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Telegiornaliste anno III N. 20 (98) del 21 maggio 2007
MONITOR
Patrizia
Schisa, medicina per passione
di
Giuseppe Bosso
Incontriamo questa settimana
Patrizia Schisa, inviata della trasmissione
Elisir su Rai3.
Il suo matrimonio professionale con Michele Mirabella e con Elisir
dura da ormai dieci anni: è soddisfatta di questa esperienza?
«Essere chiamata a condividere la conduzione di un programma da servizio
pubblico è stata per me una importante crescita professionale, in prima serata e
con contenuti di tipo "alto". La diretta non è stato un problema, avendone fatte
centinaia, anche in contesti duri; e poi ho sempre amato la medicina, mi è
sempre piaciuto studiarla e ho trovato un bel gruppo, con Mirabella e Gargiulo».
Con Elisir ha modo di trattare dal vivo un argomento molto attuale e
delicato come la salute e la sanità in generale: ritiene che trasmissioni come
la sua dovrebbero avere più spazio proprio per questa importanza?
«Noto con vero piacere che la gente non è mai paga di informazione sul tema, in
particolare relativamente agli aspetti, per così dire, “sociali” della medicina;
è sicuramente positivo che a questa grande curiosità risponda la crescita di
programmi che ne trattano ampiamente».
Qual è il ruolo dell’informazione proprio in uno dei settori più discussi del
nostro Paese, come ha recentemente dimostrato la clamorosa inchiesta di
L’Espresso?
«Noi di
Elisir ci occupiamo di salute e non di sanità istituzionalmente
intesa; il fine della trasmissione non è certamente quello di analizzare lo
stato del funzionamento o meno del sistema sanitario del nostro Paese, ma a
parte questo è sicuramente importante che ci sia un’informazione trasparente
anche in questo senso».
Che tipo di interesse ha potuto riscontrare nel pubblico riguardo le sue
inchieste?
«La cosa che più mi ha fatto piacere è scoprire, soprattutto tra la gente che
incontro per strada, che un programma che era stato pensato principalmente per
un pubblico adulto abbia invece ottenuto anche una larga fascia di pubblico
giovanile, che si interessa e vuole approfondire le tematiche che trattiamo».
Finora l’abbiamo vista principalmente nelle vesti di inviata: qualora le
proponessero una conduzione come affronterebbe questa esperienza?
«Rispetto a quando ho iniziato questo lavoro, molte cose sono cambiate, e
portare avanti una conduzione oggi è cosa molto difficile da ottenere. Per
quanto mi riguarda, amo il mondo esterno, andare direttamente sul posto dove
presentare il mio servizio».
Le piacerebbe trattare argomenti diversi, memore magari della sua esperienza
con Arbore tanti anni fa?
«Allora ero una ragazza che si avventurava in un mondo nuovo, adesso ho imparato
ad amare soprattutto quello che sto facendo ora; mi piacerebbe, certo, trattare
sempre di temi sociali in maniera magari anche leggera, senza però staccarmi del
tutto dall’informazione legata al mondo della medicina, che non manca mai di
connettersi con la scienza, con l’attualità e anche, perché no, con il costume».
MONITOR
Daniela Accadia, il volto giovane di All news
di
Giuseppe Bosso
Nata a Milano,
Daniela Accadia è giornalista professionista dal luglio 2006.
Conduce, alternandosi con
Barbara Pede, la striscia di informazione
All news su
All music.
Che tipo di informazione cerchi di fare in All news?
«Ovviamente un’informazione pensata principalmente per quello che è il target
dell’emittente, e cioè il pubblico dei giovani: diamo molto spazio nella prima
parte alla cronaca estera e alle notizie più leggere, per poi, man mano, dare
spazio anche alle ultime novità della musica».
Ti sei laureata discutendo una tesi sul tg web; ti è stato d’aiuto per la tua
esperienza?
