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Telegiornaliste anno III N. 21 (99) del 28 maggio 2007
MONITOR
Vera
Gandini: cara vecchia carta stampata
di
Mario Basile
Nata ad Alessandria il 26 dicembre 1982,
Vera Gandini si avvicina al giornalismo
televisivo nel 2004, dopo due anni in una radio locale, con uno stage di dodici
mesi nella redazione alessandrina di Telecity - Italia8 (circuito 7GOLD), dove
collabora alla realizzazione del notiziario locale. Nell'ottobre del 2005 entra
a far parte di GRP Televisione, storica emittente del Piemonte, dove è
attualmente impiegata in qualità di giornalista, conduttrice del notiziario
serale dalla sede di Alessandria, e telereporter.
Vera, quali sono stati i suoi primi passi da aspirante giornalista?
«Sin da bambina ho sempre sognato di poter intraprendere questa professione, di
conseguenza il primo impatto che ho avuto è stato positivo. Entusiasmo e gioia
nel vedere un sogno che giorno dopo giorno prende vita e si realizza.
E la soddisfazione di essermi sempre fatta strada con il solo aiuto delle mie
forze. Le confesso che mi fa rabbia sapere che esistono persone in gamba e
appassionate che però non hanno avuto la mia stessa fortuna nell'intraprendere
questo mestiere. Ed altre invece che, senza arte né parte, solo perché in cima
alla lista delle raccomandazioni, scalano le vette dell’Olimpo televisivo».
Il mondo del giornalismo è tutto rose e fiori?
«Le difficoltà sono sempre dietro l’angolo; in questi due anni la mia vita ha
subito grossi cambiamenti e naturalmente in un primo momento ne sono rimasta
destabilizzata.
Prima in una piccola radio locale, quasi per gioco, poi uno stage annuale nella
redazione del telegiornale provinciale e infine un’assunzione vera e propria in
un’emittente regionale e l’avvio reale, con l’iscrizione nel registro
praticanti, della professione.
La gavetta è bella tosta… Sono passata da studentessa universitaria con vacanze,
tempo libero, week end a disposizione, ad una vita molto impegnata. Non esistono
sabati, domeniche né feste comandate.
Gli amici, miei coetanei, mi fanno spesso notare che non faccio propriamente una
vita da 23 enne: in effetti la professione comporta numerose rinunce.
Non so cosa sia giusto o no fare alla mia età, ma sono convinta che nella vita
ci sia un tempo per ogni cosa, come riporta il Qoelet della Bibbia. Questo, per
me, è il tempo della semina e per raccogliere buoni frutti credo sia
indispensabile questa dedizione».
I suoi inizi sono legati alla radio. Che ricordi ha di
quell’esperienza?
«Una bella esperienza, incominciata quasi per gioco qualche anno fa.
Il programma che conducevo, insieme ad un amico, si chiamava
Di tutto un pop
e trattava di musica, cinema e moda, gli argomenti che interessano ai ragazzi.
Con il tempo abbiamo cambiato rotta, cercando di dare un taglio più
giornalistico al programma, con interviste in studio e dibattiti d’attualità.
Nel frattempo ho iniziato a condurre il giornale radio del venerdì.
Un’esperienza, quella radiofonica, che non dimenticherò».
Adesso lavora in televisione. Che differenza c’è tra il
giornalismo televisivo e quello della radio?
«La televisione è globale. La notizia in tv è fatta soprattutto di immagini, di
movimento, e poi di parole e suoni.
La radio è una voce che rischia di essere un suono come tanti se non è usata nel
giusto modo. Figlia del mio tempo, prediligo comunque il giornalismo
televisivo».
Chi tra i suoi colleghi apprezza di più?
«Se dovessi sperare di assomigliare a qualcuno, direi senza dubbio Maria Luisa
Busi, di cui apprezzo, al di là della brillante carriera giornalistica, la
professionalità, l’eleganza, la raffinatezza espressiva e la passione che mette
nel suo lavoro».
