Archivio
Telegiornaliste anno III N. 41 (119) del 12 novembre 2007
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR
Lucilla
Granata: Sky, la televisione del futuro
di
Pierpaolo Di Paolo
Nata a Cremona il 26 agosto 1972,
Lucilla Granata è
giornalista professionista dal 2000.
In Rai per sei anni come inviata sportiva, oggi lavora a Sky Sport 1.
Lei lavora per Sky Sport 1 ma ha iniziato la sua carriera in Rai, che
differenze organizzative e di ambiente lavorativo ha potuto riscontrare?
«Sky è il massimo sia dal punto di vista tecnico che da quello delle idee. Sky è
innovazione, è futuro: hai presente il futuro della televisione italiana?
Certo la Rai per me è sempre mamma Rai. Io ci sono arrivata giovane, ci sono
rimasta per quasi sei anni e ho un affetto grandissimo che mi lega a quella
realtà. Devo anche dire che è totalmente diversa, fatta di grandi penne, grandi
giornalisti di fama nazionale e grandi potenzialità mai del tutto sfruttate.
Questo avviene perché è una realtà un po' più lenta, per tanti versi superata.
Però è anche vero che quando penso alla tv italiana, all'Italia, anche solo al
mondiale, automaticamente penso alla Rai.
Io adoro
Caressa, che è il giornalista più bravo al mondo, però vedere il mondiale
sulla Rai ancora mi fa emozionare».
Quindi Sky, anche se è l'ultima arrivata tra le grandi famiglie televisive,
rappresenta già l'apice per un giornalista?
«Assolutamente sì. Sky è una realtà che si è imposta in tempi brevissimi: in
soli quattro anni ha più che raddoppiato i suoi abbonati, e questa non è una
cosa casuale, considerando che è una tv a pagamento. Se quello che proponi non
piace, le persone non si abbonano o non rinnovano. Questo continuo incremento è
per noi un'affermazione importante, vuol dire che piaci e che la qualità del tuo
lavoro è davvero molto alta, anche considerando che un abbonamento a Sky non è
proprio la cosa più economica del mondo. Per un giornalista esser qui è un
continuo stimolo e sinonimo di una continua crescita».
Ne deduco quindi che non tornerebbe mai indietro. Non è possibile un suo
ritorno in Rai?
«Questo no, non lo so. Sono molto affezionata alla Rai e poi io penso che
rimanere troppo tempo nello stesso posto possa essere anche un limite per un
professionista, per cui non escludo nulla: non escludo un rientro in Rai, non
escludo altri cambiamenti».
Si sta riferendo a Mediaset?
«No, questo non lo so, bisognerebbe valutare tante cose. Ma non lo escluderei a
priori, questo mai».
Quale pensa che sia lo stato attuale tra sport e violenza? Dopo i fatti di
Catania e la morte di Raciti la risposta del governo è stata risolutiva, o i
risultati che abbiamo oggi sono solo temporanei e il problema ancora vivo?
«Secondo me assolutamente adeguata. Io, più che per la repressione, sono
dell'idea che bisogna operare per far crescere la coscienza civile delle
persone. Sono ottimista di natura e nonostante tutto continuo ad avere molta
fiducia nell'intelligenza dei tifosi. Sono assolutamente certa che la stragrande
maggioranza delle persone che vanno a vedere le partite siano persone
civilissime, tifosi veri, sportivi veri. E poi abbiamo anche visto come adesso,
a prescindere dalle manovre del governo o dagli interventi della polizia, quando
qualche isolato deficiente si mette a tirare bombe carta o razzi sono per primi
i tifosi che gli sono accanto che intervengono cercando di segnalarlo ed
allontanarlo. Questo mi rende molto ottimista».
Questo è accaduto a Torino, ma non è un episodio ancora troppo isolato nella
nostra realtà?
«E' successo recentemente anche in un altro stadio che adesso non ricordo, per
cui ci sono già un paio di occasioni in cui si comincia a vedere il venir fuori
e prevalere di una coscienza civile collettiva. Io speravo non si dovesse mai
arrivare ai fatti di Catania, però oggi sono assolutamente contenta e ottimista
sul futuro».
