Archivio
Telegiornaliste anno III N. 25 (103) del 25 giugno 2007
MONITOR
Christiana
Ruggeri, l'impegno per i bambini iracheni
di
Giuseppe Bosso
Christiana Ruggeri, nata a Roma il 28 gennaio del 1969, è giornalista
professionista dal 1999. Nel 2005 ha condotto
Tg2 Mistrà, per poi passare
alla conduzione di
Tg2 Costume e Società. E' presidente dell'Associazione
Onlus
I bambini di Nassiriya.
Christiana, che cos’è
I bambini di Nassirya e quali scopi si prefigge?
«È una
Onlus che ho fondato quest’anno, a gennaio: il nostro scopo è
realizzare delle scuole (una materna, una elementare, una media) e una
biblioteca italiana e islamica nella città di Nassirya, in Iraq. Speriamo, così
facendo, di trasformare l’idea di lutto che suscita nelle nostre menti questa
città in cui, purtroppo,
sono caduti 19 tra nostri soldati e civili, in questi anni di guerra.
Abbiamo individuato un terreno su cui poter edificare ex novo e una struttura
edilizia da riqualificare, valuteremo quale delle due soluzioni è preferibile
per il progetto».
Da cosa nasce il tuo impegno per questa iniziativa?
«Oltre a condurre
Tg2 costume e società, da tre anni realizzo per
Tg2 Dossier Storie e
Tg2 Dossier, reportage sui Paesi del Terzo Mondo: dall’Africa al
Sudamerica, all’ex Urss. Penso sia il modo migliore di fare giornalismo, ed è
importante sensibilizzare la gente su queste realtà lontane e dimenticate».
Hai riscontrato sostegno da parte della gente e delle istituzioni?
«Dalle istituzioni ho ricevuto molta solidarietà a parole, ma pochi fatti
concreti; però non mi arrendo: continuerò a bussare a tutte le porte, dai
sindaci in su. La nostra è un’associazione italiana assolutamente apartitica e
apolitica, che intende riportare nell’antica Babilonia la cultura italiana, cosa
che dovrebbe interessare tutti.
Dalla gente comune posso dire di aver ricevuto piccole donazioni, delle quali
ringrazio, ma sono in cerca di grandi sponsor che sostengano questo progetto.
Per partire con i mattoni, dobbiamo raggiungere almeno 30 mila euro
quest’estate. Sul nostro sito potrete vedere cosa stiamo realizzando: per me la
trasparenza è una cosa essenziale».
Quali sono gli aiuti di cui necessita l’Iraq per risollevarsi da questa
guerra che pare non avere fine?
«Sarebbe importante che una forza di pace sovranazionale, guidata dalle
Nazioni Unite, si
sostituisse alla presenza straniera nel territorio iracheno, cosa che considero
nociva e che non aiuta certo un progetto vero di ricostruzione del Paese. È il
primo passo che andrebbe compiuto».
È auspicabile che iniziative come la tua possano favorire questa
ricostruzione?
«Sì, assolutamente. A dispetto di quanto si possa pensare, c’è un legame
solidissimo tra l’Italia e la città di Nassirya, dove ho tantissimi amici che mi
raccontano di come le madri e le mogli dei soldati in missione di pace si
impegnassero nel mandare cibo, vestiti e giocattoli per i bambini, ed è proprio
per questo legame consolidato che spero di mandare avanti questo progetto».
Continuerai anche quando i militari lasceranno il Paese?
«Certamente. Quello sarà il vero inizio. È nostra intenzione donare le strutture
che porteremo a termine al ministero dell’Istruzione e dell’Educazione iracheno,
ma fino ad allora continueremo a dare il nostro sostegno: pagando gli stipendi
degli insegnanti e realizzando una vera e propria nursery. Non saranno solo i
bambini ad andare a scuola, ma anche le loro mamme, cresciute
nell’analfabetismo, e anche gli adulti, che nella loro vita hanno sempre firmato
con una
x e non hanno mai avuto il privilegio di imparare a leggere e
scrivere. Non a caso il
nostro slogan è “Cultura è libertà”!».
MONITOR
Annalisa
Corti, modestia uguale professionalità
di
Giuseppe Bosso
Annalisa Corti è iscritta all’Albo dei giornalisti professionisti dallo scorso
anno. Laureata in Scienze della Comunicazione, ha iniziato collaborando con il
quotidiano
La
provincia di Como mentre studiava alla scuola di giornalismo; ha
partecipato ad uno stage presso
Telelombardia ed ha poi lavorato all’emittente comasca
Espansione Tv.
