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Telegiornaliste anno III N. 28 (106) del 16 luglio 2007
MONITOR
Mamma
Cristina Guerra
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana incontriamo, al rientro dalla maternità,
Cristina Guerra, conduttrice del
Tg1.
Cristina, è dura tornare al tg dopo l'assenza per maternità?
«Sì e no: temevo non sarebbe stato facile riprendere dopo così tanto tempo, ma
devo dire con molto piacere che in fin dei conti è stata meno dura di quanto
pensassi».
Cosa hai trovato di diverso al Tg1 rispetto a quando avevi lasciato?
«E’ cambiato certo nelle linee editoriali, con il cambiamento alla direzione che
si è verificato, ma sostanzialmente siamo sempre lo stesso tg per gestione,
contenuti e sostanza».
Molto apprezzati dai nostri lettori i sorrisi con cui chiudi le edizioni che
conduci. Da cosa nasce, allora, il tuo sorriso disarmante?
«Certamente mi fa piacere creare idealmente con lo spettatore un'atmosfera, se
così si può dire, di tipo familiare. Sorridere è importante, sia all’inizio
dell’edizione sia alla fine, anche per distendere la tensione dopo notizie non
sempre positive. Bisogna tener presente che il pubblico del mattino spesso si è
appena alzato ed è pronto a recarsi al lavoro ed è importante fargli cominciare
bene la giornata».
Se i tuoi figli volessero seguire le tue orme li incoraggeresti?
«Certamente riceverebbero i miei consigli sugli aspetti positivi e negativi del
mestiere; la cosa più importante, comunque, è che un figlio sia libero di
decidere cosa fare nella propria vita, potendo contare certo sull’appoggio e
l’incoraggiamento dei genitori. Che non deve diventare imposizione verso una
particolare attività. Scegliere con la propria testa è la cosa che spero possano
fare i miei figli. E se volessero fare i giornalisti, non glielo impedirei».
Vuoi fare un saluto ai nostri lettori che ti seguono e che hanno tanto atteso
il tuo ritorno?
«Ringrazio tutti, sia per il sostegno che per i complimenti; è sempre un piacere
ricevere apprezzamenti garbati per il proprio lavoro. E’ una bella fonte di
energia».
MONITOR
Susanna
Schimperna, l'astrologa scettica
di
Giuseppe Bosso
Nata a Roma,
Susanna Schimperna è giornalista pubblicista dal 1981. Scrittrice
di romanzi, ha diretto le riviste
Blue e
Cuore. In televisione è
nota per lo spazio dedicato all’astrologia nella trasmissione
Omnibus di
La7.
Collabora anche con Radio2.
Susanna, da cosa nasce il tuo interesse per l’astrologia e cosa cerca la
gente nell'oroscopo?
«Da piccola mi piaceva molto l’astronomia, e studiandola mi sono appassionata
anche alle cosmogonie antiche, in cui lo studio del movimento degli astri era
strettamente collegato alla loro influenza sulla vita terrestre.
Sono molto scettica: non dirò mai che credo nell’astrologia, come non credo in
alcuna altra cosa. Il verbo “credere” non fa parte del mio vocabolario. Man mano
che ho approfondito il tema, però, ho scoperto la bellezza dell’interpretazione
dei segni, e gli aspetti legati ai miti e alla simbologia. Concordo con
Margherita Hack: non esiste alcuna influenza diretta tra i pianeti e lo
svolgimento della nostra esistenza. Non allo stato attuale delle nostre
conoscenze, perlomeno. Un altro problema consiste nel fatto che la gente dagli
oroscopi pretende risposte immediate, anziché utilizzare l’astrologia come una
chiave di interpretazione».
Siamo un popolo innegabilmente superstizioso, che tende a farsi irretire,
vedi le vicende legate a Wanna Marchi e ai vari maghi. La tua opinione?
«È un problema grave, ma va analizzato a partire dalle sue radici. Questi
imbonitori trovano terreno fertile soprattutto nelle ore notturne, in cui non
esiste una regolamentazione della programmazione televisiva, ed è proprio quello
l’orario in cui davanti al televisore ci sono le persone più fragili, che
tendono facilmente a cadere in queste trappole. È assurdo pensare di poter
vincere milioni al lotto ricorrendo a riti come buttare il sale per terra e
simili… L’astrologo, naturalmente, non ha nulla a che vedere con questi
maghi».