In Italia si è puntato molto sul potenziamento delle strutture con stadi
ristrutturati, tornelli, reti su interi settori per impedire il lancio di
oggetti. In Inghilterra, che non può certo vantare tifosi tranquilli e moderati,
gli spettatori sono invece praticamente in campo. Com'è possibile?
«Il modello inglese è assolutamente condivisibile, ma ricordiamoci anche che lì
non si picchiano più dentro gli stadi per farlo appena 300 metri fuori, per cui
il problema è soltanto traslocato ma di certo non risolto.
Ad analizzare bene la situazione non so davvero se siamo noi a dover imparare
qualcosa da loro, o non sian piuttosto loro a dover ancora raggiungere il nostro
livello.
Certo in Inghilterra lo spettacolo è indubbiamente molto piacevole e
scenografico da vedere, e questo sia televisivamente sia per lo spettatore che
siede allo stadio e può godersi la partita stando lì davanti senza recinzioni,
impedimenti, barriere... Ma secondo me una soluzione del genere è ancora
prematura per l'Italia».
Lei da inviata di sport si è trovata spesso a commentare episodi di violenza?
Qual è stato il collegamento più difficile che ha dovuto realizzare?
«Una volta a Reggio Calabria ero a bordo campo e a fine partita si è scatenato
improvvisamente il putiferio con un fitto lancio di oggetti dagli spalti.
Barzagli, che era proprio di fianco a me, è stato colpito, mentre io son
riuscita fortunosamente ad evitare un paio di oggetti scansandomi. In una
seconda occasione, a Cagliari, mi son trovata nel mezzo di una rissa nel tunnel
tra i giocatori che andavano negli spogliatoi. Questi sono episodi che ci
stanno. Non ho mai avuto paura ad andare allo stadio, continuo a non averne, e
continuo a pensare che sia un gran bello sport al di là di tutto, al di là del
comportamento di quelli che cercano di rovinarlo».
Quindi può testimoniare che anche il comportamento dei protagonisti non è
sempre encomiabile a tal proposito. Questo è un pessimo esempio per la testa
calda che si trova sugli spalti e magari ha bisogno solo dello spunto giusto,
cosa ne pensa?
«Prima ancora che giocatori di calcio e personaggi pubblici, sono ragazzi. E'
chiaro che devono tener presente che il loro comportamento influenza migliaia di
ragazzini che vogliono solo seguire il loro esempio, ma non è sempre facile
mantenere il controllo in campo. Non è facile, non sempre ci riescono, però sono
sempre i primi a scusarsi quando succede qualcosa di sbagliato e questo è già un
buon segnale».
Ma quando questi gesti provengono da chi ragazzo non lo è più? Mi riferisco
all'episodio di Baldini che nella partita tra Catania e Parma ha rifilato un
calcio a Di Carlo.
«Baldini è un amico, per cui non mi va di parlarne male. E' chiaro, ha
sbagliato. Io d'altronde ero proprio lì a bordo campo e posso dire che se da un
lato non si può che condannare il suo gesto, dall'altro si deve anche rilevare
che è stato un gesto istintivo, connotato da pochissima violenza, tanto che mi è
sembrata più una cosa comica che altro.
Certo è da condannare, ma anche lui ha chiesto scusa e direi che è finita lì».
Lei nasce come giornalista sportiva o ha iniziato facendo cronaca?
«Prima di passare alla Rai ho lavorato alla radio e poi alla televisione di
Bergamo, e lì mi sono occupata di cronaca. Ho dovuto lavorare anche a casi di
omicidio e sinceramente l'esperienza acquisita mi fa dire che non è quello che
mi piace fare, non è il ruolo che fa per me. Come giornalista sportiva mi sento
molto più a mio agio e credo di avervi trovato la mia dimensione».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR
Silvia
Rocca, poliedrica ex aspirante giornalista
di
Giuseppe Bosso
Non è una giornalista, ma il segno nel mondo dell'informazione, nel bene e nel
male, lo ha lasciato.
Silvia Rocca è infatti la
famigerata conduttrice dello spazio “naked
words” trasmesso da Antenna3 all’interno dell’altrettanto famoso
Spicy Tg.
I nostri lettori la ricorderanno di certo.