«In realtà è accaduto l’esatto contrario; ero ancora laureanda quando ho preso
parte ad uno stage che mi ha permesso di accedere ad All music, quindi è stata
l’esperienza sul campo che mi ha, per così dire, suggerito di impostare una tesi
proprio sul lavoro che stavo facendo».
Forse non fa discutere abbastanza lo sciopero dei giornalisti per il rinnovo
del contratto di lavoro: cosa ne pensi da diretta interessata?
«Spero possa portare ad ottenere quelle che sono le giuste rivendicazioni, volte
a tutelare non solo noi giornalisti ma anche, se non soprattutto, gli utenti,
che sono i destinatari del nostro lavoro».
Che rapporto hai instaurato con
Barbara Pede, con cui ti alterni nella conduzione di All news?
«Bello, socievole. Si lavora insieme, e si è creata una bella atmosfera
all’interno di una redazione molto affiatata».
Dove vuole arrivare Daniela Accadia nel mondo del giornalismo?
«Già essere qui è la realizzazione di un sogno per me. In futuro mi piacerebbe
dare maggior spazio all’approfondimento musicale nella striscia, magari anche
utilizzando documentari e reportage».
CRONACA IN ROSA
Sbatti il mostro in prima pagina
di
Tiziana Ambrosi
Questa volta è stato un intero paese ad essere colpito
dal
sospetto,
dal dubbio. Molto più spesso accade a
singole persone, gente comune e personaggi conosciuti.
Il caso di Rignano Flaminio, alle porte di Roma, è solo
l'ultimo di una lunga serie che, accanto ai fatti di cronaca,
vede protagonista un
certo tipo di giornalismo a
tratti
morboso e alla
ricerca di una facile verità,
qualunque essa sia. Anzi: meglio se scabrosa e del tutto
innaturale.
Se un gruppo di maestre elementari e una bidella vengono
arrestate per pedofilia c'è di che aprire i telegiornali, far
chiacchierare gli avventori del bar e magari distrarre da
altri avvenimenti più importanti. Da anni le
armi di
distrazione di massa ci hanno fatto dimenticare, o per lo
meno accantonare, i guai del nostro Paese.
Non siamo qui a schierarci con gli innocentisti o con i
colpevolisti.
Non è certo compito nostro, ma della
magistratura, che sta lavorando in tal senso. Quello che
vogliamo sottolineare è come molto spesso
venga sbattuto
il mostro in prima pagina, senza prendere in
considerazione le conseguenze.
Sì, perché nell'opinione pubblica, cui viene dato in pasto
con molto risalto l'inizio della vicenda - e molto raramente
la sua conclusione - il
dubbio rimane sempre.
La scarcerazione delle maestre, dopo appena due settimane e
in alcuni casi su richiesta del Gip, davvero mette la parola
fine? Certo, le indagini sono ancora in corso, ma il dubbio
che alla scuola di Rignano non tutto fosse pulito si è
insinuato.
E anche quando la magistratura riconosce un imputato
innocente per essere del tutto estraneo al fatto, il sospetto
continua a strisciare. Il caso più noto è quello di
Enzo
Tortora. Accusato e processato per collusione mafiosa,
portato ammanettato davanti alle telecamere, e infine
prosciolto. Chi paga per le sofferenze patite? E chi assicura
che sia completamente riabilitato agli occhi del grande
pubblico? Forse, un
grande "mah..." rimane sempre.
Notizie battute al cardiopalma.
Gheddafi ha avuto un malore, Gheddafi sta bene, non è in
coma, Gheddafi telefona a Prodi...Un
rincorrersi di
notizie che non trovano riscontri e si dissolvono in una
bolla di sapone.
Erba, Como. Quattro persone uccise e la casa data alle
fiamme. Si cerca il marito tunisino di una delle vittime, la
pista è quella della droga. Lui la picchiava, lei voleva
divorziare. Un mostro. Però forse non c'entra. Pare che
l'abbiano rintracciato. Pare siano stati i vicini di casa.
No, Azouz Marzouk non è un assassino, ma per molti rimarrà
uno spacciatore, uno che picchiava la moglie. La calunnia
sarà anche un venticello, ma
a spazzarla non basta un
uragano.
Forse è quello che il pubblico vuole, o forse è stato educato
a volere questo. Plastici della villetta di Cogne e processi
pubblici urlati in ogni sorta di trasmissione televisiva.
Nel frattempo è caduto il principio secondo cui una persona è
innocente fino a che non venga provata la sua colpevolezza.
Anzi molto spesso, distrattamente, tra un boccone e la
lavatrice, la "pubblica" sentenza è emessa ancora prima del
processo. Quello vero.
Riappropriamoci di questo concetto,
perché l'onta non si lava più.
FORMAT AAA Nuove idee cercansi
di
Nicola Pistoia
Ci risiamo. Sono le ore 21.13 di
lunedì 7 maggio. Su
Rai2 parte un nuovo show, un misto tra
Corrida e
Portobello, ideato e condotto da
Fabio Canino, dal titolo
Votantonio Votantonio. Sei
concorrenti propongono
idee nuove ed originali,
talvolta molto bizzarre, per
migliorare il nostro Paese.
Il vincitore assoluto verrà aiutato dalla produzione a
realizzare il proprio progetto, trasformandolo in
proposta
di legge.
Il primo, il secondo, il terzo e così via fino al sesto
partecipante. Si esibiscono tutti. Il programma termina con
l’augurio di una buona notte e con l’arrivederci
alla
prossima puntata.
Una seconda puntata, in realtà, non ci sarà mai. O meglio,
esiste una registrazione ma
non verrà più trasmessa. Il
perché lo si può ben intuire. Anche
Votantonio Votantonio
è stato colpito dal virus degli ascolti calanti. In verità un
primato, il programma di Canino, lo ha raggiunto: è stato l'
unico
programma, nella storia della tv italiana, a
totalizzare un misero 4,96% di share alla prima puntata.
Un dato che ha subito spinto i dirigenti Rai a porre una croce
definitiva anche su questo show.
Sembra proprio che intorno a
Viale Mazzini aleggi
un’epidemia: dopo la chiusura anticipata di
Colpo di genio
con
Simona Ventura e
Teo Teocoli, dopo le
infinite polemiche nate intorno a programmi come
Notti sul
ghiaccio,
La sposa perfetta e
Apocalypse show,
un ennesimo programma chiude i battenti a causa dell'Auditel.
E pensare che sia
Frankestein che
Cronache marziane,
le ultime due fatiche di Fabio Canino, avevano convinto sia i
produttori televisivi sia i telespettatori, grazie anche alla
simpatia, alla
professionalità e al buon senso del
padrone di casa.
Cosa ci riserverà adesso la Rai? Staremo a vedere. Nell’attesa
di un riscontro, si spera positivo, si sono aperti i
casting per un nuovo reality show:
AAA Nuove idee
cercansi. Le selezioni si svolgeranno direttamente
nell’ufficio del Presidente Petruccioli, all’ultimo piano di
Viale Mazzini.
CULT I mille volti dell’editoria
di
Gisella Gallenca
Numeri da capogiro, grandi autori e sorprese non-stop. L’edizione 2007 della
Fiera
Internazionale del Libro, che si è conclusa lo scorso 14 maggio, ha
riconfermato ancora una volta
Torino
come la città dei grandi eventi.
Più di
300.000 visitatori da tutto il mondo, e molti “tutto esaurito” per
le star ospitate:
Wilbur Smith,
Dario Fo,
Niccolò Ammaniti,
Aleida Guevera,
Julia Kristeva e
Umberto Eco, solo per
citare alcuni nomi.
