Archivio
Telegiornaliste anno III N. 33 (111) del 17 settembre 2007
MONITOR
Maria
Rosaria De Medici, tg per grandi e per piccini
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana incontriamo
Maria Rosaria De Medici: nata a Napoli il 3 aprile del 1966, è iscritta
all'Albo dei giornalisti professionisti dal 1997. Conduce il
Tg3 e, dal
2004, il
GT Ragazzi, sempre su Rai3.
Maria Rosaria, quali differenze ha riscontrato tra la conduzione del
Tg3
e quella di
GT Ragazzi?
«E’ diverso l’approccio con i telespettatori. I bambini hanno bisogno di un
linguaggio semplice e diretto. Anche se le notizie vanno spiegate a tutti senza
dare mai nulla per scontato, i più piccoli hanno maggiori esigenze di
chiarezza».
E' difficile porsi in modo adeguato verso un pubblico tanto giovane?
«Cerco di usare parole essenziali e chiare. Quando ho avuto i bambini in studio
con me, in diretta, è stato molto interessante e divertente suscitare i loro
interventi sui temi di attualità, con qualche domanda sulle loro esperienze».
Trattare argomenti anche dolorosi ma di attualità con i bambini è una
necessità per mostrare loro anche gli aspetti negativi del mondo?
«Su questo gli autori del telegiornale per ragazzi si sono interrogati, e hanno
consultato studiosi, esperti del mondo dell’infanzia. Le notizie sulla guerra e
sui fatti di cronaca vengono date con grande cautela, quelle troppo cruente che
coinvolgono bambini vengono tralasciate».
Lei è una delle tgiste più amate e
seguite dai nostri lettori, come dimostrano le tantissime immagini e i
messaggi su di lei: vuole lasciare un messaggio ai suoi fan?
«Mi fa piacere e voglio approfittare di quest’intervista per ringraziare tutti
voi, di cuore».
Ha scritto
Il lavoro del conduttore, prima opera dedicata al linguaggio
telegiornalistico: come si è evoluto nel tempo?
«Negli anni ’50, il telegiornale appena nato aveva un linguaggio molto simile a
quello dei cinegiornali, rotocalchi di notizie, illustrate con filmati
realizzati su pellicola cinematografica. La voce fuori campo del conduttore, un
annunciatore, leggeva le notizie con tono formale e distaccato, mentre
scorrevano sui teleschermi le immagini mute. Nel tempo, con la riforma della Rai
a metà degli anni ‘70 e con la nascita delle tv commerciali più avanti, il
telegiornale si è dovuto adeguare: intanto le tecniche di ripresa e di montaggio
erano diventate più agili e permettevano di realizzare in meno tempo i servizi
del tg.
La conduzione è diventata meno formale, e tanti conduttori hanno personalizzato
il proprio stile. Oggi, con il successo delle reti all news e dei siti internet,
il tg deve raccogliere la sfida dell’informazione del futuro. Il linguaggio dei
notiziari si modifica di giorno in giorno, con l’interazione tra spettatori e
giornalisti, sui siti internet dei vari telegiornali, e con l’uso e la
trasmissione di immagini girate su supporti digitali, come i telefonini. Tutti
siamo chiamati ad aggiornare la nostra professione».
Qual è lo spirito con cui i mass media devono portare a conoscenza del
cittadino le notizie di nera, ma anche quelle politiche?
«Lo spirito di verità, credo. Si cerca di verificare tutto, e di non enfatizzare
inutilmente gli aspetti cruenti delle notizie di cronaca nera, di non indugiare
su particolari morbosi che non aggiungono nulla alla comprensione dei fatti, ma
solleticano la curiosità dell’audience. Difficilmente le notizie sono positive,
altrimenti non sarebbero notizie. Vanno valutate con cautela e affidate al buon
senso del pubblico, cercando di fornire il maggior numero possibile di elementi
perché ciascuno si faccia una propria idea».
C’è un servizio o un’intervista a cui è particolarmente legata e, se sì,
perché?
«C’è un documentario girato a Napoli e trasmesso su Rai3 il 14 settembre 2006.
Si intitola
Ferropoli e racconta la storia di due anziani ex dipendenti
dell’Italsider di Bagnoli, che sognano di rimettere insieme la vecchia compagnia
teatrale amatoriale del dopolavoro della fabbrica, ormai dimessa da anni.
Ferropoli è stato un viaggio nel cuore di un mondo ormai perduto, e un
confronto con le difficoltà della Napoli di oggi, un’avventura che mi lega per
sempre alle persone straordinarie che mi hanno permesso di realizzarla,
lavorando insieme con gioia e passione».
Chi è lo spettatore medio del Tg3?
«Non mi intendo di ricerche di questo tipo, credo che ci siano anche tanti
telespettatori “di contatto”, quelli che cambiano canale e poi si fermano se
trovano qualcosa di interessante».
Per concludere, ritiene che siano maturi i tempi per vedere, nel nostro
Paese, una donna dirigere un tg nazionale?
«Nella storia del
Tg3 ci sono già state alcune donne al vertice del
giornale. In ogni caso credo che nel difficile compito di governare una
struttura complessa come il tg contino la dedizione e la creatività, il coraggio
e la voglia di innovare, l’onestà umana e intellettuale. Queste caratteristiche
non dipendono dal sesso. Un buon direttore motiva la sua squadra e la porta al
successo».
MONITOR
Alda
Angrisani: non amo stare davanti alla telecamera
di
Erica Savazzi
«Non amo stare davanti alla telecamera e credo si percepisca, poi ognuno lo
esprime con i propri mezzi, e le opinioni vanno rispettate. Gli insulti, invece,
spesso sono frutto della non conoscenza dei fatti, ma a questo si potrebbe porre
rimedio solo informandosi prima di sputare sentenze».
Alda Angrisani - giornalista di Raisport - risponde così a chi, su alcuni forum,
critica il suo operato.
«Comunque sia, con l’esperienza del tuo sito, mi insegni che i contenuti (non
quelli del reggiseno) a volte non sono al primo posto. Scherzi a parte, non si
può piacere a tutti: io sono certa di fare il mio lavoro onestamente e le
critiche fanno parte del gioco, quindi vanno accettate e servono anche per
migliorarsi».
Impegnatissima tra programmi del week end (
La domenica sportiva,
Sabato Sprint), pagine sportive dei telegiornali e servizi dagli stadi, Alda
trova comunque il tempo di rispondere alle domande di
Telegiornaliste.
Con simpatia e professionalità.
E’ cominciato il campionato di calcio: mi fai un pronostico sulla stagione e
sul vincitore?
«Comincio subito dicendoti che la mia dote principale non è la diplomazia, ma
sto cercando di migliorare, spero di non fare troppi danni.
Veniamo al campionato. Ogni anno si ripropone il toto-vincitore: non ci ho mai
azzeccato! Però questo è un campionato speciale per me perché il Napoli è
tornato in serie A e ovviamente spero non faccia soffrire i tifosi fino
all’ultima giornata. Per lo scudetto, come al solito, se la giocano Milan, Roma,
Inter e forse Lazio e Fiorentina».
Per il tuo lavoro hai incontrato molti sportivi: quali sono quelli che ti
hanno colpito di più? Sei anche amica di Ronaldo...
«Parlo prevalentemente di calcio perché sarebbe davvero troppo lungo raccontare
tutto. E faccio una piccola premessa: adoro i brasiliani e il loro modo di
vivere il calcio. Le esperienze in ritiro con la nazionale mi hanno regalato
momenti esilaranti: anche coloro che sembrano inavvicinabili in realtà sono
ragazzi normali e pieni di vita. Si divertono, ti coinvolgono.
Cafù è una
forza.
Mi chiedevi di Ronaldo: sono stata fortunata perché fino a qualche anno fa era
ancora possibile instaurare un dialogo con i protagonisti del pallone. Nutro per
Ronaldo un affetto sincero, perché sa essere leale e riconoscente, anche nel
tempo. Un amico prezioso è Clarence Seedorf: è una persona serena, positiva, ha
cervello e lo usa.
La chiave, comunque, è ascoltare senza parlare troppo.
Poi ci sono anche giocatori con i quali si fanno commenti via sms, si scherza
anche con alcuni allenatori e dirigenti ma è sempre più raro avere contatti
umani.
Ci vorrebbe un capitolo a parte per Giacinto Facchetti: quando sono arrivata a
Milano, un po’ "sfigata", è stato uno dei pochissimi a non discriminarmi, mi ha
voluto bene e la stima e l’affetto sono cresciuti negli anni. Poi ho conosciuto
la sua famiglia e ho capito che sono tutti speciali. Ci sono anche persone che
mi colpiscono ogni giorno per "pochezza" umana ma non meritano citazioni».
Il campionato è iniziato con una partita (Genoa-Milan) vietata ai tifosi
milanisti per paura di disordini. Secondo te queste misure sono efficaci o sono
una rinuncia della “legge” a imporsi su chi non rispetta le regole?
«Sport e violenza sono agli antipodi, in teoria. Ogni tanto facciamo finta di
indignarci e, se ci scappa il morto, fermiamo i giochi per poi riprendere in
fretta e furia altrimenti si perdono soldi. E’ un meccanismo malato al quale,
temo, si rischi l’assuefazione, a meno che non si voglia
davvero
eliminare il problema a monte. Ma tutti dovrebbero fare troppi passi indietro e
nessuno è disposto. La legge esiste, peccato che non la si faccia rispettare: è
ridicolo voler importare i modelli stranieri se prima non siamo educati e
pronti».
Come funziona il lavoro in una redazione grande come quella di Raisport?
«Si può chiedere la domanda di riserva? Ok, giro la ruota e compro una vocale.
Come dici tu stessa, è una redazione grande e romanocentrica: a Milano, siamo in
pochi, si lavora tanto, con fatica, con passione, con qualche vaffa... Ma alla
fine facciamo il mestiere che ci piace e che abbiamo scelto e questa è già una
gran fortuna».
Oltre a lavorare alla Domenica sportiva ora ti occupi anche del
coordinamento giornalistico di Sabato Sprint.
«Essendo in pochi, facciamo un pò di tutto: una settimana al mese ruotiamo sulla
conduzione della pagina sportiva del
Tg3, edizione nazionale delle 12.00;
quotidianamente seguo l’attualità per i nostri notiziari, cerco di mantenere i
contatti con i protagonisti delle varie società, e la novità è che da questo
campionato mi hanno arruolata per la realizzazione di
Sabato Sprint: in
settimana, con il collega Enrico Testa, cerchiamo di tramutare le idee in fatti
e poi, durante la trasmissione, sono in regia collegata con il conduttore,
Enrico Variale (detta così sembriamo un po’ Ambra e Boncompagni ma non è così,
lo giuro!). Infine, la domenica mi inviano sui campi per il servizio della
Domenica Sportiva».
Un
sondaggio Demos per Repubblica mostra come i tifosi di calcio siano
la metà della popolazione italiana e che, nonostante l’88% degli intervistati
pensi che il calcio sia poco credibile, è in aumento il tifo contro alcune
squadre, in particolare contro l’Inter. Dopo Calciopoli secondo te c’è davvero
stata una polarizzazione delle passioni dei tifosi?
«Credo che Calciopoli abbia avuto il merito di togliere il coperchio al
pentolone ma non di averlo svuotato da tutto il marcio che c’era (almeno, non
ancora). I tifosi sono umorali, sono tifosi, appunto, e si lasciano condizionare
dai risultati della loro squadra. L’Inter era simpatica perché aveva un
presidente che spendeva tanti soldi, non vinceva mai e tutti potevano sparargli
contro: ora ha vinto, non si può sfottere, e non piace più.
E’ come a scuola: il compagno grassoccio e brufoloso un giorno cresce, diventa
alto e magro, piace alle ragazze. Così se prima era l’amico di tutti perché su
di lui si potevano scaricare sfottò e frustrazioni, d’improvviso diventa
antipatico. E’ la natura umana, credo».
Qual è il tuo sport preferito? Sei una sportiva?
«Sono stata una sportiva praticante fino a 18 anni ma dopo, tra lavoro e studio,
basta. Ho ceduto alla pigrizia, ahimè, e si vede! Comunque, sono sempre andata
allo stadio, sin da bambina, e direi che il calcio è la costante della mia vita.
Però amo la danza: ho studiato sette anni danza classica, ma ho anche gareggiato
nella ginnastica ritmica a squadre e ho giocato a pallavolo per cinque anni...
Da "adulta" riesco a mala pena a coltivare una piccola passione...».
CRONACA IN ROSA E
le pagine restano bianche
di
Erica Savazzi
«Bisognerà non smettere di credere che le
parole
possano dare un contributo, anche se piccolo, ma qualche
volta grandissimo, nel cambiare le stupide cose che ci stanno
intorno». Un auspicio per il futuro, un augurio, la speranza
di non perdere quello in cui si è creduto e per cui si è
lavorato. Parole che hanno in sé una
dichiarazione d’amore
per il giornalismo e la fiducia nella capacità della
parola scritta di descrivere il mondo in cui viviamo per
contribuire a cambiarlo, migliorandolo.
In poche parole una lezione di giornalismo, e in particolare
del giornalismo che caratterizzava
Il Diario della
settimana, per amici, lettori ed estimatori,
semplicemente
Diario. Caratterizzava, perché il settimanale che per
undici anni ha occupato un posto nelle edicole, prima come
allegato all’
Unità, poi come creatura autonoma, ha
cessato di esistere, l’ultimo numero in edicola il 7
settembre.
Le motivazioni della chiusura sono illustrate lucidamente
nell’
editoriale d’addio del direttore, Marco Deaglio:
poca raccolta pubblicitaria e forte concorrenza da parte
degli altri media, soprattutto internet. Si chiude, ma con
orgoglio, con la consapevolezza di non aver mancato al
patto con i lettori, patto che prevedeva il raccontare
fatti e situazioni lontani che nell’informazione
“Italocentrica” non trovavano posto, patto che prevedeva di
parlare di argomenti scottanti e scomodi (uno per tutti lo
scandalo che aveva suscitato il dvd allegato al giornale
Uccidete la democrazia, poi finito con il parziale
riconteggio delle schede e la dichiarazione della regolarità
del voto), patto che prevedeva di
rispettare i propri
principi, tra cui l’impossibilità di scendere a
compromessi.
«Il settimanale, intellettuale per scelta, si è costruito su
un'idea fondamentale:
fare quello che gli altri non fanno.
Quindi, niente televisione e niente foootball. Al contrario,
la cultura si estende su una trentina di pagine, percorrono
il giornale recensioni, racconti, impressioni di scrittori,
la politica internazionale occupa una porzione
impressionante. Il tutto servito da una veste grafica
elegante, discreta, che lascia spazio ai testi molto
lunghi.(...)
La testata più interessante, più
originale tra le recenti pubblicazioni italiane. C'è molto da
leggere, è molto ben scritto e molto letterario. Il solo
giornale in cui il piacere non consista tanto nello sfogliare
la carta patinata, ma nel soffermarsi sugli articoli». Così
veniva descritto
Diario nella motivazione che gli è
valsa la conquista del prestigioso
Prix de Le Guide de la
Presse 2002, come migliore giornale al mondo per impegno,
qualità e indipendenza.
Mette malinconia, questa chiusura.
Diario muore e in
compenso nascono giornali patinati che trattano di moda,
lifestyle, arredamento, viaggi. E l’
offerta in edicola
si fa sempre più
desolante, con settimanali e mensili
tutti uguali, che trattano gli stessi argomenti nello stesso
modo, a volte perfino con le stesse parole.
Deaglio chiude il suo articolo lasciando una
speranza:
un nuovo giornale, in forma completamente nuova, il più
presto possibile. Peccato però che sembri quasi non
crederci nemmeno lui.
FORMAT La
carica del mondo lesbo
di
Nicola Pistoia
In un panorama così vasto di
telefilm
americani, che hanno quasi monopolizzato la
tv italiana, ce n'è uno che sta suscitando
scalpore ma anche
ottime critiche. Ai
lettori che si stanno chiedendo cosa ci sia che
susciti ancora scandalo o scalpore, rispondiamo:
The L Word, da quest’anno in onda ogni
giovedì alle 21.00 sul canale satellitare
Jimmy.
All'apparenza, niente di diverso rispetto ai
telefilm che siamo abituati a vedere:
Los
Angeles fa da sfondo, con le sue
ville
super lussuose, i
soldi a non finire e
gli
amori impossibili fra i protagonisti.
La novità sta proprio nelle protagoniste:
belle ragazze, dagli abiti firmati, dal
lavoro prestigioso, e
lesbiche.
In America il serial ha suscitato ammirazione e
una critica brillante, grazie anche
all’interpretazione di tutte le attrici, tra cui
Jennifer Beals, ex ragazzina del sempre
vivo
Flashdance, che impersona il ruolo
della direttrice del
California Arts Center,
intorno al quale ruotano gran parte degli
episodi.
All’arrivo in Italia, l’anno scorso, il telefilm
è stato subito piazzato in
terza serata da
La7. L’
Osservatorio sui minori
aveva vietato di trasmettere il telefilm in orari
cosiddetti “di fascia protetta”.
Le
scene di sesso tra donne ci sono, anche
se rare.
Interessante,
piacevole e talvolta anche
simpatico,
The L Word affronta temi comuni
e tocca argomenti di particolare importanza come
la
discriminazione, l'
inseminazione
artificiale e la difficoltà nell’accettare
una "diversità" sempre più presente.
Abbondano, forse, le parolacce. Promuoviamo il
telefilm con un
bel 7 perché riesce ad
affrontare il tema dell’
omosessualità
femminile in modo dignitoso, senza eccessivi
pietismi. Per chi ne volesse sapere di più è
nato, già da diverso tempo, un sito italiano
tutto dedicato al serial:
Lword.it.
CULT
Gelardi,
il "suo" Gomorra a teatro di
Valeria Scotti
Mario Gelardi, autore e regista teatrale, porta in scena da anni un
teatro civile costruito su temi difficili. Storie che - prima di lui - nessuno
ha avuto il coraggio di affrontare. E
Napoli, la sua città, fa da sfondo.
Vincitore di numerosi premi, Gelardi è il direttore artistico della rassegna di
teatro
Presente Indicativo.
Tra poco più di mese, una nuova prova. Arriverà infatti sulle scene
Gomorra, l’adattamento teatrale del romanzo di
Roberto Saviano.
Le sue mani, insieme a quelle di un giovane autore, a lavoro su un'opera
coraggiosa. Gomorra debutterà il prossimo 29 ottobre al Teatro Mercadante di Napoli. Come attende quel giorno?
«Più di un artista, più di un regista, più di un attore hanno cercato di
convincere Roberto Saviano a portare in scena il testo. Alla fine la scelta è
caduta su di me. E' quindi molto forte il senso di responsabilità nel riuscire a
restituire il lavoro di Roberto in maniera efficace. E' una sfida che ho
raccolto insieme alla produzione e a tutti gli attori. Io, Roberto ed Ivan
Castiglione (attore,
ndr) stiamo lavorando ormai da più di un anno a
questo progetto. Ho la fortuna di avere un’equipe artistica scelta con sapienza
e con un grande senso di responsabilità. Il
Teatro Mercadante ha deciso
di rischiare insieme a noi credendo in me, in Ivan, in Giuseppe Miale di Mauro
(attore e autore teatrale,
ndr) e nei collaboratori che ho scelto».
Come è stato farsi accompagnare da Saviano, lavorativamente parlando, in
questo percorso dai risvolti talvolta crudi e sconvolgenti?
«E' un percorso che dobbiamo dividere in due parti. La prima coincide con
l'inizio del lavoro mio e di Roberto sulle bozze, prima che uscisse il libro.
Roberto è stato una specie di Virgilio per me. Mi ha condotto e mi ha aperto gli
occhi su cose che io, come tanti, forse non riuscivo a vedere. Ma quando la sua
situazione personale è diventata talmente importante, ha influito ovviamente sul
nostro lavoro e sul nostro rapporto. Se prima c'era una grande libertà di
vedersi, ogni incontro doveva poi passare attraverso una scorta, un magistrato.
In questo caso il romanzo è diventato vita. Con il tempo ci siamo quasi abituati
a convivere con questo senso di precarietà continua».
Il libro di Saviano ha messo sotto i riflettori l'intero sistema della
camorra, andando a scavare nelle storie e nei traffici di famiglie un tempo
ignorate. Il pubblico ministero che si occupa dei processi più importanti contro
la camorra casertana, Raffaele Cantone, continua le sue indagini. Saviano vive
da recluso e sottoscorta. E la giustizia è sola. Qual è la sua opinione in
proposito?
«Credo che ognuno di noi debba fare il proprio dovere nell'ambito del lavoro che
fa. Io faccio teatro e voglio fare teatro. Roberto voleva fare lo scrittore.
Sono stati la vita ed alcuni avvenimenti a condurlo su un’altra strada. Spero
non accada a me. Non credo quindi che la giustizia sia sola ma che la figura del
magistrato sia talmente delicata da ritrovarsi sola comunque. Il magistrato è
solo davanti alla sua coscienza. Come lo siamo tutti noi».
E'
sempre più tangibile la solidarietà verso Saviano, un uomo che ha scelto di
denunciare in cambio della propria libertà. Altri hanno pagato con la vita,
inseguendo il desiderio di cambiare ciò che non era giusto. Lei crede in un
possibile cambiamento del Sud?
«Credo non si possa parlare di un unico Sud. Ogni regione ha una realtà diversa
dall'altra. Sono più speranzoso verso la Sicilia. Lì ho visto con quanta forza
si sia radicata l'antimafia. Mi sento un po' più pessimista per la Campania
perché qui, la divisione netta tra bene e male, purtroppo, non esiste. La
reazione comune, quando ci troviamo davanti a qualcuno che commette un piccolo
reato, è cercare di giustificarlo. Penso che nella vita ci sia sempre la
possibilità di scegliere di stare dalla parte del
perbene rispetto alla
parte del
permale. Chi sta
dall'altra parte lo sceglie. Non ti
capita. Ho amici che abitano nella
167 (quartiere di Napoli,
ndr),
persone stimabilissime e onestissime. Non si capisce perché qualcun altro non lo
debba essere, semplicemente perché li ci è nato».
Sul suo blog, riferendosi a Saviano, ha espresso la «sensazione di trovarsi
vicino ad un uomo dalla personalità alta, un'anima vasta e complicata,
vasta anche nelle contraddizioni». Quanta forza le trasmette la vostra amicizia?
«La gente vive Roberto esternamente. Ho perso il conto delle fesserie che ho
sentito dire su di lui. All'inizio rispondevo in maniera accalorata. Ora quasi
cerco di non ascoltare perché il rapporto di amicizia mi porta ad una veemenza e
ad un'irruenza che in certi casi non servono. Vedere la scorta, vedere una
persona con cui prima andavi a pranzo fuori, a prendere un caffè e che ora non
può più fare queste cose, cambia tutto. Se si è affezionati ad un amico, si
partecipa emotivamente alla sua condizione di vita. Quella di Roberto poi, è
talmente particolare che non credo di poterla comprendere appieno. La forza e il
coraggio che ti trasmette Roberto sono fondamentali. Almeno per me è così».
Quanta ostinazione, quanta sfida personale c'è nel “suo” Gomorra?
«La prima sfida è stata quella di andare oltre il libro, di riuscire a dare ai
personaggi una personalità, un'anima, un'emotività che nel testo originale, per
ovvi motivi, non c'è. La seconda sfida è stata quella di lavorare con Roberto,
di chiedergli di fare dei passi diversi rispetto al libro, di andare oltre la
parte di reportage e di accentuare quella del romanzo. Vorrei che, dopo lo
spettacolo, la gente avesse un immaginario del libro corrispondente a quello del
teatro, che vedesse i personaggi di cui ha letto con le facce degli attori che
ha visto in scena. Vorremo riuscire a raccontare il vero Roberto Saviano al di
là degli articoli, al di là delle battaglie. L'uomo».
Se dovesse associare uno stato d'animo a questo suo ultimo spettacolo, quale
sceglierebbe?
«Disagio. Quando ho letto
Gomorra mi sono trovato a disagio in quanto
napoletano, in quanto autore e persona dell'ambiente culturale. Un senso di
disagio che dovremmo avere tutti e che renderebbe costante anche l'allarme. Per
quanto io creda che il teatro abbia un potere limitato, spero che questa
sensazione possa accompagnare chi guarderà lo spettacolo e che possa sentire
alla fine, anche se per pochi minuti, il disagio di vivere in questa città e di
essere, in qualche modo, complice anche nei piccoli gesti quotidiani».
- continua sul
blog di Telegiornaliste
DONNE Una
Rete contro la violenza sessuale
di
Silvia Grassetti
C'è una donna che si batte da sempre, nelle sedi della
politica e della formazione, perché il tema della violenza
sessuale non sia più relegato sulle pagine di cronaca nera,
ma si trasformi in prevenzione, coinvolgendo tutta la società
civile.
Per fortuna questa donna fa parte della squadra di governo:
si chiama Donatella Linguiti, ed è la sottosegretaria al
ministero delle Pari Opportunità. Ha inventato il "Piano
Antiviolenza", che non è più solo un progetto. Le abbiamo
chiesto di parlarcene.
Sottosegretaria Linguiti, che cos’è il Piano Antiviolenza?
«E’ un piano nazionale contro la violenza sessuale, previsto
dall’articolo 1261 della Finanziaria 2007, che dovrà essere
costruito in sinergia tra diversi ministeri, per ovvie
ragioni di competenza, e dovrà definire obiettivi strategici
per conseguire risultati nel breve e nel medio termine.
Coinvolgendo i diversi attori protagonisti, cioè istituzioni
ed esperti di settore».
Quanto conta la prevenzione, in materia di aggressioni
sessuali?
«La prevenzione è sicuramente importante, e naturalmente è
prevista anche nella proposta di legge attualmente in
discussione: cambiare le norme non è sufficiente, se a questo
non si accompagna una maggiore sensibilizzazione al problema.
Insomma, occorre
cambiare il modello sociale delle
relazioni tra uomini e donne».
La maggiore novità è la creazione di una Rete tra enti,
istituzioni e associazioni di cittadini: quali sono queste
associazioni e come possono aderire al progetto?
«Crediamo che l’asse portante del Piano dovrà essere
rappresentato da forze esperte che nel nostro caso non
possono che essere i
Centri antiviolenza e le
Case
rifugio, che negli anni, oltre a maturare notevoli
conoscenze teoriche, hanno saputo effettuare interventi molto
incisivi. Altro strumento indispensabile sarà l’Osservatorio
che stiamo costituendo per trovare le necessarie sinergie tra
pubblici poteri e società civile organizzata».
I fondi destinati dalla Finanziaria sono sufficienti a
sostenere le spese di formazione e le campagne di
sensibilizzazione? Dureranno abbastanza da far sì che questo
progetto divenga realtà?
«I soli fondi speciali appositamente istituiti presso il
nostro ministero sono sufficienti per dare l’avvio al Piano,
ma certo non per la sua completa realizzazione. Bisognerà
pensare quindi anche in questo caso ad una sinergia tra
diversi ministeri, i quali dovranno prevedere attività
specifiche per formare gli operatori sul tema della violenza
di genere, con una parte dei propri fondi destinati alla
formazione del personale in servizio (penso in particolare
alla Pubblica Amministrazione, o alla Pubblica Istruzione).
Comunque credo che, se c’è la volontà politica di realizzare
un intervento reale ed efficiente, si può agevolmente
superare questo tipo di difficoltà».
Infine una domanda di attualità: la Legge 194 è di nuovo
sotto assedio da parte della Chiesa cattolica, che asserisce
che dopo 30 anni quella legge sia anacronistica e vada
migliorata: cosa risponde?
«Che lo Stato del Vaticano ha da sempre cercato di
interferire con le scelte dello Stato italiano; ritengo che
questa legge abbia sempre funzionato bene, come testimoniano
i dati degli ultimi anni. Non credo che si possa cambiare una
legge rifacendosi a precetti di fede religiosa, a maggior
ragione perché i trattamenti a cui si riferisce la Legge 194
non possono essere, e non sono mai stati, imposti in nessun
modo a una donna o a una famiglia, cristiana o musulmana che
sia».
TELEGIORNALISTI
Xavier
Jacobelli: l'Italia non meritava gli Europei
di
Giuseppe Bosso
«Le società hanno bruciato negli anni miliardi su miliardi
per acquistare giocatori che si sono rivelati spesso grandi
delusioni, anziché investire in maniera massiccia per
ammodernare le misure di sicurezza negli stadi. Questi
signori contavano molto sull’assegnazione degli Europei del
2012, cosa che avrebbe permesso di ammodernare gli stadi a
spese dei contribuenti.
E invece, come abbiamo visto, le cose non sono andate così,
ma non c’è da sorprendersi: l’Italia non meritava certo di
ospitare una rassegna così importante».
Xavier Jacobelli, direttore di Quotidiano.net e giornalista
sportivo di grande fama, mostra di non aver paura di dire
quel che pensa sul mondo del calcio. Anche la sua lettura del
dopo Catania non lascia spazio a interpretazioni: «La realtà
è questa: sono passati ormai sette mesi da quella tragica
notte, e di fatto nulla è cambiato. I signori che occupano i
vertici della Federazione si sono illusi che bastassero i
tornelli per risolvere il problema, senza rendersi conto che
gli impianti sono obsoleti e fatiscenti.
Come al solito, nel nostro Paese, si pensa che quando
capitano emergenze si possa risolvere tutto intervenendo
drasticamente sul momento per poi annacquare le cose col
passare dei mesi».
E Luciano Moggi, che aleggia sempre sul nostro calcio
nonostante Calciopoli?
«Moggi è sicuramente una presenza mediatica, malgrado la
giustizia sportiva lo abbia squalificato. In ogni caso, è
certo che fino a quando non interverrà una sentenza di
condanna definitiva da parte della magistratura ordinaria,
Moggi ha diritto di potersi difendere come meglio crede; lo
sta facendo in maniera diversa da Giraudo, che da quando è
scoppiato lo scandalo si è trasferito in Inghilterra ed è
rimasto praticamente in silenzio, a differenza dell’ex dg
juventino».
Direttore, che campionato dobbiamo aspettarci con la Juve
di nuovo in serie A insieme a Napoli e Genoa? È l’Inter la
squadra da battere, o i nerazzurri punteranno tutto sulla
Champions League?
«Il ritorno di Juve, Genoa e Napoli è un motivo di grande
interesse, e del resto le statistiche parlano di un grande
rientro di pubblico per questa stagione. I nerazzurri sono la
squadra favorita, che con Chivu e Suazo si è ulteriormente
rafforzata, ma non ritengo che l’esito possa essere così
scontato; la Roma mi ha davvero impressionato, c'è il Milan e
poi ci sono squadre come Fiorentina, Udinese e Sampdoria che
possono costituire delle grandi sorprese».
Stupisce vedere i due tecnici italiani più vittoriosi
degli ultimi anni, Capello e Lippi, fermi ai box, sia pure
per ragioni diverse. Crede che prima o poi li rivedremo su
qualche panchina di prestigio?
«Situazioni diverse tra loro. Capello paga le scelte
azzardate del Real Madrid, che non stanno né in cielo né in
terra, per il fatto che malgrado le difficoltà in cui il
tecnico italiano si è trovato ad operare sia riuscito a
conseguire il traguardo della Liga.
Calderon, presidente delle Merengeus, probabilmente ha agito
in tal senso proprio perché non sopportava il carisma e la
presenza di Capello; ma, come possiamo vedere, i risultati
finora deludenti ottenuti da Schuster non fanno altro che
aumentare il rammarico dei tifosi e anche di quegli stessi
media spagnoli che pure non erano stati molto benevoli verso
Capello.
Lippi, invece, è ammirabile per il grande coraggio dimostrato
nel lasciare la panchina azzurra dopo il trionfo di Berlino;
ad ogni modo, credo che questa sarà veramente la sua ultima
stagione da inattivo, dopo la parentesi a
Sky come opinionista per la Champions League. E' pur
sempre l’allenatore campione del mondo e credo che a breve ci
sarà per lui un’importante offerta, che per esempio potrebbe
venire dalla Federazione inglese nell’ipotesi che McLaren
fallisca la qualificazione agli Europei del 2008».
Totti e Nesta hanno detto addio alla nazionale, non senza
polemiche. Quest'estate il Brasile ha vinto la Coppa America
pur senza i suoi assi Ronaldinho e Kakà che avevano chiesto a
Dunga di essere dispensati dalla manifestazione. Le nazionali
non attirano più i grandi fuoriclasse?
«No, sono casi a parte. E comunque mi sento di fare alcune
considerazioni. Anzitutto, per quanto riguarda Totti, la
maggior parte della gente che ha criticato questa sua
decisione ha forse dimenticato che, nel gennaio del 2006, il
capitano giallorosso ha subito un gravissimo infortunio che
ha messo seriamente a rischio la sua stessa carriera, e che
nei mesi successivi ha affrontato enormi sacrifici proprio
per rispondere puntualmente alla chiamata di Lippi per
partecipare al Mondiale di Germania. Mondiale che, a mio
parere, ha vissuto da vero protagonista malgrado qualcuno non
lo abbia riconosciuto, soprattutto nel momento in cui con
molto coraggio ha deciso di tirare il rigore contro
l’Australia. Poi, non dimentichiamolo, c’è anche un discorso
fisico legato all’età del calciatore, che sta giocando con
una placca che non gli consente certo di affrontare una
stagione da 80 partite.
Anche per Nesta il discorso è più o meno lo stesso, non
dimentichiamoci che nelle ultime stagioni ha subito non pochi
infortuni. Causa di questo problema,secondo me, è anche il
fatto che le squadre sono impegnate troppo spesso in inutili
amichevoli ai quattro lati del globo, che servono soltanto
per portare liquidità nelle casse, ma che possono danneggiare
non poco i calciatori. Tornando al discorso sulla nazionale:
non credo si possa parlare di scarso amore da parte dei
fuoriclasse, basti vedere l’impegno con cui scendono in campo
in azzurro i vari Del Piero, Inzaghi e Cannavaro».
Dopo una carriera prevalentemente sportiva, nel 2003 ha
assunto la direzione de Il Giorno. Come ha vissuto
quella parentesi?
«Credo che un giornalista sportivo possa occuparsi
tranquillamente anche di altri argomenti. Pensi, ad esempio,
che un grande professionista come
Antonio Ghirelli, dopo essere stato direttore de
Il
Corriere dello Sport, è stato anche portavoce del
presidente Pertini. Io ho iniziato a lavorare, prima come
praticante e poi come professionista, nella redazione di un
glorioso quotidiano del pomeriggio ,
La Notte di
Bergamo, dove seguivo non solo lo sport, ma anche la cronaca.
L’esperienza de
Il Giorno è stata una parentesi molto
gratificante che ancora oggi mi è di grande aiuto, per
Quotidiano.Net.
Da quest’anno è in vigore un codice di comportamento per
le trasmissioni sportive. Sarà davvero la fine della “tv
urlata” nei programmi sportivi?
«In Italia siamo bravi a pensare che occorrano codici su
codici per risolvere ogni tipo di problema. Ad ogni modo,
avverto, almeno per quanto riguarda i programmi sportivi,
un’inversione di tendenza rispetto al resto della
televisione, e mi pare davvero che ci si stia ponendo in
maniera diversa rispetto al pubblico.
Altra cosa positiva per il pubblico è la presenza di
autorevoli opinionisti del calibro di Sacchi, Capello e
Lippi, i quali meglio di chiunque altro possono dare agli
spettatori quello che chiedono ai programmi sportivi, e cioè
commenti di natura tecnica».
SPORTIVA
Al
via gli Europei Assoluti di Sci Nautico
di
Mario Basile
Tre campi slalom,
tre laghi
artificiali,
un trampolino e
un
campo per atleti diversamente abili. Si
presenta così il
Centro Federale della
FISN (Federazione Italiana Sci Nautico),
fiore all’occhiello di
Recetto:
paesino che non conta neanche
1000
abitanti della provincia novarese.
Piccolo sulla carta, ma di grande importanza
per gli amanti dello sci nautico, visto che
proprio lì, dal
19 al
23 settembre,
si svolgeranno i
Campionati Europei Assoluti di Discipline
Classiche, ovvero:
slalom,
figure e
salto.
Appassionati, giornalisti specializzati e,
soprattutto, i migliori atleti europei
saranno accolti, a Recetto, da un
villaggio sportivo realizzato
appositamente per la kermesse. A proposito di
atleti, le nostre speranze sono riposte
tutte, o quasi, in
Thomas Degasperi e
Marco Riva. Entrambi poco conosciuti,
data la cronica insofferenza dei media agli
sport “non di grido”, entrambi grandi
campioni: il primo si è appena laureato
campione del mondo a Linz ed ha già in
bacheca
tre europei di slalom; il
secondo, sempre agli ultimi mondiali, ha
conquistato il
bronzo nella combinata.
E le ragazze? Naturalmente non mancano.
Marina Mosti,
Simona Ravaioli e la
giovanissima
Silvia Caruso sono le
punte di diamante della squadra azzurra
femminile. Si dividono tra lavoro, studio e
allenamenti. Una di loro, Marina, ha cercato
di seguire la strada del professionismo,
grazie agli sponsor. Finito l’appoggio di
questi, è svanito il sogno. Il fatto che non
ci riesca lei che è considerata la regina
dello sci nautico azzurro, con
due
argenti e un
bronzo ai mondiali e
31 titoli italiani vinti, la dice lunga.
Le premesse per un grande spettacolo e per
vedere i nostri ragazzi trionfare ci sono
tutte. La tv, però, non ci sarà. Non sono
previste gare in diretta né in differita.
Solo servizi giornalistici di network locali
o del settore per la manifestazione che circa
cinquant’anni fa vide vincitore nientemeno
che
Franco Carraro.
Pochi sanno, infatti, che il “poltronissimo”
è stato un grande dello sci nautico italiano
di fine anni ’50, vincendo gli europei per
ben
tre volte. Nello stesso periodo in
campo femminile splendeva, invece, la stella
di
Marina Ricolfi Doria. La futura
consorte di Vittorio Emanuele di Savoia si
ritirerà dalla carriera agonistica con un
palmares di tutto rispetto:
23 titoli
svizzeri,
12 europei e
4
mondiali.