Ex aspirante giornalista, quindi,
fotomodella,
scrittrice,
sessuologa: si fa fatica a inquadrare la Rocca in una sola categoria. Per
provare a descriverne la personalità, potremmo dire che non ha peli sulla
lingua. Come ci dimostra nell’intervista che ci ha rilasciato.
Silvia, secondo molti lettori del nostro magazine condurre il tg senza
vestiti, come ha fatto lei con Spicy Tg, è degradante: lo ammette?
«Sempre meglio di quello che fanno tante oche in televisione, come Melita del
Grande fratello».
Dall'estero ci criticano per le soubrette: se non sono seminude non vanno in
tv. Essere o sembrare una donna oggetto resta l'unico modo per diventare famose?
«Sì, è proprio così, nessuno può nascondersi e i fatti parlano chiaro».
Quanto conta per lei essere apprezzata per il corpo e quanto per la mente?
«Non me ne frega niente né dell’una né dell’altra cosa».
Tornando a Spicy Tg, sinceramente quanto crede che gli spettatori
uomini prestassero attenzione alle notizie?
«Quell’esperienza è stata una provocazione che ho voluto fare: non mi sono mai
preoccupata di cosa pensassero le persone che mi guardavano».
Quale telegiornalista "vestita" ammira di più e quale ha preso a modello?
«Nessuna, non ho avuto alcun modello e, come ti ho detto,
Spicy Tg la
consideravo più che altro una provocazione».
Scrittrice, attrice, dj, indossatrice. Il giornalismo cosa rappresenta per
lei tra tutte queste attitività?
«Un’attività che non ho potuto sviluppare perché i “signori” dell’Albo mi hanno
fatta fuori».
Per concludere, se lei potesse decidere di fare un’intervista “nudo a nudo”,
a quale personaggio la farebbe?
«A Bruno Vespa».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CRONACA IN ROSA
Simona,
medico a distanza di
Erica
Savazzi
Che la guerra comporti un rapido peggioramento nelle
condizioni di vita – soprattutto dei più deboli, donne,
bambini e anziani – non è una novità. La novità è invece il
ruolo che possono avere le
nuove tecnologie nel
migliorare le cure e aiutare gli operatori sanitari in quei
Paesi dove la situazione è difficile.
Una testimonianza dell’aiuto che può venire dalla cosiddetta
telemedicina arriva dal sempre più instabile Iraq,
dove grazie alla collaborazione tra
Intersos, il Dipartimento di Scienze Chirurgiche, il
Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia
dell’università La Sapienza, l’ospedale pediatrico di Baghdad
(CWTH), l’Agenzia Spaziale Europea e
Telbios, e grazie ai fondi della Task Force Iraq
finanziata dal ministero degli Affari Esteri italiano, è
stato possibile far dialogare a distanza
medici italiani e
iracheni tramite teleconferenza, consentendo così lo
svolgersi di corsi di formazione e attività di consulto.
Il progetto – denominato
Simona in omaggio alle
donne irachene ed italiane che vi lavorano – è nato quando il
peggioramento delle condizioni di sicurezza a Baghdad non ha
più permesso agli operatori di mantenere contatti agevoli. La
collaborazione iniziata nel 2003 tra Intersos, la Sapienza e
l’ospedale pediatrico universitario di Baghdad si è quindi
dovuta evolvere: la
telemedicina è stata giudicato lo
strumento più adatto a perseguire lo scopo iniziale.
Ma il tutto non si risolve solamente in consulti o corsi di
aggiornamento: il programma infatti ha come obiettivo il
miglioramento reale delle condizioni del CWTH di Baghdad e
dei servizi che offre ai
piccoli pazienti tramite la
fornitura di medicinali e materiale medico.
I prossimi progetti? Estendere questa
modalità di
comunicazione e di lavoro ad altri reparti del complesso
ospedaliero di Baghdad e possibilmente di applicare gli
stessi principi anche nei nosocomi di altre due importanti
città irachene, Bassora ed Erbil.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
FORMAT The
new Tg5 di
Nicola
Pistoia
Dopo il cambio della guardia - per alcuni
necessario - tra
Carlo Rossella e
Clemente J. Mimun, il
Tg5 subisce un importante restyling
che vede l’inserimento di
nuovi conduttori,
nuove rubriche, un
nuovo studio e
tante altre sorprese.
