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Telegiornaliste anno III N. 23 (101) dell'11 giugno 2007
MONITOR
Barbara
Fichera, bellezza di Romagna di
Giuseppe Bosso
Giornalista pubblicista dal 1999,
Barbara Fichera è nata a Siracusa da padre
siciliano e madre tedesca. Fin dall’infanzia ha girato il mondo, pur vivendo
prevalentemente a Faenza, dove ha conseguito la maturità classica. Laureata in
scienze politiche a Bologna, ha mosso i primi passi nel mondo del giornalismo
collaborando con il quotidiano
La Gazzetta di Ravenna (oggi
Corriere
Romagna), e con una emittente radiofonica, per poi venire assunta
all'ufficio stampa della
Coldiretti,
inizialmente per la provincia di Ravenna e man mano per le altre province
romagnole.
Contemporaneamente è passata a
Telesanterno e a
Telecentro, dove conduce il telegiornale.
Fa parte della redazione del programma
Con i piedi per terra, condotto da Elisabetta Gori e Gabriella Pirazzini.
Il tuo programma è un viaggio alla scoperta dei mille sapori di una terra
rinomata come l’Emilia Romagna: qual è il messaggio che cerchi di trasmettere e
quale tipo di giornalismo cerchi di fare?
«Credo che si debba conoscere molto bene il settore, che non va assolutamente
considerato, come fanno in molti, una sorta di “Disneyland”; è importante,
invece, avere una conoscenza approfondita di una parte dell’economia alla quale,
non dimentichiamolo, sono legati settori importanti e vitali per il nostro
quotidiano, come l'alimentare. Il mio obiettivo è far conoscere alla gente
l’agricoltura: dietro c’è gente che lavora sodo e fatica a fare reddito, vorrei
sensibilizzare l’attenzione su queste problematiche ed altre che all’agricoltura
sono connesse, dal rispetto per l’ambiente al problema energetico».
Che differenza hai riscontrato tra la conduzione del telegiornale e quella
della trasmissione Con i piedi per terra?
«Sono due cose diverse. Nasco come giornalista agricola per Coldiretti e quindi
ho sempre seguito in maniera approfondita le tematiche legate all’agricoltura, e
condurre un programma come
Con i per terra richiede una conoscenza
specifica sul tema, mentre la conduzione del tg rappresenta l’informazione -
tipo. Non so dirti quale preferisca tra i due, ma sicuramente ha richiesto per
me un grosso lavoro occuparmi del tema agricoltura, avendo alle spalle una
maturità classica».
Quanto è importante l’immagine in video per una delle tgiste più ammirate del
nostro
forum?
«Per me è importante il contenuto, quello che c’è dentro e quello che cerco di
trasmettere al pubblico che mi segue. Certo, avere cura di sé e del proprio
aspetto è importante per chi fa un lavoro che comporta una grande esposizione
esterna, ma ti ripeto: è la bellezza interiore quella che conta».
Quali sono i commenti dei forumisti che ti sono piaciuti e quali meno?
«Certamente quelli incentrati più sui contenuti del mio lavoro che sulla
forma…».
Quali sono le tue aspirazioni future?
«La mia vita professionale va benissimo così, spero di continuare a fare un
lavoro che amo, ma al tempo stesso conciliarlo con la vita privata che per me è
la cosa più importante».
MONITOR
Adriana
Santacroce di
Giuseppe Bosso
Questa settimana incontriamo
Adriana Santacroce. Giornalista professionista dal
2001, conduce la trasmissione di approfondimento politico
Linea d’ombra sull’emittente
Telenova.
Conduttrice di un programma di approfondimento politico. A livello nazionale,
tranne qualche eccezione, piuttosto insolito, mentre nelle emittenti locali ha
molte colleghe. Come mai, secondo lei?
