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Telegiornaliste anno III N. 36 (114) dell'8 ottobre 2007
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MONITOR
Anna
Praderio, passione cinematografica
di
Giuseppe Bosso
Che bilancio puoi trarre da
Venezia e quali prospettive accompagneranno la seconda edizione di
Roma Film Fest?
«È stata una delle migliori edizioni degli ultimi anni, se non la migliore, a
mio modo di vedere. I film che si sono aggiudicati i premi erano tutti di
altissima qualità e hanno valorizzato personaggi di grande spessore, come Ang
Lee e Brian De Palma. Mi è piaciuto molto anche il film su Bob Dylan,
Io non
sono qui,
Michael Clayton con George Clooney, e poi sono contenta per
i premi assegnati a un maestro come Bernardo Bertolucci e a Tim Burton, che ha
una grande capacità di comunicazione con le giovani generazioni».
Le affermazioni di Quentin Tarantino che ha definito
"deprimente" il nostro cinema hanno suscitato molte polemiche. Si tratta di
provocazioni oppure realtà?
«Credo che quella frase sia stata più che altro frutto di un momento; i media
l'hanno saputa lanciare molto bene, ma al di là di questo non concordo, e la
stessa Mostra ha valorizzato alcune opere interessanti, in particolare
La
ragazza del lago. Non mi è piaciuto, invece,
Nessuna qualità agli eroi.
E per il resto,
abbiamo assistito quest'anno al grande successo di film di autori italiani:
Alla ricerca della felicità di Muccino, e
Saturno
contro di Ozpetek. Insomma, tanto deprimente non direi».
A proposito della pellicola del regista turco, o meglio della sua interprete
grande protagonista alla rassegna veneziana,
Ambra Angiolini: è stato giusto scegliere lei come madrina?
«Secondo me è stata perfetta nel suo ruolo di madrina, è una ragazza
intelligente e spiritosa e lo ha dimostrato durante la cerimonia d'apertura:
citando Chatwin e Almodovar con grande classe. Si è rivelata un'ottima attrice,
con tanto talento, dopo tanti riconoscimenti è stata premiata anche a Venezia
con il trofeo
Diamanti
al cinema».
Da anni, ormai, sei la "donna del cinema" del
Tg5.
Da cosa nasce la tua passione per la settima arte?
«Dagli anni di passaggio tra la scuola e l'università, quando iniziai a
frequentare corsi di storia del cinema. Da sempre ho amato il cinema, perché
ritengo che sia l'arte più completa e generosa, come sostiene Bertolucci, per
quello che riesce a esprimere sia dalla realtà che dalla finzione».
Spesso intervisti i big di Hollywood. Hai qualche aneddoto o qualche episodio
particolare che ricordi?
«Amo le persone che nel poco spazio dell'intervista riescono a esprimere una
grande voglia di confrontarsi. Ad esempio, Richard Gere, che non è mai banale
nelle sue affermazioni; e poi anche George Clooney, un vulcano sempre attivo, al
tempo stesso impegnato e scanzonato, che ha sempre la battuta pronta e riesce a
fare sempre film di grande interesse».
Nuove leve come Giovanna Mezzogiorno, Riccardo Scamarcio e Luigi Lo Cascio
possono contribuire alla rinascita del cinema italiano?
«Sono giovani promesse che vanno aiutate e seguite. Scamarcio, ad esempio, al di
là del fatto mediatico che ha un grande seguito presso le adolescenti,
quest'anno è riuscito a entrare nella classifica dei dieci film più visti con
ben tre pellicole, tra cui
Mio fratello è figlio unico, che ha ricevuto
grandi consensi anche a
Cannes. Ripeto, seguiamoli questi giovani!».
Questa estate abbiamo pianto la scomparsa di due maestri come Antonioni e
Bergman e un grande attore come Michel Serrault; il pubblico e i media tendono a
ricordarsi di questi personaggi solo in occasione della loro morte?
«Tieni presente che attori e registi sono seguitissimi fintanto che sono in
attività, e Bergman da anni purtroppo aveva lasciato il set. Antonioni, invece,
è sempre stato seguito con affetto e interesse; ho apprezzato molto le parole di
Francesca Comencini quando a Venezia ha ricordato suo padre, Luigi Comencini:
Il nostro Paese deve conservare il ricordo dei grandi maestri del passato, non
per nostalgia, ma perché dalla loro lezione può rifiorire il nostro presente».
Molti grandi attori negli ultimi anni si sono spesso cimentati nella fiction
televisiva, tra cui Giancarlo Giannini nel riuscito Generale Dalla Chiesa.
È da interpretare come un segnale positivo o negativo per il nostro cinema?
«Assolutamente positivo: Giannini è uno straordinario interprete, davvero adatto
a questa fiction dedicata ad un personaggio come il generale Dalla Chiesa. La
fiction ha un linguaggio che nasce dal cinema, e spero proprio che il grande
pubblico che segue queste serie riempia poi altrettanto numeroso le sale».
Tra il serio e il faceto, se potessi interpretare un film, di quale genere
sarebbe e in che ruolo ti vedresti?
«La commedia romantica: è il genere che adoro, dalle pellicole di Woody Allen,
soprattutto
Io e Annie ai grandi classici del genere come
Vacanze
romane,
Sabrina,
Colazione da Tiffany».
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MONITOR
Mariangela
Pira, missione economia di
Giuseppe Bosso
Mariangela Pira è iscritta all'Albo dei giornalisti professionisti dall'ottobre
del 2003. Muove i primi passi nel mondo del giornalismo all'Ansa di New York,
sotto la guida di Marco Bardazzi, seguendo alcuni processi e la prima "Inauguration
Week" di Bush. Mentre lavora a
Class, nel 2004, vince una borsa di studio
per la Cina e vi si reca per imparare la lingua. Da là corrisponde anche per
Class
e per
Panorama. Collabora sul Paese asiatico anche per
Mf. Cura
per i tg di Canale5 e La7 le finestre su borsa e mercati.
Mariangela, da che cosa nasce il tuo interesse per borsa, mercati e finanza?
«Tutto è cominciato per caso. Ho iniziato all'Ansa a New York con la politica
estera e uno dei primi maestri è stato Marco Bardazzi. Lo seguivo mentre si
occupava dei processi a Bin Laden per le bombe alle ambasciate Usa in Kenya e in
Tanzania. Io seguivo anche il processo a Puff Daddy per la sparatoria in
discoteca. Al mio rientro in Italia, con il lavoro a
Class, ho pian piano
scoperto che la finanza mi piaceva».
Negli ultimi anni non sono solo gli addetti ai lavori ad essere attenti
all'economia: sei d'accordo?
«Certo. Ormai l’informazione economica non è indirizzata solo agli esperti: come
possiamo purtroppo constatare sulla nostra pelle, sono fenomeni che incidono
molto sulla nostra vita. L’aumento del petrolio che si ripercuote sul costo
della benzina; il rincaro dei generi alimentari. È importante essere informati
su aspetti come l’andamento dei mercati o il Tfr».
La vicenda dei mutui subprime ha suscitato un aspro dibattito tra chi punta
il dito contro le banche e chi accusa chi ha usufruito di quelle condizioni:
dove sta la verità?
«Nel mezzo. Ultimamente ho assistito a Cernobbio a una conferenza in cui, da un
lato, le banche negavano la presenza di una crisi, e dall’altro c’erano le
associazioni dei risparmiatori o ex commissari Consob che dicevano tutt’altro.
In questi casi io credo che, senza generalizzare, non poche siano le colpe di
chi non informa adeguatamente i piccoli risparmiatori nell’acquisto di titoli
che possono presentare alti rischi. Lo abbiamo visto nel crak della Cirio o
nella vicenda dei bond argentini: molte persone hanno sottoscritto condizioni di
acquisto probabilmente senza nemmeno rendersi conto delle “trappole” che poteva
nascondere quel presunto facile guadagno. È una prassi scorretta anche da parte
delle banche. Che investono in mercati a rischio cercando - è successo con i
tango bond - di spalmare questi titoli sui propri clienti».
C'è voluta la denuncia di un comico, Beppe Grillo, perché scoppiasse il caso
Parmalat. Al di là dei risvolti legati all'economia, quella vicenda non
rappresenta una sconfitta per il mondo dell'informazione che non ci era arrivato
prima?
«Sì, ne parliamo spesso in redazione. Troppo spesso non riusciamo a fare il
nostro mestiere come dovremmo, accettando forzatamente delle condizioni che non
ci permettono di fare quegli approfondimenti e quelle inchieste che, invece,
andrebbero fatte nell’interesse di chi ci segue. Io stessa nelle mie finestre al
Tg5, trovandomi in diretta, sono tenuta ad assumere un atteggiamento
pacato anche quando succede qualcosa di allarmante.
Grillo ha fatto scalpore non solo nel caso Parmalat ma anche nel suo famoso
intervento all’assemblea degli azionisti Telecom, e anche lì, col senno di poi,
l’informazione si è scatenata. Ma il punto è un altro: è troppo facile parlare a
posteriori del crak Parmalat e Cirio, difficile è farlo prima, in modo da
mettere in guardia chi ha investito i risparmi di una vita in operazioni
avventate. Non ha senso parlare della crisi di queste grandi aziende quando,
invece, sarebbe stato meglio farlo nel momento in cui avevano fatto sparire
miliardi di euro all’estero».
Cosa rappresenta Class nel panorama della nostra informazione?
«Una realtà rispettata nel giornalismo economico, anche grazie alla partnership
con CNBC che ci ha permesso di acquisire maggiore visibilità e intervistare
anche personaggi di rilievo del mondo della finanza: cito Alan Greenspan. Siamo
una redazione giovane e volenterosa, diretta da un esperto come Andrea Cabrini,
che ha alle spalle una lunga parentesi nel
Tg4, e che nel suo campo ha
pochi eguali. Non era facile tentare la strada di un canale tematico dedicato
all’economia, ma nel nostro piccolo siamo una realtà davvero giornalistica».
Quali sono i tuoi modelli?
«Christiane Amanpour, Bob Woodward, Carl Bernstein. Ci sono molti giornalisti
che stimo, soprattutto della carta stampata. Ma non ho un mito in particolare,
un modello a cui ispirarmi; posso dirti che ammiro tanto le giornaliste
d’inchiesta come Anna Politkovskaya».
Tante finestre nei grandi tg: non ti stanno un po' strette? Non vorresti
puntare alla conduzione?
«Beh,magari non proprio quella. Però spero di andare avanti e pormi nuovi
obiettivi, anche magari nella carta stampata».
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CRONACA IN ROSA
I cartelloni della discordia
di
Erica Savazzi
Alla fine hanno vinto. I
cartelloni pubblicitari
verranno rimossi, hanno assicurato dall’azienda di
abbigliamento che si era avvalsa della collaborazione di
Oliviero Toscani per la sua ultima compagna
pubblicitaria. Dopo le polemiche, dopo l’ordine di Letizia
Moratti di rimuovere dagli spazi pubblicitari gestiti dal
Comune quelle immagini – salvo poi scoprire che erano state
tutte affisse su spazi privati – tutto torna come prima.
L’oggetto dello scandalo è
rimosso, possiamo
rimetterci a dormire sonni tranquilli.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, dice un proverbio:
basta non vedere, basta che la difficoltà, la bruttezza, la
malattia sia
nascosta ai cittadini che
camminano per le vie di Milano. Proprio nei giorni della
settimana della moda, che sfrontatezza.
Perché Milano è fashion, Milano sono i “danè”, Milano è la
città del Pirellone su cui viene proiettato un gigantesco
telefonino, con buona pace del rispetto delle istituzioni,
Milano è la città dei ponteggi dei restauri del Duomo
ricoperti di
pubblicità, Milano è i cartelloni che
coprono i suoi palazzi.
Si grida allo scandalo per la modella anoressica che alla
fine fa il suo mestiere pur se malata, e anzi, lo sfrutta per
un messaggio che va
oltre l’apparenza, il bel vestito
e il bel fisico, con un bel cortocircuito semiotico: la moda
che si autocritica tramite l’immagine di una
adepta.
Oliviero Toscani, nonostante siano passati anni dalle
scandalose pubblicità della Benetton (il prete che bacia la
suora, il malato di Aids), mantiene intatta la sua "verve".
E dopo la mezza rivoluzione a Miss Italia per la fascia
assegnata a una ragazza troppo magra, e le sfilate dove ogni
stilista faceva il mea culpa rivestendo le modelle taglia 38,
bisogna togliere i cartelloni che mostrano l’
anoressia
vera, perché una cosa è parlarne a livello teorico,
un'altra è mostrarla.
Dopotutto è vero: quell’immagine dava
fastidio. Aveva
molto in comune con le immagini di carestie e di bambini che
muoiono di fame nel cosiddetto Terzo Mondo: basta versare
l’obolo su un comodo conto corrente postale e la coscienza si
tranquillizza.
Ma quella ragazza non vive a migliaia di chilometri dal
Duomo. E non c’è obolo che tenga. Quella ragazza, anzi,
quell’immagine di una ragazza
brutta (è proprio questo
il problema, la bruttezza), mette in discussione la Milano
delle PR e degli aperitivi, aprendo temi che è meglio -
sicuramente più facile - non affrontare.
E ora, la casa di abbigliamento che aveva osato tanto ha dato
alle stampe una nuova pubblicità. Una
modella nella
stessa posa di Isabelle ma vestita, truccata, capelli biondi
e labbra turgide.
Ci si potrebbe coprire la facciata di un palazzo.
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FORMAT I
primi della radio di
Nicola Pistoia
Dopo la tv e il cinema, anche la radio celebra,
in pompa magna, i propri beniamini. La settimana
scorsa al
Casinò di Saint Vincent, in
Valle D’Aosta, si è svolta la prima edizione
delle
Radio Grolle, sorelline dei
celeberrimi premi dedicati al cinema, le Grolle
d’Oro, appunto.
La giuria, presieduta da
Maurizio Costanzo,
ha votato soprattutto tenendo conto dei giudizi
degli ascoltatori, della simpatia dei personaggi…
e anche della
propensione di alcuni giurati.
I premi più importanti, miglior voce maschile e
femminile, sono andati rispettivamente a
Gerry
Scotti di
R101 ed ex equo ad
Anna Pettinelli di
Rds e
Platinette di
Radio Deejay.
E proprio intorno a quest’ultima premiata sono
sorte le immancabili critiche: il presidente di
giuria non è altro che il
papà
artistico di Platinette.
Più difficile è stata la scelta per la
trasmissione dell’anno. In lizza c’erano
Viva
Radio2,
Deejay chiama Italia con
Linus e
Sbanca 101, sempre con Gerry
Scotti. A vincere è stato il duo
Fiorello e
Baldini. Grazie alle loro gag e soprattutto
alle imitazioni dello showman numero uno in
Italia,
Viva Radio2 è diventata la
trasmissione più seguita tra tutte le radio
nazionali.
Premiati anche il
Morning Show di Rds come
migliore trasmissione del mattino,
Lo zoo di
105 per il pomeriggio,
Caterpillar di
Radio2 come migliore trasmissione della sera, e
per la notte
Onorevole Dj di Pierluigi
Diaco sulle frequenze di
Rtl 102.5.
Come in tutte le premiazioni che si rispettano,
anche per le Radio Grolle c’è il
personaggio
rivelazione dell’anno: è
Daniele Battaglia
di
Radio Italia. Secondo la giuria, migliore
redazione giornalistica è quella di
Radio 24.
Migliore trasmissione d’informazione, invece, è
Radio Anch’io di Radio1. Tra le centinaia
di radio locali presenti in Italia, la Grolla
d’oro è andata a
Radio Subasio.
Per concludere, premi speciali a
Gigi e Ross
di radio Kiss Kiss,
Neri Marcorè e
Federico l’olandese Volante di Rtl 102.5.
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CULT
Il
nuovo sound di Max De Angelis di
Valeria Scotti
Lo scorso giugno è uscito
37 minuti, l’ultimo lavoro di
Max De
Angelis. Una svolta decisiva per il cantautore romano, che ha esordito nel
2004 con il singolo
La soluzione, seguito poi dall’omonimo album. Max è
decisamente cresciuto e lo dimostra con nuove sonorità e un
atteggiamento più
maturo verso la musica. Perché sia di qualità.
37 minuti. Perché questo titolo?
«Abbiamo scelto il numero 37 per una questione di numerologia e scaramanzia. La
durata dell’album coincide. E tre più sette fa dieci, che è il mio numero
fortunato. All’inizio pensavo anche di chiamare l’album
37 non è febbre
per un particolare aneddoto. Un giorno, un musicista che ha lavorato nel disco,
ha dato forfait perché malato con 37 di febbre. E mi sono ricordato di mia madre
che mi diceva
37 non è febbre ma alterazione, quando da piccolo provavo a
non andare a scuola».
Hai definito questo tuo ultimo lavoro «molto meno furbo a livello
commerciale». Cosa pensi di chi sceglie invece di essere furbo, di puntare più
alle vendite che alla qualità?
«Ho dato questa definizione non perché abbia fatto il mio primo album (La
soluzione,
ndr) in maniera furbesca. Quell'espressione è arrivata in
seguito da parte della stampa e degli addetti ai lavori perché, obiettivamente,
aveva delle caratteristiche molto radiofoniche e – come diciamo a Roma -
paracule. Mi sono allacciato a questo per definire il nuovo lavoro un po’
meno furbo. Inoltre mi piaceva addentrarmi nell’ambiente musicale più suonato e
acustico, che è anche quello che mi appartiene di più. Vengo dalle esibizioni
live con il mio gruppo da una vita. Dover riproporre dal vivo le canzoni,
utilizzando l’80% di sequenze, mi sembrava una mancanza di rispetto verso la
musica stessa».
Più volte hai dichiarato che c’è molto di autobiografico nei tuoi testi. Fino
a che punto vale per Nevica e E’ così, i due singoli estratti da
37 minuti?
«Mi piace fotografare le situazioni intorno a me. La maggior parte dei pezzi del
nuovo album – così come per il primo lavoro - sono autobiografici. E’ più facile
mettere in musica qualcosa che si prova sulla propria pelle. Non escludo di
raccontare anche esperienze che non ho vissuto in prima persona e che ho la
fortuna di vedere e di analizzare esternamente da spettatore».
Facciamo un passo indietro: fine 2003. Il tuo primo singolo, La soluzione,
ti ha visto debuttare con un video dove non apparivi di persona. Come mai la
scelta di non mostrarti subito al pubblico?
«Per due motivi. Io e il mio staff pensavamo che il pezzo fosse talmente forte
che non andava contaminato con un’immagine. Tuttora non mi piace confondere il
messaggio in musica con quello che si può dare con il proprio aspetto, a volte
fuorviante. Successivamente, in fase di accettazione dello storyboard del video,
era prevista per alcune scene una controfigura, uno stuntman che avrebbe dovuto
sporgersi dal cornicione del sesto piano di un palazzo. Visto che ci piaceva la
scena come ce l’aveva raccontata Giangi Magnoni (il regista,
ndr),
abbiamo deciso di girarlo interamente così, senza puntare al mio viso».
L’estate
appena trascorsa ti ha visto impegnato su vari fronti. Prima di tutto il tour.
Come è andata?
«Quest’anno ho fatto tutte le tappe del
Battiti Live organizzato da
Radio Norba,
un tour impressionante: sia per la gente che ha raccolto, che per il calore
dimostrato da quelli che vi hanno partecipato. Credo molto nelle kermesse che si
sviluppano in estate perché danno la possibilità a tante persone di conoscere la
musica. Il fatto che siano gratuite e in piazze così grandi contribuisce alla
sensibilizzazione sia per chi è affermato che per chi lo è di meno. In queste
tappe sono state superate anche le 80mila presenze. Non credo che un artista in
Italia oggi, a meno che non si chiami Eros o Ligabue, possa raccogliere tante
teste, tante anime tutte insieme».
A fine agosto, hai concluso anche l’esperienza come speaker radiofonico per
Radio Norba nel programma Il bello della diretta, insieme ad Antonio
Malerba. Utilizzare la voce, anche in quest’occasione, come strumento
principale, ma non per cantare. Come mai?
«Non credo si possano fare delle distinzioni tra una forma d’arte e l’altra.
Anche la radio è una forma d’arte. Non l’ho fatta prettamente da speaker. Ero
Max che conduceva un programma insieme a uno speaker radiofonico professionista.
E ho mostrato la mia persona senza filtri, senza imposizioni, a disposizione di
chi si è divertito ad ascoltare il nostro programma. L’ho vissuta come
un’esperienza molto libera e credo che, se si parla di arte, tutto debba esser
fatto così».
Quante soddisfazioni ti ha dato 37 minuti in questi mesi? E i tuoi
progetti futuri?
«Sapevo che
37 minuti sarebbe stato un disco difficile da far
metabolizzare. Quando si cambia, si va sempre incontro a delle difficoltà. E’ un
salto nel vuoto. Per questo, sono ancora più contento dei riscontri: che ho
definito
turbo diesel. Non c’è stata un'esplosione immediata con l’uscita
del disco, ma adesso ho delle conferme, anche negli acquisti, che vanno man mano
aumentando nel tempo. Ho raggiunto uno dei miei scopi, quello di far concentrare
le persone sul messaggio e non sulla forma del disco stesso. Quanto ai progetti,
sto organizzando per l’autunno - inverno un mini tour acustico nei club. Ho
intenzione di farlo, anche gratuitamente, per appagare la mia voglia di suonare,
per tornare in quei posti che da tre, quattro anni non frequento e dove non mi è
stata data la possibilità di esibirmi.
Mi piacerebbe tornare nei club di duecento persone e far ascoltare, senza
pretese, anche solo mezz’ora della mia musica».
-
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DONNE
Donne in politica di
Erica Savazzi
Il 2007 è l'
anno
europeo delle pari opportunità ma, almeno in Italia, non
si sono visti cambiamenti. Un esempio su tutti: la
candidatura di Rosy Bindi, ministro delle Politiche per la
famiglia, alla presidenza del Partito Democratico.
L’accoglienza è stata per lo meno glaciale, accompagnata da
un moto di fastidio, anche da parte del suo stesso partito.
Le chance, non di vittoria, ma di una competizione reale,
basata sulle idee, è stata fin da subito rimossa.
Evidentemente una
candidatura femminile non è ancora
accreditabile.
Non fa di certo bene alla causa della rappresentanza
femminile in politica la discesa in campo di
Michela
Brambilla. Avere un aspetto piacevole è un vantaggio, ma
mostrare in ogni occasione l’elastico delle autoreggenti non
aiuta la causa femminile.
Molto diverse,
Rosy Bindi e Michela Brambilla. La
prima, politico di lungo corso, ministro della Sanità nel
1996, cattolica credente e praticante, derisa - a volte
pesantemente - per l'aspetto che non corrisponde allo
stereotipo della donna. Sicura e decisa, sostiene la famiglia
ma è anche convinta che i
diritti delle coppie di
fatto debbano essere sanciti per legge. Insieme al ministro
delle Pari Opportunità, Barbara Pollastrini, ha scritto la
legge sui Dico, caduta nel vuoto dopo settimane di polemiche
per il tiro incrociato di opposizione e di "nemici interni".
Viene dal nord industrializzato, invece, Michela Brambilla,
responsabile dei Circoli della libertà da lei stessa fondati
su mandato berlusconiano. Un passato da modella, dirige
l'acciaieria di famiglia e altre due imprese di commercio
alimentare, fa la
presidente dei Giovani Imprenditori di
Confcommercio e perfino la giornalista: secondo alcuni
sarà lei a prendere le redini del centrodestra. Non è ancora
ben chiaro in cosa consista il suo pensiero politico, nel
frattempo punta
sulla sua immagine da pin-up.
In
Italia la
donna in politica è più che altro una
caricatura. O la "zia zitella" – Rosy Bindi, Letizia
Moratti, Livia Turco – o la belloccia su cui si spettegola –
Michela Brambilla, Stefania Prestigiacomo, Maria Rosaria
Carfagna. Una citazione particolare merita
Elisabetta
Gardini: avvocato di fama, da quando si è dedicata alla
politica balza all'onore delle cronache per le sue uscite.
Dalle polemiche con Vladimir Luxuria nella toilette di
Montecitorio alla "confidenza" sull'apparecchio
spara-supposte dell'allora ministro Tremonti.
Eppure avere più
donne coinvolte nell'
amministrazione
dello Stato è uno degli obiettivi primari a livello
europeo. «Arrivare a una partecipazione equilibrata di uomini
e donne a decisioni politiche e che riguardano la sfera
pubblica» è l’obiettivo ambizioso delineato nel 2003 dal
Consiglio d’Europa, e ribadito con forza da Thomas Hammerger,
Commissario per i diritti umani.
Pur essendo passati quattro anni non si può di certo dire che
la presenza femminile nelle “stanze dei bottoni” sia
aumentata in maniera significativa. Secondo i dati raccolti
dal Consiglio d’Europa,
solo in Svezia e in Finlandia
è stata raggiunta la quota prevista di una rappresentanza per
ognuno dei due sessi non inferiore al 40%. Negli altri Stati
membri, la quota è un lontano miraggio.
E, ovviamente, l'Italia fa parte di questi ultimi.
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TELEGIORNALISTI
Fabrizio
Failla: i campioni sono barbari di
Giuseppe Bosso
Fabrizio Failla, inviato di Raisport,
è di recente balzato alla ribalta nelle cronache per aver
querelato il capitano della Roma Francesco Totti che l'aveva
apostrofato "cazzaro" in un'intervista. La vicenda si è
conclusa l'estate scorsa con l'archiviazione da parte del gup
di Roma nei confronti del calciatore romanista.
Fabrizio, che sensazione ti ha lasciato l'archiviazione
del procedimento a carico di Totti da parte del gup di Roma?
«Profonda ingiustizia e amarezza. Si rischia di legalizzare
l'insulto e di incentivarne l'utilizzo non solo nei confronti
del prossimo, il che è di per sé grave, ma, come nel mio
caso, anche verso chi, per professione, usa la parola come
strumento imprescindibile del proprio lavoro. E non credo che
in tal modo si soddisfi il bisogno di giustizia e di
un’applicazione della legge in maniera uniforme. Mi chiedo
infatti se sarebbe stato considerato “normale esercizio di un
diritto di critica” utilizzare il termine “cazzaro” con
riferimento a un medico, o a un avvocato o, ancora, a un
giudice».
Ritieni che questa vicenda sia una sconfitta per il
giornalismo?
«Ho paura che costituisca un precedente pericoloso».
Sembra di assistere ad una degenerazione di comportamento
da parte di personaggi amatissimi, come Totti stesso: le
prime due giornate ci hanno “regalato” i casi Baldini e
Zebina, abbiamo visto persino il ct del Portogallo Scolari
colpire un avversario.
«Più che di degenerazione parlerei di imbarbarimento, proprio
da parte dei protagonisti di uno sport in cui la gente cerca
da sempre uno svago e uno stacco; soprattutto è preoccupante
che questi fatti possano costituire un cattivo esempio per i
giovani, che nello sport si spera trovino una fuga da
distrazioni pericolose. Ci vorrebbe davvero un momento di
silenzio e di riflessione, per poi ricominciare daccapo».
Dopo l’anno del monologo nerazzurro, questo campionato
sarà più equilibrato?
«Direi che le prime giornate sono state così; l’Inter l’anno
scorso ha davvero dominato e anche quest’anno la ritengo la
squadra favorita, ma di certo sarà un’altra musica. La Juve è
tornata in serie A, il Milan è partito senza penalizzazioni,
la Roma è forte e sono tornate piazze importanti come Napoli
e Genova. Il pubblico avrà sicuramente modo di divertirsi».
Donadoni è in grado di portare la Nazionale agli Europei?
«Sì, la classifica ci vede in buona posizione e rispetto alle
altre squadre del nostro girone siamo decisamente superiori.
La cosa più importante è che il ct venga lasciato tranquillo
nel suo lavoro e non si trovi a dover fronteggiare, oltre
quelli in campo, altri avversari al di fuori, e mi riferisco
naturalmente ai media e alle pressioni esterne».
L’anno scorso
Raisport ha chiuso bene con la Champions League;
mantenere i diritti sulla nazionale e aver riconquistato
quelli della competizione internazionale più prestigiosa vi
ha compensati dalla perdita dei diritti sul campionato?
«Discorsi diversi: per la televisione di Stato, la nazionale
e la Champions League sono passaggi obbligatori. La vicenda
del campionato e dei diritti, da un lato, rappresenta una
sconfitta soprattutto per lo spettatore; dall’altro,
l’epilogo di una vicenda mal gestita negli anni, in cui forse
tante cose si sono date per scontate senza rendersi conto che
anche per il campionato di serie A ormai siamo in presenza di
un vero mercato. La Rai si trova a dover fronteggiare una
concorrenza molto agguerrita. A parte questo, c’è anche un
problema di spazi, di collocazione per Raisport che non
sempre sulle tre reti è stata appropriata».
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SPORTIVA Prisca
Taruffi: la F1 dalla spy story al trucco di
Nuvolari
di
Pierpaolo Di Paolo
La
McLaren è stata recentemente condannata
con la perdita del
mondiale costruttori
e
cento milioni di dollari di multa.
Una sentenza che potrebbe determinare la
bancarotta per la scuderia inglese, se si
considera che la maggior parte degli introiti
proviene proprio dal mondiale costruttori,
che gli sponsor - per ragioni di immagine -
potrebbero ora abbandonare la squadra, e che
i rapporti nel team sembrano seriamente
compromessi a seguito della collaborazione di
Alonso con la giustizia sportiva.
E’ il periodo più
nero che la Formula
1 abbia mai attraversato in tutta la sua
storia. Chiediamo un’opinione a
Prisca Taruffi: figlia d’arte,
campionessa italiana di rally e giornalista.
Cosa pensa dello scandalo della spy story
che ha sconvolto il mondo della F1?
«Sono sorpresa, anche se purtroppo il mondo
dello sport - e il calcio insegna - ci ha già
amareggiato con precedenti molto gravi. Per
la F1 è una fase sicuramente delicata in cui
si stava cercando, anche attraverso nuovi
regolamenti, di recuperare quello spettacolo
che si é un po' perso negli ultimi anni.
Questa vicenda cade proprio nel momento meno
opportuno, colpendo gravemente l'immagine di
un mondo che stava lavorando al suo rilancio.
Purtroppo quando girano così tanti soldi gli
interessi in ballo sono tali che alla fine
vengono fuori queste brutte storie.
Ha proprio ragione Montezemolo: questa é
veramente una brutta storia».
Un aiuto insperato é arrivato proprio
dalla collaborazione del "nemico" Alonso, non
trova molto strano questo aspetto? Ron Dennis
ha lasciato intendere che alla base di tutto
ci sarebbe stato un ricatto proprio di
Alonso...
«Alla base del rapporto incrinato tra Ron
Dennis e Alonso c'è sicuramente il fatto che
Hamilton, nonostante Alonso sia il due volte
campione del mondo, è stato ed è un pilota
molto protetto in casa McLaren. Se a ciò
aggiungiamo che Hamilton si é rivelato una
vera e propria sorpresa in questo campionato,
ne viene fuori una miscela esplosiva,
generatrice di forti squilibri nella squadra
e inevitabili tensioni in tutto l'ambiente.
Per Alonso dev'essere un momento sicuramente
difficilissimo.
Detto questo, io non gli getterei tutta la
croce addosso per via delle email, sono
pilota anche io e posso dire che in casi come
questi i piloti c'entrano molto poco, nel
senso che se certamente Alonso sapeva, allo
stesso modo sapeva tutta la squadra».
Una vicenda del genere sarebbe sembrata
fantascienza ai tempi di suo padre? Certo,
essere considerato il pilota più importante
di un team doveva avere anche allora un
grande peso...
«Io che sono figlia di un campione d'altri
tempi posso dire che sono due realtà
diversissime.
Innanzitutto non c'erano i soldi che ci sono
adesso, mia madre fa sempre la battuta che se
mio padre avesse corso nella F1 odierna noi
ora andremmo in giro in elicottero!
Ma non era solo questo: quando i piloti
partivano si salutavano, perché si sapeva in
quanti si partiva ma non si sapeva mai in
quanti si arrivava, né come. Il livello di
sicurezza non era certo quello attuale e
questo contribuiva a creare tra i piloti un
senso di solidarietà, di rispetto, un savoir
faire che oggi non esistono».
I piloti attuali sono quindi meno
cavalieri e solidali rispetto a prima, ma è
vero che hanno anche meno personalità?
Campioni come Taruffi e Nuvolari erano
circondati da un carisma che oggi non si
avverte, come se lo spiega?
«E' verissimo, ma è determinato dalla diversa
realtà del pilota attuale.
Senza risalire fino ai tempi di mio padre,
ancora Senna e Prost sono due figure
inarrivabili per i campioni attuali.
Negli Anni '80 il pilota scendeva ancora
dalla macchina con le piaghe alle mani,
sudato, distrutto fisicamente.
Gli incidenti erano mortali, le auto
prendevano fuoco, e quando uno di loro ne
usciva indenne il pubblico lo guardava come
si guarda un eroe.
Oggi il livello di sicurezza è elevatissimo,
i piloti si vanno a schiantare a 300 all'ora
uscendone praticamente illesi e lo sviluppo
tecnologico delle auto è tale che quando
entrano in un abitacolo sembrano più esperti
di computer che piloti veri: questo rende il
rapporto col pubblico molto più distaccato, é
tutto sicuramente meno coinvolgente».
Piloti meno carismatici e meno importanti
nella corsa: allora è vero che vince
soprattutto la macchina?
«Nel complesso il pilota ha perso il ruolo
predominante, adesso c’è un insieme di
fattori che devono coincidere per ottenere
una vittoria.
Il pilota più forte del mondo se non ha
l’auto competitiva non può emergere, mentre
anni fa faceva ancora la differenza. Vinceva
da solo».
Ma erano così forti che potevano guidare
una macchina da corsa solo con i piedi? E'
entrata nella storia la corsa in cui Nuvolari
fece due giri sventolando il volante alla
folla.
«No, quello era un trucco. Nuvolari era
sicuramente un pilota fortissimo, un
temerario o - come diceva spesso papà - uno
scavezzacollo; ma era anche un divo, uno cui
piaceva tanto fare scena.
Quando toglieva il volante ne rimaneva sempre
un pezzo che gli consentiva di guidare lo
stesso, ma di questo la folla non poteva
accorgersi e andava in visibilio.
Col tempo la storia è entrata nella leggenda,
ma è solo una fiaba: neppure un grande di
allora come Nuvolari poteva guidare senza
volante».
Piero Taruffi ed Enzo Ferrari, due amici
ma anche due personalità molto forti: è stato
tutto rose e fiori?
«E' stato un rapporto caratterizzato da
rispetto reciproco ma anche forti contrasti.
Mio padre era ancora solo un pilota di moto
quando Ferrari lo notò e gli diede la sua
prima grande occasione, e di questo papà gli
è sempre stato grato.
Certo erano due personalità molto forti, e di
contrasti ce ne furono parecchi: quando
arrivavano certi ordini di scuderia o quando
Ferrari dava la macchina migliore ad un altro
pilota mio padre ci rimaneva male, oppure una
volta mio padre rifiutò di fare una corsa
perché si doveva sposare e Ferrari non era
certo un tipo molto comprensivo».
Ma oltre che pilota Piero Taruffi era
anche un ingegnere: anche questo ha avuto un
ruolo nel loro rapporto?
«In pochissimi ricordano mio padre per
questo, ma è vero, lui era ingegnere e
scriveva relazioni molto dettagliate cui
Ferrari era interessatissimo. Taruffi diceva
sempre la verità, ed era sicuramente un uomo
poco malleabile, quindi anche questo campo
diventava sovente scenario di scontri e
discussioni».
E i tuoi obiettivi per il futuro?
«Sono in partenza per una gara molto
importante. Come mio padre, anche io ho amato
di più le gare su strade che quelle su pista,
e sono tre anni che corro in questa
affascinante competizione sul deserto, il
Rally dei Faraoni. Devo sicuramente
ringraziare di questo il mio fantastico team
Leaseplan, che ha reso possibile questa mia
nuova avventura.
Poi uno dei miei prossimi obiettivi sarà
quello di partecipare alla Parigi Dakar,
magari non quest’anno ma spero tanto l’anno
prossimo».
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