Cominciamo dai conduttori. Le edizioni rimangono
le stesse: quella delle
8.00, delle
13.00, delle
17.00, delle
20.00
e quella della
notte. Per ogni edizione si
alterneranno più conduttori, tra cui diverse new
entry. L’edizione del mattino, a rotazione, sarà
affidata a
Gianluigi Gualtieri,
Paolo
Trombin,
Maria Luisa Cocozza,
Laura Cannavò,
Barbara Pedri,
Gioacchino Bonsignore e
Domitilla Savignoni. La novità di questa
prima fascia è
Simona Branchetti, ex SkyTg 24, passata
definitivamente in casa Mediaset.
Per l’edizione delle 13.00 rimangono confermati i
capisaldi dell’intero tg. Quindi
Giuseppe
Brindisi,
Fabrizio Summonte,
Didi Leoni,
Paola Rivetta,
Chiara Geronzi,
Luca Rigoni e
Salvo Sottile faranno compagnia ai
telespettatori durante l’ora di pranzo.
New entry di questa edizione, direttamente da
Studio Aperto, è
Elena Guarnieri, che pare sia stata
fortemente voluta dal neo direttore.
Proprio nell'edizione delle 13.00, inoltre,
saranno inserite nuove
rubriche dedicate
ai
viaggi, agli
animali e alla
salute.
L’edizione flash delle 17.00, della durata di
cinque minuti, sarà affidata a
Benedetta Corbi, già conduttrice di
Verissimo,
Alberto Duval,
Tito
Giliberto e
Monica Gasparini, anche lei passata dal
telegiornale di Italia1 a quello della rete
ammiraglia.
Ma le novità interessano soprattutto l’edizione
più seguita, quella delle 20.00. Destituiti
dall’incarico di conduttori sia
Annalisa Spiezie - promossa vicedirettore di
Studio Aperto - che
Alberto Bilà,
nuovo caporedattore insieme a
Didi Leoni, rimangono ancorate alle proprie
seggiole il vicedirettore
Cesara Buonamici e
Cristina Parodi.
Le due new entry maschili sono proprio
Clemente Mimun, che ritorna alla conduzione
di un tg dopo tanti anni, e
Giuseppe De Filippi, che fino a questo
momento si era occupato di economia.
Per l'edizione notturna è stata riconfermata la
rassicurante
Cristina Bianchino, insieme a Paolo Di Mizio.
La terza conduttrice sarà l'inviata Simonetta Di
Pillo.
Per concludere, altre novità interessano lo
studio. Mimun ha voluto una
scenografia tutta
nuova,
supertecnologica, con pareti
luminose che ricordano i tg dei cugini francesi.
La battaglia con il diretto rivale, il
Tg1,
continua.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CULT Lucca
Comics & Games: la scatola dei sogni
di
Gisella Gallenca
Un evento che è ormai un vero e proprio cult. Per gli appassionati dei fumetti,
per gli irriducibili del gioco di ruolo, per i cosplayer incalliti. Ma anche per
tutti coloro che, nonostante tutto, credono alle favole. Almeno un po’.
Lucca
Comics & Games, la fiera del fumetto più famosa d’Italia – una
manifestazione che vanta ormai una storia ventennale – ha un’atmosfera unica,
che si percepisce fin dal primo momento. Una location superba, il
centro
storico di Lucca: un museo a cielo aperto, arroccato tra possenti mura. E un
pubblico affezionato e partecipe, sempre più vasto e variegato.
L’appuntamento
di quest’anno si è tenuto tra l’
1 e il 4 novembre: un programma della
durata di quattro giorni, organizzato secondo un calendario molto articolato. Ma
quali sono stati i
momenti di punta, i
nuovi trend e gli
autori
più seguiti dal pubblico?
Prima di tutto, grande attenzione per il
fumetto italiano.
Classici e avanguardie, grandi disegnatori e nomi emergenti. Visitatori numerosi
e costanti allo stand della
Bonelli,
ma anche un notevole interesse per le nuove produzioni di
Diabolik.