«Bella domanda. Sicuramente è stato difficile anche, per esempio, nell’ambito
del giornalismo sportivo dove comunque
Paola Ferrari è riuscita ad imporsi bene. Non è stato facile guadagnarsi la
stima degli interlocutori, ma pian piano penso di essere riuscita ad acquisire
una certa credibilità. Penso che
Telenova, in questo senso, abbia fatto
una buona scuola».
In futuro pensa di “scendere in campo” come ha fatto la sua collega
Lilli Gruber, impegnandosi direttamente in politica?
«No, assolutamente. Mi sta bene così: fare questo lavoro, che amo, e farlo
bene».
Qual è il segreto per riuscire a condurre un programma incentrato sulla
politica mantenendo un atteggiamento imparziale?
«Partiamo dal presupposto, in cui credo molto, che tutti hanno diritto di avere
i loro spazi ed esprimere le loro opinioni, anche su temi molto scottanti come i
Pacs e le relazioni omosessuali. Il giornalista che si occupa di politica,
secondo me, deve essere bravo a “fare le pulci”, se così si può dire,
soprattutto a chi governa, a prescindere dallo schieramento politico a cui
appartiene, proprio perché lo spettatore-elettore deve essere in grado di capire
se colui che ha votato sia in grado di mantenere quello che ha promesso in
campagna elettorale. L’ironia aiuta in questi casi».
Leggendo sul nostro forum il
thread dedicato a lei, si nota che i suoi tanti fans lamentano il
look troppo castigato: cosa sente di rispondere?
(Ride,
ndr) «Sì, ne ho sentito parlare, ad esempio di qualcuno che ha
criticato il fatto che mi si vedesse l’ombelico…Scherzi a parte, rispondo così:
chi si occupa di politica è tenuto a mantenere una certa credibilità anche nel
look, che è il primo biglietto da visita che presentiamo al nostro spettatore,
ed è importante per mantenere quella credibilità che, come le dicevo, per una
donna è molto difficile da conquistare».
Ci sono ingerenze della politica nel mondo dell’informazione? Le è mai
capitato di doverne fronteggiare?
«Ci sono, soprattutto nel momento in cui un ospite di peso subordini la sua
presenza in trasmissione a delle vere e proprie liste di prescrizione, dei
paletti sulle domande e sui contenuti della puntata. Questo tipo di ingerenza,
sì, mi è capitato di trovare, ma ho subito prontamente arginato; anche se in
verità ho riscontrato questo tipo di resistenza non tanto nei politici in sé,
quanto nei loro uffici stampa, soprattutto degli esponenti di rilievo in ambito
regionale».
CRONACA IN ROSA
Morte, ma solo per
finta
di
Tiziana Ambrosi
Un altro traguardo è stato sorpassato nel "gioco" della
spettacolarizzazione del dolore.
L'emittente televisiva olandese BNN ha lanciato il 1 giugno
De Grote Donorshow: lo show del
Grande Donatore.
Oggetto del dono? Un
rene. Una malata terminale
avrebbe dovuto scegliere quale, tra tre concorrenti, avrebbe
beneficiato del suo rene.
Polemiche a non finire, proprio nel momento in cui l'UE si
apprestava a legiferare sulla donazione degli organi. Tra
molte proteste la puntata è andata in onda, salvo poi
rivelarsi una bufala. Era tutto uno scherzo della Endemol:
hanno detto che volevano «sensibilizzare l'opinione pubblica
sul tema della donazione di organi». Sarà.
Tutto può diventare spettacolo, anche la morte. Nei
momenti che la precedono, ma anche nel momento in cui
avviene, tanto che il canale britannico
Channel Four
ha intenzione di mandare in onda un documentario in cui
appare la principessa
Diana agonizzante tra le lamiere
della Mercedes sotto il tunnel dell'Alma a Parigi.
Diritto di cronaca o morbosità? Davvero, per capire, dobbiamo
vedere filmati e fotografie? In tempi di
war game
globale, con
mirini videogioco che centrano i palazzi
di Saddam, non è certo quello il problema principale.