Tornata a
Telelombardia, Annalisa si unisce alla redazione del
telegiornale e affianca David Parenzo e
Stefania Cioce nella trasmissione
Prima serata alla postazione email.
E' una posizione nodale quella che ricopri nella trasmissione Prima serata
in cui ti vediamo alla postazione email?
«È una posizione importante: è il punto in cui si viene a creare il contatto
diretto tra il pubblico e la trasmissione, cosa essenziale per un programma come
il nostro, tribuna politica e di dibattito sugli argomenti di attualità, oltre
che per i continui aggiornamenti di cronaca».
Che rapporto hai con i giornalisti che affianchi, Stefania Cioce e David
Parenzo?
«Direi duplice, anzitutto perché siamo una redazione molto affiatata fatta
soprattutto da giovani, quindi si è creato un bel rapporto di amicizia sia con
David che con Stefania; da un punto di vista professionale, poi, sto imparando
molto da loro».
Quali sono i giornalisti che hai preso a modello?
«Ho avuto la fortuna di conoscere molti professionisti esperti durante il
percorso che mi ha portato fino a Telelombardia, da Angelo Agostini a Giuseppe
Ciulla. Ammiro moltissimo
Giovanna Botteri; mi interessa molto il mondo islamico e non a caso mi sono
laureata proprio con una tesi a tema, quindi ho seguito molto il suo lavoro da
inviata dopo i fatti dell’11 settembre; ecco, mi piacerebbe diventare come lei,
inviata in quei Paesi, anche perché adoro viaggiare».
Sei da poco a Telelombardia, ma hai già riscosso un certo seguito nel nostro
forum; questo interesse nei tuoi confronti cosa ti suscita?
«Non nego che mi faccia piacere: sono molto contenta di sapere che vengo
apprezzata soprattutto dal punto di vista professionale, oltre che da quello
estetico».
Recentemente avete avuto modo di parlare di Vallettopoli; quante
ragazze nel giornalismo hai incontrato, pronte a tutto pur di fare carriera?
«Ci sono anche nel nostro settore, persone disposte a ricorrere a certe
scorciatoie pur di farsi largo, ma io credo che la preparazione, l’impegno nel
lavoro e la capacità di sapersi mettere sempre in discussione alla lunga siano
doti che premiano a dispetto di qualsiasi escamotage».
Se ti proponessero la conduzione di un tg a tua scelta, quale sceglieresti?
«A parte il nostro, il
Tg3.
Forse non sono ancora pronta per la conduzione, che rappresenta il completamento
di un percorso e in cui devi saperti orchestrare nella scelta della “scaletta”
delle notizie da trattare. Tutto ciò richiede un po’ più di esperienza».
CRONACA IN ROSA
Vincere
in famiglia? Un gioco di squadra
di
Silvia Grassetti
Come si ripartiscono nella famiglia moderna i
lavori
domestici? In modo del tutto
sfavorevole alle donne:
il 53% degli uomini non aiuta in casa, il 70% dei figli e il
25% delle figlie non collabora mai alle "faccende".
Nel 77% dei casi le donne, oltre ad occuparsi della casa e
della famiglia, hanno anche un lavoro fuori casa e solo il
15% di questa grande parte della popolazione femminile può
contare su un aiuto domestico esterno. Molto inferiore è la
percentuale, pari al 7, delle donne che non si occupano delle
faccende domestiche.
Rossana Ottolenghi, psicologa e psicoterapeuta
famigliare, e
Ugo Volli, sociologo di costume e
professore di Semiotica del testo alla Facoltà di Lettere e
Filosofia dell’Università di Torino, sono stati interpellati
da una nota catena di supermarket sulla moderna vita
domestica.
Secondo la Ottolenghi, la
frustrazione delle donne si
può superare applicando alla
famiglia il concetto di
squadra: ogni membro deve accettare un ruolo,
sceglierlo e portarlo avanti quotidianamente. La
mamma,
nel ruolo di
capitano, concorda i turni, condivide con
i figli le faccende; il
papà nel ruolo di
mister
individua i ruoli, incoraggia, motiva e dà il buon esempio.
Insieme premiano le vittorie raggiunte grazie all’impegno
comune di tutta la squadra.
