Archivio
Telegiornaliste anno III N. 34 (112) del 24 settembre 2007
MONITOR
Cristiana
Barone: diavolo di una giornalista
di
Giuseppe Bosso
Capo servizio di Telecapri,
Cristiana Barone è direttore dell’agenzia “New Bigol”
che, nel 2007, realizza la trasmissione
Spy Investigation, in
collaborazione con l’Università Palaparthenope di Napoli. Giornalista
professionista dal 2000, Cristiana si è autodefinita “diavolo”.
Cristiana, che cos’è il giornalismo investigativo a cui è dedicata
Spy investigation?
«Una forma di giornalismo, di quelli che non si fanno granché in Italia.
Protagonisti sono tutti, potenziali cronisti di strada;
Spy investigation
nasce dai seminari che svolgo da anni in scuole medie e superiori della Regione
Campania.
L’anno scorso il progetto ha interessato i laureandi di Lettere e Filosofia, del
POLO SUS, quest’anno ho coinvolto anche i ragazzi del carcere di Nisida, che
hanno la possibilità di analizzare a fondo la notizia e imparare a leggerla,
oltre che ad esserne protagonisti principali. Con la collaborazione dell’
Università
Parthenope analizziamo, insieme ai ragazzi, otto diversi casi di camorra: il
primo omicidio,
Annalisa Durante, il prossimo,
Carmela Attrice.
Indaghiamo su questi delitti con il supporto delle forze di polizia, che hanno
messo a disposizione i loro tecnici e investigatori. Una visione diversa da
quella, a mio giudizio distorta, che il mondo della comunicazione ha fornito di
questi casi. Ogni delitto è analizzato secondo sette diverse prospettive
specialistiche: quella del medico legale, del criminologo, della polizia
scientifica, della squadra mobile, dell'avvocato penalista, del giornalista e
del vigile del fuoco».
Com’è fatto un giornalista - investigatore?
«E’ curioso e attento. Capisce i limiti oltre i quali non può andare e, quando
si trova sulla scena, sa tacere e osservare. E’ una figura latitante a Napoli,
un’autentica chimera: ci sono solo i soliti vecchi volti noti dei giornali, ma
nelle tv, esclusa
Telecapri, questa figura manca».
Lei è giornalista per passione o per missione?
«Entrambe le cose: credo di avere un buon ascendente su chi mi è accanto perché
cerco di capire cosa mi dice la gente, contrariamente ad altri. Prendo a cuore
cosa dicono e per questo le istituzioni mi guardano con sospetto. In questo
senso viene in gioco quella parte che, più che missionaria, definirei sociale
del giornalismo. Credo che la gente abbia tante, troppe cose da dire, ma non sa
come farlo. È un tema che sarà presente nel mio prossimo libro:
Napoli:
vicolo cieco ».
L’informazione istituzionale è in crisi, va più forte quella del
blog di Beppe
Grillo. Come se lo spiega?
«Perché l’informazione di oggi è
paccottara. Chi la fa tende a vendersi
alla politica, che può e riesce, ahimè, a tenere le fila. Mi vanto di non aver
mai subito condizionamenti da nessuno, di qualunque schieramento politico. Ho
sempre agito con la massima libertà e il tesserino che ho conseguito con tanti
sacrifici me lo tengo caro! Non lo venderei al politico di turno. Si può
lavorare essendo curatori dell’immagine di qualcuno, politici compresi,
invitandoli a considerare che dietro di loro ci sono persone. Che votando hanno
chiesto aiuto».
Ha suscitato scalpore e commozione la morte della giornalista russa
Anna Politkovskaya che non esitava a “fare le pulci” ai potenti. Si può
rischiare la vita per amore di un’informazione veritiera?
«Per quanto possa sorprenderla, le rispondo di si. Sarebbe stato un sogno per
me, a cui ho dovuto però rinunciare per ragioni affettive, quello di fare
l’inviata di guerra. Ci vuole molto coraggio perché, ovviamente, i rischi sono
sempre dietro l’angolo, e ne so qualcosa anch’io: tempo fa mi incendiarono
l’automobile… Ma scelsi di andare avanti. Assumendomi ogni responsabilità».
Napoli è una realtà difficile: il mondo della comunicazione può contribuire a
risolvere i suoi problemi?
«Potrebbe farlo se non fosse costantemente al servizio dei palazzi».
Tra tante inchieste e servizi cosa le è rimasto particolarmente impresso?