Per l’occasione il Salone si è ampliato, comprendendo al suo interno
TorinoComics,
uno degli appuntamenti emergenti per l’
editoria fumettistica italiana. E
ancora, uno spazio
Bookstock, che ha ospitato
workshop,
letture, proiezioni di cortometraggi, e altre, svariate, iniziative. Infine,
Lingua Madre, una vera e propria arena di confronto e scambio tra le
diverse culture del mondo.
Si è parlato di narrativa, di scienza, di giornalismo, di cinema e di nuovi
media, esplorando a 360° gradi la
nuova figura dello scrittore. E del
lettore. Sono emersi nuovi
trend: fenomeni di nicchia, destinati però
ad diffondersi nei prossimi anni.
I
nuovi media diventano un efficace
mezzo di promozione per i
prodotti editoriali, dando la possibilità di riassumere intere storie in poche
immagini: sono i
booktrailers, la nuova frontiera dei libri in televisione. Attenzione
focalizzata sull’universo Internet anche per
Vittorio Sabadin, che ha
presentato il suo libro
L’ultima copia del New York Times: una riflessione su come stanno
cambiando le esigenze del pubblico, e su come il mondo dell’informazione potrà
evolversi, mettendo al primo posto la velocità.
Ma anche idee per un
giornalismo che sa rinnovarsi, utilizzando il
commento ai fatti come arma vincente. A volte, ricorrendo all’ironia. Ed è così
che le acute invettive di
Massimo Gramellini diventano un libro:
Ci salveranno gli ingenui, la raccolta del meglio di
Buongiorno, rubrica che da anni addolcisce la mattinate dei lettori
della
Stampa.
Sulla stessa linea,
Com’è dolce Parigi… o no!?, di
Antonio Caprarica, famoso
giornalista televisivo, apertamente anglofilo ma curioso di capire meglio i
francesi, gli europei che più ci somigliano.
L’
ironia disincantata è l’ingrediente principale di molta narrativa. Un
esempio per tutti,
Un’estate al mare di
Giuseppe Culicchia: un ritratto grottesco
della società moderna, che mette il lettore davanti a uno specchio.
In contrapposizione al registro iperrealistico, il successo crescente per la
narrativa fantasy. Un pubblico variegato, di tutte le età e di tutte le
estrazioni sociali, ha partecipato con grande interesse alla presentazione di
Le due guerriere della bestsellerista italiana
Licia Troisi.
Mentre sul versante fumetti, la
Bonelli ha proposto la
graphic novel
Dragonero.
Infine, la
letteratura che incontra il
turismo culturale:
Una Mole di parole, passeggiate nella Torino degli scrittori, vera e
propria guida curata da
Alba Andreini. Per guardare la città con occhi
diversi.
DONNE Da Aurore a George, storia di una donna indipendente
di
Erica Savazzi
Conquistare la propria libertà,
essere indipendente,
vivere alla propria maniera, in positivo o in negativo.
E' difficile ora, immaginate due secoli fa. Eppure c’è chi ce
l’ha fatta, e l’indipendenza è coincisa con un cambio di
nome: Aurore Dupin, moglie e madre, diventa George Sand,
scrittore di successo.
Allora, a Parigi, George - Aurore era famosa,
unica donna
tra scrittori di inizio Ottocento del rango di Balzac, Hugo,
Musset, Dumas.
Sposata a diciassette anni con Casimir Dudevant – forse per
sfuggire a una madre oppressiva – ben presto si accorge che
il matrimonio non funziona: Casimir non ha le sue stesse
passioni - tra tutte la lettura e la musica - e non ama il
comportamento "libero" della moglie. I due arriveranno a un
accordo: niente divorzio, ma in compenso
Aurore si
stabilirà a Parigi con i due figli.
A Parigi Aurore
soddisfa il suo desiderio di lavorare e di
mantenersi da sola. Scrive per
Le Figaro e inizia
a dedicarsi alla letteratura. Il primo romanzo lo scrive a
quattro mani con Jules Sandeau, suo amante, e con l’aiuto di
Balzac. L’opera, intitolata
Rose et Blanche, sarà
firmata con lo pseudonimo J. Sand. L’anno successivo, nel
1832, esce
Indiana, scritto autonomamente e firmato
come G. Sand: fu un grande successo.
La
vita sentimentale di George Sand fu complicata e
spesso infelice, anche se nella maggior parte dei casi fu lei
a scegliere di tagliare i rapporti coi suoi compagni. In
particolare ricordiamo i suoi legami con Alfred de Musset,
lasciato per l’italiano Pietro Pagello; con l’avvocato Michel
de Bouges, con il compositore Chopin, relazione che durò più
di undici anni, e con Alexandre Manceau, ultimo amore che
assistette fino alla morte per tubercolosi.
Cresciuta con la nonna in campagna, George Sand era una
persona estremamente
libera e progressista.
Repubblicana ai tempi delle rivoluzioni antimonarchiche
del 1848, poi delusa per la
mancata concessione del
diritto di voto universale femminile, le fu proposto di
entrare a far parte della prestigiosa
Académie Française.
Per tutta risposta scrisse un opuscolo. In cui affermava che
non c’era ragione per le donne di entrare in una istituzione
vecchia come l’Accademia, non perché “virgulti troppo
giovani”, ma perché “troppo maturi”.
Dal 1830 alla sua morte, avvenuta nel 1876, Aurore scrisse
ininterrottamente: la sua opera completa è di
109 volumi,
tra
Correspondance, una biografia (
Histoire de ma
vie) e svariati romanzi, tra cui
Jeanne,
La
petite Fadette e
La mare au diable. Ancora oggi i
suoi libri sono pubblicati sotto lo pseudonimo di George
Sand. Non sappiamo se per un'amara ironia.
TELEGIORNALISTI
Guido Meda, la voce dello sport
di
Nicola Pistoia
Conduttore storico di
Studio Sport, tg sportivo di
cui ha presentato oltre 1.500 edizioni,
Guido Meda ha
inaugurato e reso famoso lo stile inedito del cronista del
Moto GP.
Lo abbiamo incontrato per cercare di svelarvi il segreto
della sua originalità.
Quando da piccolo ti chiedevano cosa volevi fare da
grande, come rispondevi?
«Il pilota d’aerei. Poi il medico, chirurgo per la
precisione. Oppure il veterinario!
Però ero curioso, mi piaceva parlare, raccontare. Sapevo che
la scelta giusta sarebbe stata quella di provare a fare il
giornalista. Come molti di noi, mi figuravo inviato di
guerra».
C'è Indro Montanelli all'inizio della tua carriera...
«Cominciai a collaborare con
il Giornale diretto da
Indro che avevo vent’anni. Portavo storielle di
cronaca che a volte venivano pubblicate a volte no, poi
storie di sport. Milano in quegli anni ne era ricca: basti
pensare al grande Milan di Sacchi. Quella squadra generava
racconti e notizie in maniera incredibile, e me ne
appassionai pur essendo interista. Mi avvicinai alle pagine
sportive del
Giornale, c’era gente in gamba che poi
ho ritrovato nel corso della mia carriera:
Umberto
Zapelloni (ora vicedirettore alla
Gazzetta dello
Sport),
Massimo Concione, il povero
Titta
Pasinetti. Mi insegnarono un mestiere, mi lasciai
coinvolgere e fui assunto dalla Fininvest nel 1988, quando
nasceva l’avventura sportiva di Tele Capodistria. Da lì in
poi sono rimasto in tv, con la stessa squadra. Ho condotto
più di 1.500 edizioni di
Studio Sport, ho fatto il
telecronista, l’inviato, ho curato speciali, ho fatto delle
puntatine nel varietà. Ho fatto cose giuste e commesso
errori enormi. Sono cresciuto. Avevo una passione per le
moto che tenevo mia, da motociclista praticante, al di fuori
del mio lavoro, fino al 2002 quando la rinuncia di Nico
Cereghini ha fatto sì che io venissi candidato per la nuova
avventura Mediaset del motomondiale. Presa al volo,
ovviamente!».
La tua voce è diventata ormai un'icona del giornalismo
italiano: sei l'erede di Pizzul e di Ciotti, tanti giovani
telecronisti ti imitano...
«Non me ne accorgo mai, a meno che non ci sia qualcuno come
voi che me lo fa notare: mi fa un piacere enorme.
Trasmettere ciò che ho imparato in questi anni a chi ha meno
esperienza di me è uno degli aspetti che preferisco della
mia vita in redazione. Senza dubbio. Purché imitarmi non
diventi uno scimmiottare grottesco».
Il tuo stile lo hai studiato a tavolino, è frutto di
consigli o è pura spontaneità?
«Non ho cercato di codificare uno stile. L’unica cosa che
faccio è quella di cercare di essere il più possibile a mio
agio con me stesso, con il microfono e con i miei
interlocutori. Non mi imposto, non imposto la voce, non
cerco per forza un linguaggio forbito, non controllo le
emozioni. Le mie dirette motociclistiche sono troppo lunghe
(comincio alle 10.30 la mattina e finisco alle 16.00) per
poter mantenere un contegno televisivo ortodosso.
Poi il motociclismo è fatto di fiammate, di impennate, di
sorpassi, di rumore. Adeguare il mio modo di raccontare alle
corse è la cosa più semplice e istintiva che potessi fare.
Mi spiace quando trovo qualcuno che non si identifica nel
mio modo di far telecronaca perché pensa che io reciti una
parte o che certe cose le penso di notte. Niente di più
falso. Come certi telecronisti giocano (o hanno giocato) a
pallone, io metto benzina alla mia passione andando in pista
con la moto tutte le volte che posso. Mi fa sentire più
vicino ai piloti, mi fa capire meglio le loro azioni».
Il tuo giudizio informato sullo sport italiano.
Come è cambiato? Cosa c'è da fare?
«Sappiamo benissimo tutti che alimentare la cultura sportiva
è sempre più difficile quando gli interessi sconfinano
nell’enorme, come accade non direi per lo sport, ma per il
calcio. Io non mi scandalizzo per quello che succede, io mi
vergogno per i singoli che le cose le fanno accadere. Molti
di noi raccontano lo sport esasperando certi temi, mettendo
pepe nel piatto della polemica, ma rimanendo entro il limite
che le regole del buon giornalismo ci impongono. Quindi non
si getti la responsabilità di quello che accade o è accaduto
solo sui giornalisti o sulla tv come cercano di fare in
molti. La verità è che dove c’è potere c’è gioco per
accrescerlo. E i giornalisti che nel gioco di potere entrano
sono pochissimi. E’ lo sportivo come “modello” che oggi è
sbagliato».
Le virtù attribuite allo sport dalla Grecia classica in
poi non valgono più?
«Lo sportivo non è più un’icona educativa da trasmettere a
chi viene dopo di noi. Capito questo, si può lavorare per le
regole e per il loro rispetto. Non mi illudo che lo sport
torni ad essere un valore educativo. Mi illudo che si possa
fare un piccolo passo indietro, che si possa insegnare ai
ragazzi il valore della fatica e il bello dell’agonismo. Ma
ora è bene trasmettere anche quanto di pericoloso ci sia nel
professionismo sportivo, nel denaro facile, nel successo
sudato sì o no».
Vale per lo sport in genere o solo per il calcio?
«E’ il calcio che va oltre lo sport, molto oltre, ma non è
malato. Essendo molto grande è anche molto difficile da
gestire. Ascolta i conduttori sportivi quando dicono
Adesso parliamo di sport: il Milan, eccetera: nemmeno
specificano di cosa stanno parlando. Va da sé che si parla
di calcio.
Se ne parla troppo? Forse sì, ma il male dov’è? Siamo noi, è
il nostro Paese, la nostra cultura, la nostra economia delle
idee. Pensare di cambiare tutto radicalmente è utopia e
moralismo spicciolo. Ci sono problemi molto più grossi che
poi ricadono anche sul calcio, ma non è il calcio la loro
origine. Il Mondiale vinto ci ha restituito un’immagine
positiva del calcio italiano in tempi rapidissimi. Gli
atleti hanno fatto il loro dovere, noi abbiamo sventolato
uniti la bandiera italiana.
Poi a Catania è morto un uomo. Tra i tifosi si annidano i
criminali, ma i tifosi non sono criminali. Tra i dirigenti
si annidano gli imbroglioni, ma i dirigenti non sono
imbroglioni».
Cosa ti piace guardare in tv oltre lo sport?
«Di tutto, non ho pregiudizi. Mi ritrovo a guardare con mia
moglie ogni genere di reality show e non me ne vergogno. Ho
anche la lacrima facile. Guardo molto i canali tematici,
prediligo l’informazione. Apprezzo molto i telefilm
americani che sono in voga ora, meno le grandi fiction.
Guardo molto i tg e gli avvenimenti sportivi di ogni genere.
Se dovessi scegliere su quale unico canale inchiodare il mio
telecomando forse sceglierei
Sky Tg 24, anche se a
volte mi irritano i conduttori bambolotti e belli per
forza».
Se le offrissero di condurre un programma non sportivo,
magari uno musicale, accetterebbe?
«Perché no? Però vorrei capire bene di cosa si tratta.
Musicale non basta. Legare con degli interventi uno
all’altro dei videoclip musicali non credo che mi
interesserebbe. Era un programma musicale
Sarabanda?
No, perché all’inizio era divertente, poi alla fine era
scaduto nel trash.
In tv bisogna stare molto attenti a dove si mettono i piedi.
A volte ti capitano cose che sembrano belle e pulite e poi
scopri di aver sbagliato. Poi recuperare è difficilissimo.
L’ho fatto per un po’. Accettavo di tutto. Ho fatto
l’inviato delle trasmissioni più strane. Ora sono cambiato.
Sconfinare mi piace e trovo che non ci sia nulla di male, ma
anche con le semplici ospitate che ogni tanto ci vengono
proposte sono diventato molto selettivo».
Un ricordo del tuo e nostro collega, Alberto D'Aguanno.
«Finisco solo per aggiungere lodi alla massa di lodi che già
i miei colleghi hanno tessuto di lui. Alberto è arrivato con
me, qui, nel 1988. E’ stato uno dei colleghi con cui ho riso
di più, mentre sul lavoro ridiamo sempre meno. Alberto aveva
ironia, senso dell’umorismo, magari nero, sarcastico, ma ne
aveva tanto. Avevamo una passione comune per il genere
demenziale, ci trovavamo spesso a parlare come gli
Elio e
le storie tese, sdrammatizzando anche i fatti più seri
che riguardavano la nostra quotidianità.
Il primo ad arrivare la mattina, molto brontolone; gli
piaceva raccontare che tutte le
sfighe capitavano a
lui. Si era auto - soprannominato
Paperino. A volte,
forse, gli capitavano davvero, ma era abilissimo a guidare
il suo destino professionale cercando la perfezione.
Come era preciso lui nel cercare la battuta di sicuro
effetto, la definizione che una migliore era impossibile
trovarla, così pretendeva lo stesso tipo di atteggiamento da
chi gli lavorava accanto. Coraggiosissimo, anche nel
rapporto coi potenti, una virtù preziosissima nel nostro
mestiere. E lui era così bravo da poterselo permettere, da
risultare inattaccabile. Alberto è stato uno che ha fatto
strada per davvero, partendo dal basso, guadagnandosi gli
spazi. Una battuta di spirito, o una battuta cattiva da lui
aveva un senso. La stessa battuta fatta da altri che, dopo
due giorni che hanno messo piede in tv, si permettono di
sparare qualsiasi cosa ha un altro effetto, anzi, ha un
effetto pessimo. Alberto aveva dato un senso al percorso di
ricerca della credibilità che ognuno di noi dovrebbe fare.
Lui ci era riuscito. Se tutti facessero come D’Aguanno
avremmo l’informazione televisiva con la I maiuscola,
pressoché perfetta. Mi manca da pazzi. Gli ho proprio voluto
bene».
OLIMPIA Cristina Cini, pioniera delle donne arbitro
di
Mario Basile
Il
premio Marisa Bellisario è uno di quei traguardi
che per una donna in carriera hanno un sapore
particolare.
In un’epoca dove le donne cominciano a raccogliere i primi
frutti di un’
emancipazione cominciata oltre trent’anni
fa, aggiudicarsi un riconoscimento che «premia le donne che
si sono distinte nella professione, nel management, nella
scienza, nell'economia e nel sociale a livello nazionale ed
internazionale», non è cosa da poco.
Quattro anni fa la fiorentina
Cristina Cini ci è
riuscita. Di professione
arbitro e, all’occorrenza,
guardalinee, il suo nome salì alla ribalta quando fu
designata come assistente dell’arbitro
Dattilo in un
Triestina – Venezia del settembre 2002.
Emozionata? Macché. Giusto il tempo di superare l’iniziale
momento di empasse e poi via sciolta, sulla fascia a
segnalare rimesse laterali e fuorigioco.
E come reagirà, ci si chiese, alle eventuali proteste di
pubblico e calciatori? All’esordio la Cini, mise a tacere
anche i più dubbiosi, non lasciandosi sfuggire di mano la
situazione e non facendosi condizionare dai coretti “poco
simpatici” che il pubblico riserva alla terna arbitrale.
Del resto Cristina Cini non era certo l’ultima arrivata. Nel
1990 si era iscritta al
Corso per Arbitri
indetto dalla
FIGC,
il primo aperto anche alle donne, e l’anno seguente aveva
fatto il suo debutto su un campo da calcio da arbitro. Fu,
quello, un punto di partenza della sua carriera, cominciata
per gioco e diventata poi fonte di belle soddisfazioni. Tutto
senza tralasciare il suo lavoro principale di riproduttrice
di stampe artistiche; il suo primo amore, l’
atletica
leggera; e la sua famiglia.
Le oltre
duecento presenze sui campi dilettantistici
le valgono, nel
1999, la promozione in Serie C. La
gavetta, fino al passaggio in Serie B e il passo
obbligato,
visti gli ottimi risultati, in Serie A.
24 maggio 2003: è questa la data da ricordare per
Cristina Cini. Il designatore la sceglie per coadiuvare
l’arbitro
Tiziano Pieri nella partita Juventus –
Chievo. Poi il meritato premio
Bellisario, condito da
una motivazione che è tutta un programma: «Per essere
divenuta la prima guardalinee donna del campionato di calcio
professionistico. Per aver saputo interpretare il suo ruolo
con una serietà, una naturalezza e un rigore che hanno
zittito ogni gratuita prevenzione».
Sono passati oramai quattro anni. Cristina Cini è ancora l’
unica
donna guardalinee dei nostri campionati professionistici.
Le altre sue colleghe vivacchiano nelle serie
dilettantistiche. Stime recenti dicono che sono oltre
1.300 quelle iscritte all’
AIA.
Un numero elevatissimo rispetto agli altri Paesi.
All’estero diverse donne arbitro sono già arrivate al livello
professionistico, alcune hanno persino fatto parte di terne
arbitrali in occasione di partite di coppa.
Altro calcio, altra cultura.