Ritieni che Omnibus, a cui partecipi da anni, abbia risentito
dell’abbandono di Marica Morelli?
«La partenza di Marica ha coinciso con un cambiamento di
Omnibus: la
struttura del programma si è modificata, i contenuti hanno assunto un taglio
decisamente più politico.
E anche il mio ruolo, passando da quello spazio in cui interagivo con Marica
facendo delle vere e proprie lezioni di astrologia, allo spazio iniziale, in cui
sono sola e “gioco” con consigli in pillole. Aggiungo che mi è dispiaciuto
vederla andare via, avevo instaurato un bel rapporto con lei».
Hai aperto un blog con cui interagire con il popolo della rete: pensi che sia
la nuova frontiera dell’informazione, del giornalismo?
«Non del giornalismo, ma sicuramente dell’approfondimento, della voglia di stare
insieme e, anche se ti sembrerà esagerato, della psicoterapia, per le enormi
potenzialità. Il giornalismo è qualcosa di diverso, che richiede un ampio
controllo delle fonti di informazione. Forse un caso a parte è il blog di Beppe
Grillo, in cui però questo controllo è dato dal pubblico stesso che lo segue
giorno per giorno. Credo che in questo senso libertà e responsabilità siano
molto legate».
Ci sono mai stati commenti che ti hanno infastidita?
«Non posso negare che due o tre persone in particolare, con i loro attacchi
violenti e per lo più di tipo personale, mi abbiano dato molto dispiacere. Col
tempo, però, mi sono resa conto che dietro questo comportamento molto spesso si
nasconde anche un bisogno di sfogo che chiede soddisfazione».
Stampa, radio, televisione e romanzi: non ti sei fatta mancare niente, ma
qual è la tua collocazione ideale?
«Ho diretto la rivista
Blue con molto orgoglio e soddisfazione, così come
ho diretto
Cuore. E ho collaborato (e tutt’ora collaboro) a varie
testate. In realtà, però, mi ritengo più una scrittrice che una giornalista, e
mi piacerebbe proprio ricominciare ad occuparmi di questo più assiduamente,
anche perché è forse il campo che meglio si concilia con la mia discontinuità e
il mio bisogno non solo di riportare i fatti, ma di commentarli da una mia
personale ottica».
Chiudiamo con una domanda sul titolo del tuo blog: quali sono i cattivi
pensieri di Susanna Schimperna?
«Cominciamo col dire che questo titolo ha due significati: “cattivi pensieri”
nel senso che i pensieri, se davvero sono tali e non semplici riecheggiamenti di
opinioni sentite o lette, destabilizzano sempre la realtà, apportano turbativa,
agiscono come stimolo critico. In un altro senso, cattivi pensieri sono quelli
che fanno nascere angoscia, ansia. A me appartengono entrambi i tipi, come un
po’ a tutti. Approfitto per dire, a chi non lo sappia, che
Cattivi Pensieri
è anche il titolo del programma quotidiano su Radio2 che conduco da anni e che,
giunto ormai alla dodicesima edizione, riprenderò il 23 luglio. Tutte le notti,
a mezzanotte in punto».
CRONACA IN ROSA
Ricordi,
eroi, rivoluzioni di
Erica Savazzi
L’estate 2007 è una stagione di
ricordi. Il primo è
quello di Lady Diana: si commemora il decennale dalla morte
con presunte rivelazioni, scandali, processi e biografie
fresche di stampa.
Ma sfogliamo una rivista qualsiasi e… Come non ricordare che
Elvis Presley forse è ancora vivo in un qualche luogo
segreto? Come non citare l’assassinio di
Gianni Versace
magari collegato a torbide storie sessuali? Come non
sospirare ripensando alla favola di
Grace Kelly,
attrice che, come pochissime altre donne, il principe azzurro
lo incontrò davvero?
Se i giornali pubblicano le notizie che fanno vendere, e se
si fa tanto
parlare, ancora, intorno a misteri che
misteri non sono, o a personaggi che hanno spesso più spazio
in mostre, concerti, sfilate, interviste ad amici e parenti
di quanto meriterebbero, un motivo ci sarà. Forse più di uno.
E non è detto che il libro cartonato oro o l’ennesimo “best
of” compaiano sugli scaffali (solo) per via del giro di
affari che ruota attorno a queste iniziative editoriali.
Che ci sia
bisogno dei divi dell’età dell’oro per
mimetizzare la mancanza di eroi nella nostra attualità?
D’altronde è evidente come i personaggi del passato che
puntualmente vengono rispolverati abbiano rappresentato nella
loro epoca un cambiamento epocale, un soffio di modernità,
una ventata di coraggio nell’uscire dagli schemi allora
imposti. Praticamente dei
rivoluzionari.
Ma oggi, che celebriamo i vari decennali e ventennali dalle
morti, spesso tragiche, di questi personaggi, con chi
potremmo
sostituirli? Chi è oggi il rivoluzionario? La
velina che sposa il calciatore? La ragazza che partecipa a un
reality per trovare marito? Il vip che passa l’estate in
Costa Azzurra?
Chi è il vero rivoluzionario oggi? Bisogna aguzzare lo
sguardo per trovarlo, è lontano dai riflettori. Se
rivoluzionario è chi sfida le convenzioni nelle quali vive,
allora le
ultime rivoluzionarie sono
Hina e
tutte le
donne come lei, che lottano e pagano con la
vita. Per poter essere quello in cui credono, senza
condizionamenti.
FORMAT
La
cyber tv di nonno Maurizio
di
Nicola Pistoia
Nonno Maurizio, 68 anni, ha da poco iniziato
a capire il funzionamento del
telefono
cellulare e subito si è tuffato in
un’impresa molto ardua. Il nonno di cui
parliamo è uno dei
giornalisti più
importanti della tv italiana. Che ha dato
vita a programmi di grande successo, che ha
sperimentato, in prima persona,
ogni
genere televisivo esistente e che oggi,
dopo oltre 40 anni di carriera, è pronto ad
intraprendere una
nuova avventura.
L’uomo di cui stiamo parlando è
Maurizio
Costanzo.
In tanti anni di lavoro gli sono piovuti
addosso
complimenti e tante
critiche: su tutte, quella che lo vede
reo di aver fomentato il genere del reality
show invitando nei suoi programmi
“pupazzetti” tipo
Costantino, Daniele,
e altri. Si è parlato addirittura di Costanzo
come fautore del trash televisivo.
Nonostante questo, Costanzo rimane comunque
uno dei pochi stacanovisti a proporci
qualcosa di nuovo anche d’estate.
Il 2 luglio, sul canale satellitare
Sky
Vivo, è partito il suo nuovo show dal
titolo
Stella.
Lo ammettiamo: non è che questo show si
discosti molto da tutti gli altri. Ma il
contesto è senza dubbio diverso, più nuovo.
Quattro famiglie, tramite alcune
webcam posizionate nelle rispettive case,
sono collegate con un teatro Parioli
riadattato in chiave
cyber - spazio
per l’occasione.
Ogni giorno si discute di un tema, grazie
anche all’intervento di ospiti in studio e
soprattutto del pubblico a casa, che può
partecipare inviando
sms e mms. Ed è
il pubblico che decide in che direzione la
trasmissione deve andare. Un talk show
interattivo che impedisce i tanti tempi morti
che di solito tendono ad imperversare in
questo tipo di programmi.
In
Stella c’è un po’ di
Maurizio
Costanzo Show, un po’ di
Buon
Pomeriggio e un pizzico di
Grande
Fratello. Però c’è anche l'energia di un
uomo di quasi settant’anni che cerca di
stupire dando vita a discussioni sempre
diverse.
Costanzo tornerà a metà settembre con una
nuova edizione del suo
Show e insieme
alla moglie,
Maria De Filippi, è
pronto a
ripopolare Canale5 con i suoi
programmi.
Non si può avere tutto dalla tv.
CULT L'agenda
rossa di Paolo Borsellino
di
Antonella Lombardi
E’ il
19 luglio del 1992. A
Palermo, in via D’Amelio, alle 7.00 di
una domenica già calda, squilla il telefono in casa del magistrato
Paolo
Borsellino. E’ il procuratore Pietro Giammanco, che ha appena comunicato a
Borsellino il conferimento della delega sulle indagini di mafia. Una delega
attesa da mesi e ostacolata da lungaggini burocratiche. «La partita è chiusa»,
dice Giammanco al magistrato che, turbato, urla: «La partita è aperta».
Poche ore dopo una
Fiat 600 imbottita di tritolo uccide Borsellino e la
sua scorta, chiudendo, brutalmente, “ogni partita”.
Dopo la deflagrazione, tra le macerie ancora fumanti, c’è chi riesce a sottrarre
dalla borsa bruciacchiata del magistrato ucciso un'
agenda rossa, regalo
dell’Arma, su cui Borsellino era solito annotare tutto. Indagini, appuntamenti,
minuziosi commenti mai mostrati a nessuno, che il giudice teneva gelosamente per
sé, consapevole dei pericoli ma con un’ansia di verità resa più impellente dalla
recente strage di Capaci in cui era morto Giovanni Falcone. Il
19 luglio,
misteriosamente, quell’agenda sparisce.
Un libro, dei giornalisti
Giuseppe Lo Bianco e
Sandra Rizza,
L’agenda rossa di Paolo Borsellino, cerca ora di ricostruire gli
ultimi
56 giorni di vita del magistrato attraverso le testimonianze dirette dei
familiari di Borsellino, dei colleghi, degli investigatori, delle carte
giudiziarie, dei pentiti. Partendo da un’agenda grigia, depositata agli atti e
che ha fatto da puntuale riscontro alle parti più lacunose dei ricordi.
Nel
libro è reso in maniera molto vivida il
clima di quegli anni, con Mani
pulite, la strage di Capaci, ma anche l’indignazione dei comuni cittadini. Oggi,
però, secondo Giuseppe Lo Bianco, «
la memoria è come se fosse artefatta.
Un’inchiesta, tuttora in corso, cerca di capire se c’è stato un carabiniere che
ha fatto false dichiarazioni, ma non spetta a noi dirlo». E per Sandra Rizza «è
come se si fosse scelta la strada della memoria indolore. Quindici anni dopo ci
sono le
fiction, che hanno il pregio di raccontare in termini agiografici
i protagonisti di quelle vicende, ma, allo stesso tempo, hanno il difetto di
banalizzare tutto. Perché, a distanza di anni, non si è fatta una commissione
parlamentare di inchiesta sulle stragi?».
Un mistero ingombrante scomparso dalle pagine dei giornali e di cui ormai si
discute, come altri misteri italiani, più sulle pagine dei libri: «Ormai non si
fa più
giornalismo investigativo. E i libri sono una delle poche isole in
cui è ancora possibile far riflettere e porsi delle domande», ha detto in
proposito Lo Bianco, mentre per Sandra Rizza «è come se si fosse scelto di
perpetuare un ricordo addolcito. E’ casuale che l’agenda sia scomparsa pochi
minuti dopo la strage, in uno scenario ancora fumante, davanti a decine di
investigatori e poliziotti?».
Nella prefazione,
Marco Travaglio ha scritto: «Forse, se ai misteri
dell’agenda rossa si fosse dedicato un decimo dello spazio riservato dalla
televisione di regime al delitto di Cogne e ad altri diversivi, oggi sapremmo
qualcosa in meno sul pigiama della signora Franzoni e qualcosa in più sulle
origini della nostra Seconda Repubblica».
Nel quindicesimo anniversario di quella strage, per il
magistrato Antonio
Ingroia, amico e collega di Borsellino, «l’Italia ha scelto la propria
amnesia e non ha fatto tutto ciò che poteva. La storia della Seconda Repubblica
affonda i propri pilastri nel sangue di quelle stragi e le sue fondamenta
saranno sempre incrinate, almeno fino a quando non si farà luce».
DONNE La
dama della radioattività
di
Tiziana Ambrosi
Donne e scienza, un binomio ancora oggi visto con
sospetto, se non con superficialità e una certa dose di
maschilismo.
Pregiudizio ieri come oggi. Ma in passato si aggiungeva anche
un
rigido ruolo della donna nella famiglia e nella
società.
Un dato positivo: la ricerca e le discipline scientifiche
attirano un sempre maggior numero di donne, tanto che
alcuni laboratori di ricerca hanno una netta prevalenza di
personale specializzato femminile.
Parlando di donne e scienza il primo nome che salta alla
memoria è quello di
Marie Curie.
Polacca di Varsavia, nasce in una famiglia con una certa
tradizione culturale: la madre era pianista, professoressa e
cantante, il padre insegnante di matematica e fisica.
Affascinata da questo mondo, e convinta delle proprie
capacità, Marie decide di
intraprendere la carriera
scientifica.
Nonostante un clima ostile - un ruolo troppo maschile per una
donna - alla fine della scuola superiore Marie lavora come
precettrice per potersi pagare il corso universitario -
all'epoca l'università di Varsavia era interdetta alle donne.
Marie, insieme con una sorella, si trasferisce a Parigi e si
iscrive alla Sorbonne. Oltre ai corsi regolari, approfondisce
autonomamente la matematica e la fisica.
Ma Parigi è anche il luogo dell'incontro forse più importante
della sua vita, quello con Pierre Curie, professore di fisica
e dal 1895 compagno di vita e di ricerca.
L'interesse dei coniugi Curie, nel frattempo diventati
genitori di due bambine, è per la radioattività. Con diverse
prove di laboratorio si accorgono della presenza nei campioni
di due
sostanze molto radioattive, mai identificate prima.
La tavola periodica si arricchisce così di due elementi, il
radio e il polonio - così chiamato in onore del Paese natale
di Marie.
La sensazionale scoperta viene annunciata al mondo il 26
dicembre del 1898. Quattro anni dopo, Mare
Curie riceve il
premio Nobel per la fisica insieme con Henri Bequerel.
Dopo la morte di Pierre, a Marie viene offerta la cattedra
che fu del marito alla Sorbonne. Continuò i suoi studi sulla
radioattività. Riuscì ad isolare il radio puro e il polonio
puro e per questo vinse nel 1906 il Nobel per la chimica.
L'approccio alla scienza dei Curie fu sempre distaccato. Era
sì un mezzo per vivere, ma non per arricchirsi. Non fecero
mai guadagni esorbitanti grazie alle loro scoperte, lo
spirito dello scienziato puro prevalse fino alla fine.
Marie si prodigò durante la Prima Guerra Mondiale per
alleviare le sofferenze dei soldati: inventò una sorta di
macchina a raggi X portatile, la
Petit Curie. Fondò l'
Institute
du Radium - attualmente
Curie - che ancora oggi è
punto di riferimento per la ricerca sul cancro.
Ciò che la fece vivere fisicamente e intellettualmente le
diede anche la morte: a causa della lunga esposizione alle
radiazioni, Marie Curie morì nel luglio del 1934, lasciando
il suo nome stampato negli annali delle scienze.
TELEGIORNALISTI
Carlo
Paris, re degli inviati sportivi di
Giuseppe Bosso
Questa settimana abbiamo incontrato
Carlo
Paris, una fra le
"voci dal bordocampo" più note e apprezzate dal pubblico
televisivo italiano. Come non chiedere il suo parere sul
mondo del calcio post Calciopoli?
Il primo campionato della "nuova era" calcistica si è
concluso con una netta vittoria dell’Inter mentre infuria il
dibattito sulla sua credibilità: è stato davvero un
campionato minore, dove la squadra nerazzurra era favorita
dalla mancanza di reali concorrenti?
«Non condivido questa idea: questo campionato è stato vero e
combattuto come gli altri anni. Che poi ci siano state
squadre penalizzate è un altro discorso, ma la penalizzazione
fa parte delle regole del gioco, come le squalifiche e le
espulsioni: non per questo influisce sulla credibilità del
torneo».
A distanza di un anno dello scandalo, che pare ancora non
essere finito, ritiene che si sia davvero fatto un
cambiamento importante, oppure la situazione è ancora la
stessa?
«Direi che entrambe le posizioni siano eccessive: le cose
sono molto cambiate e, rispetto al passato, molti personaggi
sono stati allontanati. Ma piuttosto che colpire a suon di
squalifiche coloro che si rendono colpevoli di comportamenti
irregolari, ritengo che debba cambiare il modo stesso con cui
il calcio si propone: è la base di partenza che deve
riguardare tutte le parti interessate, dalle società ai
calciatori, fino ai tifosi».
Cosa crede che ricorderemo, a distanza di tempo, di questa
annata: le vicende giudiziarie o il trionfo di Berlino, reso
ancora più indimenticabile proprio perché giunto in un
frangente così difficile per la nostra immagine?
«Sono due aspetti separati e molto diversi tra loro: quello
sportivo, iniziato con la vittoria della Coppa del Mondo e
che è continuato poi con quella del Milan in Champions League
sarà sicuramente una pagina importante da conservare; per
l’altro verso, non si potrà nemmeno archiviare la triste
pagina legata al momento di bassezza rappresentata da
Calciopoli».