Accoglienza trionfale per
Leo Ortolani, creatore dell’anti - supereroe
Rat-Man. Grande successo
anche per
Simone Bianchi, autore Marvel originario di Lucca. Di grande richiamo, le
pubblicazioni delle
Edizioni BD:
un titolo per tutti,
Ucciderò ancora Billy the Kid, di Roberto Recchioni
e Riccardo Burchielli. Da tenere d’occhio.
Ma tra gli ospiti provenienti dal nostro Paese, non sono mancati alcuni autori
dell’
editoria tradizionale. Vivace più che mai il mercato della
letteratura di genere, soprattutto fantasy: a partire da
Licia Troisi
– autrice bestseller di casa Mondadori – per arrivare a
Francesco Falconi, con il suo
Estasia pubblicato da Curcio.
Tra
i giovanissimi, invece, è Giappone mania. Manga, giochi di carte, DVD e
gadget a tema sono tra gli oggetti più ricercati. Ed è sempre più diffusa la
presenza di
cosplayer: il contest ufficiale ha impegnato i partecipanti per gran
parte del pomeriggio di sabato 3 novembre. Moltissimi i costumi fedeli
all’originale e curati in ogni dettaglio, presentati in brevi e divertenti
performance.
Tra gli ospiti internazionali, infine, un celebre concept
artist:
Iain McCaig, creatore di celebri personaggi cinematografici e collaboratore
di George Lucas per la nuova trilogia.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
DONNE
Maga.
Pardon, cartomante di
Laila Di
Naro
Di nome fa
Marisa e il cognome è
Nateri, gli
anni sono un enigma. Perché lei, di professione
cartomante
sensitiva, ormai sulla cresta dell’onda, vive nei misteri
e dai suoi ricordi di “consorella guaritrice” dice di avere
duemila anni.
Dopo tante moine, con estrema difficoltà, ha cacciato fuori
il dato anagrafico:
millenovecentosessantaquattro.
Infatti è una
bella mora,
sensuale e senza
nemmeno una zampa di gallina su quegli occhi neri, profondi e
grandi che ha.
L’attraente Marisa, che d’aspetto sa un po’ di
Morticia,
vive nel centro storico di Cagliari avvolta nella più totale
magia: in 70 metri quadrati tra il
sacro e il
profano aleggia stupore e allo stesso tempo armonia, i
muri sono tappezzati di madonne e santini e tra le stanze
scorrazzano le sue fedeli creature.
Mandra, la sua
bimba - iguana, «tipico animale magico degli operatori
magici», che tiene teneramente in braccio.
E poi ci sono Bambolina, Carabà, Polpettina e Tinki: quattro
simpatici gattini che «credo siano la reincarnazione di donne
saccenti, e il maschio quella di un mio fidanzato marpione,
perché mi importuna spesso e volentieri».
Dulcis in fundo, Tarti, la
tartaruga più veloce che
rincorre i suoi amici felini: «Crede di essere una di loro. I
miei piccoli sono particolari, fanno ciò che vogliono».
In questa atmosfera speciale lei, la cartomante spirituale,
legge i tarocchi: «Aiuto le persone bisognose, sono la
giardiniera delle anime perché ho capacità divinatorie e sono
una missionaria». Chiacchierare con Marisa è interessante,
non spaventa né imbarazza. Anzi. Calma e serena, non si
scompone nemmeno se la provochi. Difficile metterla in mezzo
perché crede in ciò che fa e non lo fa per soldi ma per
passione. O per eredità: «Mia
bisnonna Battistina è
stata la prima medium negli anni Trenta, molti la ritenevano
una
strega, ma streghe non siamo. Fortunatamente
abbiamo la facoltà di essere in contatto con la vita celeste.
Mia bisnonna ha dovuto combattere con i pregiudizi e i tabù
di allora».
E lei?
«Sono entrata in una società moderna e ho avuto molti
ostacoli ma sono fedele a Dio e alla Madonna e la mia
crescita professionale è grazie alla mia seriètà. Non ho mai
imposto prezzi. Solo offerte, non sono iscritta a nessun
albo».
Cosa sono i tarocchi per un cliente?
«Sono un tramite per chi sta seduto di fronte a me, placa la
paura di esprimere i propri sentimenti. La cartomanzia è uno
scambio energetico ed è doveroso aiutare le persone a
rivelarsi».