Pare che il web sia la nuova frontiera dell’informazione. Che ne dice?
«Credo che il web il mezzo più veloce e più accessibile per far arrivare una
notizia, ma l’informatizzazione delle notizie ha lati positivi e negativi.
Fra quelli positivi ci sono la possibilità di ricevere le informazioni in tempo
reale e da qualunque angolo del pianeta, quindi l’immediatezza, l’agilità e
l’istantaneità.
Il vero problema è che ci si trova sempre, ogni giorno di più, immersi in un
flusso rapidissimo di notizie.
A volte queste non sono attendibili perché sul web circola un po’ di tutto, ci
sono meno filtri.
Già viviamo in un mondo che cambia e si modifica alla velocità della luce, in
una società sempre meno abituata a pensare: ci serve tempo per metabolizzare i
mutamenti.
E il web, a mio parere, non potrà mai sostituire i cari vecchi giornali:
quell’odore di carta, di inchiostro, il profumo delle notizie, attraverso il
computer non si sentono».
MONITOR
Riccarda
Riccò, la Signora della notizia
di
Giuseppe Bosso
Riccarda Riccò, volto del tg di Telesanterno, conduce il programma
Backstage
vip,dedicato ai protagonisti del mondo dello spettacolo e del gossip.
Come cerca di porsi nei confronti del suo pubblico, lei che è una delle
tgiste più apprezzate del nostro sito?
«Il pubblico è l'anima dello schermo. Senza quello andremmo tutti a casa e
quindi è importante rispettarlo e adeguarsi a ciò che si trasmette; cambiare
stile nell'immagine e nella comunicazione verbale e non verbale, cercando di
stare sempre "vicino" a chi ci guarda, senza mai imporsi con atteggiamenti
aggressivi o volgari».
Che differenza riscontra tra la conduzione di un telegiornale e quella di un
rotocalco come Backstage vip?
«Il telegiornale è un notiziario di informazione sui fatti più importanti della
giornata e richiede un approccio serio e formale. E' rivolto a tutti e deve
aggiornare.
Backstage vip è un dietro le quinte di moda, spettacolo,
cultura, pettegolezzi, con un taglio leggero e veloce... Dunque anche la
conduzione deve adeguarsi: adatto il look più seducente, lo sguardo aperto, il
sorriso ammiccante».
Ha avuto un passato da attrice: ritiene importante questa esperienza per la
sua crescita professionale?
«Tutte le esperienze passate concorrono a crescere... o almeno così si spera!
Recitare serve sempre, poiché ti insegna a usare il linguaggio infinito del
corpo. Tristezza, sorpresa, disappunto, felicità attraverso lo sguardo, la
gestualità. E la comunicazione televisiva è fatta di tutto questo».
Come potrà leggere nel nostro forum, lei e le sue colleghe di
Telesanterno e Telecentro siete tra le telegiornaliste maggiormente apprezzate,
oltre che per professionalità, anche per bellezza: è una cosa che le fa piacere
oppure la imbarazza?
«A chi non farebbe piacere? Avere due complimenti anziché uno? L'importante è
non dimenticare la professionalità: non "velinizzarsi" troppo!».
Cosa significa essere donna e giornalista secondo lei oggi?
«Respirare il mondo da donna e comunicarlo al mondo, ma senza scriverlo con una
penna rosa... metaforicamente e non solo».
Quali sono le sue aspirazioni future?
«Rosee...».
CRONACA IN ROSA
La Seconda Vita
dei fan di Vasco di
Silvia
Grassetti
Se siete navigatori esperti, o utenti di Internet al passo
con le tendenze della rete, avrete già sentito parlare di
Second Life: un mondo virtuale fatto di isole e
land dove tanti
avatar, alter ego virtuali di
persone reali, si incontrano, chattano, interagiscono,
prendono la residenza e si fanno la casa.