«La morte di
Manuel Addeo, avvenuta nel 2002 a seguito di un incidente stradale causato
da un sedicenne che guidava senza patente: venne trasportato d’urgenza
all'ospedale Santobono di Napoli. Io mi recai a casa dei genitori per
raccogliere le loro reazioni: non ne sapevano niente, fui io ad avvisarli
dell’incidente. Da allora sono rimasta in contatto con loro e porto sempre con
me una foto del bambino».
Come mai c’è tanto interesse per i casi di cronaca nera, ultimo dei quali
Garlasco?
«
Soldi, sesso e sangue è una regola non scritta del giornalismo, spietata
ma vera. Il pubblico vuole questo. Io mi impegno per fornirglielo sotto una luce
diversa. Ad esempio il delitto Durante: analizzando tutte le componenti di
entrambe le parti, quella della famiglia della vittima e quella del clan
Giugliano, senza prendere posizioni ma cercando di far capire al pubblico il
contesto e i risvolti che il delitto ha creato, al di là della vicenda
giudiziaria che, come abbiamo visto, è sfociata nella sentenza d’appello».
A chi si ispira?
«A
Carlo
Lucarelli anzitutto, sebbene non sia propriamente un giornalista. E’ un
grandissimo comunicatore per il suo metodo di scomposizione del crimine».
Si è definita diavolo di una Cristiana: diavolo contro chi?
«Posso dirlo? Contro i bastardi (ride,
ndr). Sono una persona docile ed
affidabile. Vera. Molto sincera, finché non mi accorgo che qualcosa non va. Non
attacco mai, ma se mi toccano le persone che amo, distruggo. Vendicativa, ecco.
Non dimentico mai di restituire un
favore».
In conclusione, Cristiana Barone è una giornalista a prova di bavaglio?
«Se solo lo permettessi, dovrei cambiare mestiere, non sarei più io. Ho chiesto
e ottenuto di essere libera, di fare come meglio credevo, e su questo non
transigerò mai. Quindi, guai a chi prova a imbavagliarmi, in tutti i sensi!»
MONITOR
Giovanna
Martini: sarò la Piccinini del futuro
di
Giuseppe Bosso
Nata a Milano,
Giovanna Martini è giornalista pubblicista dal 2005.
Nel 2006 approda a Mediaset: cura la rubrica dedicata alla serie B di
Guida al Campionato, collabora a
Studio Sport e fa l'inviata
per il digitale terrestre, sempre per la serie cadetta.
Dal settembre 2006 inizia la sua avventura al
Processo di Biscardi, come mediatrice dello studio di Milano.
Giovanna, come ti sei avvicinata al mondo del calcio?
«Da sempre ho due grandi passioni: il calcio e il tennis. Ho iniziato a
frequentare San Siro, anni fa, con un ex fidanzato tifoso interista. Insomma,
era una cosa a cui ero destinata, evidentemente».
Com'è lavorare con Biscardi, sia pure a distanza? Ti senti un po’ la giovane
allieva?
«Assolutamente. Per me rappresenta il punto più alto della carriera ed è stato
un grande onore essere scelta da Biscardi, due anni fa, per curare il dibattito
de
Il Processo dalla redazione milanese. Fino a quel momento lo conoscevo
solo come spettatrice: entrare in contatto con lui è stata una continua
sorpresa. Aldo mi ha aiutato tantissimo con la sua passione per il lavoro giorno
dopo giorno, e con la sua capacità di comunicare in modo ironico con la gente da
casa».
Viceversa, a Diretta stadio, spesso devi fare da “professoressa” in un
dibattito acceso tra veri e propri scalmanati.
(Ride,
ndr) «Sì, a pensarci è una sorta di trasformazione un po’ buffa.
Anzitutto per l’entrare a far parte di una redazione fino a quel momento
unicamente maschile, e poi, appunto, in questa veste in cui cerco, sempre con
molta calma, di riportare il dibattito nei giusti termini quando qualcuno tende
ad alzare la voce…».
Celeberrime sono le diatribe tra
Corno e
Crudeli. Ma non pensi che il pubblico che li segue possa chiedersi se sta
guardando una trasmissione sportiva o un programma di intrattenimento?
«Il calcio è qualcosa che, per fortuna, non è sempre e solo tattica o schemi. È
una passione che da sempre unisce la gente, permette di staccare la spina dai
problemi quotidiani e ogni tanto è bene farlo in modo da far scappare un sorriso
agli spettatori. Elio e Tiziano in questo sono interpreti strepitosi».
Appartieni ad una generazione di giovani giornaliste sportive in continua
crescita, che negli ultimi anni paiono prendere a modello due protagoniste come
Ilaria D’Amico e
Paola Ferrari. Cosa ammiri in loro?
«In Paola la classe e lo stile; poche, come lei, sono riuscite ad avvicinarsi ad
un ambiente maschile facendosi rispettare e ammirare. Ilaria la ammiro per la
sua resistenza, per il modo con cui riesce a stare davanti alle telecamere in
diretta continua mantenendo una grande lucidità».
Questo campionato sarà davvero, come Lippi ha recitato in un recente spot,
l’annata migliore?
«Sì, è un campionato aperto in cui abbiamo potuto riabbracciare due piazze come
Genoa e Napoli, dopo tanti anni. Credo che anche la stessa Juve e i suoi tifosi,
dopo l’anno di purgatorio, abbiano ritrovato quella fame e quegli stimoli che
avevano perso dando molte cose per scontate. Calciopoli è stato un bene da
questo punto di vista».
Diretta stadio, contrariamente a molte altre trasmissioni, si è spesso
occupata dell’interesse del Real Madrid per Kakà. Non è che vi farebbe piacere
se lasciasse il Milan?
«Me lo dicono molti tifosi rossoneri che incontro spesso. Comunque no,
assolutamente: non penso che il Milan voglia farsi scappare il suo fuoriclasse».
Sei molto seguita tra i nostri
lettori: quali sono stati gli apprezzamenti che ti hanno fatto più piacere?
«Quelli delle donne, che dopo molti anni ormai mi guardano come a un’amica che
entra nelle loro case: non è facile essere guardate con simpatia dal pubblico
femminile. Dagli uomini, invece, mi piace che apprezzino i miei interventi e le
domande che faccio agli ospiti, quando vengono colte sfumature non sempre
individuabili».
Molto seguita è anche la presenza di
Viviana Guglielmi e delle altre ragazze alla postazione email di Diretta
stadio; ma non rispecchiano quell’idea superata della bella e silenziosa?
«Io ricopro il mio ruolo e loro anche. Ma la loro presenza non è certo limitata
a fare bella mostra in studio: partecipano attivamente, sia presentando gli
ospiti che leggendo le email degli spettatori».
Dove vuole arrivare Giovanna Martini?
«Spero di fare sempre questo lavoro e di arrivare il più in alto possibile. A
tal proposito ci tengo a ringraziare Mediaset per la possibilità che mi ha dato,
l’estate scorsa, di lavorare come inviata sui campi in sostituzione di altre
colleghe. Collaborazione che continuo quest’anno per la serie B. Proprio a
Mediaset c’è quello che considero il mio modello,
Sandro Piccinini, per come conduce con polso
Controcampo. Ecco, magari non proprio ai suoi livelli, ma mi piacerebbe
essere come lui».
CRONACA IN ROSA Professione reporter di pace
di
Erica Savazzi
Raccontare la guerra e la pace con le loro sfumature, in
tutti i cinque continenti, con corrispondenti in loco, testimoni
diretti di quello che raccontano.
E' da quattro anni - da quel 2003 che vide l’inizio dell’infinita
guerra in Iraq – l’esperimento di
Peace Reporter.
Nata dalla collaborazione tra
Emergency e l’agenzia Misna, il sito web e agenzia
giornalistica da settembre è anche
rivista mensile: undici
numeri all’anno per raccontare il mondo, e soprattutto quella
parte di globo che nei tg e nei quotidiani non trova spazio.
Storie di guerre e violenze, ma anche di gente comune che non
farebbe mai notizia. Storie di
scelte di pace, per
raccontare anche chi contro la guerra lotta, dall’Europa
all’Africa, dall’America all’Asia. Anche grazie a
collaboratori
d’eccezione come Gino Strada, che risponde alla posta dei
lettori, e Claudio Sabelli Fioretti.
«
Peace Reporter esce dal mondo di internet e si cimenta con
la difficile
sfida della carta stampata, e in un momento in
cui – come tanti settori dell’economia italiana – questa è in
crisi. Una doppia sfida dunque, che pensiamo necessaria. Perché
mai come oggi il mondo è travagliato da conflitti terribili e da
altrettanto terribili violazioni dei diritti più elementari»,
scrive il direttore Maso Notarianni nel
numero pilota della rivista.
Allora in bocca al lupo a
Peace Reporter e ai suoi
corrispondenti. E buon lavoro, perché «conoscere il mondo, capirne
le sue sofferenze ma anche le tante cose splendide che troppo
spesso non si raccontano è sempre più indispensabile».
Per comprendere che un
mondo senza conflitti è
possibile.
FORMAT Sette vite per una sitcom
di
Nicola Pistoia
Davide, Carlotta, Sole, Leo, Franco, Laura e
Giovanna.
Sette personaggi in cerca
d’autore, ci viene da dire, modificando il titolo
di una celebre opera teatrale di Pirandello.
Sette personaggi che cercano se stessi attraverso
il sostegno degli altri.
Sette vite che s’incontrano e si
scontrano. Sette diversi modi di fare, di pensare
e di agire.
7 Vite è il titolo, appunto,
della nuova
situation comedy targata Rai2
e prodotta dalla
Publispei di Bixio (già
produttore dei
Cesaroni).
La storia.
Davide esce dal coma dopo 15
anni. Al suo risveglio si ritrova
circondato
da tante persone che vogliono aiutarlo.
Innanzitutto la
sorella Carlotta, con la
quale ha un ottimo rapporto. E poi la
cugina
un po’ snob Laura, i
vicini di casa
Leo e Sole, rispettivamente figlio e madre in
perenne contrasto,
Franco, il
barista
depresso e
Giovanna la psicologa, a
cui Davide confida paure e insicurezze.
Il redivivo Davide, però, si accorge che non è
cambiato molto rispetto a 15 anni prima, e inizia
la sua riabilitazione confrontandosi con gli
altri protagonisti.
Nella serie ritroviamo alcuni volti già noti ai
telespettatori.
Elena Barolo, velina di
Striscia la notizia, che interpreta il ruolo
della cugina milanese. Carlotta alias
Michela
Andreozzi, poliziotta nella fiction
La
Squadra. Ancora
Lucia Ocone,
meravigliosa imitatrice e comica di
Quelli che
il calcio, che veste i panni della psicologa,
e per finire
Max Pisu e
Marzia Ubaldi,
una delle doppiatrici italiane più brave in
assoluto.
Come nei prodotti
made in Usa, tantissime
le guest star che si alterneranno nel corso dei
50 episodi. Tra queste
Maria Amelia Monti,
Monica Scattini e
Amanda Lear.
Inoltre, una delle novità di
7 vite
rispetto alle tantissime sitcom italiane, è la
presenza del pubblico che fa da contorno alle
vicende dei protagonisti.
7 Vite è un
un prodotto simpatico e
talvolta originale. Rispecchia, attraverso una
storia non banale, i problemi e le ansie della
gente comune. Apprezzabile la scelta di
personaggi giovani e freschi. La sitcom è in onda
ogni giorno su Rai2, dallo scorso 20 settembre.
CULT
Yoko Ono, artista concettuale ed ex signora Beatles
di
Valeria Scotti
Non solo
vedova Lennon. Yoko Ono era già una celebrità nel mondo
dell'arte, quando nacque la sua relazione con il beatlesiano John. Galeotta fu
proprio una mostra di lei, a Londra.
Tra i primi membri di
Fluxus,
un'associazione libera di artisti d'avanguardia degli Anni 60, Yoko Ono è stata
spesso protagonista di numerose performance artistiche e provocatorie.
Tra le più recenti,
My Mummy Was Beautiful, alla Biennale di Liverpool
del 2004. L’artista giapponese dedicò l’opera - che riproduceva le immagini del
seno e della vagina di una donna - alla madre di John Lennon, Julia,
prematuramente scomparsa.
Una nuova versione del lavoro è in programma a
Treviso, dove il
Museo
Civico di Santa Caterina omaggerà l’artista settantaquattrenne:
l’Associazione Culturale Lazzari, il Comune di Treviso e l’Archivio Bonotto di
Bassano del Grappa promuovono infatti
Sognare, esposizione di 15
opere,
dal 29 settembre 2007 al 7 gennaio 2008. Yoko Ono inviterà gli
spettatori a portare una fotografia della propria madre.
Play It By Trust, l'opera più imponente. La scultura - scacchiera
verrà esposta in piazzetta Botter. Pedine a grandezza naturale e marmo chiaro
per caselle rigorosamente bianche, a simboleggiare il
richiamo al dialogo,
all’
interazione e alla
pace nel mondo. Un messaggio che la Ono
manifestò anche ai tempi della guerra in Vietman e che la contrappose all’allora
Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
Yoko giungerà a Treviso un paio di giorni prima dell'inaugurazione per occuparsi
personalmente degli ultimi ritocchi. Al via l'esposizione, la sera del 29, con
la performance
Blue room event, nel corso della quale l’artista
cercherà, attraverso scritte sui muri, di trasmettere al pubblico l’impressione
che la stanza si tinga completamente di blu.
In attesa di quella data, Treviso è stata tappezzata da
centinaia di
manifesti dove spicca unicamente il titolo della mostra. Lo stesso metodo
utilizzato dai coniugi Lennon negli Anni 70 quando, su cartelloni pubblicitari,
scrissero
War is over if you want it.
La guerra è finita se lo vuoi.
Ora è il momento di
Sognare.
DONNE Maria Teresa di Calcutta di
Pinuccia Carbone
Battezzata col nome di
Agnes Gonxha, conosciuta e
amata come
Madre Teresa: nasce nel 1910 a Skopje,
città dei Balcani, da una famiglia agiata di
origine
albanese, ma sceglie una vita
povera tra i poveri.
La più piccola di cinque figli, riceve la Prima Comunione a
soli cinque anni e mezzo, e qualche mese più tardi la Santa
Cresima.
Dopo la morte del padre, avvenuta quando aveva otto anni, si
nota sempre di più la vocazione religiosa di Agnes,
rafforzata dalla parrocchia gesuita del Sacro Cuore, che
frequentava. A soli 18 anni, recandosi al santuario della
Madonna di Letnice, sul Monte Nero, sente "la
chiamata di
Dio". Si rivolge alle Suore di Loreto e va novizia in
Irlanda, dove riceve il nome di Mary Teresa.
Qualche mese più tardi arriva in India, a
Calcutta. A
28 anni si fa suora e diventa per tutti Maria Teresa. Nel
1946 lascia le Suore di Loreto e incomincia una nuova vita.
Durante un viaggio in treno, riceve la "chiamata nella
chiamata", sente il bisogno di servire Dio attraverso l'amore
donato ai poveri.
Era il 1948 quando Madre Teresa indossava per la prima volta
il
sari bianco bordato di azzurro. Due anni più tardi,
fonda a Calcutta l'ordine religioso delle
Missionarie
della Carità, con la missione di prendersi cura degli
"ultimi". Nel 1951 diventa cittadina indiana.
Negli anni successivi Teresa fonda altri ordini religiosi,
sparsi in tutto il mondo, tra i quali i Fratelli Missionari
della Carità e il Movimento Corpus Christi per Sacerdoti. Nel
1971 Paolo VI consegna a Madre Teresa 15 milioni di lire del
premio della pace intitolato a Giovanni XXIII, per la
prima volta assegnato ad una
donna.
Tutti i premi che riceverà saranno convertiti in denaro per
sostenere le sue opere a favore degli "ultimi". Nel 1979
giunge il
Nobel per la pace: Teresa rinuncia al
convenzionale banchetto cerimoniale e chiede che i seimila
dollari di fondi vengano destinati ai poveri di Calcutta. Nel
1973 la premier Indira Gandhi le concede di viaggiare in
aereo gratuitamente.
Nel marzo del
1997 Madre Teresa lascia la guida
dell'ordine da lei fondato e il 5 settembre dello stesso anno
muore. Aveva 87 anni. Le vengono concessi i funerali
di Stato, alla presenza di un milione di persone, oltre alle
autorità di tutto il mondo.
Nell'ottobre del 2003, Giovanni Paolo II la proclama Beata.
Oggi, le Suore di Madre Teresa sono quasi cinquemila,
presenti nelle oltre 700 case di missione aperte in tutto il
mondo.
TELEGIORNALISTI
Romita: non sono un morto di fama
di
Silvia Grassetti
«Chi ha titolato:
Romita, la mia vita per un po' di
mondanità cercava di farmi passare per uno di quei "morti
di fama" di cui parlavo nell'
intervista
a Nicola Pistoia». Il popolare mezzobusto del
Tg1,
Attilio Romita, non ce l'ha fatta passare liscia.
Attilio, allora abbiamo preso un granchio: non è vero che
daresti la vita per un po' di mondanità, eppure la vita
mondana ti affascina: dove abbiamo sbagliato?
«Dare la vita per un po' di mondanità credo sia una scelta da
imbecille. Io non lo sono. Alla domanda sulla mia presenza a
numerosi eventi mondani ho risposto che quando la mondanità è
fatta di tavole ben apparecchiate, vini eccellenti, buona
musica e belle donne, allora mi piace. Non mi piace quella
popolata dai soliti "morti di fama" che farebbero qualsiasi
cosa pur di apparire».
Non per la mondanità, dunque, ma allora per cosa daresti
la vita?
«Darei la mia vita per vedere felici le persone che mi stanno
vicine, a cominciare da mia figlia Alessia. Per avere
successo nella mia professione, mi limito a liberare tutte le
mie energie fisiche ed intellettuali».
Chiarito il qui pro quo, approfittiamo della disponibilità
del tgista per rivolgergli alcune domande sull'associazione
Li.Sta, di cui è fondatore. In un intervento sull'
Unità,
il 23 febbraio del 2005, Travaglio criticava l'associazione
Libera Stampa, fondata, citiamo testualmente, «dai
vicemimun Alberto Maccari e Francesco Pionati, dal
caporedattore politico del
Tg1 Cesare Pucci, dai
conduttori del
Tg1 Attilio Romita e Susanna Petruni,
nonché dai redattori politici Ida Peritore e Angelo Polimeno,
e dall'inviato del
Tg2 Emilio Albertario. La sigla
dell'indomito pool, che ha sede nell'ufficio di Pionati, è
tutta un programma:
Li.Sta. E così la cerimonia di
battesimo, in un noto ristorante romano, alla presenza del
ministro Gasparri. In effetti i maligni assicurano che i
Magnifici Otto sono tutti berlusconiani devoti».
Attilio, come rispondi a questa critica?
«Travaglio scrisse alcune inesattezze. Tra queste i nomi di
Susanna Petruni e Ida Peritore tra i fondatori di
Libera
Stampa. E inoltre: i fondatori, secondo Travaglio, erano
talmente devoti berlusconiani che il loro numero uno,
Francesco Pionati, è stato eletto senatore dell'Udc!».
Li.Sta è un progetto ancora attivo, e quali
iniziative promuove?
«Non so nulla di
Li.Sta da molti mesi. Come già detto,
il suo principale ispiratore, Pionati, fa il senatore. E
quindi immagino che l'associazione di giornalisti sia stata
sciolta. Ma potrei sbagliarmi».
SPORTIVA
Se lo sponsor invade la
religione
di
Pierpaolo Di Paolo
Il 2 settembre si sono conclusi i
Campionati Mondiali di atletica leggera a
Osaka. Lei non c'era.
Ruqaya al Ghasara è passata alla
storia non solo per le sue straordinarie
capacità sportive, che l'hanno portata a
vincere a soli 24 anni l'oro nei
200 metri
di corsa agli
Asian Games del
2006; ma anche e
soprattutto per l'inconsueto "costume"
indossato.
Si dirà che non è certo la prima atleta che
indossa il velo - o, per maggiore precisione,
l'
hijab - e che le cronache sportive
sono piene di esempi di intromissione più o
meno evidente di simboli e sentimenti
religiosi, anche musulmani.
Ma se può aver fatto sorridere l'episodio di
Taribo West - che all'
Inter
disse a
Marcello Lippi: «Dio mi ha
detto che giocherò», ricevendo in risposta un
secco: «Strano, a me non ha detto niente»,
poco invece avran riso le autorità del
Bahrain di fronte a quel piccolo
baffetto
nero sul velo di Ruqaya, che ha marchiato l'
hijab
catapultando la giovane sportiva
all'attenzione mondiale più di quanto non
abbiano potuto le sue imprese in pista.
Già di per sé l'accostamento tra uno
sponsor e un
simbolo religioso può
destare prevedibili reazioni di sdegno e
scandalo, ma di certo alla nostra corritrice
poco ha giovato il fatto di aver scelto
proprio uno dei simboli di quell'imperialismo
americano tanto odiato negli ambienti più
intolleranti del mondo musulmano.
In un connubio perverso tra sport e
religione, che avrà solleticato
fastidiosamente anche i musulmani più
tolleranti, Ruqaya al Ghasara, come un'eroina
che ha appena indossato il suo costume ed è
pronta per le imprese più incredibili, corre
con un hijab griffato Nike.
Ingenuità, superficialità, forse venialità ed
irriverenza verso la religione, che rischiano
di costar caro a Ruqaya: il
Bahrain
già sembra poter fare a meno della migliore
atleta della sua storia.
E pensare che neanche due settimane fa,
proprio sulle pagine di
Sportiva,
avevamo parlato dell'impresa di
Fatima Mohammadi: la centometrista afgana
che aveva avuto il placet dalla sua
federazione per partecipare ai mondiali di
Osaka.
A patto che gareggiasse col velo. Non
griffato, naturalmente.