Archivio
Telegiornaliste anno III N. 22 (100) del 4 giugno 2007
MONITOR Iki
e Gilda Notarbartolo, due gemelle all'ombra del
Vesuvio
di
Giuseppe Bosso
Nate a Napoli, iscritte all'albo dei praticanti giornalisti, le gemelle
Iki e Gilda Notarbartolo conducono il tg dell'emittente partenopea
Canale 8.
Iki, Gilda, perché siete diventate giornaliste?
Iki: «Per passione e anche un po’ per caso. E’ stato un percorso
naturale, nel quale però ci siamo trovate catapultate appunto casualmente. In
famiglia scriviamo tutti, anche nostra sorella Tjuna è una giornalista e fin da
piccole ci ha messo in contatto con il mondo della comunicazione, in particolare
lavorando al
Premio
Letterario Elsa Morante, diretto da lei».
Gilda: «Infatti: proprio in occasione della cerimonia di premiazione
della manifestazione culturale, lavorando soprattutto come addette stampa e di
conseguenza curando contatti con molte televisioni e giornali, conoscemmo parte
della redazione di Canale 8, che seguiva l’evento. Il primo in assoluto, non lo
dimenticheremo mai, fu proprio il caposervizio Marzio Di Mezza».
Iki: «Fu così che poi ci chiamarono per un provino, colpiti soprattutto
dal nostro essere così uguali, ed eccoci qui!».
Napoli è spesso, purtroppo, in negativo al centro delle cronache. Giovani
giornalisti come voi possono essere protagonisti, in tal senso, di un segnale
positivo di cambiamento?
Gilda: «Una corretta informazione è fondamentale, l’importante è non
falsificare la realtà. Una valida informazione credo sia il primo passo per la
costruzione di una realtà pulita. Io sono una grande idealista e credo sia
indispensabile continuare ad avere fiducia nel prossimo e nel futuro».
Iki: «E’ questo che dobbiamo cercare di trasmettere. Noi troviamo giusto
non soffermarci solo sugli aspetti negativi di una città problematica come può
essere Napoli. Sappiamo bene che non è solo camorra e delinquenza, ha
caratteristiche e ricchezze uniche. L’amiamo perché ha tanto di bello».
Sorelle e colleghe: quali sono i pregi e quali i difetti dell'essere sempre a
contatto nel vostro lavoro?
Iki: «Il pregio maggiore è quello di non essere mai sola, di avere sempre
un confronto diretto immediato, con qualcuno di cui ti fidi ciecamente, che
innegabilmente ti dà quel pizzico di sicurezza in più».
Gilda: «L’altra faccia della medaglia diventa difetto: stando sempre
insieme ci sono momenti di insofferenza, dato un rapporto intenso come questo, e
a volte può capitare una minore concentrazione sul lavoro visto che sei sempre
portata a pensare di avere due occhi in più».
Su cosa basate il vostro rapporto professionale?
Gilda: «Anche nella professione, il nostro rimane sempre un rapporto iper
- personale. Sicuramente più complice rispetto a quello che possiamo avere con
altri colleghi. Tra l’altro, essendo gemelle riusciamo a capirci immediatamente
e spesso ci capita di sapere prima cosa pensa l’altra».
Iki: «Siamo due persone molto diverse».
Gilda: «Lei è più pratica ed amante della parte giornalistica più stretta
del nostro lavoro».
Iki: «Gilda invece ama molto anche il montaggio personale dei servizi,
dando quel taglio particolare che forse ci contraddistingue».
E' stata una vostra idea o una scelta della rete, quella di farvi condurre
insieme il tg di Canale 8?
Gilda: «E’ stata una scelta editoriale che abbiamo accolto con molto
entusiasmo! All’editore Lilly Albano è piaciuta l’idea della conduzione del tg
da parte di due gemelle, una cosa originale. Siamo state molto spronate in
questo senso».
Iki: «E non solo, dobbiamo dire di essere state anche molto fortunate nel
trovare un ambiente che ci ha messo a nostro agio fin dall’inizio, dandoci carta
bianca su molte scelte. Siamo molto grate al nostro editore, una vera
imprenditrice coraggio!».
Gilda: «Credo che scelte e idee di questo genere siano prerogativa e
qualità delle donne. E non dimentichiamo certo la nostra direttora Serena Albano
e i nostri colleghi, coi quali ci siamo trovate subito molto affiatate».
