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Telegiornaliste anno III N. 38 (116) del 22 ottobre 2007
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MONITOR
Roberta
Ferrari: un giorno farò la conduttrice
di
Giuseppe Bosso
Conduttrice e giornalista televisiva,
Roberta Ferrari si è occupata di calcio per diversi anni. Attualmente è
ospite in varie trasmissioni Rai di servizio e attualità in veste di
opinionista.
Roberta, leggendo il tuo
sito
colpisce la tua considerazione sul fatto che, malgrado una gavetta
ultradecennale, non ti sia arrivata la proposta che sogni: condurre un programma
tuo...
«È un mondo strano, quello della televisione: oltre alla bravura ci vuole anche
fortuna e, diciamocelo, qualche spinta. Che io non ho mai avuto. È ovvio che se
non sai fare niente non hai molte possibilità di andare avanti. Col tempo,
comunque, posso dire di aver modificato la scaletta delle mie priorità: pur non
trascurando la professione, adesso al primo posto vengono anzitutto i miei
affetti, a cominciare dalla mia bambina».
Parli di inflazione di donne che si occupano di giornalismo sportivo:
rispetto ai tuoi inizi cosa noti di diverso tra le tue colleghe di allora e
quelle di oggi?
«La quantità, sicuramente, ma la qualità non è da meno. Se fino a poco tempo fa
eravamo davvero poche, ora siamo aumentate. Ma quella frase non voleva
assolutamente essere polemica».
Il grande pubblico si è accorto di te nel momento in cui, con Stefania
Sorrenti, avete formato le “gemelle del gol”: considerando il dilagare di
intervistatrici in coppia (che, come dici, vi ha portato a prendere la decisione
di separarvi), pensi che siete state buone maestre?
«Direi proprio di sì.
Marcati stretti, la trasmissione che abbiamo
condotto insieme, era davvero tutta farina del nostro sacco. Ricordo che, quando
facevamo le prime interviste con due “gelati”, ci guardavano in maniera storta,
era davvero una cosa impensabile vedere due persone che intervistavano
contemporaneamente fino a quel momento. Questo allora, e guarda adesso… Ci hanno
copiato tutti! È anche per questo motivo che io e Stefania ci siamo, per così
dire, “separate consensualmente”: il fatto che ci abbiano copiate dappertutto ci
ha fatto perdere quell’originalità di cui andavamo fiere».
Da laureata in psicologia con una tesi sul calcio, quale credi possa essere
la cura per i tanti mali che affliggono lo sport più amato dagli italiani?
(Ride,
ndr) «Bella domanda davvero, è difficile rispondere. Io credo che
prima di tutto occorre credere che lo sport sia tale, e non qualcosa da
mercificare, come è accaduto negli ultimi anni; riscoprire quegli aspetti sani e
genuini che la disciplina sportiva sa trasmettere, senza trascendere nella
violenza e negli altri fatti negativi che abbiamo vissuto negli ultimi anni. E’
una cosa che nei giovani devono riuscire a trasmettere anzitutto le famiglie».
Quali sono, tra i personaggi che hai intervistato, quelli che più ti sono
rimasti impressi?
«Anzitutto Luisa Ancelotti, moglie dell’allenatore del Milan, un vero vulcano!
Si è sempre occupata del suo sport, il tennis, e non si è mai adagiata sui
successi del marito, persona tranquilla contrariamente a lei… Rimasi colpita
dalla sua passione per gli elicotteri, di cui è pilota, e per il fatto che in
casa decide sempre tutto lei. Poi, beh, da quando lavoro a
In famiglia ho
avuto la fortuna e il piacere di conoscere ragazzi che vivono il calcio in
maniera sana ed equilibrata, senza grilli per la testa, contrariamente allo
stereotipo, che talvolta i media tendono ad ingigantire, di calciatori
protagonisti in discoteca o nelle cronache rosa, come Stendardo della Lazio».
A Quelli che il calcio, tu e Stefania eravate le opinioniste “zittite”
da Giusti - Biscardi, che non vi faceva mai parlare nella sua parodia de Il
processo: nella realtà ti è mai capitato?
«Per mia fortuna quasi sempre nei programmi a cui ho partecipato ho avuto i miei
spazi ben definiti in cui potevo esprimermi tranquillamente. Gli uomini con cui
ho lavorato non mi hanno mai, fortunatamente, “zittita”, come faceva, sia pure
scherzosamente, Giusti. Viceversa, c’è stata una donna con cui ho lavorato in
passato, non faccio il nome, con cui mi sono trovata veramente male da quel
punto di vista, ma è acqua passata. Adesso per fortuna lavoro accanto ad una
ragazza d’oro come Adriana Volpe».
Tra il serio e il faceto: il programma che vorrebbe condurre Roberta Ferrari.
«Sogno un programma come
Uno mattina, una trasmissione di servizio che
tratti argomenti utili e variegati per la gente, malgrado ti comporti delle
levatacce al mattino… Chissà che non mi capiti prima o poi!».
Da ormai un anno hai creato il
tuo filo diretto con il
forum di Telegiornaliste: che idea ti sei fatta della nostra
iniziativa?
«Mi piace molto, è stata davvero una bella trovata, anzitutto per questa
possibilità di interagire con il pubblico che ti segue, e poi per avere modo di
essere continuamente aggiornati su quello che fanno i tuoi colleghi. Insomma,
complimenti davvero a Rocco e a tutti voi!».
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MONITOR La Loiero scrittrice di
Moreno Gussoni
Un libro che
colpisce al cuore, che racconta l’
immigrazione e che
ne presenta gli
scenari tragici e di
lieto fine con gli occhi di
chi ha vissuto sul posto, e parliamo di
Lampedusa, tragedie e gioie delle
persone delle
carrette del mare.
Stiamo parlando di
Sale nero – Storie clandestine, l’esordio
letterario, come scrittrice di libri, della giornalista del
Tg5
Valentina Loiero.
E la brillante giornalista catanzarese, oggi in servizio a Roma, racconta con
maestria il suo passaggio da giornalista indifferente agli sbarchi a cronista
curiosa di andare oltre quegli sguardi: nei cuori dei clandestini.
Il volume, chiuso da una
intervista ad Andrea Camilleri, è un
viaggio
interiore della giornalista, ma anche un
invito ai lettori
a
riflettere. Su quel che è e comporta il fenomeno immigrazione. La stessa
Loiero è passata da una routine di cronaca a un coinvolgimento sempre più
marcato, tanto da ospitare in casa sua le due Fatima (nel libro è omessa la
scoperta che una delle due, inizialmente creduta morta, è in realtà
sopravvissuta), e tanto da guardare con un misto di dolore, angoscia e speranza
quel molo di Lampedusa dove approdano le carrette dei clandestini.
Aperto dalla
prefazione di Laura Boldrini, portavoce dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il libro è quindi un diario
delle storie (cinque) più importanti che hanno segnato l’animo della Loiero. Che
concede poco alla bella forma e il massimo spazio a quei sentimenti che si
agitano nel suo cuore e nella sua mente, riuscendo a far partecipe il lettore
degli eventi di cui lei è stata testimone, a volte per caso, come per lo sbarco
(il primo capitolo dedicato alle due Fatima) del 19 ottobre 2003. Dopo il
confronto con le due Fatima, alla Loiero tocca l’incontro con Sayed, venuto a
Lampedusa per recuperare il corpo della sorella Jama, 29enne morta cercando di
raggiungere il sogno di una vita scevra da difficoltà e povertà.
Segue un capitolo dedicato a una “mamma coraggio”, Mekdes, che ha più volte
tentato il
viaggio della speranza e in un tentativo ha visto il suo
piccolo figlio partire tra le braccia di un altro clandestino, mentre lei ha
dovuto attendere per rivedere il suo “Mosè”, così ribattezzato perché
sopravvissuto al viaggio sull’acqua del Mediterraneo.
Intenso e coinvolgente il racconto del
confronto -
scontro tra la
Loiero e la famiglia del piccolo bimbo curdo Shorash. Ottima la resa del
confronto tra la giornalista, il mediatore culturale, la famiglia e il
cardiochirurgo Carlo Marcelletti.
Un confronto aspro, a volte dai
toni duri, tra una calabrese come la
Loiero che vuole essere un angelo per questi stranieri, e la famiglia del bimbo,
determinata nel suo Inshallah, nella volontà di Allah. Eppure l’
incontro tra
le culture crea, alla fine, la
solidarietà e il
reciproco rispetto:
convincendo il papà curdo, Shivan, della bontà degli italiani, e la Loiero della
capacità di essere di aiuto.
L’ultima storia, la giornalista la dedica alla “tratta” dei clandestini dal
centro di prima accoglienza ai luoghi dove servono, un
racket in mano ai
sudanesi che la stessa giornalista svela nel suo libro.
Il libro si intitola
Sale nero perché questi uomini e queste donne che
arrivano dal nord Africa o dal Kurdistan iracheno sono
sale per il futuro del
mondo e rappresentano il
ponte tra l’opulento continente europeo e i
Paesi emergenti dove si soffre la fame.
Questi immigrati, che sui barconi raggiungono le nostre coste, sono, per stare
alle storie del libro, paradigmi di drammatiche vicende di un’umanità invisibile
ma tremendamente vera, molto più dei tanto pompati reality.
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CRONACA IN ROSA
Guerre
di liberazione dalla nostra corrispondente
Silvia Garnero
BUENOS AIRES - L'Italia è anche questo. Non potevamo
sorvolare sulle mutue
accuse che nascono dalle
intenzioni - e dalle dichiarazioni - del leader della Lega
Nord italiana
Umberto Bossi, che continua con le sue
idee separatiste e reazionarie. Uno stile che gli
italiani conoscono da anni, e
sopportano chissà perché.
Il presidente della Camera dei Deputati italiana,
Fausto
Bertinotti, è stato contundente: ha accusato Bossi di «
fomentare
l'odio», quando in un atto pubblico ha parlato di
dichiarare una «guerra di liberazione» per dividere il nord
dallo Stato italiano.
Bossi ha detto in quell'occasione: «La nostra libertà non può
essere conquistata attraverso un Parlamento democratico, ma
con uomini lanciati in una
guerra di liberazione». Ha
inoltre affermato di essere sicuro che per questa guerra
avrebbe contato su
dieci milioni di lombardi e altri
abitanti del nord, specialmente del Veneto.
Quando leggo questo tipo di dichiarazioni, ricordo la nota
Oriana Fallaci, quando agli inizi degli anni Ottanta, in
Argentina, fece ricordare a noi tutti che «
avevamo un nano
fascista dentro di noi». E aveva ragione. Non per quel
"nano", che secondo me fu sconveniente, ma per la sua
descrizione dello
spirito fascista, che molti
coltivavano, perché altrimenti una
dittatura militare
non si sarebbe sostenuta tanti anni (1976-1983).
Ma tornando in Italia e pensando a "spiriti interni", mi
domando se quell'ipotesi di un esercito di lombardi, pensata
per dividersi dalla bella nazione e per seguire un leader che
vuole "
cannonate" per gli
immigrati, non
risponda ad uno
spirito reazionario e poco aperto ai
consensi.
È pure certo che, nonostante tanto impeto di cambio e slanci,
nelle passate elezioni la Lega Nord sia stata solo capace di
riunire un milione e mezzo di voti, un 4,5% dell'elettorato
nelle sue città più forti.
Da sempre conosciuto per i suoi eccessi, Bossi questa volta è
stato minimizzato dal suo principale alleato politico, Silvio
Berlusconi, che ha affermato che il suo compagno «usa sempre
un linguaggio colorito, ma nella pratica ha dimostrato un
grande senso di responsabilità».
Come ci si poteva aspettare, tali dichiarazioni sono state
respinte da tutto il centrosinistra italiano, soprattutto dal
presidente dei Deputati, il quale ha assicurato che quel
linguaggio fomenta l'odio «in un Paese dove esistono già forti
tendenze disgregatrici».
Bertinotti, dirigente della Rifondazione Comunista, ha detto
inoltre che in Italia c'è stata
solo una guerra di
liberazione vera: la
lotta contro il fascismo. In
questo modo, ha pure sfidato Berlusconi perché dica se è con
questa classe di dirigenti che pensa a tornare al governo.
Ma chi lo sa, Sig. Bertinotti, le lotte non finiscono mai,
quando è il
potere a fare parte del
gioco.
Cambiano solo i personaggi.
Ed eventualmente gli
stili.
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FORMAT Gli
orrori della Comunicazione
di
Nicola Pistoia
La
comunicazione, si sa, è un elemento
importante per conoscere e sapersi confrontare,
necessaria per il saper vivere e per il saper
comprendere. Si parla molte volte di
comunicazione giusta e sbagliata.
Gli errori che la comunicazione commette, che noi
commettiamo come artefici di un atto
comunicativo, sono tanti. Talvolta simpatici,
divertenti e leggeri. Altre volte invece
possono generare
perplessità in chi
ascolta, e diventare, da errori, veri e propri "
orrori".
Belli o brutti che siano, gli sbagli della
comunicazione vengono resi noti e argomentati,
ogni giovedì, da
Giuseppe Maria Galliano.
Esperto di comunicazione, dal fiuto arguto e
disfattista, ideatore e conduttore del programma
Orrori di Comunicazione, che va in onda,
dalle 20.00, sul sito
Make Tv. Una web tv dove ogni telespettatore
o internauta, 24 ore su 24, può partecipare
alla creazione di un prodotto, modellandolo
secondo i propri gusti.
In
Orrori di Comunicazione la gente
segnala espressioni di
giornalisti un po’
tarati,
immagini assurde che vanno in
tv,
spot pubblicitari dal
significato
equivoco o semplicemente insegne di
attività commerciali dai nomi buffi e
spiritosi.
Di orrori nella comunicazione, soprattutto quella
televisiva, ce ne sono tantissimi. Alcuni esempi:
le
immagini pietose e insulse che arrivano
dall'
Isola dei Famosi, i
bamboccioni
di Padoa-Schioppa, i
tronisti di
Maria De Filippi e l'
assurdità di alcuni
spot, uno su tutti lo scoiattolo che spegne
l’incendio emettendo gas.
E ancora: i
litigi pesanti tra
politici
vogliosi di apparire a tutti i costi nei talk
show; i
fiumi di lacrime che si spargono
nei varietà di tutte le reti. Fino ad arrivare a
gaffe simpatiche come la
scuola materna dal
nome Bulli e Pupe o lo spot delle
Poste
Italiane che termina con la frase «...su
Poste.it» ma che invece si ascolta
«Supposte.it».
Cento, mille, infiniti errori che ci circondano.
Il programma di Galliano ha un lato comico e
divertente e un
messaggio concreto: non
bisogna lasciarsi imbambolare da certe
espressioni o da certi messaggi che,
inevitabilmente, tendiamo ad assorbire. La
capacità critica e una buona dose di
attenzione sono ottimi rimedi agli orrori della
comunicazione.
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CULT
Le
Cirque du Soleil parla italiano di
Valeria Scotti
Meno di un mese all'arrivo in Italia del nuovo spettacolo firmato
Cirque Du Soleil.
Delirium debutterà a Pesaro il
10
novembre. Poi sarà la volta di Milano e Torino.
Balli acrobatici, movimenti aerei, suoni tribali e una forte connotazione
multimediale per questo evento – il primo del Cirque du Soleil – destinato ad
arene e palasport. Niente tendone quindi per i 36 artisti in scena.
Tra questi, il percussionista quarantanovenne
Raffaele Artiglieri. Unica
presenza italiana sul palco – Napoli la sua città d’origine - è il creatore ed
esecutore del numero
Africa/Bour Mowote.
Abbiamo incontrato Raffaele telefonicamente durante la tappa inglese, a
Manchester, di
Delirium.
Qual è stato il suo percorso artistico?
«Dopo aver studiato musica a Napoli sono partito per l’Africa. Grazie al
Ballet National du Senegal ho cominciato ad avvicinarmi al ballo e alla
musica africana. Poi mi sono trasferito in Canada dove ho partecipato, in un
piccolo paese al Nord del Quebec, alla prima festa dal Cirque du Soleil prima
che diventasse tale. Dieci anni fa, il primo grande lavoro:
Dralion, la
produzione con la maggior parte di artisti cinesi. E due anni e mezzo fa, è
iniziata l’avventura di
Delirium».
Come si lavora con tante persone di nazionalità diverse?
«La produzione di
Delirium accoglie 17 Paesi stranieri. E’ necessario
quindi conoscere l’inglese, la lingua ufficiale del Cirque. L’ambiente è
bellissimo perché gli artisti sono fatti tutti della stessa pasta. I ballerini e
gli acrobati sono tutti giovani e per questo un po’ più liberi rispetto a noi
dell’orchestra che siamo padri di famiglia».
Quella
del circo è una vita nomade. E gli affetti?
«Oltre a una figlia di 25 anni, ho una bimba di quattro mesi e mezzo ed è nata
mentre ero in tournée con
Delirium. Dopo venti anni insieme alla mia
compagna, il destino ha voluto che avessimo questa bambina ora. E’ stato
difficile per me lavorare lontano mentre era incinta. Fortunatamente lei e la
bimba ora possono contare sull’aiuto della mia famiglia a Napoli, ma presto
seguiranno con me il resto della tournée. Nei miei incubi temo sempre che mia
figlia inizi a parlare o a camminare senza che io possa essere partecipe».
Ci racconta il lavoro preparatorio per Delirium?
«Di solito le prove di uno spettacolo del Cirque du Soleil durano dai sei mesi a
un anno.
Delirium è una delle produzioni che ha richiesto meno lavoro,
solo tre mesi di prove a Montreal. Ma queste sono continuate anche dopo la prima
data. Fino a oggi abbiamo contato quasi quattrocento spettacoli e cento città
tra Stati Uniti, Canada, Messico. Insieme ai due milioni di persone che ci hanno
applaudito».
Secondo lei, l’Italia come accoglierà questo nuovo capitolo del Cirque du
Soleil?
«In Europa si è molto abituati al teatro e il pubblico è più colto, al contrario
dello spettatore americano che si impressiona subito. Per questo motivo,
temevamo la risposta durante le nostre prime tappe europee. Per fortuna lo
spettacolo ha riscosso molto successo, ad esempio in Germania.
Mi aspetto la stessa reazione in Italia, anzi migliore. Il trattamento poetico
delle musiche, poi, è stato realizzato proprio da un italiano, Franco Dragone.
L’Italia, si sa, ama la musica. Spero che allo stesso modo amerà
Delirium
e la ripresa dei brani più famosi dei nostri venti anni di circo».
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DONNE
Il
bilancio di genere, strumento per le pari opportunità
di
Silvia Grassetti
L’Unione Europea ha raccomandato agli Stati membri il
gender budgeting come
strumento di governo
indispensabile per l’attuazione di
politiche
antidiscriminatorie nel 2007, anno europeo per le pari
opportunità.
Il gender budget, o
bilancio di genere, è lo strumento
che consente di
distribuire la spesa pubblica secondo
criteri di pari opportunità e di integrare la
prospettiva di genere nelle politiche e nella
programmazione di bilancio. L’adozione del bilancio di genere
può rappresentare, dunque, l’occasione per raggiungere una
piena cittadinanza delle donne, oggi negata dall’impari
accesso e impiego delle risorse anche nell’organizzazione
economica e finanziaria dello Stato.
L’UE chiede ai governi eletti di rendere
visibili le
entrate e gli impieghi delle
risorse pubbliche,
rendendo così evidente il diverso impatto delle politiche
sulle
condizioni concrete di vita di uomini e donne.
Secondo la sottosegretaria alle Pari Opportunità,
Donatella Linguiti, oggi in Italia i tempi sono maturi
per accelerare l’avvio di un processo che porti
all’assunzione su scala nazionale della
sperimentazione
del bilancio di genere, per
coniugare obiettivi di
equità sociale e partecipazione democratica con
obiettivi di
crescita del sistema economico e sociale.
In questa ottica, nei giorni scorsi ha avuto luogo il
convegno internazionale “Il bilancio di genere in Europa:
esperienze e prospettive”, che ha visto rappresentanti delle
istituzioni nazionali ed europee confrontarsi sulle misure
più adatte a favorire l’adozione del bilancio di genere nelle
pubbliche amministrazioni. I lavori sono continuati in
un tavolo di confronto fra il dipartimento Pari Opportunità e
rappresentanti di alcune
Regioni italiane, con il
supporto tecnico della Fondazione Brodolini e dell’Isfol.
La sottosegretaria Linguiti, che ha coordinato l’incontro, ha
aperto i lavori illustrando il progetto sperimentale affidato
all’ISFOL: un
gruppo di lavoro studierà le forme
normative più adeguate - il
Lazio e le
Marche
si sono già dotati di una legge - e sarà affiancato da
un’equipe che, partendo dall’analisi del Bilancio Nazionale
del 2007, introdurrà scelte a favore del
riequilibrio
della spesa.
Un terzo momento fondamentale della sperimentazione vedrà il
coinvolgimento della società civile in una
partecipazione attiva alla costruzione del bilancio di
genere: un
Tavolo di Rete, per avviare un percorso
partecipato e condiviso dalle Regioni che, a loro volta,
potranno attivare sul loro territorio momenti di scambio con
Province e Comuni, oltre che con l’associazionismo,
soprattutto di donne.
Una convenzione, quella fra Isfol e dipartimento, già firmata
e operativa che parte dalla valorizzazione dell’esistente e
cioè di una rete già consolidata di alcune Province e Comuni
(Genova, Modena, Siena) e di alcune Regioni (Marche, Emilia
Romagna, Piemonte, Lazio, Liguria) che hanno fatto da
capofila per tutti gli altri.
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TELEGIORNALISTI
Maurizio
Mosca: «Sapevamo tutto di Calciopoli, e allora?»
di
Pierpaolo Di Paolo
Conduttore, opinionista e giornalista sportivo, il vulcanico
Maurizio Mosca è uno dei volti più noti della tv italiana.
Una popolarità conquistata prima sugli schermi delle tv
locali lombarde e poi su quelli nazionali.
Telegiornaliste l'ha incontrato per una chiacchierata
sul mondo del giornalismo sportivo, sulla sua carriera e sul
calcio: da sempre sua grande passione.
Nel mondo della tv lei è certamente un "personaggio": la
sua personalità esplosiva ed esuberante l'ha fatta
considerare dal pubblico uno showman prima ancora che un
giornalista. Trova questa idea lusinghiera o offensiva?
«Non la ritengo affatto offensiva perché non è vero che la
gente mi valuta soltanto da quel punto di vista. Io faccio
l'opinionista e lavoro tanto. Lavoro a
Guida al Campionato,
a
Studio Sport, la domenica sera a
Controcampo,
e lo faccio sempre con impegno e dedizione: che poi al
momento mi venga di fare la battuta o la scenetta
estemporanea, la faccio anche volentieri e non me ne vergogno
affatto».
Quindi non c'è un abisso tra la carriera del giornalista,
del conduttore e quella dello showman. Ma sono davvero
aspetti che riescono a convivere in perfetta armonia, facce
intercambiabili di una stessa medaglia, o a volte son ruoli
che si contraddicono un po'?
«Certo che sono intercambiabili, sono caratteristiche proprie
di chiunque lavori in tv. Oggi c'è un tale caos televisivo
che io non sto certo a crearmi un problema di questo genere:
faccio il mio mestiere come mi viene. Non sono più un
ragazzino, penso di essermi costruito una carriera decente e
sempre sulla mia pelle, lavorando 12, 13 ore al giorno o più
e non ho nulla da nascondere né da rimproverarmi».
I programmi televisivi mostrano immagini di un giornalismo
sportivo spesso urlato, fatto di voci che si sovrappongono e
litigate a volte farsesche: questo scenario può conciliarsi
con le esigenze di professionalità che si richiedono alla
categoria o pensa che bisognerebbe cambiare qualcosa?
«E' oggi che succede questo. Quando facevo la tv privata o
anche il
Processo del lunedì mi veniva spontaneo
intervenire, litigare, fare delle battute. Adesso è tutto
costruito e a ciascun giornalista è assegnato un ruolo
prestabilito: uno fa "la parte" del Milan, un altro quella
dell'Inter, della Juve, del Napoli e così via.
Si lanciano delle occhiate quando non sono ripresi per far
capire a chi tocca parlare, chi deve gridare, quando bisogna
litigare e questo a me non piace. Il mio giornalismo è altro.
Io sono sempre stato uno che lavora con grande spontaneità,
non ho mai recitato a comando, a differenza di quello che
avviene oggi».
Lei ha lavorato al Processo del lunedì fino al
2002, diventando amico e collega di Aldo Biscardi: il
coinvolgimento di quest'ultimo nello scandalo Calciopoli ha
per lei cambiato qualcosa?
«No, assolutamente. Non mi è sembrata una cosa di grande
scalpore e di certo la gente non le ha dato tutta questa
importanza. Biscardi è un giornalista conosciuto così come è
conosciuta la sua naturalezza e il suo modo di condurre il
programma, e non credo minimamente che Calciopoli abbia
inciso nella sua carriera o ridimensionato la sua immagine».
Ma Calciopoli ha cambiato qualcosa nel mondo del
giornalismo sportivo?
«Non ha cambiato nulla. Tutti noi giornalisti sapevamo
perfettamente cosa faceva Moggi, cosa faceva Giraudo e cosa
facevano altri. Tutti sapevano tutto, poi per varie ragioni
ognuno ha valutato più opportuno tenerselo per sé, ma questo
è un altro discorso».
In una recente puntata di Controcampo lei ha detto
con un tono di scherno: «Ma chi è questo Hamsik?». Non pensa
di aver snobbato troppo in fretta un calciatore che a soli 20
anni sta infiammando una piazza difficile come Napoli?
«E' solo una battuta, questo è il mio modo di fare e in quel
momento l'avrei detto anche di Ronaldinho. E' un modo
divertente, sdrammatizzante di affrontare le questioni
sportive, ed io ho la presunzione di averlo inventato, questo
modo di fare sport.
La Gialappa's, con grande onestà, ha sempre detto che
L'Appello del martedì ha dato il
la ad un nuovo
modo di fare giornalismo: un giornalismo in grado di
spettacolarizzare lo sport invece di renderlo noioso. Siccome
a me viene naturale, io sono questo. Che poi piaccia o meno è
un altro discorso».
E' vero che all'inizio della carriera di Maradona in
Italia un frase del genere offese Diego al punto da farvi
litigare?
«Mai litigato con Maradona, sia ben chiaro, quando ci vediamo
scherziamo e parliamo normalmente. Certo lui è fatto in una
maniera, io in tutt'altra. Io sono uno che quando pensa una
cosa la dice, questo a volte può anche dar fastidio.
Piuttosto a mio parere il vero problema è che intorno alla
figura di Maradona c'è sempre stato, da parte degli
intellettuali in generale, ma soprattutto da parte dei
napoletani, un protezionismo eccessivo che ritengo sia stata
la vera causa della rovina di Maradona a Napoli».
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SPORTIVA
Anche
la politica gioca a scopone di
Pierpaolo Di Paolo
Lucia Correale: presidente dell'A.S.Co.V.
(Associazione Scopone Comuni Vesuviani) e
consigliere della F.I.G.S. (Federazione
Italiana Gioco Scopone).
Lo scopone scientifico è così diffuso che
esistono una federazione italiana e
associazioni locali sparse in tutto il Paese?
«Sì, esiste una federazione nata dall'impegno
e dalla passione di rappresentanti di tante
associazioni, dal nord al sud Italia, tra le
quali la giovane A.S.Co.V., di cui mi onoro
di essere presidente. Esistono poi
associazioni su tutto il territorio
nazionale: partiamo da La Spezia e arriviamo
a Lecce, con un punto forte in Campania, dove
contiamo il maggior numero di associazioni,
tra le quali anche la più antica, quella
napoletana».
Un'organizzazione imponente; ma perché lo
scopone scientifico? Cosa c'è in questo gioco
da giustificare un tale coinvolgimento
collettivo che non si riscontra per altri
giochi di carte?
«Lo scopone scientifico è un gioco dal grande
fascino, che impegna molto la mente e non ha
nulla da invidiare ai più blasonati bridge o
scacchi quanto a complessità strategica. A
differenza di questi, lo scopone appartiene
alla nostra tradizione e questo ci rende
ancora più orgogliosi nel portarlo avanti.
Per noi è soprattutto una questione di
passione, intorno al tavolo di gioco si crea
un'alchimia che solo in un gruppo di amici si
avverte. C'è passione, impegno, sfottò,
goliardia e delusione che sono il vero
obiettivo del nostro impegno: rendere lo
scopone momento di aggregazione e di
amicizia».
Ma come è possibile che con una
organizzazione così ramificata ci si
sorprenda nell'apprendere che esiste una
F.I.G.S.? A cosa attribuisce questo deficit
informativo?
«Noi abbiamo fatto tutto ciò che era nelle
nostre possibilità: dal punto di vista
telematico, con il
sito ufficiale della federazione, e il
gioco online. Fisicamente, andando in
giro per l'Italia con tornei e
manifestazioni.
E' ovvio che non abbiamo ancora la visibilità
di altri sport, ma la federazione ha pochi
anni di vita e siamo in continua crescita».
Gli scacchi e il bridge sono stati
riconosciuti quali giochi olimpici: ritiene
che questa sarà la naturale evoluzione anche
per lo scopone?
«Certamente, ci stiamo muovendo anche in
questa direzione esaminando la possibilità di
una richiesta al Coni per il riconoscimento
dello scopone scientifico come sport. In
questo modo cadrà l'ultima discriminazione e
avremo portato finalmente questo gioco al
palcoscenico che merita».
Vi sentite discriminati?
«No, ma è anche vero che l'ignoranza di una
realtà come la nostra porta a giudizi
limitativi: lo scopone scientifico è un gioco
italiano di grande tradizione, risalente al
medioevo e codificato nel 1700 da
Chitarrella, monaco napoletano che per
primo ha messo per iscritto le regole del
gioco.
Sulla reale esistenza di questo personaggio
non è stato possibile raccogliere
informazioni certe: si dice che fosse cieco,
secondo altri non è mai esistito e il suo
libro sarebbe stato scritto da numerose mani:
insomma, un Omero napoletano».
Le donne e lo scopone: è un gioco
prettamente maschile o esiste un rilevante
coinvolgimento femminile?
«Assolutamente. Qui, come in tutte le cose
del resto, non c'è nulla di prettamente
maschile. In questo momento i giocatori più
forti sono uomini, ma la presenza di donne si
fa sempre più imponente e la leadership
maschile ha le ore contate».
Ci sono personaggi famosi tra i giocatori?
«Quella dello scopone è una passione comune a
tantissimi personaggi famosi: sportivi,
procuratori antimafia, uomini politici di
spicco...
Come non citare Pertini, Ciampi e sua moglie
Franca, Andreotti, Oscar Mammì, Bearzot e
Dino Zoff...».
Intorno al tavolo da gioco si sviluppano
intrighi e amicizie, successi e litigi:
conosce qualche aneddoto interessante con
protagonisti famosi?
«Ce ne sarebbero tanti, ma trovo suggestivo
l'episodio della partita giocata nel 1984 tra
il presidente della Repubblica Pertini, il
segretario del PCI Enrico Berlinguer, il
ministro degli esteri Andreotti e il giovane
Massimo D'Alema sull'aereo che li trasportava
a Mosca per i funerali del capo del governo
sovietico Andropov.
Pertini e Berlinguer sfidano Andreotti e
D'Alema. La contesa si rivela molto
equilibrata ma ad un certo punto Pertini, che
era tanto appassionato dello scopone quanto
persona irascibile e giocatore scadente,
compie un grave errore giocando una carta che
favorisce gli avversari. D'Alema, sorridendo
sotto i baffi, esclama: «Presidente, questa è
proprio la carta che non avreste mai dovuto
giocare!».
La partita cala nel silenzio generale, con
Pertini che schiuma rabbia per l'imminente
sconfitta, ma soprattutto per l'impertinenza
subita.
Quando i destini sembrano decisi, accade
l'imprevedibile: all'ultima carta Andreotti
fa una giocata da principiante che capovolge
il risultato, regalando l'insperata vittoria
alla coppia Pertini - Berlinguer.
Sollievo di Berlinguer e tripudio del
presidente, che tutto tronfio dice a D'Alema:
«Ne devi mangiare di fave ragazzo, prima di
dare lezioni di scopone a me!».
D'Alema guarda incredulo Andreotti, non
capendo come il ministro possa aver compiuto
un errore così grossolano, al che Andreotti
gli sussurra: «Caro ragazzo, non si batte un
presidente della Repubblica che si chiama
Pertini e per di più dopo averlo sfottuto!».
Una lezione di cui il giovane D'Alema ha
certamente fatto tesoro».
E' vero che nel famoso film Lo scopone
scientifico con Aberto Sordi, il regista
Luigi Comencini chiese la collaborazione di
un vostro associato per preparare le mani e
le discussioni tra i giocatori?
«No, questa voce è infondata. Anzi, posso
dire che nel film non viene riservato grande
spazio all'aspetto tecnico del gioco, che
avviene molto alla buona. Durante le partite
vengono fatte prese assurde e scope
impossibili, e probabilmente l'unico scopo
del regista era evidenziare la faciloneria di
Sordi che si faceva raggirare dai suoi
avversari. Lo scopone non viene approfondito
come il titolo del film lascerebbe supporre».
Quando la vedremo a capo della F.I.G.S.?
«Mai. Abbiamo un presidente eccezionale,
l'avvocato Sebastiano Di Paolo, che col suo
grande impegno e la sua dedizione ha reso
possibile ciò che siamo adesso. Finché ci
sarà lui alla guida della federazione non ho
alcun motivo di nutrire velleità maggiori
delle attuali».
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