno a questo mondo
dorato. Il fatto di essere cresciuto professionalmente non
cambia la sostanza: le differenze sono sotto gli occhi di
tutti e nel corso degli anni sono sempre state evidenti. Ma
per un romantico come me il calcio, nonostante tutto, era,
è, e sarà sempre il gioco più bello del mondo».
Calciopoli rappresenta un grande scandalo non solo
per il calcio, ma anche per il ruolo dei giornalisti
coinvolti, che spesso invece di raccontare la realtà si sono
mossi da ingranaggi perfettamente integrati nel sistema.
Condividi questa lettura? Come si può evitare che succeda di
nuovo?
«Premetto che per Sportitalia ho seguito come inviato tutta
Calciopoli. Purtroppo poteva essere nelle cose un
coinvolgimento di alcuni media. Verrebbe da dire che ognuno
alla fine si comporta secondo la propria coscienza. Secondo
il mio punto di vista, la realtà citata nella domanda
andrebbe sempre evidenziata, specialmente se si fa questo
mestiere. Evitare che succeda di nuovo? Beh, dopo tutto
quello che è successo... non credo accadrà di nuovo».
Qual è la funzione del giornalista, nello sport ma non
solo?
«Nasco come inviato e cronista e quindi: informare prima di
tutto. Poi criticare in maniera costruttiva, cercare la
verità e se un tuo articolo o un tuo servizio serve anche ad
insegnare qualcosa, ben venga: vuol dire che hai colpito nel
segno e sei sulla strada giusta per essere un buon
giornalista».
Cosa ti piace di più della tua professione?
«Sono talmente innamorato di questo mestiere che ogni cosa
dica, sarei di parte. Mi piace l'odore del giornale appena
comprato e non ancora sfogliato, mi piace il contatto con le
persone, il rapporto con telecamera e microfono... E
soprattutto so già che mi innamorerò della prossima
esperienza lavorativa che andrò a fare. Troppo?».
OLIMPIA
Giuliana Salce, il
coraggio di una donna di
Mario
Basile
«Non bisogna avere coraggio per poter dire
Io l’ho fatto,
ma bisogna averne per non farlo. Vale per gli atleti con le
fiale, ma anche per voi giovani quando vi vengono offerte
l’erba da fumare o una pasticca in discoteca.
Ricordate sempre che avete un grande patrimonio nelle vostre
mani: non sprecatelo». Si rivolgeva così
Giuliana Salce,
l’ex campionessa di marcia e di ciclismo degli anni ’80 e
‘90, agli studenti intervenuti circa un mese fa alla
conferenza “Gioca di Testa”.
L’argomento è di quelli scottanti: il
doping. Un tema
duro, difficile. Molto meglio parlare di vittorie e dei
sorrisi nello sport. Invece no, c’è chi ancora ama talmente
questo mondo da trovare il coraggio di informare i giovani su
una piaga che sta pericolosamente facendosi spazio. Anche a
costo di metterci la faccia e facendo un mea culpa che per
molti è ancora un ostacolo insormontabile.
Una di questi è Giuliana Salce. Nella sua storia di sportiva
e di donna il doping è stata una presenza forte che ha le ha
lasciato un’eredità pesante: un
tumore alla tiroide e
il ricorso per lungo tempo agli
antidepressivi. Quello
che è certo, è che Giuliana ha vinto la sua battaglia.
Una ventina di anni fa era una stella dell’
atletica
italiana. La sua specialità era la
marcia. Nel 1987
aveva vinto l’argento ai campionati mondiali, due anni prima
li aveva addirittura vinti. Un palmares di tutto rispetto
arricchito da
17 record stabiliti.
Poi, i problemi: durante gli ultimi campionati italiani
vengono fuori degli illeciti. Giuliana è toccata da questa
situazione: da tempo ha notato che nell’ambiente girano
troppe sostanze strane. Allora decide di esporsi: insieme a
sei colleghi firma e consegna alla federazione un
documento in cui si dissocia dal doping.
Da allora il calvario. I suoi colleghi cominciano ad
evitarla. Lo stesso fanno i dirigenti e i tecnici della
federazione. Persino coloro che avevano firmato il documento
si tirano indietro e la lasciano sola a combattere. Arriva
così, l’anno successivo, l’inevitabile
ritiro a soli
33 anni.
Gli anni che seguono sono difficili, segnati da problemi
familiari. Si separa dal marito e va a vivere ad Ostia con
suo figlio. Per mantenersi insegna ginnastica.
Ma nel
1999 ecco arrivare la svolta. Giuliana riceve
la proposta di
Adriano Bevilacqua, dirigente della
federazione ciclistica amatoriale, di correre in bicicletta
con la nazionale over 30 di
ciclismo. A 44 anni
suonati è un’occasione più unica che rara per tornare in
corsa a dimostrare il proprio valore.
Il primo anno si chiude senza infamia e senza lode, con un
sesto posto ai campionati italiani. Intanto loschi
personaggi, alcuni anche facenti parte della federazione,
cominciano a fare pressione su Giuliana. Le suggeriscono di
farsi delle
fiale per «recuperare dalla fatica su un
corpo già avanti con l’età» come spiegherà lei stessa.
L’anno seguente Giuliana
cede. Accetta di doparsi.
Proprio lei, che quasi quindici anni prima aveva rinunciato
al meglio della carriera perché l’atletica si stava
macchiando di doping. Le prime infiltrazioni le provocano
dolori atroci, ma chi la segue da vicino le consiglia di
andare avanti. Ai mondiali, la Salce non vince di poco, però
migliora sensibilmente i suoi tempi.
Non bastano però i risultati confortanti. Giuliana dopo
quattro mesi crolla:
smette col doping e col ciclismo.
Il magone dentro, però, è ancora forte, si sente tradita da
se stessa. Vorrebbe parlare, ma teme possibili ritorsioni.
Il coraggio lo trova nel
2004, all’indomani della
morte di
Marco Pantani. La fine del campione romagnolo
smuove l’animo di Giuliana che racconta tutto, denunciando sé
stessa e chi l’aveva portata su quella strada. La confessione
innesca un’indagine dei
Nas che porta a svariati
arresti nel mondo del ciclismo amatoriale e ad un processo
che oggi è in corso.
Nel frattempo Giuliana Salce continua la sua lotta al doping.
Ha raccontato tutto in un
libro verità, ma le porte dello sport si sono
definitivamente
chiuse. Ha più volte detto che se
tornasse indietro tornerebbe a rifare nomi e cognomi. Senza
esitazione. La dignità viene prima di tutto.