Siccome Second Life imita in tutto e per tutto la vita reale,
era solo questione di tempo prima che qualcuno pensasse di
realizzare il
fan club del proprio beniamino. E’ il
caso di
Francesco Stella e del suo
Vasco Rossi Fan
Club, con sede al
Made in Italy, la land che
riunisce il maggior numero di avatar “italiani”.
Francesco ha 26 anni, è pugliese ma vive e lavora a Rimini,
dove fa il barman. In meno di un mese il suo club - nato il
30 aprile scorso – ha raggiunto quota
400 iscritti, e
le previsioni sono di assoluta crescita.
L’ho incontrato nella sede del Vasco Fan Club, facendo anche
io la prima esperienza di
intervista virtuale: il mio
avatar e quello di Francesco,
Cicciomarcio Pera su
Second Life, "parlavano" del club, mentre i tanti iscritti si
passavano la voce dell’intervista e venivano a
sbirciare
incuriositi.
Francesco, come ti è venuta l’idea e come hai fatto a
realizzarla?
«Ho saputo di Second Life da uno spettacolo di Grillo, ho
creato il mio avatar e, appena arrivato, ho cercato un fan
club di Vasco, essendo un grande fan. Non trovandone, ho
deciso di fondarne uno io».
E sei diventato residente, hai comprato e creato la "casa"
e gli oggetti o qualcuno ti aiuta per questi aspetti?
«No, sono ancora un membro non pagante di Second Life. Ho
avuto la fortuna di incontrare persone in gamba che mi hanno
dato un alloggio e soprattutto grandi consigli: Olhoblu Ock,
Fan Ishii e Toto Spire. Vorrei che mettessi i loro "nomi"
perché sono splendidi. Sono tutti italiani, i primi due
vivono in Spagna e l'altro è siciliano.
Da qualche giorno ho un collaboratore –
socio. Si
chiama
Giuseppe Sitzia, alias
Nemo Milev, ha 30
anni ed è di Cagliari. E’ diventato membro del club, poi,
visto che il suo impegno era notevole, gli ho proposto di
essere soci».
Dividete gli utili?
«Non avremo guadagni da questo club, lo facciamo per amore
della musica, di Vasco, e per avere un bel gruppo. Sono tutti
ragazzi splendidi quelli del nostro club. E’ vero che stiamo
cercando di autofinanziarci con qualche sponsor, lo vedi
dalle pubblicità appese alle pareti, ma solo per le spese del
club. Niente lucro da parte di nessuno».
Quindi, tutti i giorni, a tutte le ore, i 400 (per ora)
fan di Vasco su Second Life si incontrano nella loro land
e... che fanno?
«Non tutti, ovviamente, ma a rotazione tutti: si incontrano,
parlano, propongono idee per il gruppo, discutono di tutto,
non solo di Vasco. E’ una comunità in cui si cerca di
aiutarsi a vicenda sotto tutti i punti di vista. Ci si
confida anche, a volte».
Vedo che il tuo socio ci sta raggiungendo. Tu e Giuseppe
creerete anche un sito?
Francesco: «Il
sito esiste già, ormai è pronto. Lo abbiamo dotato anche
di un
blog».
Giuseppe: «Ho contattato Francesco quando ha detto a
noi iscritti al club di avere un problema sul sito. Io sono
un tecnico informatico, mi sono appassionato al progetto e
vorrei che il club diventasse internazionale. L’altra sera un
mio amico ci guardava da un locale di Londra insieme ad altre
persone. E’ una cosa bellissima quella che sta avvenendo».
Giuseppe, a che serve il Vasco Rossi Fan Club di
Second Life?
«Può essere un buon metodo per fare un punto di aggregazione
di persone che condividono le stesse passioni, come tutti i
fan club. Ma l'idea di Francesco è veramente unica, almeno
qui in Italia. In più, dopo il concerto Irene Grandi su “SL”
per promuovere il suo nuovo disco, credo sia ancora più
motivante la cosa».
Magari un’ospitata dell’avatar di Vasco nel suo fan club
virtuale…
Francesco: «Sarebbe un onore per noi avere
Vasco
avatar nel nostro club, almeno per fare due chiacchiere
virtuali con i suoi fans… Senza bisogno di bodyguards».
Giuseppe: «Sarebbe una cosa bellissima, un evento
eccezionale e innovativo, e un buono strumento di pubblicità
anche per lui… Sempre che la
land non
crashi».
FORMAT
Addio ispettore Guerra, La Squadra
cambia volto
di
Giuseppe Bosso
Era il gennaio del 2000 quando esordiva
sugli schermi di Rai3
La Squadra.
Sono passati otto anni e sempre crescente è
stato il consenso riscosso dagli
instancabili agenti del
Commissariato
Sant’Andrea di Napoli, guidati
sapientemente dal vicequestore Cafasso
(alias Renato Carpentieri).
Non meno amati dei loro “cugini” romani di
Distretto di polizia, quelli de
La Squadra si distinguono per la
mancanza o quasi di piccole ma significative
macchiette umoristiche.
Non sono mancati
momenti drammatici
legati alle
uscite di scena più
dolorose: da quella di qualche anno fa di
Sergio Amato, ucciso in un attentato, a
quella recente dell’agente Anna De Luca -
interpretata dall’attrice Anna Foglietta -
che hanno lasciato, oltre a fiumi di
lacrime, l'amaro in bocca negli spettatori
più affezionati, che non hanno esitato a far
pervenire alla produzione le loro
proteste.
Ma quello che accadrà da qui a poco
probabilmente creerà una
frattura
profonda tra
La Squadra e il suo
pubblico:
Massimo Bonetti, che dall’inizio della
serie interpreta l’ispettore Pietro Guerra,
anima e corpo del commissariato partenopeo,
ha
annunciato che anche per il suo
personaggio è arrivato il momento di dire
addio.
Si sa che in genere sono gli stessi attori,
“schiacciati” dal peso e dalla popolarità
del personaggio, a chiedere di uscire di
scena. Non è questo il caso di Bonetti, che
sembrerebbe dover pagare scelte di
produzione:
Rai Fiction,
Grundy Italia, e il
Centro Produzione
Rai di Napoli sembrerebbero andare verso
una chiusura della serie.
Gli ascolti delle ultime settimane si sono
mantenuti sostanzialmente nella media di
Rai3, intorno al 9, 10%; la fiction è
seguita da un pubblico molto variegato, come
emerge dal
forum ufficiale. Forse è giusto, dopo
quasi otto anni, dire basta, considerando il
proliferare nei palinsesti di sceneggiati e
serie che resistono negli anni, sempre con
lo stesso identico canovaccio.
La Squadra piace, comunque, perché
tratta storie verosimili, storie di Napoli,
città bellissima ma anche molto difficile da
vivere.
Eppure qualcosa è cambiato da quell'ormai
lontano gennaio 2000, nel quale questo
affiatato e combattivo gruppo di poliziotti
si affacciava timidamente in prima serata,
offrendo la novità di quel periodo. Ma la
novità
ha fatto il suo tempo, e
richiede di essere sostituita, in anni in
cui croce e delizia del piccolo schermo sono
i reality show e in cui la fiction, malgrado
possa contare sempre su validi e amati
interpreti, deve giocoforza adattarsi alle
nuove esigenze e ai nuovi gusti del
pubblico.
Nel frattempo, il pubblico ha dato il
benvenuto a due nuovi volti femminili: Ines
Nobili, “fuggita” dai
Carabinieri di Canale5, e
Antonella Ferrari, prima attrice
invalida sia sul set che nella vita, giunta
direttamente da
Centovetrine.
CULT Le camere di Palazzo Reale di
Valeria Scotti
Il
design mostra sin dalle sue origini un forte interesse per la
realizzazione in serie di beni d'uso quotidiano. Grazie a una produzione
allargata, ormai lontana dalle piccole realtà artigianali, l'
oggetto
diventa, nel XX secolo, un
unicum che tiene conto delle valenze
estetiche, funzionali e costruttive.