Ugo Volli ha analizzato come è vista la
famiglia nella
comunicazione per coglierne i cambiamenti e gli
stereotipi che permangono. Sul fronte della
pubblicità,
le famiglie sono protagoniste indiscusse e riflettono sempre
valori accettati nella vita sociale per proiettarli
sulla marca. Per questa ragione la maggior parte delle
famiglie rappresentate è molto tradizionale, anzi lo è stata
fino a poco tempo fa.
Il
padre affettuoso degli spot, commensale esigente,
padrone di casa preoccupato degli ospiti, lavoratore lontano
e prestigioso, nostalgico della famiglia,
sta scomparendo.
La composizione della coppia è cambiata: alla tradizionale
condizione di
tenerezza reciproca che caratterizza lo
stereotipo della vita matrimoniale, si è
sostituito il
gioco della seduzione e della passione.
La “santità” della famiglia si è voltata in modelli molto
poco tradizionali:
storie a tre, confusione di
identità sessuali, gruppi più o meno trasgressivi di giovani,
coppie non tradizionali si sono viste, in questi anni, a
sostenere l'immagine di marche anche molto consolidate. E'
una tendenza che ormai fa parte degli
stereotipi
pubblicitari.
E la divisione del lavoro quotidiano?
Uomini che lavano i
piatti mentre la moglie se ne sta in poltrona
soddisfatta; mariti che lustrano il pavimento per fare una
sorpresa alla loro compagna; ragazzi alle prese con i misteri
degli elettrodomestici; padri che si prendono cura dei
neonati, single che fanno la spesa da soli.
Un cambiamento che ritroviamo in tanti serial tv, da quelli i
cui protagonisti sono solo donne (
Streghe,
Sex and
the city), alle diverse storie narrate in soap come
Un
posto al sole e
Centovetrine, così diverse dal
vecchio modello sudamericano delle telenovelas.
Insomma un
rimescolamento dei ruoli che si avverte nel
luogo più delicato e frequentato della vita di coppia, quello
del
lavoro domestico, che ci avverte che le cose
stanno cambiando: la nostra società è sottoposta a un lento
ma costante spostamento di ruoli verso una condizione
maggiormente egualitaria.
Non solo sul lavoro: anche nella famiglia, l'antico
predominio maschile sta tramontando.
FORMAT La “nuova” tv dell’estate
di
Nicola Pistoia
Finalmente ci siamo: l'
estate è davvero
iniziata. Ce ne accorgiamo dal caldo,
dalle zanzare, dalle code interminabili che
s’incontrano sulle strade per il mare e
soprattutto dalla
noia che regna in tv.
Repliche di fiction e telefilm
spalmate su quasi tutti i canali televisivi.
Ormai una
consuetudine a cui siamo
abituati.
Saltando da un canale all’altro ci si può
rendere conto di quelli che sono i
pochi
programmi televisivi, alcuni di questi
nuovi, che ci accompagneranno per tutta
l’estate. Iniziando da quel simpaticone di
Teo Mammucari che è tornato, al posto di
Striscia, con il suo
Cultura
Moderna. Per novanta puntate rinfrescherà
le nozioni sul mondo dello spettacolo degli
italiani. Con la verve che lo
contraddistingue e che ha portato
Cultura
Moderna a essere il
programma più
seguito dell’estate. Accanto a lui la “
marzullina”
Juliana e la new entry
Lydie Pages.
Rai1, dal canto suo, non poteva certo
osservare in silenzio. A dare filo da torcere
a
Cultura Moderna ci pensa il nuovo
I soliti ignoti condotto da
Fabrizio Frizzi, che torna dopo diversi
anni sulla prima rete.
Nel format di Frizzi ogni concorrente deve
associare dieci diverse identità ad
altrettanti sconosciuti, aiutato da tre
indizi che vengono forniti a ogni partita.
L’abbinamento giusto vale tra i
1.000 e
100.000 euro. A ogni errore, però, il
bottino si azzera.
Se l'idea di seguire questi programmi vi
rattrista, vi consoliamo subito parlando dei
telefilm in programmazione estiva. Oltre al
fortunatissimo
pseudoreality Ugly Betty,
su Italia1 va in onda in prima tv
Blue
Water High, serial in stile
Baywatch
ambientato sulle spiagge californiane.
Per gli amanti appassionati del genere noir,
invece, arrivano due nuovi telefilm:
Killer Instinct e
The Inside, in
onda il giovedì sera - sempre sul canale
Mediaset dedicato ai giovani - in seconda e
terza serata.