La mancata assegnazione all'Italia degli Europei 2012
rappresenta una sconfitta dei nostri dirigenti o un segnale
di novità in cui anche altri Paesi come Polonia e Ucraina si
fanno avanti?
«L’allargamento dell’Europa coinvolge anche il calcio, e lo
esprime pienamente il fatto che due nazioni calcisticamente
in crescita come Polonia e Ucraina siano riuscite, unendo le
forze, ad ottenere questa affermazione. Per quanto riguarda
l’Italia, invece, direi che da questa sconfitta dobbiamo
trarre insegnamento: è anche conseguenza, appunto,
dell’immagine negativa che è derivata da quella fase. È da
qui che dobbiamo ripartire per una svolta in positivo».
Per Raisport l’assegnazione dei diritti sulla Champions
League ha rappresentato un'ideale compensazione dopo la
perdita della Serie A?
«Indubbiamente sì. Ma la questione dei diritti televisivi sul
campionato va rivista attentamente, anche alla luce degli
ascolti piuttosto deludenti delle trasmissioni Mediaset in
queste due stagioni; venendo a noi, la Champions League ha
rappresentato un'importante affermazione sia in ordine di
ascolti che di consensi, e ci auguriamo che anche l’anno
prossimo sia così».
Il “caso Ambrosini” esprime, secondo lei, un momento di
particolare degenerazione comportamentale che sta riguardando
i protagonisti dello sport più amato dagli italiani?
«Certamente: dirigenti, società e se vogliamo anche noi
giornalisti, purtroppo, sono coinvolti in questo frangente;
ma è un discorso che non riguarda solo il mondo del calcio,
come testimoniano alcune sedute del Parlamento, dalle quali
non emergono certo segnali positivi per il Paese.
Dopo la tragedia di Catania abbiamo assistito ad un acceso
dibattito in cui è prevalsa da un lato, per l’immediato, la
volontà di inasprire duramente le misure di polizia per
bloccare ulteriori episodi di violenza, e dall’altro, per il
futuro, la necessità di dare importanti segnali alle
generazioni future; è questo aspetto che richiederà maggiore
attenzione, proprio per quello che i giovani rappresentano».
SPORTIVA Le
Olimpiadi dell'ormone di
Antonella Lombardi
L’importante non è vincere, ma limonare.
Con questo slogan promettente sono arrivati,
sulle spiagge italiane, i giochi più
provocatori dell’estate, le
Olimpiadi
dell'ormone. Aspettando Pechino 2008, e
con un pensiero al rimpianto gioco della
bottiglia e alla canzone
Tapparella di
Elio e le Storie tese, ci si può allenare per
partecipare alle cinque specialità di gara
previste: dalla
limonata stile libero
al
salto del reggipetto, alla
pelvica sincronizzata, al
corpo libero
con l’asta e ai
quindici metri
accoppiati.
E’ questo il banco di prova per le millantate
- o, se siete fortunati - certificate
“abilità” oggetto di discussioni accese fra
amici. E così, se i maschietti dovranno
slacciare nel minor tempo possibile il
reggiseno di una ragazza, sfidando le urla
della folla e la solidità di ganci e ferretti
con una sola mano, le ragazze dovranno
dimostrare di saper “approcciare” un palo da
lap dance nel migliore dei modi. C’è chi
preferisce farlo parlando al palo, chi osa un
ballo mai visto e chi si lancia in
improvvisate coreografie.
I risultati sono quasi sempre comici, complici
le battute taglienti dello
Zoo di
Radio 105: da Marco Mazzoli,
la voce
dell’incoscienza,
il dj a prova di
querela, a Fabio Alisei,
genovese con
il pesto in tasca,
il braccio corto
della legge. A Wender, uno dei fondatori
dello
Zoo,
bello e impossibile
visto da 600 metri di distanza, a Paolo
Noise, vulcanico, le sue battute sono
travolgenti come le sue sopracciglia.
Da
Cefalù a Milano Marittima, passando
per Catania e
Cattolica,
tutti
possono partecipare. Per conoscere le tappe
delle Olimpiadi è sufficiente andare sul sito
e cliccare la sezione “tour” in cui sono
indicate le città coinvolte nella
manifestazione. Sul
sito è inoltre possibile rivedere i video
con le proprie... performance. L'importante
qui, si sa, non è vincere.
Dannata festa delle medie, cantava Elio...