La
prestigiosa sede di
Palazzo Reale a Milano propone un lungo itinerario nel tempo e nello spazio,
tra i gusti e le mode negli arredi degli italiani del Novecento.
Camera
con vista. Arte e interni in Italia 1900 - 2000, in programma fino al 1°
luglio, celebra il concetto di processo produttivo e l'
incontro tra l'
uomo
comune e l'
artista.
In un appartamento di 1500 metri quadrati, con vista sulla centralissima piazza
Duomo, sono esposti oltre
duecento pezzi e rarità. Dallo spazio
divisionista, con le tele di Segantini e Previati e i mobili di Carlo
Bugatti, a quello
futurista, con i dipinti di Boccioni e i complementi
d’arredo di Balla.
Il percorso, suddiviso cronologicamente in
19 camere, offre il concetto
metafisico dei quadri di
De Chirico, di Savinio e del
salotto di Casorati, caratterizzato da
strutture decorative in gesso a
forma di cactus.
Spazio a Guglielmo Ulrich e al suo armadio per gentiluomini con una selezione
del
guardaroba appartenuto a
Gabriele d'Annunzio. Poi la
Scuola Romana
di Mario Mafai, Antonietta Raphaël e Pirandello, i
paraventi decorativi
di fine Anni Trenta di Piero Fornasetti e i giovani pittori di Corrente, come
Birolli, Sassu e Guttuso.
Gio
Ponti propone uno studio modernista, mentre gli arredi
a specchio
sono firmati da Nanda Vigo.
L'Era della Plastica degli Anni Cinquanta e poi Sessanta si collega ai nuovi
artisti della
Pop
art italiana, con i manifesti pubblicitari strappati di Mimmo Rotella. Si
giunge infine agli Anni Settanta con la semplicità dei materiali, i mobili
autocostruiti di Enzo Mari nell'Arte Povera e alla moda high-tech nelle case
degli Anni Ottanta.
Ad ogni epoca corrisponde un
sottofondo musicale. Puccini, Respighi,
Mina, sono alcuni degli autori scelti per accompagnare i visitatori nel loro
percorso. Un suggestivo
De Andrè emoziona nell’ultima sala, la
Camera con vista sul mondo.
Qui si conclude il lungo viaggio con
Michelangelo Pistoletto e il suo
Love Difference, grande
tavolo a specchio - simbolo del
Mediterraneo - attorniato da sedie,
sgabelli e tappeti per ognuno dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Un
invito a fermarsi in quella sala
per riflettere sui cambiamenti
geografici, politici e culturali, sui conflitti e sulle unioni moderne.
DONNE Bisturi e microscopio
di
Tiziana Ambrosi
DNA, impronte digitali, balistica, scena del crimine. Tutti
termini
entrati nel linguaggio comune grazie a serie
televisive e a romanzi gialli.
La capostipite fu Kay Scarpetta, personaggio inventato dalla
giallista Patricia Cornwell, che appassionò, tra autopsie e
analisi di laboratorio, milioni di lettori in tutto il mondo.
Poi arrivarono
CSI e il nostrano
RIS.
Ci si accorse che il filone scientifico attraeva sempre
maggiore pubblico, gli
investigatori diventavano quasi
degli eroi romantici, che dal più insignificante
particolare ricostruiscono l'identità di un cadavere o quella
di un assassino.
Ma c'è qualcosa di reale o è tutta fantasia?
Accanto ai romanzi gialli, cominciano a comparire anche dei
testi scritti da chi il mestiere di medico legale lo fa per
davvero.
Uno su tutti quello di Cristina Cattaneo,
Morti senza nome,
responsabile del Laboratorio di Antropologia ed Odontologia
Forense di Milano, il
Labanof.
Cristina nasce nel Monferrato e si specializza in
antropologia e paleopatologia, studiando in Canada ed
Inghilterra.
A Milano è riuscita a costruire un affiatato gruppo di
ricercatori, cercando di andare oltre il lato scientifico e
instillando nei suoi collaboratori una dose di umanità,
che spesso un simile lavoro può assopire.
Da qui nasce infatti l'entusiasmo e la solerzia nella ricerca
delle identità di resti non identificati. I cadaveri
diventano
storie,
famiglie,
affetti. Non
sono un numero o una statistica.
Le fiction televisive sono distanti dalla realtà: «Secondo me
c'è un'eccessiva fiducia nella scienza. Nel serial tv
si vedono questi scienziati che studiando un insetto o un
frammento di cadavere al microscopio e trovano la prova del
delitto. In realtà, per quanto sofisticati, gli strumenti in
uso nei laboratori non sono infallibili», dice la Cattaneo.
Quello che più non coincide? «L'atmosfera dei laboratori,
così oscura, silenziosa. Dove lavoro io la gente parla, si
confronta. C'è molta vita».
Quando si pensa a donne e scienza, molti storcono il naso.
Cristina Cattaneo è uno dei tantissimi esempi di donne che
con costanza, testardaggine e capacità, sono arrivate dove
molte altre, per
pregiudizio ed ignoranza, non sono
riuscite ad arrivare.
TELEGIORNALISTI
Dario Laruffa, l’economista del Tg2 di
Nicola Pistoia
Dario Laruffa, giornalista e sociologo, è entrato in Rai nel 1982, nella
redazione Economia del
Gr1. Al
Tg2 è
arrivato dodici anni dopo, nel 1994.
Laruffa insegna Giornalismo Radiofonico alla
Luiss di Roma, e Giornalismo
Economico alla Scuola di Perugia. Nel 2000 il
Presidente Ciampi lo ha
nominato Ufficiale della Repubblica per il lavoro di cronista svolto seguendo i
fatti che hanno portato all’euro, a partire da Maastricht.
Dario, ci descrive la sua giornata tipo?
«Quando conduco il tg delle 20.30: sveglia presto. Ho passato i 50 anni e dormo
meno di una volta. Compro e leggo il
Corriere della Sera e
La
Repubblica: tutti e due in tutte le sezioni. Se posso corro un po’. All’ora
di pranzo tento di vedere persone che possano darmi delle informazioni utili
professionalmente. Alle 16.00 al
Tg2, sino all’edizione della notte».
E' cambiato il mondo del giornalismo rispetto a quando ha iniziato?
«Molto. Moltissimo. Oggi c’è più conformismo. I giornali online sono la vera
svolta. In positivo, perché forniscono aggiornamenti disponibili in tempo quasi
reale. In negativo perché troppo spesso si influenzano eccessivamente l’un
l’altro a scapito della verità delle notizie».
I suoi interessi, dal punto di vista giornalistico, sono la cronaca e
l'economia: quale dei due apprezza di più?
«Più che cronaca ed economia direi: economia, esteri, società e politica. Non
c’è graduatoria, con l’eccezione dell’economia che rimane al primo posto».
Per un certo periodo ha condotto il contenitore domenicale In Famiglia:
come è stata quell'esperienza? Le piacerebbe condurre qualche altro programma?
«E’ stata un’esperienza bellissima. Mi piacerebbe tornare a condurre un
programma, ma questa volta con prevalenza informativa e non d’intrattenimento».
E cosa pensa di quei giornalisti che si sono lanciati o stanno per lanciarsi
nel mondo dello spettacolo?
«Ottima scelta, se ne hanno le capacità professionali...».
Si sente più a suo agio come insegnante o come giornalista?
«I miei corsi non consistono in insegnamenti che seguono uno schema
tradizionale. Tento semplicemente di trasmettere la mia esperienza. Ero e
rimango un giornalista, anche davanti i “miei ragazzi”».
Lei ha seguito alcuni degli avvenimenti più importanti degli ultimi anni: che
idea si è fatto del futuro? Sarà migliore?