Cosa le chiedono i suoi affezionati?
«La maggior parte vuole sentire l’amore. Poi la salute e il
lavoro».
Il male più diffuso?
«Senza dubbio i sentimenti. Sono il motore portante di una
persona, se vacillano vacilla tutto il resto».
Il target dei suoi “malati di cuore”?
«Ho sempre preferito lavorare con la gente della notte, sono
più spontanei e più disinvolti. I più bisognosi sono i
maschi, troppo timorosi, hanno perso la stima di se stessi.
E’ necessario rimetterli nella giusta carreggiata. Non è più
tempo di perdere tempo».
Gli scettici?
«Macché scettici, falsi scettici. Professionisti, politici,
insegnanti, sono increduli e diffidenti però mi contattano
periodicamente. Nessuno ci crede ma si siedono tutti».
Ma sui nomi top secret.
Vanna Marchi?
«Una venditrice di fumo. Come tanti».
Tra i suoi colleghi quindi tanti cialtroni?
«Non credo di avere colleghi, non appartengo a nessuna
categoria. Io faccio esperimenti divinatori».
Cioè?
«Ribadisco: ho la capacità di mettere in funzione una
particolare sensibilità che vede oltre per aiutare il
prossimo».
Allora è una maga?
«Prego: cartomante. Non mi sono mai offesa di essere
considerata una maga. Sono due termini simili ma molto
diversi tra loro. Io non faccio mica pozioni. Non avrei
nessuna voglia di sporcare la cucina con code di rondini e
zampe di insetti. Io vi tutelo con la non conoscenza, ciò che
vedo e sento è la mia medicina per voi».
Il satanismo?
«Un mondo terribile, senza legge. Nasce dalla disperazione. I
giovani di oggi non hanno più valori. Ieri c’era il nazismo,
oggi è difficile fermarlo».
L’esorcismo?
«C’è poca conoscenza. Fortunatamente in tutto il mondo ci
sono rarissimi casi. Sono malati di schizofrenia. Ma nutro
stima per chi aiuta queste persone».
Lei ha amici veri?
«Si contano su una mano».
Insomma chi è Marisa?
«Oggi una cartomante realizzata, forte e rispettosa. Sono
anche una principiante pittrice espressionista dell’anima, e
di simboli antichi. Ieri Marisa era la reincarnazione (tra le
tante ricordo in particolare questa) di una consorella
europea che guariva le polmoniti e dolori muscolari. Eravamo
perseguitate e costrette a vivere nelle grotte. Siamo rimaste
in contatto e stiamo cercando le nostre testimonianze della
nostra esistenza. Su questo tasto preferisco non espormi. Per
rispetto delle altre medium».
Perché si definisce donna antica o d’altri tempi?
«Sono nata duemila anni fa».
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
TELEGIORNALISTI
Addio
Enzo di
Mario Basile
«
No, io mi ritengo così fortunato! La mia generazione è
stata testimone di moltissimi eventi. Gli eventi, molto
spesso, sono delle rotture di scatole. Però ho visto morire
tre ideologie, il fascismo, il nazismo, il comunismo. Ho
visto ammainare la bandiera rossa dal Cremlino, io che sono
stato in giro per la Russia con la nipote di Lenin e il
nipote di Stalin. Sono stato in Georgia, ho fatto più
brindisi io alla memoria di Stalin che tutto il popolo
sovietico per venti anni. Ho visto cancellare il senso della
distanza. Sono andato da Parigi a New York in due ore a 40
minuti, il tempo di fare colazione. Ho visto sparire le mamme
che andavano alla stazione per salutare i figli con un
fazzoletto bianco. E’ scomparso l’addio.
E’ stato un secolo che ha avuto un condensato di avvenimenti
portentoso. Ha avuto più scienziati di tutti quelli che erano
esistiti prima. All’inizio del secolo la vita media dell’uomo
era 40 anni. Fra un paio di giorni io ne compio 80».
Rispose così
Enzo Biagi, all’alba dei suoi 80 anni, a
Claudio Sabelli Fioretti che gli chiedeva se gli sarebbe
piaciuto vivere in un altro secolo. Come avrebbe potuto dire
di no, lui che quel secolo l’ha raccontato tutto. Anzi, ce
l’ha raccontato. Con chiarezza e precisione, ma soprattutto
col
buon senso. Perché, come diceva lui stesso: «
Si
può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso».
