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Telegiornaliste anno III N. 40 (118) del 5 novembre 2007
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MONITOR
Luisa
Barbieri, l'informazione vicina alle persone
di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 2004,
Luisa Barbieri è laureata in Filosofia all'Univerità
Statale.
Durante gli studi arrivano le prime collaborazioni, poi la prima esperienza a
Telelombardia, nel 1998. Un anno dopo passa a Telecity
dove si occupa di sport e, solo a distanza di qualche mese, comincia a
lavorare nella redazione news.
L'esperienza cresce e da allora si occupa preferibilmente di cronaca nera e
giudiziaria, ma anche di politica, istituzioni e spettacolo. Conduce, a
rotazione con altri colleghi, l'edizione delle 19.00 del tg.
Ogni giorno per lei è una sfida nuova: vissuta con la stessa passione di sempre.
Luisa, come si è avvicinata al giornalismo?
«Nel ventaglio delle ipotesi prese in considerazione da sempre c'era anche il
giornalismo. Non avevo le idee chiare riguardo a cosa avrei
fatto davvero nella vita. Ho iniziato a misurarmi con questa professione grazie
a piccole collaborazioni durante gli anni universitari; poi, otto anni fa, la
prima esperienza importante, a Telelombardia, e in seguito a 7 gold. Lavorando
sul campo, come si dice, ho capito che era questa la mia strada».
Quali sono i colleghi e le colleghe a cui si è ispirata?
«Riguardo alla conduzione del tg, il mio modello è
Maria Luisa Busi, collega che ammiro molto per la classe e la
professionalità».
7 gold è una realtà in costante crescita; è in emittenti emergenti come
questa che c'è il futuro dell'informazione?
«Certamente il fatto di essere più vicini alla realtà del
territorio è un vantaggio. E offre forse al pubblico la possibilità di
conoscere meglio i connotati di ciò che gli è più vicino. Il giallo di
Garlasco è un esempio: noi siamo fonte di costanti aggiornamenti».
E a proposito della vicenda citata, che ha allargato la lista nera delle
tragedie della provincia italiana degli ultimi anni, da Novi ligure a Erba: come
mai, secondo lei, c'è tanto interesse per queste
vicende?
«Credo che l'attenzione sia maggiore per i drammi familiari proprio perché sono
storie che raccontano cosa c'è a volte fra le mura
domestiche. Si tratta di una tendenza ormai radicata nella nostra società, che
suscita anche pietà e comprensione per le vittime».
Il successo di Beppe Grillo e della sua informazione "sommersa" costituisce
un sintomo della crisi di quella istituzionale?
«Sì, per alcuni aspetti. Grillo si è fatto portavoce di un malessere e un
malcontento per il quale le istituzioni non riescono a dare risposte concrete.
Bisognerà semmai vedere, qualora dovesse realmente
scendere in campo, se saprà tenere fede alle sue idee e alle aspettative che la
gente ha riposto in lui».
Ha mai subito condizionamenti nel suo lavoro?
«Fortunatamente no, ho avuto la fortuna di poter essere libera quasi sempre nel
mio lavoro. Qualche volta, forse, è capitato, ma penso che la cosa più
importante nel nostro mestiere sia non perdere mai quell'obiettività e
quell'imparzialità che richiede l'essere giornalisti al servizio
dell'informazione».
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MONITOR Melissa
Theuriau, l'impegno per la professione
di
Giuseppe Bosso
Solitamente incentrato sulle tgiste nostrane,
Monitor questa settimana
oltrepassa i confini del Belpaese, occupandosi di una
anchorwoman transalpina
molto seguita anche sul nostro
forum:
Melissa Theuriau.
Originaria di
Échirolles, nel sud della Francia, ha mosso i primi passi
nel mondo del
giornalismo televisivo presso l’emittente Match Tv nel
2002, per poi passare, l’anno successivo, al canale LCI, appartenente al
prestigioso circuito TF1: in pratica, una Mediaset d’oltralpe. Qui ben presto si
fa notare dal grande pubblico per il
carisma e la
spigliatezza,
oltre che per il suo
fascino.
Ma Melissa non è affatto una «bella senz’anima», o
belle sans anime che
dir si voglia: è molto
determinata a farsi strada nel mondo
dell’informazione accettando anche
sfide rischiose.
Come quando, l’anno scorso, rifiuta la vantaggiosa proposta di affiancare il
direttore aggiunto dell’informazione, Claire Chazal, per tentare nuove strade.
Di lì a poco Melissa passa a M6, dove conduce il magazine
Zone interdite,
trasmissione ultradecennale di
giornalismo investigativo della prima
serata domenicale.
A inizio 2007 Melissa viene assunta dall’emittente Paris Première che le affida
la conduzione della trasmissione settimanale
Deux, trois jours avec moi,
in cui viene "invitata" da personaggi famosi ad intervistarli in città a loro
care, e di
Un jour, une photo, dove racconta i segreti e le curiosità
legate ad alcune fotografie a cui sono dedicate le varie puntate.
Grande
impegno sul
lavoro, ma anche grande impegno nel
sociale
per questa donna che, assieme ad altre quattro colleghe, è diventata
madrina
dell’operazione
Unicef "Le rose", a sostegno dell’
istruzione dei
bambini nel mondo. Melissa è anche sostenitrice dell’organizzazione Rêves,
che opera a favore dei bambini degenti negli ospedali.
Bella fuori e soprattutto dentro, la Theuriau merita decisamente il grande
successo e il seguito che ha saputo conquistare negli anni, testimoniato dalla
nascita di un sito a lei dedicato da un gruppo di suoi
accesi fan.
Forse
Telegiornaliste ha fatto scuola anche in Francia!
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CRONACA IN ROSA
Appuntamento
a Roma
di
Erica Savazzi
Appuntamento a Roma,
sabato 24 novembre, alle
14.00, per far sentire la voce delle donne, per chiedere
provvedimenti legislativi ma soprattutto un
cambiamento
culturale, per portare alla ribalta un problema evidente
a tutti ma che, secondo le associazioni femminili, femministe
e lesbiche di tutta Italia, non viene affrontato
adeguatamente.
Il problema - o più propriamente dramma – affrontato ogni
giorno da migliaia di donne è quello delle violenze:
violenza psicologica,
fisica,
sessuale.
Secondo il rapporto Istat
La violenza e i maltrattamenti
contro le donne dentro e fuori la famiglia con dati
relativi al 2006, sono quasi
sette milioni le donne
tra i 16 e i 70 anni che nel corso della loro vita hanno
subito violenza fisica o sessuale.
Ma non da sconosciuti: «I
partner sono responsabili
della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica
rilevate», ovvero spinte, strattoni, schiaffi, botte, fino ai
tentativi di strangolamento e alla minaccia con armi. «I
partner sono responsabili in misura maggiore anche di alcuni
tipi di violenza sessuale, come lo stupro, nonché di rapporti
sessuali non desiderati, ma subiti per paura delle
conseguenze. Il
69,7% degli stupri, infatti,
è
opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2%
è opera di estranei. Il rischio di subire uno stupro
piuttosto che un tentativo di stupro è tanto più elevato
quanto più è stretta la relazione tra autore e vittima».
E denunciare è difficile: la
quasi totalità delle violenze
resta sommersa, con le vittime che solo nel 18,2% dei
casi percepiscono la violenza in famiglia come reato, contro
il 44% che la vede come
qualcosa di sbagliato e il 36%
che – fatalisticamente – la interpreta come
qualcosa che è
accaduto.
Da notare che il 62,4% delle intervistate ha dichiarato che i
figli hanno assistito a uno o più episodi di violenza.
Tutte in piazza, allora, per
denunciare questi dati,
per chiedere più attenzione, per ribadire la libertà di
scelta delle donne nella vita pubblica e privata, per
sensibilizzare donne e uomini, per
chiedere rispetto.
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FORMAT Il
pagellone di ottobre
di
Giuseppe Bosso
10 con lode al più antipatico e amato dei medici
del piccolo schermo, ossia il
Dr.House. Approdato quasi in silenzio nel
palinsesto di Italia1 due anni fa, il cinico e
caparbio dottore interpretato da Hugh Laurie, che
ha tenuto testa nella gara degli ascolti anche al
Festival di Sanremo, passa trionfalmente
sulla rete ammiraglia di Cologno Monzese senza
risentirne. Anzi.
Oltre sei milioni di telespettatori alla “prima”
su Canale5 (22% di share) e standard conseguiti
su Italia1 più che confermati. È lui il vero
trionfatore del mese.
Un eccellente 9 a
Michele Santoro e
Annozero. Che si parli di Prodi o di
Berlusconi, di Grillo o di Clementina Forleo, di
politica o di giustizia, lui c’è sempre. In prima
linea, senza timori, senza peli sulla lingua.
Come il collega
Marco Travaglio.
Merita un 8 il "salto" di
Ilaria D’Amico. Regina del calcio a Sky,
regina in prima serata a
Exit, il lunedì, che per il secondo anno
ripropone le sue inchieste a tutto tondo e i suoi
reportage scottanti, come quello della prima
puntata su
Chiesa e omosessualità. È ormai una vera
garanzia della nostra televisione, e non certo la
regina del "guardonismo catodico".
7 a sorpresa per
Tempesta d’amore. E’ ormai un anno che
questa soap tedesca è approdata sugli schermi
Mediaset: non era facile affermarsi in casa di
Centovetrine,
Vivere e
Beautiful, ma le vicende del grande
complesso alberghiero bavarese sono pian piano
entrate nel cuore degli spettatori (e delle
spettatrici), e quello che doveva essere un
tampone per l’assenza estiva delle soap nostrane,
per Mediaset si è trasformato in un successo di
prima serata su Rete4. Tra poco usciranno di
scena i due protagonisti cardine, Laura e
Alexander, ma la soap continua, si spera con
medesimi risultati.
Un inossidabile 6 a
Maurizio Crozza. Altra garanzia di La7.
Irriverente e pungente come sempre, è tornato
dopo le polemiche della scorsa stagione legate
all’imitazione di papa Ratzinger. Ottime anche le
sue incursioni a
Ballarò su Rai3.
5 di consolazione ai vari
Ciao Darwin,
Ballando con le stelle,
L’Isola dei famosi, e a tutti quei format
che dopo edizioni su edizioni non riescono a
rinnovarsi nelle idee e negli sviluppi.
Un 4 da dividere almeno in cinque (Perego,
Bettarini, Gregoraci, Varone, Braida) a
Buona Domenica. Max Pezzali cantava
Stessa storia, stesso posto, stesso bar. Noi
diciamo
Stesso canale, stesso programma, stesso
trash.
Uno sbuffante 3 al
Treno dei desideri di
Antonella Clerici, che evidentemente ha
deciso di rendere onore ai disagi di Trenitalia.
Ascolti bassi, critica non certo benevola e poca
resistenza al confronto del sabato sera con
Maria De Filippi. Cara Antonella, molto
meglio rimanere per ora tra i fornelli de
La prova del cuoco.
2, voto pessimo ma meritato, ai produttori e
sceneggiatori di
Vivere. E’ ufficiale, lo
avevamo preannunciato ai primi di settembre:
la prima soap “fatta in casa” a Canale5, dopo
otto anni di passione chiude definitivamente i
battenti, malgrado sia in corso una vera e
propria mobilitazione da parte dei fan, anche in
rete. Il ritorno di Lorenzo Ciompi, la presenza
della veterana Anna Maria Malipiero e i nuovi
innesti non sono bastati a salvare la barca che
affonda.
Un lapidario 1 a
The Box Game e a tutti
quei programmi di dubbio contenuto che, oltre
alle vistose forme di statuarie conduttrici,
nello specifico la discussa
Melita del
Grande fratello, nulla aggiungono.
Un risentito 0 a Rai e Mediaset, per l’annosa e
irrisolta questione prima serata. All’inizio
dell’anno sembrava finalmente tornato tutto
normale, e invece, dopo l’estate, si ricomincia:
programmi che iniziano sempre più tardi, pubblico
insoddisfatto e redazioni invase da lettere e
email di protesta. Ci sarà una fine a tutto
questo?
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CULT Ridillo,
un musical da bar assai brillante
di
Valeria Scotti
Bengi, Claudio, Paul, Renzo e Albertz. Sono cinque i componenti dei
Ridillo, una
delle più coerenti realtà del panorama musicale italiano. Più di quindici anni
trascorsi tra approcci funky e atmosfere easy listening. Un marchio di fabbrica
per la band romagnola che non hai mai smesso di sperimentare e di giocare con i
suoni.
Soul Assai Brillante, il loro ultimo album, dà il nome
anche a un musical da bar, un progetto unico in Italia che il gruppo promuove in
tour. Questo e altro ancora nelle parole di
Daniele Bengi Benati, voce e
leader dei Ridillo.
Lo scorso marzo è partita la tournée di Soul Assai Brillante. Ce ne parli?
«L’idea è del regista Michele Ferrari con cui c’è un rapporto di amicizia e di
lavoro da molto tempo. Michele conosce gli equilibri del gruppo e ha pensato di
scrivere una vera e propria storia legata a noi in stile musical. Tutto parte da
una sessione di prove nella cantina di una funky band in attesa dell’esibizione
serale. Due le muse ispiratrici: Melania Maccaferri, attrice di
Centovetrine,
e Francesca Cheyenne, dj e vj di
Match Music e
Rtl. E’ una bella
esperienza nata per posti piccoli dove si fa musica live, bar che hanno voglia
di aprirsi a nuove idee come questa».
Qual
è stato il percorso dei Ridillo in questi anni?
«Il gruppo nasce nel 1991. Per quattro anni abbiamo lavorato ai pezzi che sono
nel nostro primo album,
Ridillo. Pubblicato nel 96, è il frutto delle
nostre esperienze, come il premio
Yamaha Music Quest ricevuto in
Giappone e il primo trofeo
Roxibar di Red Ronnie. E’ un album
molto variopinto e rimane forse il più genuino. Il secondo,
Ridillove,
raccoglie pezzi famosi come
Mangio amore e ha una connotazione molto
funky con atmosfere soul e lounge. Il terzo,
Folk’n’Funk, aveva
l’intenzione di riprendere i suoni tipici della nostra terra, la Romagna, come
il liscio, e fonderli insieme a temi naif. Il quarto,
Weekend al Funkcafé,
è l’album che ci ha dato più soddisfazioni. Un brano è stato usato a
Passaparola, mentre alcuni singoli hanno visto la partecipazione di ospiti
importanti: Carmen Villani, Montefiori Cocktail, Sam Paglia e il grande Eumir
Deodato.
Quanto a
Soul Assai Brillante, l’idea di questo ultimo album si è
dimostrata vincente. Da tanto tempo infatti ci chiedevano un album di cover. Il
lavoro è stato caratterizzato da una grande ricerca, insieme a tanti amici, sui
pezzi americano tradotti in italiano negli anni Sessanta e Settanta. Abbiamo
riarrangiato alcuni brani e siamo arrivati a un prodotto finale di dodici
canzoni».
Tra le vostre esperienze, l’apertura dei concerti italiani degli Earth Wind &
Fire e di James Brown. Tuttora in atto, una collaborazione con Gianni Morandi.
Quanta soddisfazione e quanta responsabilità c’è nel suonare con personaggi che
hanno alle spalle una carriera così lunga?
«Aprire i concerti ti fa conoscere al grande pubblico. Ancora oggi riceviamo
email di chi ci ha seguiti al concerto degli Earth Wind & Fire o a quello di
James Brown. Sono testimonianze importanti, ti fanno capire che stai arrivando
al pubblico giusto, quello che sa apprezzare il tuo suono.
Quanto a Morandi, tutto è partito da un pezzo scritto da me e Michele Ferrari
che Gianni ha inserito in un suo album. Una sera è venuto a un nostro concerto
dove avevamo preparato la cover di un suo brano,
Ma chi se ne importa.
Prima ci ha proposto una trasmissione televisiva su Canale5, poi ci ha voluti
nelle ottanta date del suo tour. Sino a maggio scorso lo abbiamo seguito in
Canada. E’ stata una grande responsabilità, soprattutto nelle serate nei
maggiori teatri italiani: non eravamo solo il gruppo che accompagnava il
cantante ma in certi momenti anche coprotagonisti della scena. Una grandissima
esperienza che ci ha permesso di imparare alcuni trucchi da un maestro come
Morandi».
Parallelamente ai Ridillo, ti occupi di musica “in proprio”. Jingle, sigle
per la tv e il cinema, brani per altri artisti. Come si fa a coniugare i propri
gusti con quelli di chi va a interpretare i tuoi lavori?
«A volte è più facile scrivere per gli altri rispetto alle tante censure che
magari rivolgi verso te stesso. Cerco di dare loro un indirizzo diverso da
quello che hanno fatto fino a quel momento, senza comunque allontanarmi troppo
dal personaggio. Insieme a Paolo Belli, ad esempio, abbiamo scritto
Ho voglia
di ballare con te, un brano destinato al
Festival di Sanremo e
utilizzato poi come sigla del programma
Ballando con le stelle. Mi ha
fatto molto piacere ciò che un giorno Paolo mi ha detto, e cioè che riesco a
scrivere “in maggiore”: ovvero canzoni allegre, fresche, positive. Senza mai
essere banale».
- continua sul
blog di Telegiornaliste
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DONNE
La
Presidenta Cristina
dalla nostra corrispondente
Silvia Garnero
BUENOS AIRES - Cristina Fernandez de Kirchner ha vinto le
presidenziali in Argentina con il 46% delle preferenze. 54
anni, avvocato e senatrice, la Kirchner è il nuovo presidente
dell'Argentina e succede al marito Nestor Kirchner.
Cristina entrerà il 10 dicembre prossimo nella Casa Rosada,
il palazzo del governo, e sará la prima donna a farlo in
Argentina per volere popolare.
L'affluenza alle urne è stata del 74,11%, la più bassa nella
storia argentina dopo il ritorno della democrazia nel 1983.
Nel suo primo intervento, Cristina Kirchner ha detto che
«abbiamo vinto ampiamente, forse con la maggior differenza
tra prima e seconda forza» nella storia della nostra
democrazia. La futura presidenta ha ringraziato Nestor
Kirchner, «il mio compagno di tutta la vita», che «con i suoi
successi ed i suoi errori ha dimostrato di essere un uomo
profondamente impegnato con il suo Paese ed il suo popolo».
Reprimendo a tratti l'emozione, Cristina ha riproposto il suo
progetto di «concertazione pluralistica» con cui superare «le
vecchie antinomie» e «lavorare per i profondi cambiamenti che
ci attendono».
Cristina Fernández de Kirchner: di ampia traiettoria
politica, ferrea antimenemista nelle camere legislative,
candidata per il “Frente para la Victoria”, fedele riflesso
della nuova composizione rappresentativa in Argentina: le
coalizioni dei partiti.
Così che sarà lei, fra pochi giorni, che gestirà il destino
della nostra nazione.
A me piace l'idea che una donna sia capace di osare occupare
uno spazio chiave del potere come lo è la presidenza della
nazione. Anzi, ne sono fiera. Dopo valuteremo la sua
gestione, col passar dei mesi.
Speriamo di non diventare ciechi dall'ignoranza né dai
pregiudizi, e che quello che propone la candidata più
popolare con molto senso comune: dialogo politico, lotta
contro la corruzione, salute, lavoro e educazione, siano le
mete non solo difese dal nuovo governo, ma da tutta l'opposizione.
È già l'ora che le postlauree, le costanti gestioni, pure
ininterrotte nei diversi scranni del potere che ha la nostra
classe politica, servano a qualcosa di più di una pensione
sicura e qualche buon affare.
Il popolo argentino tutto ne sarà grato.
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TELEGIORNALISTI
Ugo
Francica Nava, veterano de La7
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana abbiamo incontrato
Ugo Francica Nava,
telecronista sportivo di La7, grande esperto delle varie
discipline nonché veterano della rete televisiva fin dai
tempi di Cecchi Gori.
Ugo, dodici anni nella stessa emittente: è cambiato
qualcosa rispetto agli inizi?
«Sicuramente il fatto che molto del nostro lavoro di oggi è
caratterizzato dalle nuove tecnologie, soprattutto internet.
Certo, da un lato ciò ha portato il moltiplicarsi delle fonti
di informazioni cui il pubblico può accedere, ma al tempo
stesso questo richiede una
maggiore accortezza da parte nostra nella selezione del
materiale di partenza. Per il resto devo constatare che quel
tanto auspicato pluralismo non si è realizzato, i grandi
editori sono sempre gli stessi e hanno ancora in mano il
monopolio del mercato. Si è visto, ad esempio, per il
digitale terrestre, che al momento rappresenta una sfida
ancora da vincere, almeno al di fuori del settore pay tv».
Cosa ha comportato per lei e i suoi colleghi l'avvento del
digitale terrestre e dei diritti sul campionato a La7?
«Premesso che facciamo il nostro lavoro con grande piacere e
soddisfazione, sia che riguardi le telecronache che le
interviste del dopopartita o i collegamenti a bordocampo,
dovendo occuparci soprattutto delle squadre per cui La7 ha i
diritti abbiamo in qualche modo idea di come dobbiamo porci
nelle telecronache.
Intendiamoci, non voglio certo dire che dobbiamo essere di
parte, ma che occorre una maggiore attenzione, tenuto conto
delle esigenze e
delle aspettative del pubblico che ci segue».
Cosa pensa del caso Del Piero che abbiamo vissuto ultimamente? Il capitano
della Juve è davvero in declino
come si pensa?
«Non parlerei di declino, assolutamente. È ovvio che anche i
grandi giocatori, quando arrivano a fine carriera, non
possono pretendere dal loro fisico le stesse cose di dieci o
quindici anni prima.
Stiamo parlando di uno dei più grandi campioni di sempre, che
ha dato e sta dando ancora molto al nostro calcio, e il
talento e la classe non cessano mai quando ci sono.
Venendo alla vicenda legata al rinnovo contrattuale con la
Juventus,
penso che tanto lui quanto il fratello procuratore abbiano
giustamente cercato di sfruttare al massimo la sua posizione:
non dimentichiamoci che Del Piero ha accettato di scendere in
serie B da campione del mondo, per la società bianconera è
più di un semplice giocatore, è un
simbolo, ed è anche giusto aspettarsi un trattamento
perlomeno pari a quello degli altri giocatori che hanno
vissuto da protagonisti il ritorno in serie A della squadra».
Da catanese, cosa pensa del difficile anno, sportivamente
parlando, che ha attraversato la sua città, dopo la tragedia
di Raciti?
«Sono siciliano e me ne vanto! Purtroppo il fatto che la
tragedia sia accaduta nella mia città ha amplificato la
vicenda, ma credo potesse accadere anche in altre città
italiane. È innegabile che
Catania sia una
città difficile, per il pubblico e per la collocazione dello
stadio, ma in fondo è una realtà non molto diversa da quella
di altre frange non meno calde, da Roma a Milano.
E' bene in ogni caso non confondere chi vive il calcio come
una sana passione con i teppisti: qui si passa dallo sport al
diritto penale! Le società, in questo senso, non mi pare
stiano facendo molto a parte proclami di sorta, delegando per
lo più il problema alla giustizia ordinaria che ha i suoi
limiti e le sue sfaccettature. Il caso di
Roma - Napoli, a cui hanno potuto assistere i soli abbonati
romanisti, è esemplificativo della vera e propria situazione
di ricatto in cui talvolta versano le squadre rispetto a
queste frange di facinorosi».
Che differenze ha riscontrato tra la direzione Biscardi e
quella Pastorin?
«Aldo è un personaggio straordinario, per la sua grande
passione e la sua veemenza verbale; lavorare con lui è stata
un'esperienza molto gratificante, ma c'è anche da dire che la
sua visione "calciocentrica" ha penalizzato un poco le altre
discipline sportive. Diversa è stata la posizione di Darwin
Pastorin, uomo di profonda sensibilità e, adesso, di
Antonello Piroso, che lo ha sostituito di recente».
Non solo sport nel suo curriculum giornalistico: ha anche
collaborato alle news sulla guerra in Iraq. Per un
giornalista sportivo trattare altri argomenti cosa comporta?
«Ogni settore ha le sue specificità e le sue caratteristiche
peculiari, e se si riesce a passare da uno all'altro si
sviluppano indubbiamente grandi competenze e qualità. La cosa
importante è in ogni caso riuscire sempre a essere
intermediari umili e onesti tra la notizia e il pubblico, sia
che ci si occupi di sport, di economia o di cronaca».
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SPORTIVA
Le
tre stelle del fioretto azzurro
di
Mario Basile
Sono le regine della scherma italiana. Per
quello che hanno fatto, potremmo chiamarle
anche
le fantastiche tre del fioretto,
alludendo alla loro specialità e spostando le
loro gesta sportive su un piano
“supereroico”. Stiamo parlando, ovviamente,
di
Giovanna Trillini,
Valentina
Vezzali e
Margherita Granbassi.
L’ultimo capolavoro lo hanno compiuto un mese
fa, ai
Mondiali di San Pietroburgo,
conquistando i primi tre posti della
competizione: prima la Vezzali, seconda la
Granbassi e terzo posto per la Trillini.
Proprio come nell’edizione dell’anno
precedente disputatasi a
Torino. Lì,
però, a festeggiare l’oro fu Margherita
Granbassi. La prossima tappa mondiale di
Pechino, il prossimo aprile, servirà a
confermare che non c’è due senza tre.
L’egemonia delle azzurre del fioretto è
iniziata nel ’94.
Europei di Atene:
argento nella prova individuale e a squadre
per la Vezzali, argento solo in quest’ultima
per la Trillini.
All’epoca
Giovanna Trillini era già una
star
del panorama sportivo azzurro. Due anni
prima, ai giochi di
Barcellona ‘92,
era stata la
prima atleta donna a
vincere due medaglie d’oro nella stessa
olimpiade: impresa che le valse la nomina ad
alfiere olimpico, quattro anni dopo ad
Atlanta.
I risultati ottenuti negli anni successivi
consacrarono il suo talento. Basta pensare
che nel suo palmares conta, tra le altre
cose,
quattro medaglie d’oro
olimpiche,
nove mondiali e
due
europee.
Oggi, a
37 anni suonati, è ancora
sulla cresta dell’onda ed è l'atleta azzurra
che ha vinto più ori olimpici di sempre,
insieme all’amica - rivale Valentina Vezzali.
Trentatreenne e marchigiana, di Jesi, come la
Trillini,
Valentina Vezzali si è imposta al grande
pubblico a suon di vittorie, record e grandi
imprese. Le vittorie sono un’antica
abitudine: da quando ragazzina militava nelle
nazionali giovanili, passando per l’
oro
olimpico, il primo, di Atlanta fino ad
arrivare a quelli mondiali ed europei. Il
record, invece, l’ha ottenuto alle olimpiadi
di
Atene 2004, bissando la vittoria
nella prova individuale del fioretto: cosa
riuscita solo all’ungherese
Elek più
di cinquant’anni prima.
Il mondiale di
Lipsia, vinto due anni
fa a pochi mesi dalla nascita di suo figlio
Pietro, fece da anticamera al momento più
difficile della carriera: un lungo stop per
un infortunio ai legamenti del ginocchio. La
vittoria di un mese fa, a San Pietroburgo,
l’ha rilanciata alla grande anche in ottica
olimpiade, che si terrà l’anno venturo a
Pechino.
Chi invece vi cercherà gloria per la prima
volta è
Margherita Granbassi. Lei, ventottenne
triestina, ai giochi olimpici non ha vinto
ancora nulla, ma le
vittorie e gli
ottimi piazzamenti a mondiali ed europei
l’hanno fatta entrare di diritto nel “dream
team” azzurro del fioretto femminile. La sua
bellezza ha attirato l’attenzione dei media,
soprattutto della tv. Margherita, però, ha
messo subito in chiaro le cose: la sua
priorità è la
scherma. In futuro
vorrebbe tentare di coronare un suo sogno:
diventare giornalista. Proprio come suo
nonno,
Mario Granbassi, famoso
giornalista radiofonico degli anni ’30.
Un futuro, però ancora lontano. Anzi,
lontanissimo. Gli occhi di Margherita sono
già puntati ai prossimi appuntamenti iridati.
Le avversarie sono avvisate.
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