Il problema è invece che oggi la
morte è un tabù. Un
tabù tale che l'unico modo accettabile per poterne parlare è
farla diventare una fiction. Magari aumentando i cachet
pubblicitari,
pruderie per
pruderie.
Una concorrente del
Grande Fratello australiano ha
perso il padre da più di una settimana. Tutto il Paese lo sa,
tranne lei e i suoi compagni d'avventura. La famiglia ha
preferito tenerla all'oscuro, il padre era già malato e lui
avrebbe voluto così. A
quale scala di valori siamo
ormai arrivati, se il ruolo in un reality ha la precedenza
sulla partecipazione ai funerali di papà?
Ma ce n'è anche per noi, che andiamo coi
pullman turistici
alla villetta di Cogne: uomini e donne con cappellino e
occhiali da sole, che della strada fotografano la villa degli
orrori. E già la domenica successiva all'omicidio di Barbara
Spaccino, incinta di otto mesi, i
primi "turisti" facevano
capolino con fotocamere e cellulari.
FORMAT Ai confini della pietà
di
Antonella Lombardi
«Cosa sarebbe il cinema o la tv senza
Provenzano?». Con questa provocazione,
Franco Maresco e
Daniele Ciprì,
la coppia di
registi siciliani che
meglio ha descritto la
deriva
antropologica dei tempi moderni,
esordisce alla conferenza stampa all’Hotel
delle Palme di Palermo. L’occasione è
offerta dalla presentazione del loro nuovo
programma,
Ai confini della pietà,
in onda da giovedì 7 giugno su
La7 a
mezzanotte e mezza.
Sette episodi
satirici e grotteschi sulle aberrazioni
della Sicilia, tra
mafia,
pregiudizi e
malcostume.
I registi di
Cinico Tv,
Lo zio di
Brooklyn,
Totò che visse due volte,
Il ritorno di Cagliostro, tornano,
parafrasando il titolo di un altro loro
film, a "inguaiare il cinema italiano" e lo
fanno scegliendo il consueto stile pungente.
Senza risparmiare nessun bersaglio, a
partire dal luogo scelto per la conferenza
stampa: «Non è casuale la scelta dell’Hotel
delle Palme - dicono - quest’anno ricorre il
bicentenario della nascita di Garibaldi e il
centenario di quella di John Wayne. Noi
festeggiamo il
mezzo secolo dall’incontro
tra boss mafiosi americani e siciliani
che si tenne in questo albergo 50 anni fa:
l’atto di nascita della mafia moderna».
Le polemiche colpiscono soprattutto quelli
che
Leonardo Sciascia aveva definito
"i
professionisti dell’antimafia", la
retorica dei media che dipinge come «eroi da
fotoromanzo i boss mafiosi», ma anche le
«manifestazioni antimafia, che ormai –
aggiunge Maresco - sono come gli orchestrali
delle jazz band che si addormentano mentre
suonano un vecchio pezzo, ormai venuto a
noia, per svegliarsi solo quando devono fare
l’assolo».
Colpa dell’appiattimento che ha logorato
tutto: «Oggi il cinema è una protesi della
tv, ha il suo stesso orrore estetico. Il
trash è diventato una moda. Non a caso
giorni fa,
Tarantino ha detto che il
cinema italiano fa schifo. C’è troppo
buonismo e le storie sono sempre le stesse».
E il direttore artistico de La7,
Alessandro Ostia, dice: «Il problema
della televisione oggi non è creare dei
format, ma dare spazio a chi, come loro,
esprime una dissonanza del pensiero». E
allora, sotto con la storia tragica di
Giuseppe Castellani, alias Giuseppe Greco,
figlio del boss Michele, detto il "papa".
Le prime due puntate del programma si
concentrano su un regista che ha «pagato un
prezzo altissimo per la sua passione,
dignitosa, per il cinema. Castellani -
afferma ancora Maresco - è stato coinvolto
nel maxiprocesso col sospetto di
associazione mafiosa, accusa da cui poi sarà
prosciolto».
Non si salva nemmeno il
bandito Salvatore
Giuliano, che a Portella della Ginestra,
nel 1947, sparò a undici contadini che
festeggiavano il primo maggio. «Giuliano? Un
gay, almeno secondo uno storico di
cui non possiamo rivelare l’identità. Pare
che la intendesse col suo luogotenente,
Gaspare Pisciotta».
CULT Le visioni di Ecovision
di
Antonella Lombardi
«Ho girato la mia storia con gli occhi che piangono e che ridono». Così dice
Alireza Ghanie, regista iraniano di
Lessons from Bam, il film che
sorprende e commuove la platea del festival di cinema e ambiente
Ecovision, svoltosi a Palermo.
Iran sudorientale, 26 dicembre 2003, la terra trema. Bastano dodici
secondi a distruggere la millenaria cittadella di Bam, patrimonio mondiale
dell’umanità per l’Unesco. Sono 30.000 le vittime del sisma, più del doppio
secondo fonti non governative: comunque il 40% della popolazione totale. Le
scuole distrutte sono 168.000 e da allora i bambini fanno lezione all’aperto.
Ciascuno di loro rimpiange la città perduta nel proprio tema. Una
bambina,
Fatima, si rifiuta di leggere il suo compito: si vergogna. Il trauma ha il suo
sguardo scuro e perso nel vuoto.
Fatima ha scritto una lettera indirizzata a
Dio, spiazzante come solo l’ingenuità dell’infanzia sa essere. Lo
smarrimento e il senso di perdita dell’identità della popolazione sembra
specchiarsi nei suoi occhi e nell’amarezza che prova l’insegnante, insieme agli
studenti, quando scopre una cartolina di Bam, bellissima e intatta, prima della
scossa.
«La lezione che ho ricevuto dai ragazzi di Bam e a cui alludo nel titolo è la
loro capacità di cambiare, l’entusiasmo per la ricostruzione e l’attaccamento
alla propria patria», dice ancora Ghanie mentre ritira il premio come miglior
reportage, e aggiunge: «Il poeta
Kahlil Gibran ha scritto:
una sola
anima può contenere la speranza dell’intero genere umano. Spero che la
storia di Fatima possa sensibilizzare il pubblico di altri festival».
Ma è
Delta, oil’s dirty business, il film vincitore della terza
edizione di Ecovision, che denuncia la perdita dell’innocenza di una regione
ricchissima di petrolio, ma diventata un inferno: sono
27 milioni gli
indigeni dell’area
annientati per l’inquinamento che, nonostante le
proteste della popolazione, continua a colpire la flora e la fauna locali. Al
regista Yorgos Avgeropoulos, corrispondente di guerra per la televisione greca e
autore della pellicola vincitrice, è andato il primo premio di 20.000 euro.
L’
amore ai tempi della guerra etnica ha, invece, il volto disperato di
Milan, che decide di travestire da donna il suo amante omosessuale per sfuggire
alla brutalità del conflitto in corso a Sarajevo. E’ la trama del film bosniaco
Go west, di Ahmed Imamovic, premiato come migliore film di
fiction.
L’
Inferno di zucchero dei disperati haitiani in fuga verso Santo
Domingo, e impiegati come schiavi in piantagioni che sono veri e propri campi di
concentramento, è l’odissea narrata nel documentario di Adriano Zecca, fotografo
e regista. «A pochi metri dalle spiagge frequentate dai turisti di tutto il
mondo, i lavoratori della canna da zucchero diventano paria. Una volta superata
la frontiera non hanno più nessun diritto, senza soldi, né documenti sono
impiegati nelle piantagioni gestite dai Vicini, una famiglia di imprenditori
genovesi, lì da cinque generazioni e conquistadores moderni, con interessi nelle
banche, nella metallurgia e nell’agricoltura», dice il regista.
Tutta la produzione è destinata agli
Stati Uniti che
pagano lo
zucchero tre volte tanto: 24 centesimi di dollaro a libbra, contro i 7
centesimi del prezzo di mercato. E questo, pur di non comprare da
Cuba.
Sconsolante il quadro che si è presentato agli occhi del regista: «Ogni
tonnellata di zucchero richiede uno, due giorni di lavoro e rende poco più di
due dollari. Su questa somma vengono trattenuti dei soldi per una pensione che
non si materializza nemmeno dopo 30, 40 anni».
Il documentario sarà trasmesso dalla Rai nel programma
Geo & Geo,
ed è destinato a far discutere.
DONNE L’ingegnere e il
re
di
Erica Savazzi
Non sarà mai regina, perché in Marocco le regine non sono
previste dalla legge, ma
Lalla Salma (Lalla è un
titolo che si acquisisce con il fidanzamento), a cinque anni
dal matrimonio con re Mohammed VI, è diventata un
esempio
per tutte le donne del suo Paese.
Laureata in scienze matematiche e poi specializzatasi in
ingegneria informatica, in una nazione dove il 40% della
popolazione è analfabeta, Salma Bennani conosce il futuro
marito durante uno stage. Lo sposa nel 2002, e oggi è mamma
di due bambini.
Lalla Salma rappresenta il Marocco che vuole
modernizzarsi,
cominciando dai diritti delle donne. E’ infatti solo con la
riforma del
codice di famiglia entrata in vigore nel
2004, che a moglie e marito viene riconosciuta parità
giuridica: si prevede il
diritto di chiedere il divorzio
anche per le donne, il ripudio è stato abolito, abolita anche
la figura del tutore che rilasciava permessi perché la donna
potesse compiere diverse attività – ad esempio viaggiare – e
si sancisce l’uguaglianza di diritti e doveri dei coniugi.
Lalla Salma
non porta il velo, guida la macchina, si
occupa in prima persona dell’educazione dei figli, ama gli
stilisti occidentali. E si impegna a favore dei
bambini
e dei
malati. Ha personalmente fondato l’
Associazione
Lalla Salma per la lotta contro il cancro e ha dato il
via a un progetto per costruire nei pressi dei centri di
cura, a volte troppo lontani dalle case dei malati, delle
maison de vie per ospitare loro e le loro famiglie. La
terza struttura è stata inaugurata il 21 maggio a Casablanca,
mentre sono in costruzione altre case a Tangeri e Marrakech.
«Bisogna rispettare i diritti dei malati: l’uguaglianza nelle
cure, il diritto al rispetto, alla dignità e alla speranza.
Bisogna applicare questi
diritti nella realtà,
assicurando il più possibile le stesse possibilità
diagnostiche e le stesse cure per tutti, l’accesso senza
discriminazioni alle innovazioni scientifiche e mediche e la
cura di ogni cancro nella sua specificità».
Lalla Salma è stata nominata
ambasciatrice di buona
volontà dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
TELEGIORNALISTI
Andrea Vianello,
in difesa del cittadino
di
Giuseppe Bosso
Nato a Roma il 25 aprile del 1961,
Andrea Vianello è
giornalista professionista dal 1992. Si è laureato in
Lettere con una tesi in Letteratura brasiliana. Sposato, due
figli.
Entra in Rai nel dicembre 1990 come vincitore del primo
concorso pubblico per praticanti giornalisti dai tempi di
quello di Vespa e Frajese. Dal 1991 entra a far parte della
redazione del
Gr1 prima e del Giornale Radio Rai
unificato poi sotto la direzione di Livio Zanetti.
Fino al 1998 è vice caporedattore in cronaca e conduttore
dei fili diretti in occasioni di eventi speciali o “breaking
news”. Nel giugno 1998, sotto la direzione di Paolo Ruffini,
assume la cura e la conduzione della trasmissione di
Radio Anch’io, la trasmissione di approfondimento e
dibattito di Radio1, in onda dal lunedì al venerdì dalle
9.05 alle 9.55, che porta avanti per quattro anni, fino al
luglio scorso.
Dal gennaio al maggio del 2000 firma e conduce su Rai2 la
trasmissione televisiva in diretta
Teleanch’io.
Da tre anni ha sostituito Pietro Marrazzo alla conduzione di
Mi manda Rai3.
Italiani popolo di truffatori o di truffati?
«Entrambe le cose. Purtroppo questo è un fenomeno diffuso,
non soltanto nel nostro Paese, che finisce inevitabilmente
per andare a colpire soprattutto i più deboli».
E' un pesante testimone, quello lasciato da Marrazzo?
Senti di rispettare le aspettative del popolo televisivo?
«Mi auguro di sì, ma ovviamente dovresti chiederlo a loro
stessi, oltre che a Paolo Ruffini, direttore di Rai3, che mi
chiese allora di sostituire Pietro. Per quanto mi riguarda
metto sempre il massimo impegno per la realizzazione di
questo programma di servizio pubblico, in cui credo molto e
del quale mi sento gratificato di essere al timone».
Tante e spesso eclatanti le vicende trattate in
trasmissione: in questi casi come deve comportarsi il
conduttore, mantenere la massima imparzialità o manifestare
la propria indignazione?
«
Mi manda Raitre è un programma di denuncia e di
difesa, anche se è importante mantenere una buona dose di
obiettività. Il mio è un ruolo specifico, capire se e come
un cittadino abbia effettivamente subito un torto e portarlo
alla luce, creando possibilmente un confronto con la
controparte. Certo è che in alcune situazioni è difficile
non esternare indignazione, specialmente nei casi più
eclatanti».
Credi che il tuo lavoro e le vicende che porti alla
ribalta siano ascoltate ai “piani alti”, intesi come
autorità politiche preposte alla tutela del cittadino?
«Spero davvero di sì, anche se questo “taglierebbe” il
nostro servizio di informazione… Scherzi a parte, io credo
che molte volte, oltre a cercare di intervenire sui rapporti
ormai rovinati, si debba anche curare quelle ferite che si
possono guarire, e intendo con questo il fatto che spesso,
molto spesso, tante grandi aziende non sono a conoscenza
delle scorrettezze che possono compiere le loro piccole
ramificazioni, soprattutto in presenza di grandi imprese che
non possono tenere proprio tutto sott’occhio. Ecco, in
questi casi, è importante anche mettere al corrente i
vertici di quelle condotte irregolari che loro stessi
possono aggiustare».
La collocazione del tuo programma al venerdì è quella
adatta per ottenere buoni ascolti?
«Mah, non è una cosa che decido io. Faccio parte di una
squadra e in quanto tale ognuno ha le sue competenze e
responsabilità, e nel mio caso non sono certo quelle
relative alla programmazione e alla collocazione dei
programmi. Ti posso dire, comunque, che la decisione di
spostare il programma dal mercoledì al venerdì inizialmente
ci ha creato qualche problema di adattamento alla nuova
collocazione, ma nel tempo, ascolti alla mano, direi che li
abbiamo superati».
A settembre ti sei trovato coinvolto, tuo malgrado, in
uno spiacevole episodio, legato alla discussa intervista
rilasciata da Luciano Moggi a Quelli che il calcio,
durante la quale cercasti, non con molta fortuna, di
intervenire anche in maniera dura. Come guardi, a distanza
di mesi, a quel momento?
«Era una situazione molto favorevole per il fatto di poter
interloquire proprio con Moggi. Io feci quello che ho sempre
fatto e continuerò a fare, il giornalista; lui ha anche
fatto finta di non rispondere ad alcune domande, ed è questo
atteggiamento che non condivido, non solo da parte di Moggi
o degli altri esponenti del nostro calcio che si sono
trovati coinvolti loro malgrado dalla giustizia italiana».
OLIMPIA Professione Freestyler di
Mario Basile
Quante volte abbiamo sentito dire che il
calcio moderno è governato dall’estremo
tatticismo. Le partite sono uno
spettacolo, anche in termini televisivi,
che però, a conti fatti, di spettacolare
hanno ben poco. E dove sono finiti i
giocatori di talento? Quelli che con una
loro giocata legittimano il prezzo del
biglietto?
Ci sono ancora, ma quasi sempre finiscono
ingabbiati dagli
schemi, trovandosi
così costretti ad inventarsi anche mediani
piuttosto che lasciar libero sfogo all’
istinto.
Il calciatore che si diverte in partita è
una
rarità: un pezzo pregiato,
inestimabile patrimonio calcistico da
conservare con cura.
Così dribbling fulminanti, colpi di tacco,
giocate funamboliche e veroniche
spettacolari fanno abbondante capolino solo
negli spot di grandi
sponsor tecnici.
Per maggiori informazioni chiedere a
Ronaldinho. L’asso brasiliano del
Barcellona deve, infatti, il suo
successo anche alle grandissime
qualità
tecniche messe in mostra nelle
pubblicità oltre che in campo.
Ma non tutti sanno coniugare le due cose. Ci
sono tantissimi campioni del calcio
freestyle che non sono calciatori di
altissimo livello. Evidentemente stanchi di
vedere così passare in secondo piano cotanta
bravura, hanno fatto del
freestyle
una vera ragione di vita e, in alcuni casi,
di successo.
Giovani giocolieri in tuta e scarpe da
ginnastica sfoggiano la loro tecnica
fenomenale fatta di
doppi passi e di
infiniti palleggi in tutte le salse.
Poi basta farne un
video, metterci
una bella musica di sottofondo e caricarlo
sul web per farsi conoscere e apprezzare in
ogni parte del mondo.
Ne sa qualcosa il giovane tunisino
Soufiane Touzani, i cui video spopolano
su
Youtube. Di lui si sa poco o nulla,
eccetto che
non gioca da
professionista in nessun campionato e che è
in possesso di una tecnica impressionante.
Secondo gli esperti, però, il numero uno del
soccer freestyle è il ventenne
guineano
Iya Traoré. Anche lui come
Touzani non è ancora approdato al calcio
professionistico, ma a differenza del
“collega” tunisino potrebbe farlo ben
presto. Infatti il ragazzo, stabilitosi in
Francia da alcuni anni, gioca nelle
giovanili del
Paris Saint-Germain. Sotto il profilo
calcistico ha ancora molto da imparare.
Sotto il profilo tecnico, invece, è un vero
e proprio
mago. I suoi lampi di
classe gli hanno fruttato una popolarità
talmente alta che ha perfino un suo
sito ufficiale.
In Francia, però, a fare notizia nel campo
del soccer freestyle è una donna:
Sandy
Levittas, detta
Bambi. Ha
ventidue anni, occhi neri e capelli castani
fluenti, guardandola penseresti si tratti di
una modella. Lei, invece, è la reginetta del
Komball, soccer freestyle condito da
musica
hip hop e movimenti che
ricordano la
break dance.
I parigini possono ammirarne le gesta nelle
piazze principali di
Parigi o nei
centri commerciali più vasti. Ma Bambi non è
sola. Tantissime
adolescenti di
talento stanno seguendo il suo esempio e si
stanno avvicinando al Komball, disciplina
che ha riscosso un così grande successo
oltralpe che i
DVD dimostrativi
lanciati sul mercato sono andati a ruba.
Potere del calcio.