Archivio
Telegiornaliste anno III N. 46 (124) del 17 dicembre 2007
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR
Teresa Piredda, viva le storie a lieto fine di
Giuseppe Bosso
Incontriamo questa settimana
Teresa
Piredda, volto noto dell'emittente televisiva sarda Videolina.
Sono molto seguite, nel nostro sito, le giornaliste di
Videolina tra cui
Egidiangela Sechi. Tra voi c'è più rivalità o complicità?
«Senz'altro complicità, anche se ovviamente non mancano momenti di competizione
più che di rivalità. Ma è una cosa normale in ogni ambiente di lavoro. Per il
resto, siamo un gruppo molto sereno».
Negli ultimi tempi, purtroppo, si registra nei telegiornali la tendenza di
incentrare l'attenzione soprattutto sui gravi fatti di cronaca nera. Cosa ne
pensi?
«Sicuramente c'è una forte attenzione per queste tragiche vicende. Credo sia
anche una risposta alle attese del pubblico che mostra interesse per queste
storie, non neghiamolo. La cosa che mi preme, come giornalista e come
spettatrice, è che l'informazione sia corretta e obiettiva e, in ogni caso, non
cerchi di scavare a fondo nelle vicende dei protagonisti che meriterebbero
quantomeno un minimo di rispetto per il loro dolore».
Sei una giornalista di un'emittente che opera principalmente su scala locale
e anche satellitare. Pensi sia peggio lavorare in una struttura dotata di poche
risorse ma con grande libertà di espressione, o poter contare su grandi mezzi a
patto di seguire una linea editoriale dettata dall’alto?
«Meglio poter contare su poche risorse ma essere liberi di informare. L'aspetto
peggiore e mortificante del nostro lavoro è dover accettare qualsivoglia tipo di
condizionamento. Per quanto riguarda Videolina, fortunatamente, è un problema
che non mi pare si sia mai posto».
Le notizie che più ti infastidiscono e quelle che invece dai con grande
gioia?
«Non è una domanda facile. Non mi piace divulgare notizie riguardanti la vita
privata delle persone e non di rado ho avuto delle discussioni con i colleghi
proprio per questo motivo. Violenze sessuali, omicidi o maltrattamenti su minori
sono notizie che non vorrei mai leggere, ma è inevitabile che ciò accada. Per
contro, amo le storie a lieto fine, le notizie davvero belle e positive. Ma
ahimè, di questi tempi, non capita spesso di trovarne».
Sogni una grande occasione a livello nazionale?
«Non escludo nulla a priori. Certo, Videolina è una buonissima palestra che può
dare tante soddisfazioni, ma noi giornalisti "territoriali" abbiamo sempre il
sogno della chiamata da parte di una grande emittente nazionale».
Che sensazione ti ha dato scoprire di avere un
seguito su Telegiornaliste?
«Sicuramente molto piacevole. Non mi sarei mai aspettata di trovare persone che
mi seguissero, che mettessero su un sito le mie immagini. E' stata una cosa
carina che ho scoperto per caso».
Hai mai subito condizionamenti nel tuo lavoro?
«Non credo proprio. Per carattere dubito che qualcuno ci possa anche solo
provare... ».
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CRONACA IN ROSA Tecnologia per l'ecologia
di
Erica Savazzi
Può la tecnologia aiutare l'ambiente? Sì, secondo i
ricercatori del
Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea.
Proprio loro, infatti, hanno ideato un'applicazione per
telefono cellulare che permette di calcolare le emissioni
di gas serra di cui è responsabile il singolo utilizzatore.
Se infatti i maggiori colpevoli dell'emissione di gas
dannosi nell'atmosfera sono i processi industriali (21%
delle emissioni), la produzione di energia (13%) e i
trasporti (20%), è però evidente come i
singoli
comportamenti possano essere
rilevanti. I mezzi
con cui ci spostiamo, ciò che mangiamo, le apparecchiature
elettroniche che utilizziamo - in pratica le attività di
tutti i giorni - contribuiscono infatti all'emissione di
gas serra.
Conoscere l'impatto ecologico delle
attività della singola persona e imparare a ottimizzarle
costituisce, quindi, un'efficace lotta ai cambiamenti
climatici.
Il programma
MobGas, reso pubblico per la prima
volta durante la conferenza sui cambiamenti climatici di
Bali e tradotto in 21 lingue, sarà presentato in Italia il
18 dicembre al CCR di Ispra. Utilizzabile ovunque grazie
all'
universalità del servizio cellulare, MobGas può
essere adottato in 27 Paesi europei.
Semplice e veloce, è stato pensato per essere utilizzato
nei ritagli di tempo, durante gli spostamenti sui mezzi
pubblici o mentre si è in coda. Inserendo i
dati
riguardanti i propri
consumi e le proprie attività,
il programma calcola la
quantità di emissioni che
finiscono nell'atmosfera e dà preziosi consigli su come
migliorare la propria "efficienza".
"Un autobus trasporta lo stesso numero di persone che
possono entrare in dieci automobili, ma occupa un terzo
dello spazio su strada e produce la metà di CO2 per km per
passeggero", "Persino scollegato dal telefono, il
caricabatterie consuma elettricità. Scollegatelo quando non
lo usate" sono alcuni dei consigli riportati sul
sito internet da cui - dopo essersi registrati - è
possibile scaricare gratuitamente MobGas.
Sullo stesso sito c'è la possibilità di creare un "
diario
delle emissioni" quotidiane, settimanali o annuali,
confrontarle con i parametri previsti nel protocollo di
Kyoto ed entrare a far parte di una classifica che riporta
gli utenti più attenti all'ambiente.
Perché, modificando le proprie abitudini, è possibile
contribuire a salvare la Terra.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
FORMAT Quelli
della tv a volte ritornano di
Nicola Pistoia
A volte ritornano. Recitava così il titolo di un
famoso film. Ebbene sì,
a volte ritornano.
Senza che nessuno glielo abbia chiesto. Non è il
caso di tutti, ovviamente.
Il primo dei grandi ritorni, osannato dalla
critica televisiva nei giorni precedenti al
debutto, è
Gianni Boncompagni. Il
pigmalione di tante starlette, prezzemoline e
ragazze dello spettacolo riappare, dopo
diversi anni di assenza dal tubo catodico,
con un programma dal titolo
Bombay di cui
è autore e presentatore. Uno show, in onda su
La7 in seconda serata, dai tratti scialbi e
privo di originalità ma soprattutto carente di
buoni intenti.
Come nei suoi precedenti lavori - ricordiamo
Non è La Rai e
Macao - Boncompagni si
attornia di
ragazze fin troppo vocianti
che affollano un primo studio. In quello accanto,
invece, il "traghettatore" televisivo intervista
personaggi più o meno famosi su temi d'attualità
con l'ausilio di altrettanti personaggi surreali.
Nel corso di queste prime settimane di
programmazione
si sono succeduti diversi
ospiti, ma l'unica a suscitare interesse nel
pubblico è stata
Raffaella Carrà. Tra i
meriti della Raffa nazionale, quello di aver
portato il programma a raggiungere picchi di
700mila telespettatori.
Ha ricominciato a girare anche
La Ruota della
Fortuna, in onda dal 10 dicembre su Italia1.
Il format, ormai orfano di Mike Bongiorno, il
vero papà, è stato adottato da
Enrico Papi.
Il gioco rimane invariato, solo qualche modifica
evidentemente dovuta alla nuova collocazione. A
voltare le caselle che svelano le frasi nascoste
c'è
Victoria Silvstedt, già valletta dello
stesso gioco in Francia.
Di Papi, ormai, sappiamo quasi tutto. Dopo aver
gongolato grazie al successo del reality
La
Pupa e il Secchione, è tornato su Italia1
conducendo
Prendere e Lasciare che non ha
entusiasmato né critica né telespettatori. Ora è
tempo di misurarsi con un programma che ha fatto
la storia della tv italiana. Staremo a vedere.
Gradito ritorno, infine, quello di Gerry Scotti e
del suo gioco
Passaparola, giunto in prima
serata dopo aver lasciato il preserale ad
Amadeus.
Passaparola, infatti, andrà in
onda dopo il Tg5 delle 20.
Lodi a Gerry Scotti, uno showman che sicuramente
vedremo in tv ancora per lungo tempo. Certo, la
cosa non dispiace. Ce ne fossero di persone
professionali e simpatiche come lui.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CULT Donne
e lavoro nei fumetti di Pat Carra di
Valeria Scotti
Donne lavoratrici, nelle favole e nella realtà. Oltre
cento vignette,
strisce a colori e in bianco e nero ne raccontano l'essenza, la forza e la
caparbietà. Ambasciatrice delle donne è
l'artista Pat Carra. Carta e
inchiostro per elogiare la figura femminile che, attraverso grandi vittorie, ha
saputo conquistare il mondo del lavoro negli ultimi trent'anni.
Fumetti, i suoi frutti, che alimentano un percorso leggero ma fautore di
riflessioni alla
Centrale Montemartini di Roma, sulla Via Ostiense. E'
qui l'appuntamento con
La Bella Addormentata fa il turno di Notte, mostra promossa
dall'Assessorato alle Politiche Culturali e dall'Assessorato alle Politiche per
la Semplificazione, la Comunicazione e le Pari Opportunità del Comune di Roma,
in programma fino
al 27 Gennaio 2008.
Pat
Carra proviene da una famiglia tutta al femminile, il suo vero primo teatro ove
trarre spunti ed elaborare racconti. Poi
l'incontro con il femminismo
negli anni Settanta, e il rapportarsi con le donne a livello universale. Da
allora, molti lavori per giornali e libri: vignette su Livia Turco, Condoleezza
Rice e le donne in carriera militare.
Fino alle prime kamikaze.
Nella mostra ci sono tutte le donne rappresentabili. Disoccupate, ladre, suore
ed eterne insoddisfatte. Anche quelle prese a fuggire dalle prigioni maschili e
a voler
imitare i modelli di potere. Personalità che Pat Carra non riduce
in macchiette virilizzate. «Il potere incarnato dalle donne nei luoghi di lavoro
è estremamente complesso da mettere a fuoco in quanto assume una forma materna,
onnipotente, costellata da ricatti affettivi».
La scelta della Bella Addormentata? «Perché fa l'operaia tessile e crolla di
sonno all'arcolaio, Cenerentola e Biancaneve sono governanti a tempo pieno,
Cappuccetto Rosso è fattorina, La Bella fa l'educatrice della Bestia». In fondo,
nelle favole, tutte le protagoniste lavorano. «Il lavoro è un'esperienza
fondamentale della necessità e non c'è destino che si rispetti senza necessità».
L'ironia di Pat Carra potrebbe sembrare talvolta a sfavore delle donne. Non è
così. Vi è la sola necessità di stabilire un rapporto con la sua interlocutrice.
Perché «
bisogna essere in due per ridere e sorridere». Sempre.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
DONNE Karen
Blixen e la sua Africa
di
Pinuccia Carbone
Una donna ribelle, divisa tra la placida routine della
Danimarca e il calore dell'Africa.
Karen Blixen nasce
nel 1885 a Rungsted, vicino a Copenaghen, da una famiglia
agiata. Rimane presto orfana del padre, un proprietario
terriero morto suicida.
All'età di 28 anni si fidanza con il barone svedese
Bror
Von Blixen-Finecke, suo cugino.
Cambiare vita. Obiettivo, il suo, promosso con l'acquisto di
una fattoria. E così, insieme,
partono per l'Africa
dove, tempo un anno, si sposano.
Nairobi li accoglie. Una nuova vita per Karen, ma la gioia
dura poco. Sette anni appena di matrimonio, poi il divorzio.
Bror torna al suo paese, Karen no. Testarda,
rimane in
Africa, dedicandosi completamente alla
piantagione di
caffè. Diciassette anni di lavoro fino al dissolversi del
sogno africano.
Al sopraggiungere di una
crisi del mercato del caffè,
infatti, Karen è costretta a chiudere la sua attività. Decide
così di lasciare l'Africa e di tornare a malincuore dalla
famiglia. A quella lenta vita che le permetterà di cominciare
a comporre
La mia Africa, pagine di diario dove
Karen racconta di una terra ormai un po' sua e della
bruciante nostalgia.
Colpita da una
malattia venerea, probabilmente
contratta dal marito durante il matrimonio, trascorre gli
ultimi tempi tra casa e ospedale, ritrovandosi perfino
impossibilitata a scrivere. Per farlo, si affida ad una
segretaria che l'accompagna in questi anni difficili.
Nel 1962, all'età di 77 anni, arriva la sua fine. Tutto ciò
che ricorda l'Africa della Blixen, dalle fotografie agli
oggetti personali, o gli stessi dipinti dalla scrittrice,
sono oggi conservati nella
casa-museo di Nairobi, un
progetto finanziato dalle entrate del film tratto dal suo
capolavoro.
Una villa circondata da un grande giardino che, ogni giorno,
viene calpestato dai passi dei suoi tanti ammiratori.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
TELEGIORNALISTI
Boris Mantova, anima e corpo per il
giornalismo
di
Giuseppe Bosso
Giovanissimo ha iniziato a interessarsi al giornalismo, fino
a realizzarsi in vari campi. Oggi
Boris Mantova, giornalista
professionista napoletano, è una delle voci importanti della
redazione giornalistica di Canale 8. Impegnato in progetti
per il sociale e corrispondente per varie radio nazionali, è
componente del direttivo dell’
Associazione Giornalisti
Politici della Campania.
Ha ricevuto il premio Scugnizzo d’oro patrocinato
da Napolitano. Cosa le ha suscitato questo riconoscimento?
«E' un premio assegnato ai giornalisti che si sono distinti
per il loro impegno, onestà e professionalità.
Tradizionalmente viene riconosciuto a giornalisti di lunga
data, e il fatto che sia stato fatto il nome di un giovane è
importante. Sarei bugiardo se non dicessi che mi ha
emozionato. Ho sempre dedicato anima e corpo a questo
mestiere, sacrificando anche gli affetti. Per me la cosa è
resa ancor più difficile dal non avere alle spalle un nome
altisonante, o comunque familiari già affermati nel nostro
campo. E' stata una gioia che mi spinge ad impegnarmi sempre
più. Perché prima o poi i risultati arrivano e trovi chi
crede in te. Non bisogna mai smettere di lavorare».
Cosa significa per lei avere un direttore donna come
Serena Albano?
«Ritengo sempre che le donne ci siano superiori per
competenze e professionalità, a maggior ragione nel caso di
Serena che ha una lunga esperienza nel campo. Per noi è un
bene avere vicino sia lei che l'editore Lilly Albano.
Con piglio duro ma anche materno sanno guidarci e mostrare
reale interesse per i problemi che ci capitano nella vita di
tutti i giorni e nel lavoro. Insomma, per me sono due figure
fondamentali per confrontarsi e crescere. La mia non è
piaggeria».
Cosa significa fare informazione in una realtà come quella
di Napoli?
«C'è molta ignoranza sulla mission del giornalista.
Frequentemente la gente non si rende conto che noi abbiamo la
possibilità di far da tramite tra loro e i palazzi, che
possiamo rappresentare alle istituzioni quelle che sono le
vere istanze delle persone, i problemi che avvertono. La
difficoltà sta spesso nel trovare il giusto punto di
equilibrio: non siamo alle dipendenze del politico di turno
ma neanche siamo lì a crocifiggerlo senza giusta causa.
Chi ha una responsabilità istituzionale, deve capire che il
microfono può essere un'opportunità e non un megafono di
propaganda: risposte concrete e non politichese stancante che
alla gente non arriva, anzi rimbalza. Certo, con qualcuno di
loro è inevitabile che, alla lunga, si possa anche creare un
rapporto personale se non di vera e propria amicizia, ma
questo non deve assolutamente pregiudicare il fine della
nostra professione. Tempo fa, un ex direttore di
Panorama
disse che "un giornalista, per essere tale, deve mettere il
piede a terra ogni mattina consapevole di far dispiacere
qualcuno".
Chi opera in un tg locale come me, deve poi fare molta
attenzione a non cadere nella retorica e a non ripetere ciò
che già viene detto dai tg nazionali. Scimmiottarli è
qualcosa di molto provinciale che non raggiunge il
telespettatore».
Cosa rappresenta, secondo lei, l'enorme successo che sta
avendo Beppe Grillo con le sue iniziative?
«Il cittadino è stanco della politica asettica e lontana dai
problemi della quotidianità. Nel buio più totale, è
inevitabile appigliarsi a quel barlume di luce rappresentato
da una persona che ha il coraggio di dire a viva voce ciò che
la gente sente. Il "vaffa" di Grillo è spiattellare quello
che succede nei palazzi senza alcuna remora, senza timori.
Idealmente si può dire che Grillo sia una sorta di
"giustiziere" che era atteso da tanto e da tanti per dare
voce ai "vaffa" repressi».
La notizia che sogna di dare in apertura del tg?
«Bella domanda. Vorrei poter annunciare "Edizione
straordinaria: finalmente è stata trovata una cura per le
malattie genetiche, nessun bambino da oggi morirà per causa
loro", e ancora "Nessuno più sarà costretto a fare file
interminabili o ad andare dall'amico politico per poter
ottenere le adeguate cure"».
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
SPORTIVA Dody
Nicolussi, la montagna nel cuore
di
Mario Basile
Porre i riflettori sulle
donne dello
sport. Quelle che lo praticano e, perché no,
anche quelle che lo raccontano. Si riassume
così, in poche righe, l’obiettivo principale
di
Sportiva. Se poi incontri chi, come
Dody Nicolussi, fa e sa fare entrambe le
cose, vuol dire che sei davanti a qualcosa di
speciale. Speciale come l’amore che Dody
nutre per lo
sport, ma innanzitutto
per la
montagna. Del resto, se nasci a
1700 metri dove «la neve ce l’hai
fuori di casa e quasi impari prima a sciare
che a camminare», diventa logico che
l’atmosfera
magica della montagna
finisca per far parte di te.
All’attività sportiva, vissuta anche nella
nazionale di sci alpino, dal 1985 si è
aggiunta quella di giornalista.
Dody, hai praticato per lungo tempo sci
alpino, anche a livello agonistico, prima di
diventare giornalista sportiva. Quanto ti ha
aiutato nella tua professione l’aver fatto
parte di quel mondo?
«Sono stata tanti anni in nazionale di sci
alpino e devo dire che quella è stata la mia
formazione. Il passaggio da ex azzurra a
giornalista è stato fondamentale, perché un
conto è raccontare lo sport e un conto è
averlo vissuto da atleta conoscendone tutti
gli aspetti. Ti ritrovi a sapere esattamente
come si vive la vittoria, la sconfitta e in
generale come funziona la vita di un atleta.
Io, poi, vengo da una famiglia di sciatori.
Sono tutti maestri di sci: mio padre è un ex
atleta, oggi allenatore insieme a mia
sorella. E’ una famiglia che vive lo sport.
Avendolo vissuto in prima persona, lo sport
lo racconti in maniera diversa, con l’anima.
Inoltre, sai interpretare meglio ciò che
viene detto. Sotto l’aspetto formativo è
un’esperienza unica. Anche se, ovviamente,
non tutti hanno questo privilegio».
Anche tu sei allenatore e istruttore
nazionale, oltre che maestro di sci. Come mai
hai deciso di occuparti di sport da
giornalista e non di rimanervi ricoprendo
questi ruoli?