Aveva cominciato da ragazzo a scrivere, su un piccolo
quotidiano,
Il Picchio di
Bologna, dove la
famiglia si era trasferita da
Lizzano in Belvedere, il
suo paese d’origine.
Si occupava di vita scolastica. Erano gli anni del
regime
fascista, della censura e della stampa controllata, e il
giornalino fu soppresso. Quegli stessi fascisti, una decina
d’anni dopo, Biagi si trovò a combattere con le armi: durante
la
Resistenza aderì alle
Brigate partigiane.
Una Resistenza che per Biagi non era mai del tutto finita.
Pochi mesi fa, in un articolo su
Corsera.it, scrisse appunto: «
Una certa Resistenza non
è mai finita. C'è sempre da resistere a qualcosa, a certi
poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo
a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine
poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane,
erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c'è il
riconoscimento di una grande dignità».
In quegli anni il giornalismo era già diventato la sua vita,
lavorava al
Resto del Carlino, ma fu dopo il conflitto che
cominciò la vera carriera. Scrisse di terribili tragedie –
come l’alluvione del
Polesine - e di fatti più
leggeri, quando faceva l’
inviato e il
critico
cinematografico.
L’occhio critico sul mondo, però, non l’aveva mai abbassato.
Sapeva sempre dove stava andando. La sua adesione al
Manifesto di Stoccolma, contro la bomba atomica, gli
costò l’allontanamento dal
Resto del Carlino con
l’accusa di essere “
un comunista sovversivo”. Fu solo
il primo dei numerosi
allontanamenti che ebbe dalle
varie redazioni, sia della carta stampata che della tv.
Saranno il leit motiv del suo percorso professionale.
Era un osso duro Biagi. La
verità prima di tutto,
altro che equilibri politici. Come quando da direttore di
Epoca, che lui stesso trasformò in un giornale
autorevole, non esitò a raccontare degli scontri a
Genova
e
Reggio Emilia contro il
Governo Tambroni. Era
il
1960 e fu mandato via.
Quarantadue anni dopo l’Italia dimostrò di non essere poi
così cambiata. Il famoso
editto bulgaro,
firmato
Silvio Berlusconi, mise fine alla sua
trasmissione
Il Fatto. Biagi aveva concesso a
Roberto Benigni di denigrare la figura e la campagna
elettorale del futuro premier poco prima delle elezioni. Per
cinque anni è stato lontano dal video.
Quando vi è ritornato, con la sua solita classe, ha detto: «
Vi
confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall'ultima
volta che ci siamo visti sono accadute molte cose e per
fortuna qualcuna è anche finita. Ci sono momenti in cui si ha
il dovere di non piacere a qualcuno, e noi non siamo piaciuti».
Con la scomparsa di Enzo Biagi l’Italia perde uno dei suoi
giornalisti più grandi. La sua carriera l’ha visto lavorare
in giornali autorevoli –
La Repubblica, il
Corriere della Sera,
La Stampa,
Il Resto del Carlino. Dirigere
il telegiornale della tv di Stato e condurre trasmissioni di
successo come
Dicono di lei ,
Terza B, facciamo
l'appello e
Il Fatto. Dovunque è passato, col suo
modo di fare giornalismo, e la responsabilità che sentiva, di
raccontare i fatti usando le parole adeguate, perché la
comunicazione è un potere, ci ha mostrato come si fa ad
essere sempre e comunque al servizio della verità.
Addio Enzo, il vuoto che lasci è incolmabile.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
SPORTIVA
Bortoluzzi
e il calcio raccontato agli italiani
di
Mario Basile
Li vedevi passeggiare in centro nei pomeriggi
primaverili della domenica, in una mano la
mano di una ragazza, nell’altra una
radiolina. Poi c’erano quelli che, già
sposati, portavano la famigliola in gita
fuori porta: nell’auto tutto l’occorrente per
un sano picnic all’aperto e… la radiolina.