Una piccola curiosità:
Maurizio Costanzo
ce lo ritroveremo in tv anche quest’estate.
Non su Canale5, bensì sul canale satellitare
Sky Vivo con un nuovo show dal titolo
Stella. Tutto intorno, invece, un
oceano di repliche e di cose viste e
riviste decine di volte.
CULT Ustica, un fumetto per non dimenticare
di
Antonella Lombardi
E’ il
27 giugno del 1980: 81 persone perdono la vita a bordo di un aereo,
il
Dc9 della compagnia Itavia, scomparso nel mare a nord dell’isola di
Ustica. A distanza di 27 anni, non si è fatta ancora luce sulle ragioni che
portarono all’abbattimento di quell’aereo civile in tempo di pace.
Adesso, il fumetto
Ustica scenari di guerra, della casa editrice
Il becco giallo, cerca di fare luce su quell’evento. Scritto da Leonora
Sartori e disegnato da Andrea Vivaldo, il volume è a cura del giornalista
Fabrizio Colarieti.
«Il becco giallo è un progetto editoriale nato nel 2005, con l’idea di
utilizzare il linguaggio del fumetto per raccontare la realtà con un metodo
vicino alla
ricostruzione giornalistica», ha detto il direttore Guido
Ostanel. Nella collana “cronaca storica” sono pubblicate le storie sul disastro
di Ustica, il sequestro Moro, la strage di Bologna. Il nome della casa editrice
riprende quello della coraggiosa rivista satirica degli anni Venti.
«Ognuno di questi libri – continua Ostanel – è per noi un
tassello della
memoria collettiva negata agli italiani. Sapere chi è il mandante della
strage di Ustica o chi ha messo la bomba a Bologna è un diritto che spetta ad
ogni cittadino. Normalmente, in Italia, il fumetto è considerato una forma di
intrattenimento puro. Noi, invece, siamo guidati dalla passione per la realtà,
piuttosto che per la fiction».
Un progetto ambizioso eppure accurato, che rispetta il motto che
contraddistingue la casa editrice: «
Attenzione: leggere libri può causare
indignazione».
DONNE Sulla
strada, per amore
di
Tiziana Ambrosi
Fingersi prostituta alla ricerca della figlia. Questa,
da più di cinque anni, è la vita di
Susana Trimarco,
argentina con origini napoletane. Da quel 3 aprile 2002,
quando la figlia Marita non fece rientro a casa.
Marita aveva 23 anni, una bimba piccola di nome Micaela e un
compagno. Era iscritta all'università e gestiva un piccolo
supermercato. Una vita tranquilla, fino a che un commando
della mafia della prostituzione la
rapì in pieno giorno.
Non vedendola tornare, i famigliari contattano gli ospedali,
fino a che, come una doccia fredda, scoprono la verità. Una
telefonata comunica che Marita è stata rapita e
venduta
per 2.500 pesos - poco più di 600 euro.
C'è la piccola Micaela da crescere, papà Juan che cade in uno
stato di depressione, il compagno di Marita che si
disinteressa alle ricerche.
Susana invece non molla. In un sistema di giustizia
spesso corrotto, si rende conto che deve scendere in campo in
prima persona.
Con una parrucca bionda, minigonna e tacchi alti si finge una
prostituta, una
maitresse in cerca di nuove ragazze da
comprare, e intanto
mostra a chi può la foto della figlia.
Cresce la speranza grazie ad alcuni avvistamenti, ma tra i
ritardi della polizia, la fuga di notizie dagli ambienti
corrotti delle forze dell'ordine, Marita non viene trovata.
Questa donna che scava negli ambienti della malavita alla
ricerca della verità
comincia a diventare un personaggio
scomodo. «Hanno tentato di uccidermi due volte - dice -
ma non mi fermeranno». Tra minacce di morte e tentativi di
eliminarla, Susana continua a travestirsi alla ricerca della
figlia.
Quella che si sta sviluppando in Argentina è una vera e
propria
tratta delle bianche. Donne rapite, drogate,
picchiate e infine vendute, come una qualsiasi merce, ai
bordelli. La legge lo permette, se si dichiarano
consenzienti. E di fronte alle minacce e alla violenza è
difficile dire no.