Siete il volto della vostra emittente nella campagna di promozione del
digitale terrestre. Come cambierà Canale 8?
Iki: «E’ stata la prima emittente italiana ad ottenere la concessione per
il digitale terrestre, e da poco trasmette anche sul canale satellitare 934 del
bouquet di Sky. Sicuramente cambierà non poco in futuro sia il nostro lavoro sia
il modo stesso in cui il pubblico recepirà l’informazione mediatica, con
l’utilizzo di queste tecnologie su larga scala».
Il futuro è in onda, è lo slogan con cui chiudete la campagna
promozionale del digitale. E cosa c'è in onda nel vostro futuro?
Iki: «Molto giornalismo e sempre tanta passione nel farlo».
Gilda: «Da quando siamo anche sul satellite ci sono nuove produzioni di
cui ci occupiamo, come il
Tg Rosa, appuntamento ormai quotidiano. Ma
anche completare il nostro percorso di studi, io in Scienze della Comunicazione
e Iki in Lingue».
MONITOR
Alessia
Severin: giornalismo è responsabilità
di
Mario Basile
Nata a Treviso il 26 luglio 1977,
Alessia Severin è iscritta all'Albo dei
Giornalisti, elenco Pubblicisti dal 1999. Laureata in Scienze della
Comunicazione, nel 1997 inizia la sua attività giornalistica presso la redazione
dei notiziari di Antenna Tre Nordest. A partire dal 1999, oltre a condurre
diversi programmi televisivi, presenta l’edizione serale dei tg di Antenna Tre
Nordest e Telealtoveneto. Dal 2004 collabora inoltre con il
Corriere del
Veneto.
Quali sono gli aspetti più affascinanti del giornalismo?
«Mi affascina la possibilità di informare le persone: una grande responsabilità,
ma anche un grande motivo di orgoglio. Mi affascinano poi la libertà e
l’imprevedibilità di questo mestiere, la possibilità di essere al centro degli
eventi, di viaggiare e di conoscere ogni giorno tante persone».
Hai iniziato quasi dieci anni fa. Dopo due, sei arrivata a condurre il
telegiornale. E’ stata dura la gavetta in redazione? Oppure non la ritieni
ancora conclusa?
«La conduzione di un telegiornale, a mio avviso, non è un punto d’arrivo. E’
sicuramente un’esperienza importante, che richiede preparazione tecnica e
culturale, oltre che sensibilità e responsabilità nei confronti dei
telespettatori. Il lavoro di redazione, di ricerca delle notizie, di contatto
con le persone, è però, a mio avviso, più affascinante. Per quanto riguarda la
gavetta, non so se dipenda dagli obiettivi e dalle ambizioni di ciascuno di noi,
ma nel mio caso non è ancora finita».
Sei stata anche inviata, oltre che conduttrice del tg. Qual è il tuo ruolo
preferito?
«La conduzione del telegiornale è impegnativa ma divertente, e soprattutto
permette una grande visibilità. Solo nei servizi in esterna però si vive
pienamente l'emozione, l’adrenalina, la creatività, l’imprevisto, la ricerca, il
contatto con le persone, che rendono straordinario questo lavoro».
Qual è il tuo rapporto con il video? Sei tesa prima del programma? Hai
qualche rito scaramantico?
«Credo che la confidenza con il video sia una sorta di attitudine innata. Sin da
bambina, infatti, durante le recite scolastiche, giocavo a fare la presentatrice
televisiva davanti a telecamere vere o finte. Quando poi sono andata in video
per la prima volta ero molto emozionata ma non nervosa o particolarmente
agitata. Ora, dopo quasi dieci anni, devo dire che mi sento tranquilla e a mio
agio. Mai fatto riti scaramantici».
Nel nostro Paese le telegiornaliste stanno diventando sempre più popolari.
Tra loro c’è qualcuna che stimi particolarmente? E tra gli uomini?
«
Lilli
Gruber,
Cesara Buonamici e
Cristina Parodi. Tre stili, tre modi molto diversi di porsi nei confronti
del pubblico. Tre importanti esempi di giornalismo televisivo. Tra gli uomini,
sicuramente Enrico Mentana. Ma anche Gigi Moncalvo, grande professionista che mi
ha insegnato l’abc del giornalismo».
Sono parecchi gli utenti del
nostro forum che ti seguono. Cosa provi ad avere così tanti ammiratori?