«La risposta è impegnativa per chiunque. Fatico ad avere un’idea sul mio, di
futuro».
OLIMPIA Regine di una città di
Mario Basile
Phard Napoli campione, Phard Napoli nella storia. Si può
riassumere così l’impresa delle cestiste della squadra
partenopea che ha conquistato due settimane fa il titolo di
campione d’Italia.
Napoli torna così ad essere sportivamente
vincente, tre
anni dopo il titolo conquistato dal
Posillipo nella pallanuoto. Disciplina, quest’ultima,
abituata ai grandi successi proprio grazie agli ottimi
risultati della compagine posillipina. Per ritrovare un
risultato così “emotivamente coinvolgente” bisogna tornare ai
vecchi fasti del
Napoli di
Maradona & Co.
Se invece vogliamo rimanere nell’ambito del basket è
necessario fare un salto nel passato fino al
1941,
quando le cestiste dell’allora
Guf Napoli vinsero il
titolo - in un’epoca in cui le donne che giocavano a basket
erano merce più unica che rara.
La vittoria dei giorni nostri della Phard Napoli ha il sapore
del miracolo sportivo. E’ innanzitutto frutto del sogno di un
uomo: il presidente
Pasquale Panza. Manager ambizioso,
prese la squadra sette anni fa, quando il team vivacchiava in
A2. E grazie alla sua voglia di vincere ecco arrivare in
rapida sequenza una brillantissima
promozione in
massima serie, senza perdere nemmeno una gara, e, due anni fa,
la conquista della prestigiosa
Fiba Cup.
Mancava solo lo
scudetto. E scudetto è stato. Lo voleva
fortemente, il presidente Panza, che non ha badato a spese ad
inizio stagione per dare al tecnico
Nino Molino una
squadra all’altezza del titolo. Un giusto mix tra esperienza e
qualità è arrivato grazie alla classe e alla tenacia di gente
come
Holland-Corn e
Imma Gentile.
E’ stato, quello della Phard, un campionato vinto praticamente
fuori casa. Sono due anni, infatti, che le ragazze di Panza
sono costrette a giocare al
Palabarbuto, alternandosi
con la squadra maschile dell’
Eldo
Napoli, perché orfane della loro palazzetto di casa, reso
inservibile da un nubifragio. Quella del Palabarbuto doveva
essere una soluzione temporanea, la promessa delle istituzioni
fu che il palazzetto della Phard, sito nel quartiere
Vomero,
sarebbe stato rimesso in sesto subito. Parole al vento, come
spesso accade da queste parti.
Disagi o no, lo scudetto arriva comunque. Con autorità, come
le grandi squadre sanno fare. Classificatesi seconde alla fine
della regular season, le ragazze di Nino Molino si sono
qualificate in scioltezza per la finale playoff contro
Faenza, che aveva chiuso in testa la stagione regolare.
Impegno senza dubbio difficile per la Phard, considerando
anche lo svantaggio del campo. L’ultima gara, infatti, che è
il più delle volte quella decisiva, l’avrebbero giocata in
trasferta. E invece le partenopee, con un grande
exploit,
vincono la prima gara chiudendo i giochi in gara 4, trionfando
in un Palabarbuto gremito come non mai per una gara di basket
femminile.
Dopo 61 anni la Napoli delle cestiste è campione. In città si
respira una
gioia inaspettata, suggellata dal bagno di
folla in Piazza Vanvitelli nella serata organizzata dal comune
per festeggiare le campionesse: «Siamo sul tetto d’Italia e
vogliamo aprire una lunga stagione di vittorie. Il nostro
scudetto è la dimostrazione che in questa città le cose si
possono fare e bene». Questo il commento a caldo del
presidente Panza.
Anche i tifosi, come il presidente, si augurano che questa sia
solo la prima di una lunga serie di vittorie. Le ragazze,
intanto, si godono il trionfo. Oggi la
Napoli sportiva
vincente sono loro.