Archivio
Telegiornaliste anno III N. 37 (115) del 15 ottobre 2007
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR
Donatella
Scarnati: più donne nello sport
di
Giuseppe Bosso
Nata a Cosenza,
Donatella Scarnati vive a Roma da più di trent’anni. Laureata in
Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 1981. E’ stata la prima
donna a realizzare servizi dai campi per
Novantesimo minuto ai tempi
della conduzione di Paolo Valenti. Oltre che di sport, si è occupata anche di
cronaca italiana ed estera per la Rai. Ha scritto
Lo sberleffo di Godot
con Marco Franzelli, su Alessandro Del Piero.
Donatella, vedere
Paola Ferrari condurre 90esimo minuto ti ha suscitato soddisfazione o
invidia?
«L'invidia non fa parte del mio carattere. Paola ed io ci conosciamo
da tanti anni, da quando nel 1990 Tito Stagno decise di introdurre nella
Domenica sportiva uno spazio femminile, che venne affidato, oltre che a noi
due, anche a
Floriana Bertelli, che era ed è una mia carissima amica. Andai a Milano per
conoscere Paola, e con lei creai subito un buon feeling. Abbiamo lavorato bene
insieme e ricordo che la nostra rubrica ebbe un grande successo. Quindi ti posso
garantire che quando Paola è stata scelta per condurre
Novantesimo minuto
io sono stata molto, molto contenta per lei».
Un aneddoto dei tuoi esordi
«Ricordo l'intervista che feci a Bjorn Borg, quando il campione svedese decise
di tornare a giocare e da anni non parlava con i giornalisti. Riuscii ad
intervistarlo grazie ad Adriano Panatta, che era un suo grande amico e che lo
convinse a dirmi di sì. Eravamo su un campo del centro
Fit di
Riano; finita l'intervista per la
Domenica sportiva, Panatta mi guardò e mi chiese se volevo palleggiare
con lui. Gli risposi che sarebbe stato un sogno. Borg si mise a ridere e
cominciò a giocare proprio con me. L'operatore del
Tg1 Gianni Gallo non
si fece sfuggire lo spettacolo, riprese tutta la scena e ancora oggi, quando
rivedo quelle immagini, mi emoziono come quel giorno».
Anni fa Gene Gnocchi ti imitò a Mai dire Gol: ti diede fastidio o ti
fece sorridere?
«Nessun fastidio, anzi! Adoro Gene, nel suo campo ha pochi uguali, e
quell’imitazione era davvero divertente per come era fatta…».
La Roma di
quest’anno è in grado di arrivare fino in fondo in campionato e in Champions?
«Penso di sì. Già nella scorsa stagione Spalletti è riuscito a farla giocare
davvero bene; quest’anno si è rinforzata in maniera adeguata, anche dal punto di
vista dei ricambi, e credo che sarà in grado di dare enormi soddisfazioni ai
tifosi. Non parlerei di sorpresa, ma di conferma, sapendo che la squadra può
contare su un motore ancora più potente».
Da qualche anno il mondo dello sport alimenta gli scandali: da Calciopoli al
caso-Mc Laren al doping nel ciclismo. Secondo te queste vicende possono far
passare la voglia alla gente di seguire i propri campioni?
«I programmi sportivi sono sempre molto seguiti, gli ascolti sono sempre alti,
ma credo che sia cambiato lo spirito di seguire lo sport nel pubblico. Anche noi
addetti ai lavori avvertiamo questo disagio, e penso che ciò che è accaduto in
Formula 1 sia anche più grave della stessa Calciopoli: in quel caso, in un certo
senso, abbiamo assistito ad una rifondazione e a un cambiamento. Invece la
vicenda che ha riguardato la McLaren ha danneggiato l’immagine di questo sport e
anche il comportamento di Alonso non è stato esemplare».
Quali sono secondo te le difficoltà di essere donna e giornalista oggi?
«Sarei contenta di non sentirmi fare più questa domanda. Evidentemente ti
riferisci alle difficoltà che incontra una ragazza non tanto con gli altri
sport, ma quando commenta il calcio. Mi accorgo che anche se sono sempre di più
e non poche quelle che lo fanno con competenza e professionalità, c'è ancora un
pizzico di stupore da parte di qualcuno. Fui intervistata, qualche anno fa, da
una
troupe della
BBC
che venne in Italia proprio per un reportage sulle giornaliste sportive che
avevano scelto in particolare il football, fenomeno che in Inghilterra non era
ancora così diffuso. Ti assicuro che nell'ambiente il rispetto c'è e per i
protagonisti - calciatori, allenatori, presidenti - è del tutto indifferente. E
allora: colleghi maschi cambiate domanda! Lo dico con il sorriso, ovviamente,
anche se poi ti rendi conto che una donna che dirige un giornale sportivo deve
ancora arrivare, che l'equivalente al
femminile di Marco Civoli e
Fabio Caressa ancora non esiste, e le telecroniste fanno fatica ad emergere.
Piano piano nelle trasmissioni tv qualcosa sta accadendo, penso che sia
importante imporre la propria personalità, il proprio pensiero, evitando di
sentirsi inferiore al collega che si ha accanto. Le poche
donne che hanno la possibilità di avere un ruolo in un programma tv devono
sfruttare l'occasione, come vedi non dico che devono dimostrare di essere
competenti, perché quello è implicito, ma lo è anche se il conduttore è un
uomo!».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR
Paola
Ferrari: largo alle donne nello sport
di
Giuseppe Bosso
Nata a Milano nel 1960 e giornalista professionista dal 1992,
Paola Ferrari
inizia a lavorare in Rai nel 1988, con servizi per la
Domenica sportiva.
E' stata la prima ed unica donna conduttrice del programma, con Giorgio Tosatti
come opinionista, dal 1996 al 1999. Dalla stagione 2003 - 2004, è la prima donna
a condurre la storica trasmissione
Novantesimo Minuto. Paola è madre di
due bambine, Alessandra e Virginia.
Paola, come ti senti ad essere additata come modello da tante ragazze che
sognano di diventare giornaliste sportive?
«Modello? Non esageriamo! Diventare giornalista era il mio sogno fin da bambina,
non avevo dubbi su cosa avrei voluto fare nella vita. Con la passione e
l’impegno credo si possano ottenere sempre grandi risultati. La cosa che mi
soddisfa è l’aver ottenuto soprattutto il consenso del pubblico femminile, come
riscontro dai messaggi che ricevo dalle telespettatrici. Tra donne c’è sempre
molta competizione, non è facile piacere anche a loro».
Hai partecipato a Ballando con le stelle...
«E' stata una parentesi per me. Ma l’ho vissuta con simpatia e con piacere, e
ricordo l’interesse e la curiosità che suscitò la prima edizione di questo
fortunato programma, che del resto presenta molte affinità con la disciplina
sportiva. Fu una bella esperienza che mi ha lasciato bei ricordi e anche belle
amicizie: Frizzi, Francesco Salvi, Milly Carlucci».
Come ti trovi a convivere con il direttore di Raisport De Luca?
«Beh, non è facile, certo, dividere gli spazi in due, soprattutto in una
trasmissione in diretta come la nostra; ma a parte questo non mi crea problemi».
Capello è la grande novità per Raisport: ma non è che sta studiando la
nazionale per poi subentrare a Donadoni?
«Dovresti chiederlo a lui! Scherzi a parte, non credo che Fabio abbia accettato
la proposta di Raisport tanto per perdere tempo. È una persona seria che crede
nelle cose che fa e ci mette sempre impegno e passione. Del resto, non è una
novità per lui: prima di diventare il grande allenatore che conosciamo, aveva
avuto un’esperienza come commentatore sportivo a Mediaset. Devo dire che mi ha
sorpreso per la sua enorme disponibilità, maggiore di quanto mi aspettassi.
Anche il pubblico l’ha apprezzato molto. È davvero piacevole lavorare con lui».
Cosa possono dare opinionisti come l'ex tecnico del Real alle trasmissioni
sportive?
«Moltissimo. La loro esperienza diretta è un utile supporto anche per noi
giornalisti».
Vietare le trasferte a rischio alle tifoserie è la soluzione del problema
violenza?
«Non ho la bacchetta magica: non saprei quale possa essere la soluzione per un
problema comunque grave, e gli episodi che hanno riguardato i derby di Genova e
Torino sono stati davvero amareggianti per chi ama questo sport. Io credo che in
ogni caso non si debba mai abbassare la guardia, a cominciare anche dai piccoli
episodi di violenza spicciola che non vanno sottovalutati. È inconcepibile che
le società possano venire ricattate da questi gruppi violenti che non hanno
nulla a che vedere con il calcio».
