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Telegiornaliste anno III N. 17 (95) del 30 aprile 2007
MONITOR
Rossella
Grandolfo, W la Puglia!
di
Nicola Pistoia
Laureata in Lettere Moderne con una tesi su
Telenorba,
Rossella Grandolfo ha lavorato con direttori del calibro di Emilio Fede, e Paolo
Liguori, che negli anni '90 si sono avvicendati alla direzione di
Studio
Aperto, il tg di Italia1.
Nel 1999 Rossella accettò la proposta di trasferirsi in Puglia per lavorare come
corrispondente per
Studio Aperto, compito che svolge tuttora.
So che la tua passione per il giornalismo è nata al cinema...
«E' vero: galeotto per me fu il film
Tutti gli uomini del presidente,
visto da ragazzina: da lì, dalla vicenda di quei due coraggiosi e tenaci
giornalisti che scardinavano un sistema politico per amore della verità si
accese la passione per una professione vista come forte impegno civile. Ad
alimentare quella che negli anni è cresciuta sempre più come passione erano
anche, ai tempi del liceo, le inchieste di Camilla Cederna e i reportage di
Oriana Fallaci. Come vedi, miravo proprio in alto!».
Tu sei consigliere dell'Ordine dei Giornalisti, oltre che corrispondente per
Studio Aperto, e mamma di due splendide ragazze: bastano 24 ore al
giorno?
«Carlotta e Matilde, di 11 e 8 anni, sono la cosa che più mi piace della mia
vita. Ma per la famiglia non rinuncerei mai al mio lavoro, che ancora mi dà
soddisfazioni! Certo, se qualcuno mi offrisse la possibilità di fare durare di
più le mie giornate, che sono vere e proprie gimkane, la prenderei al volo!»
La maggior parte delle donne in carriera sostiene di sentirsi in colpa nei
confronti della famiglia; è così anche per te?
«In passato, quando le mie figlie erano più piccole, e mi capitava di passare
fuori intere giornate, per poi riabbracciarle solo la sera quando dormivano, ho
provato forti sensi di colpa, insieme alla tentazione di mollare tutto, che
qualche volta mi ha sfiorato. Ma, come è nel mio carattere tenace, da vero Toro
quale sono, sono andata avanti».
C'è un servizio o un personaggio che ricordi in modo particolare?
«Guarda, non potrò mai dimenticare il mio arrivo a San Giuliano di Puglia, poche
ore dopo il crollo della scuola elementare, in cui persero la vita 27 bambini e
un'insegnante: il silenzio irreale intorno a quelle macerie, le mamme, che a
bassa voce parlavano con i loro bambini intrappolati lì dentro. E poi, vederli
uscire, quei corpicini, sulle barelle e capire, dagli sguardi, quando un cuore
ancora batteva e, quando, invece, non c'era più niente da fare. Credo sia stata
questa la mia esperienza professionale più forte».
Se ti proponessero di trasferirti a Milano, ad esempio per condurre il tg,
accetteresti con entusiasmo o no?
«Ho lavorato nella redazione centrale di Milano per sette anni: dal 1991, dunque
agli albori dei tg Mediaset, quando il
Tg5 doveva ancora nascere, fino
all'inizio del 1998. In questi anni ho vissuto direttamente ogni aspetto del
giornalismo televisivo, dalla conduzione alla line, al lavoro da inviato. Ho
scelto di tornare a Bari, nella mia città, un po’ per sfida, un
po' perché mi piace il lavoro di cronista, quello che, dico sempre scherzando,
batte i marciapiedi, mischiandosi alla gente, ai fatti, e testimoniandoli.
Ritengo che fare il giornalista sia proprio questo, e spero di continuare a
farlo!»
MONITOR
Patrizia
Viola, pioniera del giornalismo sportivo
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana
Telegiornaliste incontra per i suoi lettori
Patrizia Viola, da vent'anni tgista per La7.
Qualche anno fa scrisse al nostro sito dicendo di essere “invecchiata” con la
sua emittente, allora Tmc; cosa trova di diverso a La7 oggi?
«Molte cose: agli inizi eravamo una tv principalmente dedicata allo sport, che
man mano si è fatta strada nel panorama nazionale puntando sull’approfondimento,
sulla politica e sui grandi avvenimenti internazionali, come le guerre in Medio
Oriente che ci hanno permesso di trattare in maniera dettagliata questi temi».
Ha iniziato occupandosi di calcio: una delle “pioniere” a inserirsi in un
mondo rigorosamente maschile. Oggi che molte colleghe si occupano di cronaca
sportiva, pensa di aver tracciato un sentiero?
«È una cosa che mi fa molto piacere; agli inizi eravamo davvero poche, c’era
qualche diffidenza che, spero, col tempo si sia superata, e mi fa molto piacere
vedere oggi molte di queste ragazze farsi strada brillantemente».
Attualmente fa parte della redazione cultura e spettacoli del tg di La7:
ritiene che il 2006 per il nostro cinema sia stato un anno positivo, alla luce
anche del grande successo riscosso dalla Festa Internazionale di Roma?
«Nel 2006 si è parlato molto di più di cinema rispetto agli altri anni, in cui
non sempre si riusciva a parlarne in maniera appropriata. Questi eventi non
possono che far bene al settore».
I suoi colleghi di La7 affermano che la forza della vostra redazione sta
soprattutto nell'affiatamento consolidato: può confermare?
«Certo, siamo molto affiatati: faccio parte dal 1986 della redazione, diciamo,
“storica”, dell’allora Tmc, che poi dieci anni dopo si è accorpata con
Videomusic, da cui sono giunti gli altri colleghi con i quali, comunque, non ci
sono stati problemi. Ci siamo subito inseriti benissimo tra noi».
Quali sono gli apprezzamenti che più le piace ricevere dai suoi spettatori, e
in generale ritiene che immagine e professionalità vadano di pari passo?
«La professionalità è essenziale, in questo lavoro in cui ti esponi attivamente,
e non è detto che una bella immagine ti aiuti se poi non riesci ad esprimerti
bene. Per quanto mi riguarda non sono una fissata dell’immagine esteriore, ma
piuttosto cerco di essere il più possibile precisa e chiara nei confronti del
pubblico».
CRONACA IN ROSA
Amici e alleati
dalla nostra corrispondente Silvia
Garnero
BUENOS AIRES - Non appena Romano Prodi ha confermato la
visita di George W. Bush in Italia per il prossimo mese
di giugno, ha approfittato dell'opportunità per
smorzare l'importanza delle recenti tensioni tra i due
Paesi, alleati quasi incondizionatamente negli ultimi anni
attraverso il governo dell'ex premier Silvio Berlusconi.
E' una realtà che la linea "berlusconiana" di
politica estera verso gli Stati Uniti prosegue pressoché
intatta, salvo che per alcune dichiarazioni della
sinistra massimalista, che, in ogni modo, non hanno cambiato
il corso dei rapporti.
Bush aveva tenuto in passato una stretta alleanza con Silvio
Berlusconi che ha rappresentato, per anni, uno dei suoi più
convinti ammiratori e difensori in Europa, e non sembrerebbe
preoccuparsene ora.
Quella di giugno sarà la prima visita a Roma da quando
Prodi è stato eletto premier nelle elezioni d'aprile 2006,
sebbene i due governanti si siano visti e incontrati in
diverse occasioni internazionali.
Lo stesso hanno fatto più volte il segretario di Stato
americano Condoleeza Rice e il ministro degli Esteri italiano
Massimo D'Alema.
L'incontro Bush - Prodi si terrà il prossimo 9
giugno, dopo la riunione del “gruppo degli otto” che si
svolgerà dal 6 all'8 giugno in Germania. Bush approfitterà di
quest'occasione per incontrare anche Papa Benedetto XVI in
Vaticano.
«Due Paesi che sono stati amici e alleati per tanto tempo,
come Italia e Stati Uniti, uniti da tanti valori in comune,
possono sopportare alcuni problemi bilaterali», ha
riferito Prodi alla notizia dell'annuncio ufficiale della
visita.
Prodi si riferiva a dispute che sono avvenute in campo
militare, dove l'Italia accompagna gli USA in quasi tutti i
suoi scenari in Medio Oriente.
Le dispute riguardano sia le modalità di rilascio
dell'ultimo sequestrato in Afghanistan, Daniele
Mastrogiacomo, sia nell'incidente in Iraq, due anni fa,
quando un marine USA uccise l'agente del SISMI Italiano
Nicola Calipari, durante la liberazione dell'altra
giornalista Giuliana Sgrena.
Un altro caso, quello dell'Imam egiziano Abu Omar, ha
suscitato tensione con la magistratura italiana, che ha
accusato 26 agenti americani di averlo sequestrato a Milano,
perché sospettato di terrorismo e come parte di un programma
segreto della CIA.
Per di più, la base USA di Vicenza è stata un altro
dei recenti motivi di discordia, sebbene soprattutto interna,
che ha registrato l'opposizione di parte della cittadinanza e
di alcuni importanti esponenti della coalizione di governo,
che però rimane intatta, come altre, in vari insediamenti in
Italia.
Nessuno di questi fatti mette in pericolo, a quanto pare, le
buone relazioni bilaterali, che Prodi ha definito «senza
traumi».
Verrebbe da chiedersi se i “traumi” che non esistono all'esterno,
esistano invece all'interno, generando risentimento e
tensioni assolutamente irrisolti.
La sinistra più radicale osserva e si defila in queste
ore, con le decisioni sul nuovo Partito Democratico, alzando
le bandiere tradizionali, dove il valore dell'ideologia
tuttavia passa per coerenza.
Al contrario, la linea moderata e “centrista” sembra
vincere la lotta di potere all'interno del governo, tanto da
costituire un “nuovo partito” moderato, quasi liberale e
fuori dell'appartenenza storica al Partito Socialista
Europeo, quanto da definire le linee d'azione e di pensiero
con il resto dei Paesi del mondo…
E se no, basta vedere i fatti. E forse i traumi...
FORMAT Bentornato, Enzo Biagi!
di
Giuseppe Bosso
Aveva lasciato il 31 maggio 2002, chiudendo
Il Fatto
dopo sette edizioni, allontanato da “mamma Rai” al pari di
Michele Santoro e
Daniele Luttazzi, a causa del tristemente noto
editto
bulgaro dell'ex premier Silvio Berlusconi.
Ora, finalmente, dopo
anni di silenzio, il piccolo
schermo riabbraccia uno dei
maestri del giornalismo
italiano, Enzo Biagi, che è tornato in prima serata su
Rai3.
In questa fase di buio, interrotta da alcune - riuscitissime
- ospitate da Fabio Fazio a
Che tempo che fa, Biagi è mancato molto al pubblico, che
lo ritrova con un programma il cui titolo è un vero e
proprio
tuffo nel passato:
RT - Rotocalco televisivo, come il
primo
storico rotocalco che nel 1962 venne lanciato dagli studi
Rai di Milano dall’allora direttore del tg.
Dopo la prima puntata, andata in onda il 22 aprile scorso,
dedicata a
Resistenza e resistenze (un riferimento
autobiografico?), la trasmissione si sposterà alla
seconda serata del lunedì: otto puntate in cui, con il
suo consueto stile, Biagi tratterà gli argomenti chiave
della settimana, dalla sua ormai leggendaria
scrivania
e con una serie di
ospiti di primo piano, dallo
scrittore Andrea Camilleri al conduttore Fabio Fazio
(definito «un vero amico»), fino all’ospite più atteso, il
presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
invitato personalmente dal giornalista, e che dovrebbe
intervenire nell’ultima puntata.
Per il suo grande rientro Enzo Biagi ha voluto circondarsi
di una nutrita schiera di fidati
collaboratori, dal
regista Loris Mazzetti alla sua stessa figlia, Bice, ex
direttore di
Novella 2000, che affiancherà il celeberrimo
genitore per la prima volta.
«Comunque vada, sarà un successo», diceva Chiambretti dieci
anni fa sul palco del Festival di Sanremo. Ed è questo lo
spirito che accompagna la trasmissione che, al di là di una
collocazione oraria non appropriata, ha il grande merito di
restituire alla televisione e al mondo dell’informazione uno
dei suoi grandi
protagonisti, del quale tanto si è
sentita la mancanza nell’ultimo lustro e la cui
professionalità ancora tanto riesce a dare.
CULT
Addiopizzo, il volto della libertà in Sicilia
di
Antonella Lombardi
«Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità». Il
29 giugno 2004 questa frase, scritta su centinaia di adesivi listati a lutto, ha
tappezzato le strade del centro di
Palermo, svegliando la città dal suo
torpore. Vertici delle forze dell’ordine, associazioni di categoria dei
commercianti, giornali e televisioni, spiazzati da quei messaggi anonimi, senza
loghi né firme, hanno pensato all’iniziativa disperata di qualche commerciante
taglieggiato, mettendo in grande risalto la notizia.
Poco tempo dopo, gli
attacchini autori di quei messaggi, hanno rivelato
la propria identità con una lettera aperta alla città in cui c’era scritto:
«Ogni esercizio commerciale che fa un buon fatturato, se non è "amico degli
amici", deve pagare il pizzo...
Paghiamo per dimenticare che l’insieme di
tutti i passi che percorriamo quotidianamente per fare la spesa definisce le
maglie della rete economica con la quale
la mafia si sostenta e ci opprime».
Una protesta
spontanea, partita dal basso, da un gruppo di «Uomini e
donne abbastanza normali, cioè
ribelli, differenti,
scomodi, sognatori».
Per lo più
ragazzi, chi alle prime esperienze col mondo del lavoro, chi
ancora studente, tutti comunque accomunati dalla preoccupazione del controllo
della mafia nei luoghi produttivi e decisionali della Sicilia. Ciascuno a
chiedersi, come molti altri ragazzi del Sud, se andare via e cercare altrove
un’opportunità di lavoro, o restare.
Dall’iniziativa
coraggiosa, avviata tre anni fa dal "Comitato Addiopizzo",
associazione volontaria e apartitica, guidata inizialmente da poco più di
sette ragazzi, sono seguiti altri fatti: contro il pagamento del pizzo, in forme
dirette e indirette, l’attività del comitato è riuscita a realizzare una
campagna di
"consumo critico", con una lista di circa
200 imprenditori
e commercianti che hanno detto no al pizzo e 9000 consumatori che li
sostengono con i loro acquisti; attraverso il "progetto scuole" sono stati
coinvolti 91 istituti nella formazione antiracket; più di 1364 i messaggi di
solidarietà che da tutto il mondo sono arrivati al
sito;
ultima, una
proposta di sottoscrizione formale contro il racket ai candidati sindaci di
Palermo alle prossime elezioni amministrative. Dei 5 aspiranti candidati, hanno
risposto in 4. Tutti, tranne Diego Cammarata, sindaco uscente.
La
rivoluzione culturale degli "attacchini" va avanti, nonostante i
silenzi complici che ancora coprono le estorsioni. Libera, volontaria,
autofinanziata, l’attività del comitato lotta contro un fenomeno che, secondo i
dati della Procura di Palermo, riguarda l’80% dei commercianti della città.
Inoltre, secondo L’Eurispes, il profitto che
la mafia ricava dal pizzo
ammonta a circa
10 miliardi di euro l’anno. Se non ci fosse questa
zavorra il Pil del Sud Italia sarebbe pari a quello del Nord.
Una "tassa" per qualcosa che spetta di diritto ai propri cittadini e attraverso
la quale la mafia di fatto afferma la propria signoria sul territorio. Negando
la sovranità al popolo siciliano che intanto, però, si prepara a una nuova,
pacifica, mobilitazione. Nel popolare quartiere della Kalsa, dove sono nati
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in piazza Magione,
il 5 e il 6 maggio cittadini e commercianti si incontreranno: due
giorni di attività per coinvolgere i ragazzi di 50 scuole, ma anche per
riflettere insieme a magistrati, giornalisti, scrittori. E per divertirsi in
piazza.
Riprendendosi ciò che spetta di diritto.
DONNE
95 anni sprint!
di
Tiziana Ambrosi
94 anni compiuti, una vita ricchissima alle spalle e la
voglia di sfidarsi in continuazione. Questa potrebbe
essere una breve biografia di
Nola Ochs, sprintosa
signora del Kansas, profondo sud degli Stati Uniti.
Il 12 maggio, Nola entrerà nel Guinness dei primati,
diventando la
laureata più anziana del mondo.
Quando nei primi anni settanta il marito morì, Nola capì che
per superare il lutto doveva trovare
qualcosa per occupare
la mente. Decise di iscriversi al Dodge City Community
College. Preso dapprima come un passatempo, lo studio ben
presto divenne un
impegno serio, grazie anche
all'incoraggiamento di un professore che le faceva capire
quanto la meta fosse vicina.
Così, dopo aver seguito i corsi, fra poco più di due
settimane arriverà il tanto ambito traguardo.
Una vita intensa. I ricordi che vanno dalla nascita
dell'Unione Sovietica, alla cartolina di precetto al padre
allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, alla costruzione
e caduta del Muro di Berlino. La
Storia con la esse
maiuscola, proprio la medesima disciplina in cui si
accinge a conseguire il titolo. L'aiuto arriva anche da una
compagna di studi speciale, la nipote Alexandra, anche lei in
procinto di diplomarsi.
Problemi con i compagni di studio ce ne sono stati.
D'altra parte è difficile non notare il
gap d'età. Ma
allo stesso tempo gli anni di differenza hanno permesso un
confronto di idee da diversi punti di vista. Tutto ciò
rappresenta anche un forte impulso alla visione di una realtà
più tollerante, basata sulla
conoscenza e sul
rapporto tra le persone, piuttosto che sui
pre-giudizi.
La sua storia, a detta di molti, diventa così uno stimolo per
le persone più anziane, spesso giudicate come una zavorra
della società.
In bocca al lupo alla futura dottoressa, che il suo esempio
ci faccia ricordare che l'impegno e il sacrificio ci
permettono di avvicinarci ai traguardi che ci prefiggiamo. Ad
ogni età.
TELEGIORNALISTI
Umberto Gambino:
Tg2, che passione
di
Nicola Pistoia
Umberto Gambino, nato a Messina il 23 ottobre 1958, ha
alcuni interessi che approfondisce con impegno: giornalista
professionista dal 1987, è laureando in chirurgia,
sommelier, appassionato delle nuove tecnologie.
Tra tutte queste passioni, come hai scelto quella per il
giornalismo?
«Fin da bambino mi piaceva da matti scrivere, ed ero
affascinato dal mondo della tv e dell'informazione. Già alle
elementari provavo a disegnare "menabò" per ipotetici
giornalini scolastici, oltre ai giornalini a fumetti andavo
a caccia di notizie nei quotidiani e nel tg, tutto ciò che
era notizia mi interessava. Nel 1976, al quinto anno di
liceo, ci fu la riforma dei telegiornali Rai e nacque il
Tg2. Potrà sembrare strano ma è la pura verità: mi sono
innamorato subito di quel telegiornale così diverso e
originale rispetto all'ufficialità del
Tg1. Il mio
sogno nel cassetto era, fin da allora, diventare un
giornalista del
Tg2. A distanza di vent'anni ci sono
riuscito».
Sembri proprio innamorato...
«Come non amare questa professione? Dove lo trovi un altro
lavoro ogni giorno sempre nuovo, con spunti interessanti?
Come fare a meno di andare a caccia di notizie sempre
diverse? Come non appassionarsi a fatti e storie che si
evolvono ora per ora o addirittura minuto per minuto? Tante
volte sono stato inviato per avvenimenti di portata
nazionale e mi rendo di quanto sia importante e
determinante, per le sorti stesse delle singole persone,
quello che noi scriviamo sui giornali o raccontiamo in
televisione. Probabilmente è questo enorme potere che ci
deve far riflettere sempre e tanto prima di metterci a
scrivere qualsiasi cosa».
Mi correggo: innamorato del giornalismo televisivo...
«I media mi piacciono tutti, ciascuno ha la propria
funzione, purché le notizie date siano vere e verificate.
Amo in particolare il giornalismo televisivo perché lavorare
con le immagini richiede grande flessibilità e capacità di
sintesi e chiarezza che gli altri media non hanno. Poi,
l'impatto emotivo della televisione è superiore a qualsiasi
altro mezzo d'informazione. Basti pensare alle dirette dei
grandi avvenimenti mentre si svolgono. Anche se oggi
Internet sta seriamente minacciando il potere della tv. Io
stesso, per il mio lavoro televisivo, mi documento
continuamente sul web. Per gli approfondimenti mi rivolgo
invece alla carta stampata e per tenermi informato quando
viaggio c'è la nostra cara amica radio».
Mi correggo di nuovo: innamorato del Tg2. Perché?
«Credo sia differente da tutti gli altri tg per la grande
capacità di sperimentazione di nuovi linguaggi televisivi
che riesce a portare avanti. E' stato così da sempre, fin da
quando è nato. E poi le nostre tante rubriche: un fiore
all'occhiello!»
Un servizio, un personaggio o un'intervista rimasti
impressi nella memoria?
«Gigliola Guerinoni, la "mantide della Valbormida",
condannata per aver ucciso il suo ultimo amante. Seguii suoi
processi e le sue vicende fino all'ultimo. E riuscii a fare
uno scoop, quando, già condannata in primo grado, la
intervistai per primo mentre era agli arresti domiciliari.
Al
Tg2 ricordo, nel luglio 2005, il viaggio a Sharm
El Sheikh, dopo gli attentati in cui furono coinvolti anche
turisti italiani. Feci il viaggio in Egitto, con il C130
dell'aeronautica militare, e poi tornai con i nostri
connazionali feriti. Tutto in una notte, senza dormire.
Ovviamente, in esclusiva: le mie interviste ai sopravissuti
e le loro immagini furono riprese da tutti gli altri tg
della Rai».
Cosa pensi dei colleghi che dal giornalismo sono passati
allo spettacolo?
«Onestamente, non ne ho un buon concetto: credo che abbiano
sfruttato questa bella professione per finire "fuori
strada". Forse, all'inizio della loro carriera, non avevano
le idee ben chiare su cosa è e cosa deve essere la
"missione" del giornalismo. Io li considero ex giornalisti a
tutti gli effetti. E, credetemi, quando li vedo in tv,
magari in un reality, a ballare o a fare i buffoni a
pagamento, beh... Provo pena per loro».
OLIMPIA
Figli del vento
di
Mario Basile
Figlio del vento: è uno di quei classici appellativi che i
cronisti sportivi amano affibbiare ai protagonisti di cui
raccontano le gesta. Evoca
miti e
imprese
affascinanti,
eroi ed
eroine da idolatrare.