Infine c’erano i giovanotti, quelli ancora
scapoli, che soffrivano, da soli o con gli
amici, con l’orecchio attaccato alla radio.
Tutti, insomma, ad ascoltare
Tutto il
calcio minuto per minuto. Erano gli anni
Sessanta, quelli del
boom economico, e
la tv via cavo con le partite trasmesse in
diretta era una cosa più vicina alla
fantascienza che alla realtà.
Scriviamo queste righe nei giorni successivi
alla scomparsa di uno degli artefici di quel
fenomeno di cultura popolare che divenne col
tempo
Tutto il calcio minuto per minuto:
Roberto Bortoluzzi. L’idea di raccontare in
tempo reale, dai diversi campi della A,
l’aveva messa a punto insieme agli amici e
colleghi
Guglielmo Moretti e
Sergio
Zavoli.
Fu subito un successo straordinario, uno
stupendo scossone per l’Italia degli anni
Sessanta, che stava sostituendo il ciclismo
col calcio nella classifica degli sport più
amati. Fino all’arrivo di
Tutto il calcio
minuto per minuto, per sapere cosa stava
facendo la tua squadra del cuore bisognava
per forza vedere la partita allo stadio.
Oppure inventarsi qualcosa. A
Roma ad
esempio, ci si poteva recare sulla collina di
Monte Mario e scorgere il risultato
dal tabellone. A
Napoli si racconta
che la gente si riunisse sotto la sede de
Il Mattino, dove un impiegato esponeva
dalla finestra del suo ufficio un tabellone
col risultato della partita del Napoli, e
l'aggiornava all'occorrenza.
Il debutto di
Tutto il calcio minuto per
minuto avvenne il
10 gennaio 1960.
Campo principale era
San Siro, dove si
disputava Milan - Juventus. La trasmissione
partì con questo saluto: «
Gentili
ascoltatori, un cordiale buongiorno da
Roberto Bortoluzzi». L’avrebbe ripetuto
per ventotto anni. Nel
1987 Bortoluzzi
salutò un'ultima volta e andò in pensione,
proprio nell’anno in cui il Napoli, la sua
squadra del cuore, vinse il primo scudetto.
Bortoluzzi era originario di
Portici.
Suo padre, architetto e ingegnere, progettò
gli studi Rai di
Corso Sempione. Gli
stessi da dove suo figlio avrebbe coordinato
gli interventi dei colleghi dai vari campi
d’Italia. Colleghi che rispondevano al nome
di
Enrico Ameri,
Sandro Ciotti,
Massimo Valentini,
Claudio Ferretti,
Alfredo Provenzali,
Ezio Luzzi,
firme storiche della trasmissione. E tra loro
figurano anche alcuni “insospettabili”:
Pino Scaccia e
Stefano Tura.
Se i radiocronisti erano il cuore della
trasmissione, Bortoluzzi ne era il
cervello. Dirigeva tutti con
precisione maniacale, tanto che a molti
sembrava di vederlo: lì, nello studio davanti
al microfono, coi tecnici dall’altra parte
del vetro e l’orologio in mano per
controllare se rispettavano i tempi degli
interventi. Tre minuti al campo centrale, un
minuto e mezzo per tutti gli altri:
Bortoluzzi non dava scampo. E se qualcuno
sgarrava, alla fine del giro, ecco il velato
rimprovero:«
Raccomando ai colleghi di
essere brevi…». Quello vero, poi,
arrivava in privato.
E’ stato anche grazie a Roberto che
Tutto
il calcio minuto per minuto è diventata
una trasmissione cult nell’immaginario
collettivo del nostro Paese.
Baglioni ha perfino intitolato così una
sua canzone.
Troisi, invece, ne fa sua spalla in
una celebre scena del suo film
Scusate il ritardo.
Oggi, nell’era del
calcio moderno,
fatto di
anticipi e
posticipi,
turni infrasettimanali e
coppe,
tutto rigorosamente trasmesso in diretta tv,
Tutto il calcio minuto per minuto ha
perso un po’ di smalto, ma resiste. Resiste
grazie al fascino della radio.
Grazie all’affetto di coloro che, quella
radiolina, non vogliono proprio saperne di
abbandonarla.
indice della pagina: Monitor (1) | Monitor (2) | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva