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Telegiornaliste anno III N. 35 (113) del 1 ottobre 2007
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MONITOR
Marica
Morelli: faccio la spalla ma volerò alto
di
Giuseppe Bosso
Grazie alla sua grande amica
Susanna Schimperna, riusciamo a intervistare
Marica Morelli, che ci incontra molto volentieri.
Dopo i due anni passati accanto a
Maurizio Costanzo, Marica è ora nella redazione di
Verissimo dove, tra le altre cose, cura una rubrica di approfondimento
delle storie trattate da
Maria De Filippi a
C'è posta per te.
Nel 2002 Marica Morelli è stata la prima conduttrice di
Omnibus, su La7, trasmissione che segnò il suo esordio nel mondo della
televisione.
Sei la spalla di
Silvia Toffanin, fidanzata di Piersilvio, il padrone. Una posizione delicata
e forse anche limitante per te?
«Anche se può apparire limitante, credo che l'avventura quest'anno a
Verissimo sarà per me molto importante.
Non solo perché lavorerò con colleghi molto validi, soprattutto perché avrò la
possibilità di imparare cose nuove e perfezionare la mia professionalità.
Fino ad ora le mie esperienze lavorative mi hanno portata a cimentarmi più nel
ruolo di conduttrice. E resta quello il mio sogno, ma credo sia giusto arrivarci
dopo una completa e costruttiva gavetta. E alla mia, probabilmente mancava
ancora qualcosa... Se poi per riuscirci dovrò fare la spalla a Silvia
Toffanin... Lo accetto volentieri!».
Pro e contro di lavorare accanto a Maurizio Costanzo.
«Maurizio è una persona eccezionale, con lui ho imparato molte cose, e non
poteva essere altrimenti: ha un grande senso del lavoro e del sacrificio e un
grande rispetto per gli altri. Per contro, però, c’è il fatto che standogli
accanto ti ritrovi a fare da contorno: è lui che conduce ed è su di lui che la
scena si incentra. Sono stati tre anni belli e importanti per me, ma ora mi è
sembrato giusto cambiare, fare altre cose».
Costanzo negli ultimi anni è spesso criticato per il suo modo di fare
televisione e per i temi trattati nelle sue trasmissioni.
«Ognuno utilizza gli spazi che gli sono concessi come meglio crede. Non
dimenticare che Canale5 è pur sempre una tv commerciale, ed è inevitabile che
anche per Maurizio valgano le sue regole, che sono quelle di fare tutto il
possibile per accontentare lo spettatore. Al di là di questo, da Maurizio si può
parlare tanto con il protagonista del
Grande Fratello quanto con l’esponente politico di spicco, e questo il
pubblico lo ha sempre apprezzato».
Cosa ti ha suscitato lasciare Omnibus?
«E’ stato un dispiacere, certo, e non potrebbe essere altrimenti perché era
stata la mia prima esperienza televisiva: ho seguito tutte le prime edizioni
della trasmissione, fino al 2005. Devo tantissimo a La7 che mi ha dato una
grande possibilità, quella di farmi le ossa in una emittente nazionale che però,
ancora molto giovane, non ha continuamente i “fucili puntati” come Rai e
Mediaset.
Fu una scelta dolorosa ma necessaria: non ce la facevo più a seguire quei ritmi:
dovermi alzare alle 4 del mattino per essere in onda undici mesi l’anno. Era
diventato davvero troppo faticoso e stressante, e avevo anche voglia di fare
altre cose, come ti ho detto riguardo il mio passaggio da
Tutte le mattine
a
Verissimo. Per questo, dopo un periodo di riposo di cui avevo bisogno,
ho accettato al volo la proposta di Canale5».
Quando l'ho intervistata,
Paola Cambiaghi, che ti sostituì due anni fa, disse che la bellezza non deve
andare a discapito della credibilità professionale. Molte colleghe che lavorano
in tv tendono ad imbruttirsi per essere più credibili professionalmente. La
pensi così?
«Non conosco Paola personalmente ma direi che in questi anni ha fatto un buon
lavoro a
Omnibus. Quanto a quel che dice, sì, non vedo la necessità per
cui una donna capace professionalmente debba rinunciare ad essere anche
piacente. Certo, se parliamo di ballerine, di showgirl, l’aspetto fisico assume
un’importanza maggiore, che forse nel giornalismo è minore. Ma ripeto, perché
mai una donna dovrebbe rinunciare a essere al tempo stesso bella e brava?».
Dopo la laurea hai frequentato un corso di inglese alla Boston university.
Conosci perfettamente anche il francese. Non ti interessano esperienze di lavoro
all’estero?
«È stata una parentesi importante per me, e mi ha permesso di confrontarmi con
un ambiente diverso da quello italiano. Al momento, però, non penso di
allontanarmi dalla nostra televisione, sono ancora in crescita e ho molta strada
da fare. Se dovessi affermarmi, perché no?».
C’è qualcosa di cui ti sei pentita, guardandoti indietro, che non rifaresti?
«No. Ogni esperienza è stata importante. Sono contenta di quello che ho fatto e
ogni cosa mi ha sempre arricchita. Ho imparato a non pensare troppo al domani,
ma a cogliere ogni giorno tutto quello che posso trovare sulla mia strada».
L’esperienza più buffa o particolare che ti ha coinvolto a Tutte le
mattine?
«Forse un paio. Ricordo quando mi sdraiai su un tavolo per fare da cavia per un
nutrizionista; e poi un paio di volte mi cimentai in veste di attrice in
sostituzione di
Serena
Bonanno, che, come ricorderete, aveva degli spazi nel corso del programma.
Cosa decisamente insolita per una giornalista, vero?».
Veniamo all'attualità: non si fa che parlare del
V-Day...
«In una democrazia è giusto che se c’è malcontento venga esternato.
Beppe Grillo
in questo si è fatto portavoce di un qualcosa che, forse, sarebbe dovuto
partire proprio dall’alto. La protesta c’è stata, vediamo ora come verrà
recepita».
Conservi ancora le tue radici meridionali?
«Continuo ad andarne molto molto fiera e sono convinta che sarà sempre così.
Anzi: meno torno in Puglia e più mi manca. Non solo per la buona cucina!
Soprattutto per la solarità della gente, la spensieratezza con la quale si vive
e la calma con la quale si affrontano le cose. Ci sono ritmi e stili diversi che
non apprezzi fino a quando non conosci e vivi sulla tua pelle lo stress della
grande città.
E poi Bari ha il mare... Ogni volta che torno a casa dedico un'ora a passeggiare
in riva al mare! E' così rilassante e rigenerante che non c'è riposo migliore...
Provare per credere!».
E’ vero che quest’estate hai avuto a che fare con l’uragano
Dean?
(Scoppia a ridere,
ndr) «Sì: mi trovavo ai Caraibi con il mio fidanzato,
in un’isola da sogno, quando, rientrando in albergo, un gruppo di turisti ci
chiese cosa sapevamo di Dean. Io e lui non capivamo, ci eravamo rifugiati in
quel paradiso proprio per staccare la spina lontano da tutti e non avevamo
intenzione di guardare la tv. Fortunatamente non abbiamo avuto incontri
ravvicinati, in quanto si è sviluppato a 300 miglia di distanza da dove ci
trovavamo, però non ti nascondo che in alcuni momenti ho avuto veri e propri
attacchi isterici, proprio perché ci trovavamo senza via di fuga in un’isola
lontana dal resto del mondo, i voli erano sospesi… Momento di paura, ma che ora
racconto col sorriso».
C’è mai stato qualcuno che ha provato ad imbavagliare Marica Morelli?
«No, se intendi come libertà di espressione, anzi. Per mia fortuna sono sempre
stata molto libera e ho trovato sempre persone che mi hanno spronato a
intervenire, a fare domande, senza paura. Se intendi imbavagliarmi davvero, per
ora a nessuno è venuto in mente di farlo…».
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MONITOR
Rossella
Altamura di
Giuseppe Bosso
Incontriamo questa settimana
Rossella Altamura. Conduttrice del tg di Canale8,
nipote d'arte, è conosciuta anche dal pubblico di 7gold per i collegamenti dallo
stadio San Paolo di Napoli in occasione delle gare casalinghe degli azzurri
partenopei durante la trasmissione
Diretta stadio.
Sei nipote di un giornalista campano: si può dire che tu avessi il mestiere
nel sangue?
«Mio nonno è stato un ottimo esempio e ha inculcato in me e nelle mie sorelle
l’amore per la scrittura. Ho iniziato sulla carta stampata e ho avuto la fortuna
di trovare grandi maestri davanti a me, ma la gavetta vera e propria l’ho fatto
nella tv locale».
Come sei arrivata a
Canale8?
«Ho iniziato alla redazione avellinese de
Il
Mattino, avendo accanto un grande professionista come Franco Gensale, il
primo dei miei maestri. Poi sono passata a Prima tv e in seguito a Tele nostra,
due emittenti irpine in cui ho seguito soprattutto la cronaca nera. Lì mi è
stata di aiuto la vicinanza e l’esperienza di Ottavio Giordano e dell’allora
direttore Norberto Vitale, una persona in gamba ma molto esigente che non dà
fiducia se non è sicuro di poter mandare in video una persona. È una cosa che
oggi, noto con dispiacere, si è alquanto perduta, lasciando molto spazio
all’improvvisazione. Arrivando a Canale8 mi sono trovata alle prese con svariati
argomenti, ma a mano a mano mi sono specializzata nella cronaca sportiva. Grazie
all'intervista all’attuale dg del
Napoli calcio, Pierpaolo Marino, che piacque molto all’editore. In ogni
caso, comunque, il calcio è da sempre una passione: seguo il Napoli, ma
soprattutto la squadra della mia città, l’
Avellino».
Azzurri e biancoverdi richiamano alla mente la tragedia di quattro anni fa in
cui morì
Sergio Ercolano. Gli strascichi di quella vicenda sono ancora avvertiti
dalle tue parti?
«È una parentesi che ci ha segnato, e ancora oggi, come vediamo, le cose non
sono cambiate. Gli episodi di violenza negli stadi colpiscono prima di tutto i
tifosi veri: il calcio dovrebbe tornare ad essere la casa delle famiglie, un
rifugio in cui dimenticare per 90 minuti problemi e pensieri, e non il modo
sbagliato di sfogare i propri istinti repressi. Dal punto di vista delle
sanzioni, dei controlli, forse c’è stato qualche cambiamento, ma prima ancora
deve cambiare la mentalità e il costume dei tifosi».
Avere un direttore donna,
Serena Albano, cosa rappresenta per te e le altre tue colleghe, tra le quali
le
gemelle Notarbartolo?
«Credo molto nella professionalità e nella competenza delle persone, e Serena ne
ha da vendere! Oggi non sempre chi ha la sua esperienza si mette volentieri a
disposizione delle nuove leve con attenzione, in questo io e i miei colleghi
siamo molto fortunati. Peccato solo che non sempre riesce a starci vicino».
Ti riferisci sicuramente al fatto che Serena, come ci ha raccontato, fa la
spola tra Roma e Napoli per seguire
Europa 7, avventura che la coinvolge a tempo pieno, malgrado le note
vicissitudini di cui
abbiamo parlato con lei: tu cosa ne pensi?
«Che è una grande vergogna tutta italiana; tanto si è scritto, tanto si è detto,
ma niente si è fatto per poter consentire ad una rete che potrebbe creare tante
nuove opportunità di partire regolarmente. Come avrebbe dovuto fare rispettando
i parametri di legge. Auspico si possa trovare una soluzione, anche se questa
potrebbe scontentare i colleghi di
Rete4».
Vieni dall’Irpinia che fa parte, per così dire, di quella provincia
dimenticata di cui non si parla molto, se non quando avvengono gravi delitti di
cronaca o episodi eclatanti…
«Non condivido questa affermazione: non avverto questo “napolicentrismo”, anzi.
Piuttosto direi che siamo noi irpini ad aver dato molto, non solo a Napoli:
abbiamo avuto grandi personalità nella politica, nella storia, nella cultura,
nella musica… Insomma, abbiamo fatto anche noi la nostra parte per nobilitare la
regione e il sud!».
Quali sono i telegiornali e i colleghi nazionali che segui?
«
Travaglio,
Travaglio e ancora Travaglio, tra gli uomini! Ammiro anche qualche collega
sportiva di Mediaset, come la
Blini e la
Vanali, per la loro competenza e il loro garbo».
Cosa pensi, da giornalista e spettatrice, del
V-day?
«Credo che la gente debba avere coscienza di ciò che accade nel nostro Paese. È
una buona cosa, certo, che Beppe Grillo si faccia portavoce di questo
malcontento, ma ovviamente non è soltanto con le liste civiche o le
manifestazioni di piazza che si possono risolvere i problemi della nostra
società. Devono essere anzitutto le istituzioni, i vertici, a capire il disagio
dei cittadini e porvi rimedio».
Quali sono, secondo te, i pro e i contro del giornalismo a livello locale,
sia per quanto riguarda la libertà di informazione che per le prospettive di
crescita professionale?
«Le tv locali sono una grande palestra. Anzi, ti dirò di più: credo proprio che
sarà questo il futuro su cui puntare, proprio per il fatto che questi canali
hanno più presenza, più seguito sul territorio di cui si occupano. Quanto alla
libertà di informazione, beh, è inutile negarlo, è uno degli aspetti più brutti
di un mestiere bellissimo come il nostro: tante volte ci tocca scendere a
compromessi, sottostare a certi condizionamenti».
Ti hanno mai messo il bavaglio?
«Non sono proprio una tipa che si fa imbavagliare, anche se sono capitate
situazioni poco piacevoli. Ad esempio, anni fa seguivo una inchiesta legata
all’installazione di pale eoliche in Alta Irpinia. Continuavo a scrivere del
disagio della gente ma il giornale non mi pubblicava i pezzi. Giorni dopo
scoprii che quell’azienda aveva firmato un contratto pubblicitario con il
giornale».
Molti sondaggi hanno evidenziato come le telegiornaliste siano molto ambite
dagli uomini: come mai, secondo te?
«Dici davvero?!(ride,
ndr). Non credo molto in questi sondaggi, ma è
facile fantasticare su chi non si conosce. Siamo persone normali, con le loro
nevrosi e i piccoli problemi quotidiani, ma con la fortuna di fare il lavoro più
bello del mondo».
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CRONACA IN ROSA
La
mattanza delle donne di
Antonella
Lombardi
Si sono fidate dei loro
amici. Hanno aperto la porta
ai loro
ex. Sono state
violentate, sfregiate o
uccise dai propri
fidanzati. Per un rifiuto,
per disprezzo, o per ripicca. Non c’è alcun desiderio nei
loro gesti, ma vigliaccheria e un silenzio complice, rotto,
quando è possibile, dalle denunce della vittima. E’ la
mattanza delle donne che in quest’estate rosso sangue ha
colpito più volte in modi diversi.
Dall'omicidio di
Maria Antonietta Multari, uccisa dal
suo ex a Sanremo, a quello di Garlasco, dove la vittima è
Chiara Poggi, fino al massacro dei coniugi Pellicciardi a
Treviso avvenuto nella propria villa e dove la moglie è stata
barbaramente torturata ai genitali, al macabro ritrovamento
dei cadaveri di due donne nei boschi della provincia di
Lecco,
alla violenza di gruppo in provincia di Taranto, nei
confronti di una 30enne ‘colpevole’ di aver interrotto una
relazione. Un affronto che l’ex non accetta e che decide di
vendicare sequestrandola e violentandola insieme ai suoi tre
fratelli e a un amico.
Accade nel 2007, dove la recrudescenza della
cronaca fa registrare, secondo la sociologa
Maria
Rita Parsi, "una sagra di morte che riguarda soprattutto
le donne”. Per la scrittrice e psicoterapeuta "Dall'omicidio
di Sanremo fino a Garlasco o a Lecco il femminile è in prima
persona e le donne sono punite quotidianamente. Mi sembra che
la società sia attraversata da una profonda ondata di
violenza legata al mondo maschile, sempre più incapace di
governarsi e governare. Anche
la natura è violata in tutti
i suoi simboli femminili, dalla flora all'acqua, incendi
e contaminazioni sfruttano e violentano il femminile”.
A confermarlo
i dati Istat che, in
un rapporto del 2004 sulla ‘sicurezza dei cittadini’ con
i dati sulle molestie sessuali, mostra come gli autori delle
violenze siano soprattutto persone conosciute se non
addirittura intime:
23 donne su 100 si sono fidate dei
loro amici e più di 6 sono state violentate da fidanzati
o ex. Nel corso della propria vita, solo il 18,3% delle
vittime è stato violentato da un estraneo e il 14,2% da un
conoscente di vista. Inoltre, più di mezzo milione di donne
ha subito, dai 14 ai 59 anni, almeno una violenza tentata o
consumata.
Un’emergenza sociale che secondo Maria Rita Parsi si è
avuta in maniera analoga in altri Paesi "ogni volta che le
donne hanno tentato l’emancipazione e si sono dovute
scontrare con un'invidia formidabile degli uomini, che vivono
questa cosa come una sorta di abbandono da punire. E tutte le
volte reazioni e fatti violentissimi hanno preceduto questi
cambiamenti".
Le soluzioni possibili, secondo Parsi, "Favorire
l'integrazione, sensibilizzare gli uomini e fare mobilitare
le donne per qualcosa che le riguarda strettamente". Ma la
sensazione che tutto ciò non sia sufficiente, resta. Il
ministro delle Pari opportunità
Barbara Pollastrini ha
chiesto di inserire, nella Finanziaria, "un piano di azione
per la sicurezza delle donne contro la violenza. La
legge
contro le molestie è in commissione Giustizia alla
Camera. Ho chiesto che ci sia una corsia privilegiata per
l'approvazione della legge, che in sè contiene prevenzione,
certezza della pena e tutela della vittima".
Sconsolante il
confronto con gli altri paesi, se si
considerano le cifre fornite dal Ministro nel corso di una
conferenza stampa sulle Pari Opportunità: "La Spagna ha
stanziato 245 milioni di euro per una campagna e un piano di
azione contro le molestie, la Francia 50 milioni di euro,
l'Italia ha avuto 3 milioni di euro".
La mattanza delle donne, intanto, aspetta una
risposta. E una
fine.
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FORMAT Il
pagellone di settembre di
Giuseppe Bosso
Bentrovati al primo appuntamento con il
pagellone di
Format: promossi e
bocciati di
30 giorni sul piccolo schermo.
Settembre è l’alba della nuova stagione, tra il
rodaggio di alcuni e l’attesa di altri. Vanno
segnalate alcune
prime visioni, qualche
ricorrenza che è stata - o non è stata -
celebrata in maniera adeguata e, soprattutto, un
personaggio che, pur esiliato ormai da
anni dal grande giro del tubo catodico, grazie
alla rete è sempre da prima pagina: esaltato
dalle piazze e inviso nei palazzi.
Un riconoscente
10 al presidente della
Repubblica
Giorgio Napolitano per la sua partecipazione,
in collegamento da Roma, alla puntata in Libano
di
W l'Italia diretta di Riccardo Iacona,
segnale positivo per una missione delicata in un
Paese ancora più incandescente dopo l'omicidio
del deputato Antoine Ghanem.
Un eccellente
9 a
Beppe Grillo, protagonista indiscusso delle
critiche dalle tv dopo l’8 settembre. Non
raggiunge il massimo per la questione delle liste
civiche che ha un po' offuscato e ridimensionato
il clamore dei giorni del
V-day.
Uno "storico"
8 a
Il Generale Dalla Chiesa, primo successo
dell’annata 2007-08 targato Canale5. A 25 anni
dal brutale omicidio che scosse l’Italia,
Mediaset rende omaggio a un personaggio che ha
fatto grande la nostra storia, con una fiction
magistralmente interpretata da Giancarlo
Giannini. Un plauso anche agli altri interpreti,
da
Stefania Sandrelli a Francesca Cavallin.
Una conferma: il
7 al settimo capitolo di
Distretto di polizia. Un capo nuovo (da
Tirabassi - Ardenzi a Dapporto - Fontana) per una
sostanza rodata: le vicende che ruotano intorno
al X Tuscolano, ogni anno sempre più cruente e
ispirate alla realtà, come testimonia la prima
puntata inequivocabilmente riferita alla tragedia
del piccolo Tommaso Onofri. L’inizio promette
bene, ma non sarà facile mantenere gli standard
di ascolti delle passate edizioni, vedremo tra
qualche mese.
Un
6 di incoraggiamento a Fabio Fulco e
Giampaolo Morelli: due attori napoletani, due
scelte rischiose della Rai, che punta su di loro
rispettivamente per i sequel di
Gente di mare e
Il Capitano, grandi successi degli anni
passati grazie a Lorenzo Crespi e Alessandro
Preziosi. I quali avevano dato disponibilità solo
per le primissime puntate del secondo capitolo.
Riusciranno i due partenopei a non far
rimpiangere i loro predecessori?
5, o più appropriatamente
V, ai
media che in occasione del
V-Day poco o
nulla hanno trattato della manifestazione l’8
settembre, salvo "rimediare" nei giorni
successivi a suon di critiche e di illazioni sul
conto di Grillo.
Un
4 (da dividere in due) a Mike Bongiorno
e Loretta Goggi, scelti dopo un lungo - e pesante
- tormentone per salire al timone di
Miss Italia 2007. La
sfuriata di lei alla prima serata, le lacrime
di lui in conferenza stampa il giorno dopo sono
stati il degno contorno di un teatrino in cui le
bellissime in gara hanno finito per passare in
secondo piano.
Anzi, al
lato B.
Uno scandalizzato
1 ai
media che da
Cogne hanno spostato la loro attenzione su
Garlasco. Cambiano gli scenari, cambiano i
protagonisti, la storia è la stessa. E mentre la
soluzione del giallo è sempre più o meno vicina,
è lontano invece il momento in cui i riflettori e
le telecamere si spegneranno intorno al paesino
del Pavese, entrato nel tutt’altro che ambito
club delle località di provincia insanguinate.
Che si sono viste martellare da curiosi e
reporter, e dalla solita ridda di opinionisti,
esperti e commentatori in studio.
Un umiliante
0 ai
media che hanno
dedicato fiumi d’inchiostro e servizi continui in
occasione del decennale della scomparsa di Lady
Diana, e poco e niente a quella di Madre Teresa
di Calcutta.
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Telegiornalisti | Sportiva
CULT La
Pop Art rivive a Roma di
Valeria Scotti
A poco più di cinquant'anni dalla nascita, la
Pop Art sfoggia le
migliori creazioni della sua esistenza.
Le
Scuderie del Quirinale di Roma inaugurano la stagione autunnale con
Pop Art! 1956-1968. L’evento, in programma
dal 26 ottobre 2007 al 27
gennaio 2008, mette in fila dipinti, sculture, collage, opere di artisti che
illustrarono, in maniera innovativa, una
società dedita ai consumi e alle
comunicazioni di massa.
Arman, Festa, Lichtenstein, Pistoletto, Rauschenberg, Rosenquist, Rotella,
Ruscha, Schifano, Tilson, Warhol, Wesselmann e altri ancora. Geni divisi, a un
certo punto della loro carriera, tra oblio e seguitissime aste contemporanee.
La
Pop Art fu da subito un’arte capace di avvicinarsi senza vergogna alla
cultura popolare del fumetto e del messaggio pubblicitario. Il fatuo, il
quotidiano, insieme al desiderio di celebrità, come oggetti di contemplazione.
Popular Art, appunto, rintracciabile sin dal collage d’esordio
Just What Is It that Makes Today's Homes So Different, So Appealing? di
Richard Hamilton.
Una
fabbrica di icone con i ritratti riprodotti all’infinito degli
artisti legati alla musica, al cinema, al mondo politico. Su tutti, i colori
accesi di Marilyn Monroe nella tela di
Andy Warhol. E poi il sogno
americano idealizzato nelle curve delle pin up, e la visione smaterializzata
dell’oggetto schiavo di un logo.
Un percorso - quello della mostra romana – svincolato da qualunque elemento
cronologico. Se si vuole ricercare una logica, questa è puramente tematica. Una
retrospettiva -
sei sezioni con oltre cento opere - nata grazie al
curatore,
Walter Guadagnino, e alle istituzioni che hanno concesso in
prestito alcune opere. Tra questi, il
Metropolitan Museum, il
Guggenheim Museum e il
Whitney Museum di New York.
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DONNE La
scrittrice dannata di
Pierpaolo
Di Paolo
Questa settimana ricordiamo
Sarah Kane, l'autrice
teatrale di incredibile intensità distrutta da una devastante
depressione maniacale.
Nata nell'Essex, Inghilterra, il 3 febbraio 1971, Sarah
divenne popolare in ambiente universitario per la sua
vivacità, per le doti creative e il talento come attrice.
Qualcosa presto la portò verso la scrittura, e forse - come
lei stessa farà dire a un suo personaggio: «Scrivo la verità
e la cosa mi uccide» - verso la morte.
L'opera con cui si impose all'attenzione mondiale fu
Blasted: una storia caratterizzata da un crescendo
allucinante e ossessivo di violenza tra umiliazioni, stupri e
cannibalismo.
Nel 1995 l'opera fu rappresentata a Londra suscitando
scandalo, polemiche e una critica giornalistica
particolarmente feroce.
Jack Tinker sul
Daily Mail scriverà: «Non c'è
dubbio che qualcuno si domanderà se il denaro non sarebbe
stato meglio speso in un ciclo di terapia di recupero». E
ancora: «Più che un'opera teatrale questo è un disgustoso
banchetto di sporcizia».
In difesa di Sarah si schierarono numerose personalità del
mondo teatrale, da Edward Bond a Caryl Churchill, che
cercarono di far capire che visceralità e crudezza dell'opera
della Kane erano espressione di una profonda umanità,
un'umanità tormentata ma carica di aspettative e di speranze,
un'opera da cui traspariva un'abilità, una personalità, una
sensibilità straordinaria.
La sua penultima opera fu
Crave. Lo spettacolo
fu presentato sotto lo pseudonimo di Marie Kelvedon, nel
tentativo di affrancarlo dal marchio di opera di un'autrice
gratuitamente oscena e disturbata e scrollarsi in questo modo
di dosso l'attenzione pruriginosa e prevenuta dei media.
Attraverso il grande successo di
Crave, la critica
dovette rivedere il proprio giudizio sui precedenti lavori
della Kane, riscoprendone la grande forza espressiva e la
profondità dei personaggi.
Lacerata da una depressione devastante, Sarah Kane - giunta
all'apice del suo oramai incontestato successo - si fece
ricoverare in un ospedale psichiatrico dove scrisse l'ultima
delle sue tragedie:
4.48 Psychosis. Un'opera in
cui il protagonista, rinchiuso in un ospedale psichiatrico
per depressione, confessa tutta la sua sete di vita e di
amore, e al tempo stesso confida l'intenzione di suicidarsi.
Nella speranza che qualcuno colga in tempo la sua richiesta
d'aiuto.
Appena terminata la stesura, il 18 febbraio 1999 Sarah
ingerisce 150 pillole antidepressive e 50 sonniferi.
Trasferita d'urgenza al King's College Hospital verrà
salvata, ma appena due giorni dopo, lasciata sola per un'ora,
si ucciderà impiccandosi nel bagno.
Aveva appena compiuto 28 anni.
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TELEGIORNALISTI
Emilio
Fede, direttore a vita di
Mario
Basile
Per alcuni è un narcisista, per altri il principe degli
adulatori. C’è chi lo ama, chi lo odia e chi ne controlla
l’operato minuziosamente: spiando i fuori onda a caccia di
gaffes e feroci rimproveri ai collaboratori. Così, per
riderci un po’ su.
Emilio Fede è il direttore più longevo
dei tiggì italiani: da quindici anni dirige il
Tg4 . Primato che condivideva con
Mentana,
fino a che i vertici
Mediaset non hanno dato il benservito a Chicco da
direttore del
Tg5, relegandolo all’approfondimento di
Matrix. Roba di tre anni fa.
Quando fu fondato il
Tg5 tutti si aspettavano la
nomina a
direttore di Fede. Chi meglio di lui? Giusto
mix di esperienza e tanta voglia di riscatto. Nella scuderia
televisiva berlusconiana, all’epoca
Fininvest, Fede
era già arruolato da tre anni. Direttore di
Video News
prima e di
Studio Aperto poi.
Berlusconi l’aveva accolto a
braccia aperte dopo la fine dell’avventura in
Rai.
La lottizzazione, si sa, non guarda in faccia a nessuno. Lo
scandalo dovuto a una condanna per gioco d’azzardo fece il
resto.
Tutto fatto, allora. E invece, arriva il finale thrilling: a
dirigere il
Tg5 il giovane Enrico Mentana. Fede
accetta senza problemi. Anzi, no. Deve intervenire Silvio in
persona. Bastano poche parole. «Non preoccuparti, tu sei una
star e io sono un uomo giusto». Al cuor non si comanda,
Emilio capisce. Si consolerà col
Tg4.
Battute a parte, della passione per il suo editore non ha mai
fatto mistero. Al contrario, non perde occasione per tessere
le lodi del Cavaliere. E lui, forse per ringraziarlo, in
un'intervista a
Repubblica disse: «Fede è un baluardo
per la democrazia e per l'informazione». I suoi detrattori
pensarono che un ruffiano così non l’avevano mai visto. I
suoi fan che la paura di esser sincero non lo sfiorava
neppure. Punti di vista.
Oggi, a settantasei anni suonati, di cui oltre cinquanta
dedicati al giornalismo, Emilio Fede è ancora sulla cresta
dell’onda. Dire che è un semplice anchorman sarebbe
riduttivo.
Negli ultimi anni ha tirato fuori anche una forte vena
narrativa: dal
1997 ad oggi ha pubblicato
nove
libri. Dentro c’è di tutto: esperienze professionali, il
rapporto con lo showbiz, racconti e raccontini da, e del,
magico mondo dello spettacolo. Insomma, la sua vita.
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SPORTIVA La
carica delle donne arbitro di
Mario Basile
«
Le donne lo sanno, c’è poco da fare…»
cantava
Ligabue in una delle sue ultime hit. Il
rocker emiliano si riferiva, chiaramente, a
questioni amorose. Eppure le donne stanno
dimostrando di saperci fare non solo in
quello.
Ad esempio, sanno
arbitrare. Se ne sta
accorgendo il
calcio maschile, campo
in cui stanno prendendo col passare del tempo
sempre più spazio, anche a discapito dei
colleghi uomini.
Il mese scorso la nostra
Cristina Cini,
già da tempo tra i migliori guardalinee del
nostro campionato, ha debuttato in
Champions League, facendo da assistente
in
Bate Borisov - Steaua Bucarest. Il
fatto che sia stata la prima italiana
presente nel quartetto arbitrale in una
competizione maschile europea è l’ennesimo
record che va ad aggiungersi agli altri già
stabiliti.
Intanto, la sua collega ghanese
Mercy
Tagoe Quarcoe si è guadagnata il titolo
di
miglior arbitro della stagione nel
suo Paese.
Bibiana Steinhaus, invece, è andata
oltre. Lei, ex calciatrice di 28 anni, ha
esordito la settimana scorsa da direttore di
gara nella partita della serie B tedesca
Paderborn – Hoffenheim. Occhi azzurri
penetranti e capelli biondi a caschetto, la
Steinhaus ha diretto col
piglio giusto
la gara.
«Se vengono molte persone allo stadio è
meglio: se gridano non si capisce cosa
dicono», aveva detto in un’intervista. Al suo
esordio erano in settemila circa, ma le loro
grida, seppur comprensibili, non l’hanno
minimamente condizionata. Basta pensare che i
tre ammoniti della gara erano tutti della
squadra di casa, che è anche uscita
sconfitta.
Gli ammiratori di Bibiana Steinhaus giurano
che potrebbe fare tranquillamente la modella.
Il fisico non le manca, è alta 1.80, ma lei
da sei anni fa la
poliziotta. Del suo
mestiere dice: «Gli arbitri e i poliziotti
hanno un ruolo simile: entrambi fanno
rispettare le regole». I rischi, però, sono
ben diversi.
Per far rispettare le regole bisogna
innanzitutto conoscerle. Invece, gli arbitri
brasiliani riescono nell’impresa pur
non
conoscendo a menadito il regolamento da
applicare. La dolorosa “scoperta” è stata
fatta in seguito agli scarsi risultati
ottenuti ad un test specifico dai direttori
di gara verdeoro.
Tra quelli che conoscono le regole, però, c’è
la 29enne
Ana Paula de Oliveira.
Una bella sorpresa che diventa grottesca, se
si pensa che la de Oliveira è stata fermata
dalla federazione per via di un servizio
senza veli apparso su
Playboy. Per ora
di reintegrarla non se ne parla. Per la
serie: “Meglio un arbitro incompetente che
uno bravo e sex symbol”.
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