Sei stata la prima donna a condurre Novantesimo minuto: ti è
dispiaciuto vederlo sparire?
«Certo, ma non tanto per il fatto che lo conducessi io, quanto proprio per
quello che rappresentava per gli italiani. Da sempre era un appuntamento della
domenica da non perdere, il momento in cui vedere i gol delle partite appena
giocate. Quella dei diritti televisivi sul campionato è certamente una questione
da rivedere, non solo per quanto riguarda la serie A, ma anche per la B».
Hai mai avuto problemi con i conduttori uomini con cui hai lavorato?
«Eccome! Purtroppo vedo che questo è un ambiente ancora molto misogino, in cui
le donne devono combattere per avere i loro spazi e non essere relegate in ruoli
di secondo piano o, peggio, di mera immagine. Cerco sempre di essere vicina alle
colleghe con cui lavoro proprio per questo».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CRONACA IN ROSA
Caccia
all'orso
di
Erica Savazzi
Che il
disprezzo dell'uomo per i suoi simili, che
l'odio reciproco, le vendette, le torture siano sempre
esistiti non fa notizia. Fa notizia la furia ingiustificata,
la violenza gratuita, la mancanza di ogni empatia o della più
religiosa misericordia nei confronti dei propri simili. E
ancora peggio se vittime della barbarie sono degli innocenti.
Come è successo a
Bernardo e a una sua compagna,
traditi dalla loro natura di animali selvaggi che cercano
cibo per garantirsi la sopravvivenza, traditi dalla
semplicità della natura, in cui un animale morto è solo
carne da mangiare, e non una trappola letale.
Perché gli orsi bruni marsicani - specie protetta dal 1939 -
meritassero di morire non si è capito. Vendetta per aver
ucciso qualche pecora? Omicidio intenzionale con lo scopo di
mettere in difficoltà un'istituzione come il
Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise? Noia? Ricatto
criminale?
Fa male constatare che quello che molti uomini hanno
costruito con il loro lavoro, la pazienza e con i soldi dei
contribuenti nel giro di molti anni possa essere distrutto in
un attimo da dei "folli". Non per caso, per incidente, per
malattia, ma per deliberata
volontà di nuocere. E con
uno sforzo che è costato tempo e denaro, il sacrificio di
altre bestie, grammi di veleno, spostamenti in incognito. Per
cosa?
Ricordate la storia di
Bruno, freddato per le sue razzie in Baviera? C'erano
state polemiche e tentativi di impedire quell'uccisione. In
quel caso - non giustificabile, non condivisibile - però
c'era un "chi" - addirittura una istituzione - e c'era un
"perché" - i danni e il supposto
pericolo per gli
abitanti. In Abruzzo non c'è nulla di tutto ciò. Il gesto di
un anonimo che sbaglia sapendo di sbagliare, con nessuno da
tutelare, tranne forse i propri interessi.
Più fortunata era stata l'orsa
Jurka, che - sempre a causa delle scorribande tra i
pollai - fu sedata e riportata in cattività. Niente più
libertà nei boschi, ma neanche una morte causata da
cacciatori - cecchini.
In comune un elemento: ciò che dà
fastidio deve essere
eliminato. Nel rapporto uomo - orso, con il bipede che
decide come disporre del quadrupede, così come nel rapporto
uomo - uomo, in cui qualcuno si erge a
giudice
dell'esistenza altrui. Un brutto vizio, ma a quanto pare
insito nella natura umana.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
FORMAT Platinette,
tra tv e carrello della spesa
di
Valeria Scotti
E’ sottile il connubio tra la
bionda
Platinette e la sua vera identità dagli abiti
meno appariscenti,
Mauro Coruzzi.
Da anni ormai, Platinette è un’immancabile
presenza nella radio e nella tv italiana.
Sarcasmo e occhio critico, ma anche disponibilità
nel parlare di tutto. Non solo del piccolo
schermo.
Abbiamo raggiunto telefonicamente Mauro - e il
suo alter ego - a Milano.
La tv di oggi: disagio e inadeguatezza di
alcuni personaggi. Qual è il suo pensiero?
«Faccio parte della schiera di persone
inadeguate. Non ho nessun talento e devo
ringraziare qualche santo o il destino per ciò
che è accaduto. Non sono d’accordo sul fatto che
la tv sia fatta di incompetenti e incapaci. E’ lo
specchio del tempo attuale, così come lo era la
televisione degli anni Sessanta: una tv che
corrispondeva al boom economico, alla rinascita,
ai ceti meno abbienti che diventavano più
benestanti.
Oggi non c’è bisogno di un talento specifico per
diventare qualcuno. Semmai, in televisione,
questo è l’ultimo anello di una catena. E’
necessario il talento per andare a sgambettare
quando direttori di multinazionali o di banche
sono inquisiti al pari di delinquenti di natura
meno popolare? Se la nostra è un’esistenza al
confine con l’irreality, la televisione
corrisponde al Paese».
Perché tanto interesse verso i reality?
«Perché in quest’epoca è difficile condurre una
vita reale. Almeno nelle grandi città sembra
essere questo il tenore dei rapporti. Non si
conosce il vicino del pianerottolo ma si spia la
vita di qualcun altro in tv. Non ho un’etica che
mi impedisca di guardare i reality e di
apprezzarli. Anzi, per molti versi li adoro. E
vorrei conoscere l’alternativa per quelli che li
criticano.
Milleluci cinquant’anni dopo?
Studio Uno senza Mina? Alcuni reality sono
belli, altri meno. L’importante è che ci sia
l’assortimento.
Mi spiace solo che non ci sono reality per
anziani. Ma mi rendo conto che la televisione
punta ai giovani e che questi vogliono rivedersi
in tv».
Lei è stato opinionista di Amici e
protagonista di alcuni battibecchi con il
pubblico. Pensa che questo abbia potuto rendere
più feroce la competizione tra i ragazzi in gara?
«Mi piace la discussione animata, il confronto,
il perorare delle cause e non dare tutto per
scontato. Non ho voglia di accomodamenti,
soprattutto quando sono ad
Amici. Lì ho
una parte che mi inorgoglisce. Mi occupo di
musica da molto tempo per cui ho la presunzione
di saperne abbastanza per poter giudicare
l’operato dei ragazzi.
Amici è l’unica
trasmissione dove il talento viene messo in luce,
dove si dà la possibilità di proporsi. Basta con
le critiche ingiustificate verso l’unico
programma che dà spazio al talento
quotidianamente e, per alcuni mesi, anche in un
appuntamento serale».
Recentemente ha vinto la
Radiogrolla come miglior voce femminile.
Il programma mattutino
Platinissima, su
Radio Deejay, è una sua creatura. Cosa
rappresenta per lei questa radio?
«Anno dopo anno, mi viene data la possibilità di
fare il mio primo lavoro. Nasco infatti come
figlio della prima radio libera italiana a Parma,
nella metà degli anni Settanta. La televisione è
un qualcosa in più.
Radio Deejay è la
numero uno tra le radio private e mi dà la
possibilità di mostrare un altro aspetto di me.
Forse migliore rispetto a quello televisivo».
Parrucche, make-up, paillettes. Platinette
quanto è simbolo di omosessualità?
«Io sono così per una questione di “compensazione
artistica”. Non sono simbolo di qualcuno o di
qualcosa, anzi ho un rapporto conflittuale con le
associazioni che rappresentano gli omosessuali,
che si candidano in politica e dicono ad esempio
che i gay sono tutti di sinistra. Preferisco
pensare che sono una persona libera e come tale,
se qualcuno trova interessante ciò che faccio,
ben venga. Se poi è omosessuale o etero, è
l’ultimo dei miei problemi».
Lei ha masticato tv, radio, teatro. Ha scritto
una biografia, ha cantato. In cosa si ritrova
maggiormente?
«In nessuna. Preferisco prendere il carrello e
andare a fare la spesa. In quello sono
imbattibile. Ho un vero talento nel cercare i
cibi più calorici, nello spendere il più
possibile e nel sentirmi mediamente in pace con
me stesso quando il frigorifero è pieno,
pienissimo. Se avessi mai un momento di
debolezza, so che aprendolo, troverei una
risposta ai miei desideri. Nella vita non è così
facile. In cucina un po’ di più».
Se Mauro Coruzzi non fosse stato Platinette?
«Credo sarei diventato prima un insegnante e poi
un bravo professore di italiano. Mi sarebbe
piaciuto e in fondo, questo è un po’ un
rimpianto».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CULT
Wim
Wenders: Palermo, the dark side di
Antonella
Lombardi
«Palermo è una città molto complessa e conflittuale. E’ bella, e allo stesso
tempo non è una città facile. Ha molte cicatrici che mostra con onestà, come
poche altre città al mondo sanno fare, e come non fa più Berlino. E’ questo che
mi attrae, la sua onestà nel mostrare le ferite». E’ l’impressione che Palermo
ha fatto su
Wim Wenders, il regista del "Nuovo cinema tedesco"
affascinato dal «lato profondo e dark della città», dove si trova per girare il
suo prossimo film,
The Palermo Shooting, storia di un fotografo
berlinese in crisi esistenziale, che a Palermo incontra una restauratrice che
scardinerà i suoi principi.
Nel cast ci sono vere e proprie leggende del cinema, come
Lou Reed,
Patti Smith,
Dennis Hopper e, nella parte del protagonista, Campino,
cantante di una band molto popolare in Germania, Die Toten Hosen. A impersonare
la donna che metterà in discussione le sue priorità, l’attrice italiana
Giovanna Mezzogiorno che, come lei stessa dice, dovrà «dividere la scena con
una città. Sarà una bella gara».
Alla Mezzogiorno è affidato un compito non facile: dimostrare di essere
all’altezza delle aspettative del regista, che l’ha scelta dopo essere rimasto
affascinato dal ritratto dell’
Annunciata di Antonello Da Messina esposto
a
Palazzo Abatellis, a Palermo.
Come
confessa Wenders: «E’ un’impresa impossibile trovare un’attrice che abbia non
dico una vera somiglianza, ma la stessa anima e luce interiore dell’
Annunciata.
Io credo che oggi questa sia Giovanna Mezzogiorno».
All’autore di
Paris, Texas,
Falso Movimento,
The Million Dollar
Hotel e, tra gli altri,
Buena Vista Social Club,
Telegiornaliste ha chiesto
come, il suo sguardo, si poserà sulle
ferite della città:
«Come quello di un dottore – risponde - il regista è un po’ come un medico. Se
deve vedere bene all’interno delle cicatrici, deve prima pulire l’area,
altrimenti rischia di fare un danno maggiore».
E la doppia anima della città, sospesa tra la vita e la morte, è la
caratteristica che più ha colpito Wenders: «La
cultura che ho visto a
Palermo ha un lato molto
profondo e oscuro, un
rapporto
particolare
con la morte che scorre nel substrato della città. Io credo
che una città possa avere un forte diritto alla morte solo se ha un forte
rapporto con la vita. Laddove c’è il buio c’è anche la luce.
Il compito di un regista è quello di esporsi al luogo e alla luce dei luoghi. La
luce di Palermo, che abbiamo studiato – sottolinea il regista de
Il cielo
sopra Berlino - avrà una parte importante nel film».
Una scelta stilistica che si rispecchia nella trama: «Campino è un fotografo che
ama manipolare l’immagine digitale, Giovanna è una restauratrice. Entrambi
guardano la città, ma con occhi diversi. Lo sguardo è un elemento importante nei
miei film». L’autore preferisce non aggiungere altri particolari sulla storia
che, dice, «riguarderà la vita e la morte». E se proprio deve scegliere un
genere, del suo nuovo progetto Wenders dice che sarà «un thriller romantico. Non
mi piacciono le categorie, preferisco muovermi al di fuori di esse. Trovo
difficile incasellare un film».
E’ quasi impossibile, per un regista che sceglie Palermo come set per girare
un film, raccontare una storia che prescinda dalle vicende legate alla mafia?
«Ci sono registi più bravi di me che possono fare film sulla mafia», ribatte
Wenders, e puntualizza: «Normalmente faccio film per qualcosa, non contro
qualcosa. La mia storia testimonierà l’amore per questa città».
Una città non facile, assordante, caotica, ma che con i suoi suoni ha
affascinato anche il protagonista Campino: «Mi ricorda Napoli e Buenos Aires,
dove sono stato e dove si fanno delle esperienze dure, che a me piacciono. E’
come se uno passasse attraverso il salotto di una casa privata, dove i
proprietari non sono gentili a tutti i costi, ma non sono neanche scortesi. Sono
indifferenti».
E tra le voci che comporranno la colonna sonora del film ci sarà il violoncello
di Giovanni Sollima, ma anche la voce straziante della cantante siciliana Rosa
Balistreri, come auspica Wim Wenders, che in proposito aggiunge: «C’è una
canzone in particolare di Rosa, (
Quannu moru,
ndr) che esprime
Palermo meglio della mia sceneggiatura».
Nella produzione della pellicola sono coinvolte la Film Commission siciliana e
la Provincia di Palermo. Un vincolo? In realtà, secondo il regista, «i
contributi regionali non sono soldi politici, io mi sento libero, mentre con
altri fondi questo non sarebbe possibile. In Europa questa è ormai una prassi,
mentre negli Stati Uniti ad esempio non succede: possono darti anche 50 milioni
di dollari, ma non sarai mai completamente libero nelle tue scelte».
Infine, una nota sul mare, a tratti trascurato o indebitamente sottratto. «I
palermitani si sono dimenticati di avere il mare», sostiene Wenders: «Questa è
una città che dà le spalle al mare, e lo trovo un aspetto molto interessante.
Non spetta a me restituirvi il mare, dovete riprenderlo da soli. Io, però, ve lo
ricorderò».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
DONNE
Se
le schiave si ribellano di
Antonella Lombardi
«Se non fosse per la Polizia di Stato oggi sarei ancora sulla
strada o sarei morta in qualche bosco». Inizia così la storia
di
Adelina Alma Sejdini, costretta a prostituirsi,
ceduta di mano in mano ai trafficanti di carne umana, e
salvata, dopo quattro anni di violenze, dalle forze
dell'ordine italiane.
«Sono albanese. Nel 1996, quando avevo 22 anni, sono stata
sequestrata. Mi hanno costretto a salire in una macchina, mi
hanno violentata e portata in un albergo dove sono stata
picchiata e torturata. In Italia sono arrivata dopo,
sbarcando a Brindisi in gommone, insieme ai miei estorsori».
Adelina è stata ripudiata dalla sua stessa famiglia «perché
avevo disonorato la loro razza». Il confine tra vittime e
carnefici è apparso troppo debole ai loro occhi che «non
hanno capito, ma ormai non ci sentiamo più».
Oggi la donna, dopo aver denunciato e fatto arrestare i
propri sfruttatori, ha fondato un'associazione,
Tricarico,
per le vittime della prostituzione. Ha anche un
blog dove dà consigli e riceve lettere, anche dei clienti
delle prostitute, come quello che l’ha aiutata a denunciare,
dandole un passaggio in Questura. Sotto il trucco pesante,
lui nota i segni di ematomi diffusi in tutto il corpo di
Adelina. Lei ha il cuore in gola. Fugge nascosta sotto un
sedile dell'auto, mentre il pensiero corre al 1997, quando,
dopo essere stata espulsa in Albania, decide di denunciare il
racket della prostituzione alla «Polizia albanese che però mi
ha venduto ad altri sfruttatori».
«Ero completamente sotto choc - spiega Adelina - avevo
bisogno di tranquillità, dovevo fidarmi e per fortuna ho
trovato degli agenti che sono andati oltre il loro dovere
d'ufficio. In loro ho visto un gesto d'umanità che non ho mai
visto in vita mia. Grazie alla Polizia, dopo la mia denuncia
sono stati
arrestati quaranta criminali, 36 albanesi e
quattro italiani. Ottanta sono stati denunciati, e tra le
donne salvate nell'operazione, una ragazza di 14 anni. Avevo
visto che era minorenne, ma non potevo immaginare quanto,
l'ho scoperto solo dopo le radiografie fatte dai medici per
accertare l'età. Anche quello è stato uno choc».
Mancano tre mesi al 2000, e per Adelina è in arrivo il
Capodanno più bello: la donna supera i controlli medici e
psicologici, si converte al cattolicesimo e sceglie come
padrino di battesimo l'ispettore della Questura di Varese che
l’ha aiutata nella fase delicata della denuncia, Luigi Manco,
e per la cresima il maggiore dei Carabinieri Mario Tusa. A
lui Adelina ha dedicato uno dei due libri che ha scritto:
Dio e le stelle del cuore. Quattro anni leggendari contro il
traffico di esseri umani guidati dalla forza di Dio e dal
maggiore Mario Tusa. «L' ufficiale Tusa ha salvato nel
giro di quattro anni più di 500 donne in Basilicata - spiega
Adelina - costrette a fare le schiave. Una tenacia che ha
saputo trasmettere ai suoi uomini, motivandoli».
Il primo libro, Adelina lo ha dedicato alla Polizia, e si
chiama
Libera dal racket della prostituzione.
Dimenticata la famiglia di origine, dove giovanissima Adelina
viene stuprata dallo zio e dal nonno, ogni sera, la donna,
per l'associazione
Tricarico libera la vita, con tre
volontari gira le strade dove altre schiave ascoltano la sua
storia, prendono numeri di telefono e volantini. Non è un
compito facile e poi ci sono loro, i padroni, pronti a
saltare fuori e chiarire chi è che comanda, come Adelina
stessa spiega: «Le ragazze sono terrorizzate, non sanno chi
hanno davanti, ma quando hanno qualche dubbio su di me
mostro le cicatrici che ho sul corpo».
Oggi lancia un
appello a tutti i
sindaci d'Italia:
«Se sono interessati a vincere realmente il racket della
prostituzione, io metto gratuitamente tutta la mia esperienza
a disposizione. Non ci vuole molto, le cose troppo studiate
sono complicate».
Parola di
Adelina Alma Sejdini.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
TELEGIORNALISTI
Marzio
Di Mezza: meglio romanziere
di
Giuseppe Bosso
Marzio Di Mezza, architetto pentito e giornalista
professionista sempre meno convinto, è redattore di
Canale 8. Nel 2001 ha pubblicato il suo primo romanzo,
dal titolo
Le nuvole.
Mentre sta dando alle stampe il suo secondo romanzo, ha già
iniziato a lavorare al terzo. Di Mezza dal 2007 è presidente
dell'Associazione dei Giornalisti Politici della Campania.
Marzio, fare informazione oggi a Napoli cosa significa?
«Porsi davanti a una realtà diversa nella sua problematica
rispetto alle altre metropoli. Ci troviamo alle prese con un
tessuto sociale tra i più degradati in Italia. Questo può
significare, per me e molti altri colleghi che rincorrono il
sogno di fare gli inviati di guerra, che si può stare in
trincea anche qui. Non meno importante, la difficoltà per un
giovane giornalista è rappresentata dalla sfiducia che le
poche testate che ci sono ripongono nelle risorse umane. Di
conseguenza, chi non ha la fortuna di avere un regolare
contratto deve fare i conti con il precariato e il lavoro
nero.
Insomma, non è proprio il massimo…».
Da presidente dell’Associazione dei giornalisti Politici
della Campania qual è la tua opinione sul rapporto tra
politica e informazione nella realtà partenopea e in generale
in Italia?
«Negativa, purtroppo. Esiste un condizionamento, e forte, da
parte della politica sull'informazione. Il dato italiano è
fin troppo evidente e tristemente noto. Il dato locale
restituisce un quadro davvero poco entusiasmante. Con la
nostra associazione a gennaio prossimo pubblicheremo un
dossier su questo rapporto nell'ambito di una serie di
iniziative alle quali stiamo lavorando».
Da alcuni commenti che ho letto sul tuo blog mi pare di
capire che non hai molta simpatia per
Beppe Grillo, che però è indiscutibilmente il personaggio
del momento: cosa pensi del suo successo e di quello del
V-day?
«Grillo ha da sempre raccolto l’attenzione del pubblico,
ricordo fin da bambino come nelle prime edizioni di
Fantastico avesse un grande seguito. Era veramente bravo.
Ma già allora i suoi monologhi erano considerati scomodi.
Negli anni poi ha dismesso gli abiti del comico per
dichiarare guerra al sistema. Naturalmente ha sfruttato la
sua notorietà, condizione che gli ha consentito di poter
contare su di un cospicuo arsenale. Questo può essere un bene
e un male. La sua è una guerra totale. Non capisco, a parte
lui, chi si salva. Comunque sarà il tempo a vedere se e come
questo suo metodo gli darà ragione».
Anche tu hai un blog: l’informazione del futuro sarà
questa?
«La tecnologia ha fatto passi da gigante e lo sviluppo di
internet è stata la conseguenza. Il blog è una delle più alte
forme di democrazia derivate dalla tecnologia. Certo è che
bisogna distinguere tra i blog che vengono usati come diari
dalle persone e quelli, come appunto quello di Grillo, che
hanno la loro connotazione informativa. Vedo comunque che il
futuro va sempre più in quel senso».
Niente Notte bianca a Napoli quest’anno: giusto,
secondo te?
«Credo che una grande città come la nostra debba saper
sviluppare da sé i propri eventi, puntare sull'originalità e
sulle idee, senza copiare dagli altri. La
Notte bianca
in Italia è stata fatta per la prima volta a Roma: la
Notte bianca è Roma! Non ci facciamo una bella figura a
rincorrere gli altri, oltretutto non ottenendo nemmeno gli
stessi risultati. Napoli dovrebbe vivere di farina del suo
sacco. Abbiamo una cultura millenaria e una fantasia che ci
riconoscono in tutto il mondo. Ho visto bene, invece,
l'operazione che ha consentito di far rivivere la
Piedigrotta. Sono convinto che in pochi anni e
lavorandoci con costanza, potrebbe diventare uno dei
principali eventi in Europa. Queste sono le sfide che
dovremmo inseguire».
- continua sul
blog di Telegiornaliste
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
SPORTIVA Marion,
che delusione!
di
Mario Basile
E’ stato un duro colpo quello che ha subito
il mondo dello sport la scorsa settimana:
Marion Jones, la reginetta dello sprint
mondiale, ha confessato di aver fatto uso di
doping, nel periodo che va dal
1999 al
2002.
Viene finalmente a galla la verità dopo anni
di sospetti, congetture, e tentativi più o
meno riusciti di ritorno alle gare, dopo le
accuse di
Victor Conte. Quest’ultimo,
fondatore del laboratorio farmaceutico
BALCO, affermò durante un’intervista di
aver fornito alla Jones sostanze stupefacenti
prima e durante le
Olimpiadi del 2000.
Ma nessuna prova schiacciante avallò questa
tesi.
E pensare che nel maggio scorso i suoi
tifosi, così come noi su queste
stesse pagine, salutammo con gioia e
soddisfazione il ritorno di Marion, quando si
aggiudicò il
Reebok Grand Prix di
New York,
convinti di trovarci di fronte al ritorno di
un’atleta che col doping non c’entrava nulla.
Invece, era tutto vero: le accuse di Conte, a
cui la Jones aveva perfino chiesto
25.000
dollari di danni morali; era vero che il
record di cinque medaglie vinte, a Sydney
2000, non fosse figlio di talento e
preparazione; era vero, infine, che anche i
titoli conquistati al mondiale 1999 e 2001
erano fasulli.
Marion ha confessato tutto agli investigatori
federali, anche di aver mentito all’epoca
dell’indagine BALCO. Ha detto, in lacrime, di
non essere a conoscenza di cosa gli rifilava
Trevor Graham, il suo allenatore.
«Pensavo fossero integratori. Ho iniziato ad
aver sospetti quando ho notato alcuni
cambiamenti nel mio corpo e una maggior
facilità nei recuperi fisici». Si trattava,
invece, dello steroide
tetraidrogestrinone,
noto come
THG. Possibile che un’atleta
del suo calibro se ne sia accorta dopo tre
anni?
Nonostante la confessione, dense nubi si
affacciano sul futuro di Marion. L’Agenzia
Antidoping statunitense
USADA l’ha squalificata per due anni,
obbligandola a restituire le
medaglie
vinte e i
premi in denaro, anche
se voci di corridoio sostengono che la Jones
sia vicina alla bancarotta. Si aspetta,
inoltre, che si pronunci sulla vicenda il
CIO, mentre il tribunale di New York
potrebbe condannarla per
falsa
testimonianza. In questo caso, Marion
rischia fino a
cinque anni di
reclusione e una forte multa.
Profonda delusione, quindi, per gli amanti
dell’atletica e dello sport in generale. Cade
inesorabilmente uno dei miti sportivi degli
ultimi decenni. Le uniche a sorridere, forse,
della triste vicenda sono le associazioni
antidoping, da sempre impegnate nella antica
battaglia contro l’uso di sostanze proibite.
Un sorriso smorzato, però, dal fatto che, con
la revoca della vittoria di Marion Jones nei
100m di Sydney 2000, la medaglia d’oro
andrebbe alla greca
Ekaterini Thanou:
colei che fu squalificata, nel 2004, per aver
eluso
tre controlli antidoping.
Scherzi del destino.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva