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Telegiornaliste anno III N. 42 (120) del 19 novembre 2007
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MONITOR
Isabella
Di Chio, una voce per gli italiani nel mondo
di
Silvia Grassetti
Giornalista professionista dal 2001, laureata in Lettere,
Isabella Di Chio
ha ricevuto nel 2002 il Premio Giornalistico "Val di Sole per un giornalismo
trasparente. Multimedialità per l'altra Italia". Dopo aver lavorato nelle
redazioni di Radio Capital e Sat2000, nel 2001 è approdata a
Rai
International. E' qui che oggi Isabella è impegnata nella redazione di
Italia News.
Lavorare a Rai International è una vocazione, un'occasione o una casualità?
«Un'occasione importante che è diventata una vocazione. Sono arrivata a Rai
International ed ho iniziato ad occuparmi di italiani all'estero nel 2001. Da
allora i connazionali che vivono fuori dall'Italia sono diventati il valore
aggiunto della mia professionalità».
Dalla cronaca locale a Rai International: quanti e quali strumenti del
mestiere servono per ambedue gli ambiti e quali bisognerebbe dimenticare?
«Direi che non bisogna dimenticare mai nulla. Nella nostra professione è
necessario far tesoro delle esperienze vissute e delle professionalità
acquisite. L'immediatezza e la velocità che ho conquistato grazie al quotidiano
lavoro nella cronaca cittadina e nazionale ho cercato di portarle con me
nell'esperienza a Rai International. Un'informazione diretta a chi ha lasciato
il nostro Paese per vivere all'estero o che è nato in altre nazioni, ma che
conserva origini italiane, necessita di semplicità, chiarezza e anche di un
pizzico di passione in più. E' una sfida quella degli italiani all'estero. Loro
hanno una grande voglia di rimanere legati all'Italia, di sapere e conoscere le
sfaccettature di un Paese che continua a mutare. E noi, che dobbiamo rispondere
a queste richieste, stiamo cercando di dare risposte concrete. Molto spesso ho
avuto la possibilità di conoscere le loro storie. Sono rimasta molto colpita
dalla forza con la quale hanno affrontato vite che hanno il sapore del
sacrificio. E' per questo che ho cercato e cerco di raccontare loro l'Italia non
dando mai nulla per scontato, approfondendo ogni aspetto».
Direttora per un giorno: quale sarebbe la prima novità per la
redazione? E il primo progetto nuovo?
«Darei più spazio alle inchieste e alle notizie di cronaca bianca, mettendo in
evidenza le storie di quanti costruiscono e agiscono lontano dal clamore, senza
lamentarsi.
Punterei su una presenza maggiore sul territorio, con meno convegni e più
storie, rispettando anche la sofferenza altrui, senza la ricerca facile
dell'audience.
Vorrei che i nostri programmi diventassero uno stimolo per i telespettatori,
dando voce ai tanti giovani che sono costretti a lasciare l'Italia per
sviluppare le proprie potenzialità. Mi piacerebbe offrire loro un mezzo per
rimanere in contatto con il meglio della storia del loro Paese.
Chissà, questi progetti potrebbero realizzarsi con le novità portate dal nuovo
direttore,
Piero Badaloni».
Hai un sogno nel cassetto o un progetto che speri di poter realizzare, sia
nella vita professionale che in quella personale?
«Più che un sogno nel cassetto direi che è un progetto, un pensiero che ogni
tanto fa capolino. Vorrei dedicare un programma alle storie di emigrazione viste
attraverso gli occhi dei bambini, una sorta di favole vere. Ci sono tante
vicende che andrebbero raccontate e il mio spirito da cronista non aspetta altro
che poter agire, prendere la penna e via. Speriamo che nessuno mi rubi
l'idea...».
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MONITOR
Cecilia
Donadio, la gavetta nelle tv locali
di
Giuseppe Bosso
Tanti anni di lavoro nelle tv campane tra cui Canale 21 e Canale 8. E poi il
felice e meritato approdo alla Rai. Questo è il percorso di
Cecilia Donadio,
giornalista professionista dal 1992. Oggi Cecilia è alla guida della rubrica
quotidiana del Tg3
Nea Polis.
Hai alle spalle una lunga gavetta nelle tv locali napoletane. I tuoi ricordi
di quegli anni?
«Ho cominciato a
Canale
21 quando era la televisione campana più vista in assoluto, più dello stesso
Tg3
regionale. Ho tanti ricordi di quegli anni quasi pionieristici. Quando andai
a fare il provino nella vecchia sede di Posillipo a Villa Lauro, a due passi da
casa mia, mi dissero: "Va bene, cominci domani" e così fu. Rigorosamente in
diretta, da vera incosciente.
Fra i miei colleghi all'epoca c'era Enrico Varriale che mi diede qualche
suggerimento e molto coraggio. Il resto lo fece la mia faccia tosta. Ricordo che
andavo in onda quasi sempre la sera intorno alle 23, e a quell'ora in tutta
Villa Lauro c'eravamo solo io e il tecnico dell'emissione. Il poverino, non
potendosi muovere, mi urlava da lontano: "Cecì, si' pronta?" e alla risposta
affermativa partiva la sigla. Quella gavetta è stato il modo migliore per
imparare a non temere la telecamera. Oggi riesco ad affrontare con grande
tranquillità la diretta che invece terrorizza molti colleghi».
Come si fa a passare dal circuito locale a quello nazionale? I canali
regionali possono essere ancora un buon serbatoio per le emittenti nazionali?
«I canali regionali sono sicuramente il modo migliore per capire cosa significa
fare telegiornalismo perché ti costringono ad imparare come superare le
difficoltà quotidiane del nostro lavoro. L'esperienza ti dà più chance per fare
il grande salto verso le emittenti nazionali. Molte delle conduttrici delle tv
nazionali vengono da quella scuola. Parlo di conduttrici perché è spesso un
vantaggio in più. Chi lavora nelle emittenti locali sa che bisogna saper fare di
tutto ma l'andare in video è ancora il modo più semplice per farsi notare. Oggi
però passare da un circuito all'altro è davvero una scommessa. I posti sono
sempre di meno e le pretendenti, come i pretendenti, sempre di più. Bisogna
davvero essere preparate, motivate e dotate di una volontà di ferro per
riuscire. Io ce l'ho fatta ma non è stato facile e ho avuto molti momenti di
scoramento. La testa dura d'ariete ha avuto la meglio».
Cosa vuol dire, secondo te, essere giornalista a Napoli oggi rispetto alle
problematiche della città?
«Non credo che essere giornalisti sia condizionato dalle problematiche della
città in cui si vive. Che sia Napoli, Palermo, Milano o New York, lo spirito
dovrebbe essere sempre lo stesso. La curiosità, la voglia di raccontare agli
altri in maniera semplice e diretta ciò che hai la fortuna di vivere e vedere in
prima persona, la consapevolezza di avere una responsabilità nei confronti di
chi ti ascolta o di chi ti legge».
Ritieni sia peggio accettare condizionamenti per poter lavorare oppure
rischiare il tutto per tutto pur di fare un'informazione trasparente?
«Vorrei poter rispondere che non è vero, che non ci sono condizionamenti e non
c'è nulla da rischiare nel fare un'informazione trasparente. Ma nessuno di noi
può dirlo. Alla fine però i conti si fanno con sé stessi e con la propria
coscienza».
Nea
Polis è una delle tante rubriche del Tg3 relegate ad un orario non
proprio di grande ascolto. Quali sono le vostre aspettative?
«Quando ho cominciato
Nea Polis, nel gennaio del 2000, la rubrica aveva
da poco cambiato la fascia oraria dalle 17 alle 15 e non aveva ancora
un'identità. Si parlava di attualità, di spettacoli, di animali, poco di
internet. Poi è arrivata l'intuizione del nostro capo redattore Silvio Luise e
la virata decisa verso la potenzialità del web che in Italia era davvero ancora
tutto da raccontare. E così mi sono ritrovata parte della nascita di una cosa
nuova.
Se si esclude
Mediamente, in onda davvero in orari impossibili, non
c'erano rubriche dedicate alla rete e il mondo di internet era un meraviglioso
fenomeno in continua evoluzione. Questo ha dato a me e ai miei colleghi un
entusiasmo particolare e ci ha consentito, nel corso degli anni, di conquistare
uno zoccolo duro di telespettatori che poi non ci hanno più abbandonato.
Oscilliamo intorno al 6% ma abbiamo raggiunto anche il 7,5% di share, vale a
dire dagli ottocentomila al milione di spettatori. Per la media della terza
rete, non è affatto poco. Noi tutti comunque ci auguriamo che
Nea Polis
possa crescere ancora. Il sogno è affiancare alla rubrica quotidiana una puntata
settimanale di approfondimento, magari in orario serale».
I fatti di sangue di questi giorni a Roma (Tor di Quinto, Guidonia) sono solo
l'ultimo capitolo di una incredibile escalation di violenza in cui, purtroppo,
Napoli è spesso protagonista. In questi casi come pensi debbano porsi i media
rispetto al pubblico?
«I media, ripeto, dovrebbero raccontare i fatti, evitare giudizi e pregiudizi,
far parlare dove possibile i protagonisti. Personalmente non sopporto
l'invadenza di un certo giornalismo, soprattutto quello televisivo visto che la
telecamera intimorisce le persone e ci mette in una posizione privilegiata, di
forza.
In questi giorni è scomparso l'esempio forse più calzante di chi e di che cosa
dovrebbe essere un buon giornalista. Pensiamo ad Enzo Biagi e sapremo
esattamente cosa fare e cosa non fare del nostro lavoro».
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CRONACA IN ROSA
La
fine degli eredi di Provenzano
di
Antonella Lombardi
Il volto è
impietrito, la barba e i capelli sono
bianchi, ben curati, i vestiti firmati. Ai polsi, oltre alle
manette, un
rolex, uno dei tanti che compongono la sua
collezione da 15 costosissimi pezzi. Con sé un’elegante
cartella in cuoio, piena zeppa di documenti. Dietro il
figlio, melodrammatico, scoppia in lacrime quando vede la
polizia, grida un
«Ti amo papà» che è suonato insolito
e disperato persino agli stessi agenti.
E’ la mattina del 5 novembre quando i boss mafiosi
Salvatore,
«’U Baruni» e
Sandro Lo Piccolo
vengono sorpresi dalla squadra Catturandi in un blitz nelle
campagne del Palermitano, tra Partinico e Montelepre, il
regno del bandito Giuliano. Qui, in un’anonima villetta
parzialmente abusiva, tra calciobalilla, sedie di plastica,
sigari, caffè, Chivas e spumante, padre e figlio, insieme a
Gaspare Pulizzi e Andrea Adamo, mafiosi di spicco di Carini e
Brancaccio, sono stati sorpresi mentre era in corso un summit
mafioso. Con loro,
pistole, contanti, e pizzini.
Alcuni gettati nella cassetta dello sciacquone e perciò
maldestramente rovinati, ma non del tutto illeggibili:
inutile il tentativo di disfarsene, preziose le informazioni
al loro interno.
I due latitanti, Salvatore «il Barone», 65 anni, ricercato
dal 1983, il figlio e braccio destro Sandro, 32 anni,
latitante dal 1998, avevano con sé il
decalogo del
perfetto mafioso siglato da un titolo che ricorda la
Costituzione italiana:
«Diritti e doveri». Si giura
fedeltà e disponibilità a Cosa nostra, «anche se c’è la
moglie che sta per partorire», «non si devono frequentare né
circoli né taverne», «non ci si può appropriare di soldi che
sono di altri e di altre famiglie».
E poi il manuale di cosa nostra, i dettagli sulla sua
struttura organizzativa, la mappa dei mandamenti, i regni di
competenze di ogni boss, meticolosamente annotati, insieme al
libro mastro del pizzo con su scritto chi paga il
conto alla mafia. Sandro e Salvatore Lo Piccolo erano i
padroni del quartiere San Lorenzo a Palermo e allo «Zen»,
gestivano tempi e distribuzione delle utenze elettriche.
Amavano la bella vita, i vestiti costosi delle boutique del
centro, i rolex.
Il padre aveva uno stipendio mensile da 40mila euro, il
figlio Sandro uno da 25mila, alla moglie andavano per le sue
necessità, 11mila euro.
Eredi di Bernardo Provenzano,
a lui, corleonese, consegnano mezza città in cambio di
un’alleanza preziosa che sigla l’ascesa dei Lo Piccolo alla
reggenza indisturbata di Palermo. Con lui gli
«scappati»,
cioè i sopravvissuti alla prima guerra di mafia che riparano
in America, possono finalmente tornare senza rischiare la
vita, riprendendo i lucrosi traffici di droga con la Sicilia.
«
La cupola è azzerata, cosa nostra non ha un vertice,
li abbiamo arrestati tutti». Così Piero Grasso, a capo della
procura nazionale antimafia, ha commentato a caldo la cattura
dei boss. E adesso gli scenari sul «dopo Lo Piccolo»
rischiano di aprire quella che il procuratore Francesco
Messineo ha definito una «fase di fibrillazioni». C’è un
vuoto da colmare ai vertici e cosa nostra non aspetta troppo
tempo, è fluida, si adatta velocemente. Morto un papa se ne
fa un altro. Ma per fortuna, qualcosa, in Sicilia sta
cambiando.
E se Sandro Lo Piccolo, quando scende dalla volante può
permettersi sprezzante di mandare baci a destra e a manca,
nella piazza antistante la Squadra Mobile, la società civile
e i giovani di
Addiopizzo applaudono i ragazzi della
Catturandi.
I veri
eroi, in Sicilia, sono loro.
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FORMAT
Fabio Canino, su Sky il segreto del successo di
Valeria Scotti
Travolgente, ironico e sempre sorridente. Sono in
molti a ricordare
Fabio Canino nelle vesti di inviato delle
Iene, ma soprattutto come il
conduttore del fortunato
Cronache Marziane. Eppure, dopo anni di
fedeltà dimostrata alla giovane Italia 1 e una parentesi poco fortunata in Rai
con il flop di
Votantonio, Canino ha scelto di iniziare una seconda vita
artistica su
Sky.
Il suo attuale programma,
Celebrity - The
talent show, in onda dal martedì al giovedì in seconda serata, è un
viaggio alla scoperta del successo. Più di cento gli sfidanti tra danza, canto
lirico, circo e magia in questo grande laboratorio televisivo.
Come nasce Celebrity?
«Non avevo mai condotto un talent show. Mi ha
convinto il direttore di rete spiegandomi che potevamo farlo a modo mio ovvero
dando spazio a tutti. Perché in televisione può andarci davvero chiunque.
Preferisco non conoscere i candidati prima del programma, ma vederli
direttamente in puntata con la giuria e con l’ospite
celebrity
per avere l’effetto sorpresa.
All’inizio immaginavo un livello piuttosto basso
di bravura. Invece abbiamo scoperto che c’è tanta gente che ha del talento, ma
non ha la possibilità di dimostrarlo solo perché non è ventenne, bello e con gli
occhi azzurri».
Perché tanta sete di notorietà in giro?
«Perché la nostra società fa credere che chi va
in televisione è migliore di chi non ci va. Spesso non si pensa al fatto che per
arrivare a fare qualcosa in tv occorre avere un eventuale talento e le carte in
regola, cosa che pochi hanno in questo momento»
In queste settimane sei uno dei giurati di
Ballando con le stelle. Cosa spinge un
personaggio dello spettacolo a misurarsi in situazioni particolari e in
discipline che non appartengono alla sua professione?
«Spesso è dovuto alla voglia di mettersi alla
prova, di voler giocare.
Ballando con le stelle è un contesto elegante e
di classe rispetto ad altri reality dove si può essere soggetti a figuracce. Poi
c’è anche chi va lì perché ha da pagare un mutuo. Ma è comunque un programma che
dà la possibilità di mostrare forse l'aspetto più simpatico e meno serioso della
propria personalità».
C’è differenza nel modo di lavorare nella tv
satellitare rispetto alle grandi reti?
«Sul satellite sei più libero di fare e di dire
quello che vuoi. Il pubblico che sceglie questo tipo di rete è perché ha voglia
di vedere un prodotto diverso. E poi non c’è lo stress continuo della gara di
ascolti. Hai infatti la possibilità di sperimentare e di correggere degli
aspetti in corso d’opera. Un’opportunità che non c’è nella tv generalista».
Sei anche una delle voci più seguite alla
radio. Attualmente lavori su Radio Montecarlo. Tra le tue tante attività dove ti
senti a più agio?
«Certamente in radio, al 100 per cento. Lì non
occorrono abiti o trucchi particolari. E la gente ti ascolta senza farsi
distrarre dall’immagine. Alla radio c’è solo la tua voce e quello che dici, nel
bene e nel male».
Prima di arrivare al grande pubblico della tv,
hai studiato recitazione e sei stato un autore e attore teatrale. Qual è stato
il tuo primo "quarto d’ora di celebrità", secondo l'accezione di Andy Warhol?
«Ancora non è arrivato (ride,
ndr). Ho
avuto 3 minuti e mezzo di celebrità con
Cronache Marziane che mi ha fatto conoscere
al pubblico più grande ma il quarto d’ora di notorietà devo ancora viverlo».
Uno sguardo al passato. C’è un personaggio, un
programma che hai amato?
«Mi è sempre piaciuto Corrado e il suo modo di
fare televisione in maniera ironica ma elegante. E poi tutti i grandi spettacoli
del sabato sera.
Milleluci, ad esempio, è nel mio cuore».
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Telegiornalisti | Sportiva
CULT The
Dopes, i cartoni animati viventi del web
di
Valeria Scotti
Ricordano vagamente le imprese di certi programmi americani, dove stuntmen
professionisti si lanciano in sfide diseducative e a rischio di incolumità. Ma
in questo caso siamo in Italia, e i protagonisti sono quattro ragazzi.
Latta, Nobu, Doc e Cla, 21 anni a testa, sono i
The Dopes,
letteralmente I Cretini. Dal 2003 il gruppo si manifesta
nell’hinterland
milanese con apparizioni divertenti e talvolta assurde. Complici un po’ di
sana follia e i video pubblicati in rete.
L’ultima trovata? Pochi giorni fa, sulla Linea 1 della metropolitana di Milano,
dove uno dei The Dopes si è trasformato in uno spogliarellista. Ironica
caricatura della ballerina di lap dance, appartenente al progetto
Sickgirl,
che lo scorso anno movimentò i viaggiatori in una Milano by night.
Luca, portavoce dei The Dopes, ci ha raccontato qualcosa di più.
Come nasce il gruppo?
«Ci conosciamo da sempre, siamo coetanei oltre che amici. Abbiamo iniziato a
esibirci nel nostro palchetto sotto casa, a Mazzo di Rho. Cose di poco conto,
eppure crescendo siamo riusciti a trasformare tutto ciò quasi in una
professione».
Ma nella vita non siete solo Dopes…
«Infatti io mi occupo di montaggio video, Claudio studia per diventare
infermiere, Daniele fa il commesso mentre Davide lavora e va a scuola».
Come partono queste vostre “gesta”?
«Solitamente ci incontriamo per parlarne e si decide tutti insieme. Per
l’organizzazione, ci muoviamo sempre con tre telecamere digitali. Possiamo agire
anche quando siamo in giro per motivi personali. Basta che all’improvviso scatti
l’idea».
E la ripresa della metro?
«Avevamo deciso di farla prima di salire in metropolitana e per questo motivo
avevamo portato con noi le telecamere. Sapevamo infatti che Claudio si sarebbe
esibito in uno spogliarello. L’idea è partita per essere un video dei nostri,
come tutti gli altri, ma poi ha scatenato clamore tra i mass–media. La gente che
era sulla carrozza della metro è rimasta sorpresa anche se ormai è semi abituata
a questi atti in pubblico».
Nel vostro curriculum vantate varie apparizioni su Mtv. Come è andata?
«Siamo stati più volte a
TRL. Ci hanno accolto sempre bene anche se
spesso ci siamo trovati di fronte a persone stranite e un po’ impaurite.
Temevano che all’improvviso, in diretta tv, ne avremmo combinata una delle
nostre».
Come reagite alle critiche di chi vi accusa di invitare all’autolesionismo,
di essere un pessimo esempio per gli adolescenti?
«Rispondiamo dicendo che ci divertiamo in un modo diverso. Nei video che giriamo
è evidente che, in qualunque nostra iniziativa, non ci facciamo mai male. Siamo
quasi dei cartoni animati viventi. Naturalmente invitiamo tutti a non imitarci.
Infatti noi siamo abituati da un po’ di anni a fare certe stranezze. Sappiamo
dunque come agire senza alcun tipo di pericolo per noi e per chi ci sta accanto.
Proprio come i veri professionisti».
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DONNE
Storia
di Caterina, madre coraggio siciliana
di
Antonella Lombardi
Caterina Somellini è una madre coraggio. Nel 1995 un
commando composto dal boss Leoluca Bagarella, dal pentito
Giovanni Brusca e dal capomafia di Partinico, Vito Vitale,
decide di uccidere i suoi figli, Giuseppe e Giovanna Giammona.
I corleonesi sospettano che stiano tramando un piano
di morte ai danni dei figli del boss Totò Riina, uno dei
quali, Giovanni, è stato condannato all’ergastolo perché
ritenuto il mandante dell’omicidio, la mente del commando.
A poco più di un mese distanza, dunque, la sentenza di morte
viene eseguita: Giuseppe Giammona viene ucciso nel suo
negozio di abbigliamento il 25 gennaio del 1995, mentre
Giovanna viene assassinata il 28 febbraio. I killer la
uccidono mentre si trova in auto con il marito, Francesco
Saporito, che muore durante l’agguato.
Ma all’interno della macchina è presente anche Caterina con
due bambini, i figli della coppia: uno, di 4 anni, che
dormiva nel sedile posteriore e che miracolosamente si salva,
e l’altro, di appena un anno e mezzo, che la donna teneva in
braccio nel sedile anteriore e che ha protetto dalla
sparatoria facendo scudo con il proprio corpo.
I due bambini adesso sono orfani, ed è Caterina che, dopo
averli salvati con il suo gesto, li accudisce. Ma la donna si
è spinta oltre:
ha deciso di fare causa a quei sicari
e ha chiesto due milioni di euro come risarcimento a
Bagarella e Brusca. I danni che saranno eventualmente
liquidati nella causa civile saranno pagati con il fondo di
solidarietà per le vittime della mafia, alimentato dai beni
confiscati al boss. E’ caparbia Caterina, e il suo coraggio
continua a mostrarlo anche adesso che ha deciso di non voler
andare via da Corleone, dove vive. Una madre e una nonna
coraggio.
“
A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?”.
Diceva Giuseppe Fava, giornalista e fondatore della prima
rivista antimafia,
I Siciliani, e ucciso dal clan
mafioso dei Santapaola nel 1984. E Caterina, che si era già
costituita parte civile al processo penale, lo sa, e intanto
aspetta, con coraggio e ostinazione.
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TELEGIORNALISTI
Clemente
Mimun: la conduzione non è tra le mie passioni
di
Nicola Pistoia
Pacato, pignolo e a tratti pungente, il neo direttore del
Tg5 Clemente J. Mimun ci regala un’intervista
esclusiva. E a pochi giorni dalla scomparsa del grande
Enzo Biagi, Mimun lo ricorda così. «Abbiamo parlato tante
volte e gli ho fatto un'intervista di novanta minuti sulla
sua vita che rimane forse il più bel documento tv che
racconti di lui. Mi ha onorato dei suoi consigli e qualche
volta delle sue confidenze. Era come lo conosciamo, prendere
o lasciare. Condividevamo la data di nascita, il 9 di agosto,
e per vent'anni l'ho sempre chiamato per fargli gli auguri.
Un grande e indimenticabile italiano».
Ci spiega l'esigenza di rinnovare il Tg5?
«Di fronte alle mille novità tecnologiche utili a realizzare
meglio il nostro telegiornale, era un passaggio obbligato. Il
nuovo studio, grande e luminoso, è in grado di essere
alimentato con qualsiasi fonte multimediale. A mio avviso è
molto gradevole, al punto da accompagnare l'ulteriore
crescita del
Tg5 in termini di qualità e ascolti».
Come mai la scelta di tornare in video a condurre un tg?
«Avendo promosso il cambiamento con l'aiuto determinante
dell'azienda, era doveroso che mi facessi carico del
collaudo. Tutti sanno però che la conduzione non è tra le mie
passioni, quindi è un lavoro che farò per un periodo
limitato».
Secondo lei è più difficile fare del buon giornalismo in
una televisione pubblica o in una rete privata?
«La Rai, che è una grande azienda cui mi legano ricordi
fantastici, è al centro di mille pressioni. Al
Tg5 c'è
sicuramente più libertà, anzi la libertà è il nostro valore
aggiunto».
C'è qualcosa di cui si vergogna nella sua carriera?
«Ho lavorato moltissimo e quindi ho fatto anche degli errori,
ma sempre in buona fede. Tra le mie abitudini non c'è quella
di essere forte con i deboli e debole con i forti. Non so se
alcuni tra i miei critici potrebbero dire lo stesso».
Che rapporto ha con Stefano Campagna e cosa ha pensato della decisione di
uscire allo scoperto dichiarando la sua omosessualità?
«Ho assunto Stefano Campagna dopo anni e anni di precariato
perché è un professionista esemplare e una persona davvero
per bene. Quel che pensa in politica, la squadra per cui fa
il tifo, le sue preferenze sessuali, sono affari suoi. E'
libero di fare e pensare quel che crede, ci mancherebbe
altro».
Dopo diversi anni, cosa risponde alle critiche del
centrosinistra che l’accusarono di condurre il telegiornale
in maniera troppo favorevole all'allora governo di
centrodestra?
«Basta guardare i tg Rai di oggi e alcuni programmi
d'approfondimento per capire dove è sempre stata la
faziosità. Le critiche della sinistra fanno parte delle
regole d'ingaggio. Quando stanno all'opposizione, considerano
i tg una vergogna. Quando governano loro, i tg sono belli ed
equilibrati. Ma le bugie hanno le gambe corte».
Cosa pensa della "premiata ditta" Travaglio-Santoro?
«Distinguerei Michele che è un eccellente professionista di
cui non condivido faziosità ed eccessi».
Un sogno nel cassetto da realizzare?
«Veder felice la mia famiglia a cominciare da mia moglie che
è una bravissima giornalista. E poi vorrei che i miei figli
crescessero in un’Italia migliore».
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SPORTIVA
Salvatore
Biazzo presenta il suo “Dizionario del
giornalista”
di
Mario Basile
Telecronista e volto di
Novantesimo minuto.
Così il grande pubblico ricorda
Salvatore Biazzo, storico giornalista della
Rai. Alla tv di stato ci arrivò
ventisette anni fa, dopo gli inizi al
quotidiano
Roma.
L’esperienza maturata in questi anni l’ha
portato a scrivere
Dizionario del
giornalista:
525 pagine in cui
sono raccolti tutti i termini, tecnici e non,
propri del linguaggio giornalistico.
Telegiornaliste l’ha incontrato alla
presentazione dell’opera, tenutasi martedì
scorso all’
Università
di Salerno.
Dottor Biazzo, quanto è cambiato il
giornalismo rispetto a quando ha cominciato
la sua carriera?
«E’ cambiato radicalmente, in maniera
profonda. Io ho cominciato quando i giornali
si stampavano con la cosiddetta “tipografia a
caldo”, quando si utilizzava il piombo fuso.
Da allora ne è passato di tempo: oggi si usa
la “tipografia a freddo” e la
fotocomposizione. Invece, quando iniziai a
lavorare in tv con la Rai, le pellicole che
si adoperavano erano in bianco e nero e “a
sviluppo rapido invertibile”. Poi non solo ho
assistito all’avvento dell’analogico, ma
anche del digitale».
Lei è noto al grande pubblico come uno dei
volti della storica trasmissione
Novantesimo minuto. Come mai, pur avendo
grosse potenzialità, in Mediaset un programma
simile non ha avuto grande successo?
«Perché la Rai continua, nonostante tante
difficoltà, a mantenere un suo prestigio. Ci
sono storie che hanno fatto la leggenda di
questa azienda, volti che hanno fatto la
storia del giornalismo televisivo. Proprio
quest’anno ricorre l’anniversario della
scomparsa di Beppe Viola, uno dei grandi del
giornalismo radiotelevisivo e sportivo. Viola
è stato per noi tutti non solo un amico e
collega, ma anche un grande maestro. Forse,
proprio il giornalismo sportivo ha prodotto
il meglio: se pensiamo a Enzo Biagi che ha
esordito seguendo il Giro d’Italia, o a
Gianni Brera con tutto quello che ha
significato per il mondo dei linguaggi della
nostra professione, restiamo veramente
sbalorditi».
Vuol dire ancora tanto, quindi, lavorare
per il servizio pubblico…
«Sì, io credo che significhi ancora tanto.
Poche settimane fa sono stato ospite di
Simona Ventura a
Quelli che il calcio e…
ed erano presenti due generazioni di quelli
che hanno fatto
Novantesimo minuto.
Io, nonostante la mia età, appartengo alla
seconda. Noi ci trovammo di fronte dei
colleghi che pensavano a
Novantesimo
minuto, in regime di monopolio, come ad
un teatrino. Dovemmo cambiarlo perché era
arrivata la concorrenza, ovvero Mediaset –
all’epoca si chiamava ancora Fininvest – che
aveva volti nuovi, giovani che sapevano il
calcio e lo studiavano sugli almanacchi. Noi
subentrammo e facemmo la fortuna di
Novantesimo minuto: una trasmissione che
ha abituato anche il pubblico femminile a
seguire lo sport».
Ha seguito per lungo tempo le vicende del
Calcio Napoli ed ha dedicato un libro
all’ingegner Ferlaino, storico presidente
della società. Nonostante i grandi risultati
raggiunti, i tifosi azzurri non ne conservano
un grande ricordo. Crede che sia un
atteggiamento ingeneroso?
«Quel libro, che si intitolava
Il mio
Napoli, fu una confessione, anche per
certi versi emotivamente forte, da parte di
Ferlaino. Credo che il tempo servirà a
rivalutare il suo operato. Ha dato tantissimo
al Napoli e ne ha anche ricevuto, ma se si
dovesse fare un bilancio, credo sia a favore
dei tifosi e del club azzurro».
Non c’è solo lo sport nella sua carriera.
Da diverso tempo cura, con Silvio Luise,
Nea Polis, la rubrica del tg regionale
campano dedicata a internet e alle nuove
tecnologie. Crede che il web possa essere la
nuova frontiera del giornalismo?
«Sicuramente. La parola internet è l’unione
di un termine latino e di uno inglese.
Questo, secondo me, rappresenta
metaforicamente la trasformazione della
nostra professione. Inoltre, nella
presentazione del mio
Dizionario del
giornalista, dico che manca una parola,
ovvero “sesto potere”. Noi eravamo rimasti al
quarto e al quinto, cioè a quello della
stampa e della tv. Sesto potere, invece, è
una parola nuova conosciuta un mese fa grazie
a Beppe Grillo che ha cominciato a parlare
attraverso il blog e poi nelle piazze. Grillo
è un
blogger e perciò ci si chiede se
il web possa costituire un sesto potere».
Parliamo infatti del suo ultimo libro,
Dizionario del giornalista. Com’è nata
l’idea di scriverlo?
«Mi sembrava che ci fosse un vuoto. Quando
sono intervenuto in qualche università o in
qualche scuola, è capitato che qualcuno mi
abbia chiesto il significato di un termine
proprio del giornalismo. A volte io stesso,
rispetto alla specificità di esso, non
riuscivo a dare una spiegazione
soddisfacente. Né per me, né per chi mi aveva
posto la domanda. Allora ho iniziato a
raccogliere tutte le parole che fanno parte
del linguaggio proprio di noi giornalisti che
non è esatto definire “giornalese”, ma è
semplicemente la lingua parlata nelle varie
redazioni. E’ un lessico che si arricchisce e
viene contaminato dal cinema, dalla
pubblicità, da internet. A volte ci arrivano
parole che si presentano con oscura
arroganza, per esempio “Chi è un
blogger?
Perché parla male di noi?”»
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