Susana non è ancora riuscita a trovare Marita, ma grazie alle
sue indagini in solitaria e all'aiuto della
Gendarmeria
Nacional - l'unica di cui si fida - ha contribuito a
salvare 96 ragazze dalla schiavitù della prostituzione.
Per dedicarsi alle ricerche della figlia Susana ha lasciato
il lavoro, ha venduto l'auto e il negozio. La famiglia vive
con lo stipendio di Juan, 890 pesos - 250 euro. Niente
sussidi statali, nessun aiuto. Solo la generosità di alcuni
personaggi famosi, come Ricky Martin, che ha offerto il suo
contributo economico per fondare un'associazione contro la
tratta delle bianche.
«Ritroverò mia figlia». Susana ne è sicura. Intanto le
minacce continuano, e oltre all'incubo della sparizione della
figlia, deve preoccuparsi anche della nipotina. «Rapiremo
anche tua nipote. Le faremo fare la prostituta
proprio
come stiamo facendo con sua madre».
E l'odissea, purtroppo, continua.
TELEGIORNALISTI
Stefano
Peduzzi: un debole per il Monza
di
Silvia Grassetti
Stefano Peduzzi, giornalista professionista nato a Milano il
25 gennaio 1979, è il fondatore di
Monza News, testata giornalistica dedicata allo
storico club brianzolo. Dal 2006 Stefano si occupa di calcio
a tempo pieno, con la trasmissione
Il Campionato dei
Campioni, in onda ogni sera alle 20.30 sul circuito
Odeon.
Negli ultimi mesi ci sono stati diversi scandali, nel
mondo dello sport e non solo: credi che i media
facciano il loro mestiere, o in fondo, visto anche il
coinvolgimento di alcuni giornalisti, si poteva dire e fare
di più nei confronti del pubblico?
«Credo proprio di sì. I tifosi e i lettori credo si siano
sentiti presi in giro anche da chi avrebbe dovuto raccontare
la verità. Che ci fosse qualcosa di marcio nel calcio è
sempre stato un sospetto comune, ma tutto quello che è poi
emerso dal processo di Calciopoli credo che in pochi
l'avrebbero previsto».
Come giornalista sportivo ed esperto di calcio, qual è la
tua opinione sui colleghi coinvolti in Calciopoli, da
Biscardi, a Sposini, a Chiara Geronzi?
«Non sono certo io a dover giudicare i colleghi che sono
stati coinvolti in questa vicenda. Il processo mediatico c'è
stato per i veri protagonisti che hanno sconquassato il mondo
del calcio, ma sono stati tirati in ballo anche molti
giornalisti seri e al di sopra di ogni sospetto come Lamberto
Sposini. Il fatto di aver ricevuto delle telefonate da Moggi,
che si complimentava per
alcuni attacchi fatti dall'ex condirettore al
Tg5 non
possono certo mettere in dubbio la serietà e la
professionalità di Sposini».
Quali altri sport segui con passione e vorresti magari
trattare tu stesso durante una tua trasmissione?
«Quest'anno su Odeon mi hanno affidato la conduzione di
alcuni
approfondimenti legati ad altri sport come motori, sci,
basket e pallavolo.
Ma il calcio è sempre stata la mia passione e mi piacerebbe
in futuro poter condurre una trasmissione sui campionati di
cui si parla meno, come quelli di serie C. Ci sono tanti
potenziali campioni che giocano in "piazze" blasonate che
meriterebbero più spazio in tv».
Cosa fa nel tempo libero Stefano Peduzzi?
«Di tempo libero ne ho poco. Cerco sempre di accumulare
giorni di ferie perché ogni anno organizzo almeno due o tre
viaggi all'estero. Quest'anno spero di andare in Honduras e
nelle Filippine, due Paesi ancora poco conosciuti che
nascondono molti paesaggi da scoprire».
Qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Mi piacerebbe continuare su questa strada, riuscire ad
affermarmi in quello che sto facendo. Credo che nella vita
aiuti molto lavorare divertendosi. Il mio sogno nel cassetto
era quello di diventare giornalista e ci sono riuscito prima
di quanto pensassi. E da un punto di vista calcistico sogno
di vedere tra qualche anno il mio Monza in serie A».
OLIMPIA Flo-Jo,
la donna più veloce del mondo
di
Mario Basile
I nostalgici degli anni Ottanta non hanno mai
dimenticato
Flo-Jo: la donna più
veloce al mondo. Il suo nome vero era
Florence Griffith Joyner. A pronunciarlo
tutto d’un fiato è musicale, sinuoso e
armonioso come il corpo a cui apparteneva.
Già, perché la
donna più veloce del mondo
agli occhi di tutti era bellissima. Ed
avevano ragione. Occhi neri, pelle ambrata e
gambe lunghissime. Ai nastri di partenza
delle gare di atletica, la sua specialità
erano i
200 e i
100 metri,
catturare le attenzioni di tifosi e
spettatori non era cosa difficile. Anche il
look contribuiva: trucco leggero, unghie
finte decorate, body che esaltava le forme e
che talvolta arrivava a coprire una sola
delle due gambe. Tutto rigorosamente
intonato. Le gare per Flo-Jo erano un
appuntamento da non fallire sotto ogni punto
di vista.
Nel
1988, alle
Olimpiadi di Seul,
non solo non le fallì, ma si tolse lo sfizio
di essere immensa. Vinse i 100 metri col
tempo di
10’’ 49.
Record del mondo
dell’epoca e record del mondo ancora
oggi.
Nessuno ha saputo fare meglio.
Flo-Jo fu regina anche dei 200 metri,
bissando il risultato medaglia-record. In
finale il cronometro segnò
21’’ 34.
Quello precedente l’aveva stabilito sempre
lei, pochi giorni prima in semifinale. A
quasi vent’anni di distanza pure questo
primato persiste ancora. La stupenda
olimpiade di Flo-Jo fu suggellata da un altro
oro nella
staffetta 4x1000 e da un
argento in quella
4x4000.
E pensare che solo da pochi anni era
diventata atleta a tutti gli effetti.
Florence Griffith Joyner veniva dal ghetto.
Era nata a
Watts, sobborgo di
Los
Angeles, tristemente famoso per i tumulti
del
1965. L’immensa comunità nera,
stanca delle ingiustizie, si era ribellata
contro i bianchi. Finì con il quartiere
devastato, una trentina di morti e oltre
mille feriti. Flo-Jo aveva solo
sei anni.
A sette cominciò a praticare l’atletica
leggera. Qualche anno dopo la notò un
allenatore di nome
Bob Kersee che,
intuendone le capacità, la indirizzò a
frequentare l’università in
California.
Qui Florence si tolse belle soddisfazioni
trionfando in diverse gare studentesche. Ma
non scelse la strada del professionismo:
preferì lavorare per aiutare la famiglia e
pagarsi gli studi. Si laureò nel
1983
in
psicologia. Intanto faceva
l’impiegata in banca e l’atletica era solo un
passatempo.
Finché Kersee non ripiombò nella sua vita, la
convinse a gareggiare e trasformò la semplice
impiegata in atleta: fu l’uomo della sua
vita, professionalmente parlando. Il compagno
di Flo, invece, si chiamava
Al Joyner
e faceva il triplista; da lui prese il
cognome dopo che ne divenne moglie nel
1985. Dalla loro unione nacque due anni
dopo la piccola
Mary Ruth.
Seul ’88 ripagò tutti i sacrifici di Flo-Jo.
In quell’estate lei fu l’emblema del sogno
americano: chiunque, a prescindere dalla
razza e dall’estrazione sociale, poteva
ritagliarsi il suo pezzo di gloria. Erano gli
anni Ottanta e il mondo stava cambiando: di
lì a poco sarebbero finiti il comunismo e la
guerra fredda. Erano gli anni Ottanta e
l’atletica era investita da continui scandali
di doping.
Quando Florence Griffith Joyner decise di
ritirarsi, a soli
29 anni, dopo essere
entrata nella storia, in molti videro
qualcosa di losco. Si affacciava il sospetto
del doping anche se nessuna prova supportava
quest’ipotesi. Niente trucchi: Flo-Jo aveva
solo voluto lasciare da vincente, da assoluta
campionessa.
Si dedicò alla moda e alla pubblicità. Fu
anche consulente sportiva del presidente
Bill Clinton e riprese una vecchia
passione giovanile:
scrivere fiabe per
i bambini.
Nonostante si fosse ritirata da tempo i
tifosi la amavano ancora. E fu, perciò,
grande la commozione, quando nove anni fa si
spense improvvisamente in pieno sonno.
Aveva
38 anni. Si riaffacciò ancora lo
spettro del doping. L’autopsia accertò,
invece, che si era trattato di una
crisi
di epilessia.
Il mito della donna più veloce del mondo non
è stato infangato.