«Mi lusinga sapere che ci sono delle persone che tutte le sere guardano i miei
telegiornali, che apprezzano il mio lavoro. E approfitto di questa intervista
per ringraziarle».
CRONACA IN ROSA
I nostri primi 100
di
Erica savazzi
93 interviste a
telegiornaliste, 73 ai loro
colleghi uomini, 33 a
personaggi del calibro di Livia Turco, Filippa Lagerback
e Giulia Mozzoni Crespi; ogni settimana una panoramica su
televisione, cultura, sport, e sul mondo femminile. Tutto
questo è
Telegiornaliste.
Oggi
festeggiamo con voi lettori, con i professionisti
dell'informazione e con gli ospiti che si sono concessi ai
nostri microfoni i
primi 100 numeri.
«Vogliamo parlare di giornalismo televisivo e di
telegiornaliste, far parlare loro sulle nostre pagine di
pixels. Vogliamo essere un
punto di raccordo critico
ed efficace fra la comunicazione sul web e quella via etere e
farle incontrare nella dimensione di
multimedialità
che è diventata una loro caratteristica preponderante.
Vogliamo far crescere la peculiarità del
giornalismo
odierno: il feedback dei lettori e dei tele-ascoltatori.
Creare un circolo virtuoso, e non soltanto virtuale, tra
coloro che informano e chi viene informato».
Questa la dichiarazione d'intenti scritta dalla nostra
Direttora il 18 aprile 2005, per l'uscita del primo
numero di
Telegiornaliste. Possiamo affermare che
quegli intenti sono ancora oggi la nostra guida, pur essendo
per certi versi andati oltre: sempre al centro del magazine
restano il giornalismo televisivo e i suoi protagonisti, ma
nel corso di questi due anni molte
altre tematiche si sono
aggiunte, per allargare la visione del lettore a una
realtà che va oltre la mera celebrazione del giornalismo, ma
per essere giornalismo in se stesso, con la
visione del
mondo tutta particolare di Telegiornaliste.
Ecco allora l’importanza delle rubriche che si sono
affiancate nel tempo alle interviste ai giornalisti, ecco
allora il tentativo di esprimere «un punto di vista
femminile» sull’attualità, di raccontare storie di donne del
passato e del presente, di celebrare i successi sportivi
senza smettere di riflettere sugli aspetti meno nobili, di
segnalare libri ed eventi culturali che sentiamo meritevoli
di attenzione, di criticare, a volte in male, a volte in
bene, la televisione del nostro Paese. Per arrivare infine al
sostegno alle campagne per l’
8x1000 e per
Addiopizzo.
Lo diceva la Direttora in quel primo articolo, lo confermiamo
oggi: il lettore e i suoi
feedback sono essenziali.
Finora con
L'angolo del lettore nel
forum, da oggi in poi con il
blog ufficiale di
Telegiornaliste.
Perché è bello raccontare il mondo e il giornalismo in prima
persona. E dare spazio a chi ha qualcosa da dire.
FORMAT La bruttina che fa miracoli
di
Nicola Pistoia
In un
panorama catastrofico come
quello che sta interessando quasi tutte le
reti tv nazionali,
Italia1 propone,
finalmente, un
nuovissimo telefilm,
che pare stia riscuotendo notevole successo.
Il nome è tutto un programma:
Ugly Betty
o
Betty la brutta, in onda ogni
venerdì alle 21.00. La storia è quella
classica,
semplice e genuina di un
ragazza,
Betty Suarez, figlia di
immigrati messicani, bella solo dentro,
grazie a un’
intelligenza brillante,
che viene assunta in una patinata rivista di
moda perché è
talmente brutta da non
costituire una distrazione per il suo datore
di lavoro, playboy incallito.
Betty vive insieme a suo padre Ignacio, la
sorella Hilda e suo nipote in una
casa
tipicamente messicana. Ama mangiare,
odia truccarsi e trascorre il suo tempo
libero guardando le colorite telenovelas
messicane. Nonostante la sua
non bellezza,
Betty riuscirà a trovare un ragazzo, ad
accaparrarsi la simpatia dei colleghi e
soprattutto la stima del suo capo Daniel.
La serie tv, che in America è stata seguita
da oltre
18 milioni di telespettatori
dando vita addirittura ad un fan club,
ricorda molto le favole che hanno
accompagnato l’infanzia di tutti noi, come
Cenerentola o
Il Brutto
anatroccolo, fino al più contemporaneo
successo cinematografico
Il Diavolo veste
Prada.
Ugly Betty, attraverso la
simpatia della
sua protagonista, vuole abolire gli
stereotipi dell’essere belli per forza e si
propone di dare una speranza a tutti coloro
che, a prescindere dalla bellezza, contano
sulla propria sensibilità e
intelligenza.
CULT Telegiornaliste fa 100
di
Valeria Scotti
Cento di questi numeri.
Telegiornaliste taglia oggi il traguardo del centesimo numero.
Un lungo percorso, inaugurato il 18 aprile 2005 e che ha visto crescere, con
cura e dedizione, il nostro settimanale dedicato al mondo del (tele)giornalismo
e alle sue protagoniste.
Telegiornaliste festeggia, spegnendo 100 candeline. E per l’occasione
lancia una nuova iniziativa sul web: parte oggi infatti il
blog
ufficiale, il nuovo spazio d’informazione e comunicazione per fare sentire
la propria voce e dare una visione dei fatti ancora più aperta al lettore.
Il blog, che va ad affiancare il settimanale con una linea editoriale più
dinamica, darà l’opportunità a tutti di prenderne parte inserendo commenti,
spunti di riflessione e suggerimenti in tempo reale.
I lettori potranno, così, intervenire e partecipare in prima persona alle
tematiche d’attualità che si alterneranno ai contenuti pubblicati dagli stessi
redattori di
Telegiornaliste.
Un’occasione per contribuire a dare uno sguardo nuovo e continuare a seguire le
iniziative promosse dal nostro magazine online. Pensando già ai prossimi cento
numeri…
DONNE Édith Piaf, mito
del bel canto
di
Tiziana Ambrosi
La Belleville,
portata alla ribalta dal Malaussène di
Pennac, fu protagonista dell'infanzia di una delle più grandi
chanteuse di Francia. Solo ai più attenti e agli
appassionati il suo vero nome può dire qualcosa: Édith
Gassion.
Una vita leggendaria, già dalla nascita. Il mito racconta che
la madre la partorì per strada aiutata da un poliziotto,
pochi giorni prima del Natale 1915. Dai quartieri poveri
della Parigi
di inizio secolo, si trasferisce per parte dell'infanzia nel
bordello della nonna paterna in Normandia.
Ripercorrendo le orme materne, Édith
inizia a cantare per
strada, per guadagnare quel tanto che basta per
sopravvivere. Canta
La Marsigliese, con la voce ruvida
e inasprita dalla vita sofferente che già da bambina è
costretta a vivere. La stessa voce aspra e ruvida, in seguito
addolcita e modulata,
sarà quella che la farà entrare,
indimenticata, nell'
Olimpo della canzone.
Appena diciottenne, Édith ha una figlia, Marcelle, che muore a
soli due anni a causa di una meningite. La svolta per una
vita tanto breve quanto drammatica arriva quando Édith
incontra l'impresario Louis Leplée. Un'audizione al Gerny, e
nel 1935 il debutto. La
bellezza della voce di questa
ragazza esile e fragile è un apprezzamento che corre di
bocca in bocca. Molti dei personaggi di quello che oggi
definiremmo lo
star system non perdono i suoi
spettacoli.
Arriva il primo contratto con una casa discografica. Leplée
le cambia il nome, ricordando la sua figura minuta.
Édith
Gassion diventa Édith Piaf - passerotto nell'
argot
parigino - ed è la nascita del mito.
Durante la Seconda Guerra Mondiale Édith è contro la Francia
collaborazionista, canta per i militari e nei campi di
prigionia. Qui nasce la
bruciante passione per l'allora
sconosciuto Yves Montand.
Cantano insieme nei più importanti locali di Parigi, ma
quando lui comincia a diventare un nome famoso si lasciano.
Nel 1946 la Piaf scrive le parole di quello che diventa quasi
un secondo inno francese. La
rinascita dopo la guerra,
la voglia di ricominciare a vivere dopo i lutti,
La vie
en rose.
Nel 1948 Édith conosce il pugile Marcel Cerdan. Come tutti i
suoi amori, anche questo è travolgente. La felicità si spezza
presto, con la morte, in un incidente aereo, di Marcel. Édith
cade in uno stato di profonda depressione,
comincia a bere
e a fare uso di droghe. Scrive e dedica all'amore perduto
Hymne à l'amour, che la proietta nel palcoscenico
mondiale. Nonostante tutto, nessun rimpianto,
Je ne
regrette rien, melodia che, insieme con
Le vagabond,
Milord,
La foule, è destinata a diventare un
classico.
Una donna che canta l'amore è alla ricerca disperata
dell'amore. Nella sua vita passano - spesso da lei
lanciati - i più grandi chansonnier francesi: Aznavour,
Bécaud, Constantine.
Nel 1961 Édith sposa Theo Sarapo, un altro cantante che
lancia nel mondo artistico francese.
Il fisico esile, l'infanzia vissuta in povertà, gli stenti
patiti ancora adolescente non l'aiutarono nella
convalescenza da una forte broncopolmonite.
Una ricaduta la portò via nell'ottobre del 1963. Il suo corpo
giace nel cimitero delle celebrità di
Père Lachaise di Parigi.
In questi giorni il mito rivive grazie al
film La Vie En Rose, diretto da Olivier Dahan.
TELEGIORNALISTI
Paolo
Giani: iniziare bene la giornata
di
Giuseppe Bosso
Nato a Roma nel 1956,
Paolo Giani è giornalista
professionista dal 1982. Conduce con
Elisa Anzaldo, Luca Giurato ed Eleonora Daniele
Uno
Mattina, dopo averne condotto, nel 2002, l'edizione
estiva con Sarah Felberbaum. Ha condotto tutte le edizioni
del
Tg1,tranne quella serale.
Come sta vivendo questa nuova esperienza a
Uno mattina, di cui conduce gli spazi riservati al
Tg1?
«Con il massimo impegno e anche con una punta di nostalgia,
avendo visto crescere questo programma fin dalla prima
edizione, nel 1986; è stata la prima redazione che ho avuto
modo di frequentare al
Tg1, dopo sette anni passati
in una sede regionale della Rai. A
Uno Mattina ho
condotto le edizioni del telegiornale, e mi sono dedicato a
reportages e collegamenti esterni. Ho anche condotto
l’edizione estiva, nel 2002, con Sarah Felberbaum, una
ragazza che, nonostante fosse giovanissima, mi ha colpito
per la sua acutezza. Quest’anno ho risposto con entusiasmo
alla chiamata di Riotta».
In questi ultimi anni Uno Mattina si è
caratterizzata per un’ideale combinazione tra informazione e
spettacolo, tra giornalisti e personaggi della tv: lei come
affronta questa “commistione”, se così si può dire, tra
intrattenimento e news?
«Da parte mia ho sempre cercato di fare informazione in modo
meno ingessato dal solito. E’ bene distinguere tra serietà e
seriosità: qualcuno fa confusione tra questi due termini,
magari chi non riesce a non essere solo serioso… Secondo me
è la seriosità che, in misura eccessiva, può non piacere al
pubblico. Quindi, pur essendo inflessibile su rigore e
professionalità, con Elisa cerco sempre di dare un po’ di
brio alla conduzione, non disdegnando una battuta quando si
può fare. Dai riscontri che ho, credo che la cosa venga
apprezzata».
Che differenza riscontra tra condurre un tg e curare gli
spazi di informazione di una trasmissione?
«In un programma come
Uno Mattina hai maggiori spazi
per muoverti e puoi anche dare spazio a una maggiore…
“estrosità”, conducendo un tg non ci si può scansare troppo
da atteggiamenti “classici”, e credo vada bene così. Anche
se devo dire che molti colleghi, soprattutto colleghe, negli
ultimi anni hanno trovato una maniera diversa dal solito di
condurre le edizioni del tg».
E' essenziale il feeling tra colleghi per ottenere buoni
ascolti?
«Assolutamente sì, e penso che Riotta abbia orientato le sue
scelte proprio tenendo conto di questo, oltre che ovviamente
tenendo conto delle capacità professionali di ognuno di noi;
Luca Giurato è un amico che conosco da una vita, Elisa da
circa una decina d’anni e posso dire che l’affetto è lo
stesso. Eleonora Daniele è stata una piacevole scoperta,
siamo subito entrati in sintonia e del resto è come la
vedete in tv, solare e spontanea, per cui l’affiatamento con
tutti è ottimale».
Dopo la vicenda Mastrogiacomo, e gli altri casi di
sequestro di giornalisti di guerra, pensa che bisognerebbe
limitare la libertà di azione dei colleghi?
«Il giornalismo è un mestiere bellissimo, ma anche pieno di
rischi: non ci sono alternative, se vuoi fare
un’informazione completa e reale, devi andare a toccare con
mano quello che poi vuoi raccontare. Lo sapeva benissimo
Daniele e lo sanno tutti i colleghi che si recano in quelle
zone.
Penso che sia fin troppo facile limitarsi a fare le
corrispondenze chiusi nella tranquillità di una stanza
d’albergo, quindi sono sicuramente dalla parte di quei
colleghi che, pur tra mille pericoli, cercano di portare
nelle case della gente un’informazione completa ed
esauriente».
OLIMPIA Come sta il nostro calcio?
di
Mario Basile
Si è chiuso una settimana fa il primo
Campionato di Serie A post Calciopoli.
Il primo senza la
Juventus, vinto dalla corazzata
Inter, e che ha chiuso la favola del
Chievo, tornato tra i cadetti.
Qui, la lotta per la promozione ha visto la
Juve riappropriarsi della serie che le
compete, e due nobili decadute quali
Genoa e
Napoli a un passo dal ritorno nel calcio
che conta.
Fiumi di parole sono stati versati sulle
disquisizioni tecniche, altrettanti su
quanto è accaduto circa la
gestione
degli eventi calcistici.
I
tragici fatti di Catania sono ancora una
ferita aperta, sia per il nostro
calcio
che per la nostra
società, con il
governo costretto a risolvere in fretta e
furia un problema antico e delicato quale la
sicurezza negli stadi.
Ci vuole il pugno di ferro si disse, e così
è stato. Via ai
tornelli e agli stadi
messi a norma in tempi record. Alle partite
senza tifosi e alla pesante, ma
giusta, ingerenza dell’
Osservatorio del
Viminale sull’organizzazione delle
partite, quasi come se si fronteggiasse il
pericolo di atti terroristici.
Una grave situazione, che ha certamente
contribuito alla
mancata assegnazione degli Europei del 2012.
Pazienza, almeno la violenza è uscita fuori
dal calcio. Non importa se non si lavora
attivamente sulle
menti dei tifosi di
oggi e di quelli di domani ripetendo il
vecchio slogan
Lo sport è rispetto,
rispetta lo sport: la linea dura paga, e
dovremmo essere tutti più felici.
Invece non è così. Se la tragedia di Catania
fu una
sconfitta per il nostro
calcio, lo sono anche le
trasferte
vietate ai tifosi ospiti, le
partite
in notturna negate per il rischio di
incidenti e quelle giocate a
porte chiuse
per motivi di ordine pubblico, gli
striscioni banditi dagli spalti. Quindi,
giusto tenere sotto controllo la situazione
anche con metodi drastici, ma senza mettere
da parte la speranza di non dover più
ricorrere ad essi: grazie all’insegnamento
di valori come il
rispetto e la
civiltà.
La violenza nel nostro calcio, intanto, è
rimasta anche dopo l’attuazione del
pugno
di ferro. Lo sa bene il governo che, per
gli assalti di “pseudotifosi” giallorossi
prima e dopo Roma - Manchester di
Champions League, ha sfiorato
l’incidente diplomatico con quello inglese.
E lo sa bene, suo malgrado, il povero
tifoso romanista picchiato a San Siro
qualche settimana fa. Lui, diversamente
abile, si è visto malmenare da una
quindicina di delinquenti solo perché stava
festeggiando la vittoria in
Coppa Italia
della sua squadra del cuore.
In questo senso anche i
giornalisti
si sono trovati in momenti difficili. A
marzo
Antonio Di Donna,
venticinquenne commentatore delle partite
del
Foggia Calcio, in occasione della
trasferta di
Manfredonia, finì in
ospedale con un trauma cranico dopo un'
aggressione
da parte di alcuni tifosi locali. A loro
avviso aveva salutato con troppa
soddisfazione una rete del Foggia nel match
di andata.
Un episodio simile è capitato una decina di
giorni fa ai cronisti partenopei che
seguivano la trasferta del
Napoli a
Verona. Al secondo gol degli azzurri,
alcuni scalmanati hanno reso impossibile il
lavoro di cronaca con minacce, sputi e
lancio di bottigliette, infischiandosene
della magra figura che hanno reso all’intera
tifoseria veronese.
Se tutti ragionassero in questo modo, non
osiamo immaginare cosa avrebbero fatto i
tedeschi al buon
Caressa ai gol di
Grosso e
Del
Piero nella semifinale dei mondiali.
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole.
Purtroppo.