Manna dal cielo per lettori estasiati sempre pronti ad
adorare nuovi idoli.
Capita perciò, tanto per citarne uno, che anche un
Hamilton qualunque, pilota di
F1 della
McLaren, venga subito definito, o meglio si fregi da sé,
del titolo di
son of the wind. Non ce ne voglia
l’americano: ha buone qualità, ma deve ancora dimostrarlo, di
essere un grandissimo.
Esiste, però, una disciplina sportiva in cui l’appellativo di
figlio del vento calza eccome. In quella che da molti è stata
definita la regina di tutti gli sport: l’
atletica leggera.
Lì dove l’uomo combatte contro sé stesso e contro i suoi
limiti.
Dici “atletica”, dici "figlio del vento”, e la mente corre da
sola a un unico nome:
Carl Lewis. Lui l’appellativo
l’ha avuto ufficialmente, sin da quando la sua stella si
accese nei primissimi anni 80. Velocista e saltatore in
lungo, già da diciottenne, quando le
Olimpiadi moscovite
del
1980 erano alle porte, sembrava che nessuno
potesse fermarlo.
Non aveva fatto i conti col presidente Jimmy Carter e la sua
campagna di boicottaggio delle Olimpiadi in terra sovietica.
Si rifece quattro anni dopo: a
Los Angeles, a
Seul
e a
Barcellona si confermò il migliore per chiudere in
bellezza a
Sydney nel ’96 con l’oro nel salto in
lungo. Quando nessuno ci credeva più.
A quei tempi si disse che Lewis era l’erede naturale di
Jesse Owens. La favola di Owens era iniziata quasi
cinquant’anni prima. Nato in
Alabama, come Lewis,
Owens non fu definito “figlio del vento” solo perché la
fantasia dei cronisti dell’epoca non fu in grado di arrivare
a tanto.
Si dovette accontentare di essere un
lampo d’ebano o
al massimo l'
antilope nera. Poco importa.
Jesse la storia l’ha fatta comunque, un giorno di agosto del
’36 alle
Olimpiadi di Berlino. Aveva già vinto i 100m,
vinse anche il salto in lungo. La leggenda vuole che
Hitler si sia rifiutato di complimentarsi con lui per via
del colore della pelle. In quella manifestazione Owens portò
a casa
quattro ori in altrettante discipline. Record
eguagliato da Carl Lewis a Los Angeles nel 1984.
Tra Owens e Lewis c’è però un’altra leggenda dell’atletica:
Bob Hayes. Hayes gode di un primato: in assoluto, è
stato il primo ad essere definito "figlio del vento". Ma il
soprannome non resistette a lungo, Bob volava sugli avversari
spingendo il suo metro e ottantadue con gambe veloci e
possenti, quasi fosse un proiettile. E allora per tutti fu “Bullet”.
Emozionò il pubblico americano a
Tokyo nel ’64
vincendo la gara dei 100m e stabilendo il record del mondo
con la squadra a stelle e strisce nella staffetta al termine
di una gara da brividi. L’odore dei soldi lo portò a sbarcare
nel campionato di
football. In cinque anni da
giocatore arricchì il suo palmares con la vittoria del
superbowl nel
1971. Ritiratosi, cadde vittima
dell’
alcool e della
droga, che poi finì anche
per spacciare. Il che gli costò la galera.
Bob
Bullet Hayes si è spento sei anni fa per un tumore
alla prostata, quasi dimenticato da tutti. In un parco della
sua
Jacksonville c’è una statua che lo raffigura
mentre corre sulle punte quasi come se non toccasse terra.
L’autrice dell’opera,
Kristen Visbal, spiega: «In tutte le foto di Hayes che ho
visto un notato un particolare interessante: i piedi non
toccano il terreno». I proiettili tagliano l’aria, non
corrono sulla strada.