«Sì,
nel tempo libero continuo a fare l’istruttore
nazionale, l’allenatore e il maestro di sci.
Sono arrivata al giornalismo perché ho
iniziato a scrivere per delle testate
specializzate come tecnico. In seguito ho
fatto il commentatore tecnico in radio e in
tv, viste le conoscenze che avevo
dell’ambiente sportivo da cui provenivo. Poi
da lì sono passata a condurre dei programmi
sempre in radio e in tv a livello regionale.
Le opportunità, come spesso accade, sono
arrivate tutte insieme: è questione di
cavalcarle. Fare la giornalista, per me, ha
rappresentato un modo diverso per continuare
a raccontare ciò che amo. E lo sport io lo
amo a 360 gradi, anche se il mio cuore
appartiene allo sci e a tutto il mondo della
montagna».
Quindi hai lavorato sia in televisione e
che in radio. Dove credi si faccia meglio
informazione sportiva?
«Sono mezzi diversi. La radio è straordinaria
perché, attraverso la voce, non solo devi
dire con precisione tutto ciò che avviene, ma
soprattutto saper comunicare le emozioni a
chi ti ascolta. E’ molto affascinante come
mezzo d’informazione. La televisione, invece,
è magica e ti dà molte opportunità. Riuscire
a trasmettere e a raccontare le emozioni
attraverso le immagini e le parole è qualcosa
di speciale. I servizi stessi non sono un
qualcosa a sé stante, ma finiscono per avere
un cuore e un’anima. Saper tirare fuori dalle
interviste, dai profili e dagli speciali
quello che desideri raccontare: quello è il
bello. Sotto questo aspetto, l’esperienza
aiuta molto. Il giornalista può essere amato
e non, ma il suo mestiere diventa un’arte
perché ci mette sempre un po’ di se stesso in
tutto quello che fa».
Tornando allo sci, sembra che l’Italia,
dopo gli anni d’oro firmati da Tomba, dalla
Kostner e dalla Compagnoni, non abbia più
grandi talenti…
«La verità è che la storia dello sci su tutto
l’arco alpino, ma non solo, vive di cicli.
Adesso è un momento in cui coincidono
difficoltà economiche ed anche a livello di
vivai. Lo sci sta pagando un prezzo
abbastanza alto. Io ho tanta fiducia in tutti
gli atleti perché ognuno di loro dà il
massimo. Vivere lo sport da agonista
significa dare tanto e non sapere se si
raggiungeranno gli obiettivi. Ci sono tanti
ragazzi che si impegnano, ma non è facile
vincere perché gli altri sono molto forti. Ci
vogliono capacità e bravura.
Lo sci italiano deve ricostruirsi, rimettere
in piedi la macchina dal punto di vista
tecnico, organizzativo e manageriale. Anche
altre federazioni hanno vissuto periodi
difficili come questo e ne sono venute fuori.
Con l’aiuto di tutti - atleti, ex atleti e
dirigenti - possiamo farlo anche noi. Lo
stesso sostegno dei tifosi può dare una
grossa mano.
Una cosa molto importante, inoltre, non va
dimenticata: attorno allo sci agonistico c’è
tutto il mondo della montagna che, come
sappiamo, vive di turismo e ha bisogno dei
risultati per tirarsi su. Lo merita perché è
splendida».
Il pubblico ti ricorda soprattutto come
conduttrice di trasmissioni come
SportHandicap e Vincenti, i
magazine di Sky dedicati allo sport dei
diversamente abili…
«Sì, il fatto di aver messo in piedi un
programma che era praticamente il solo ad
essere così articolato e tutto dedicato ai
diversamente abili, mi fa molto piacere.
Inizialmente ho trovato delle difficoltà,
soprattutto nell’adottare il linguaggio
giusto. Siamo riusciti poi a eliminare tutta
la retorica e a dimostrare che una vittoria è
sempre una vittoria al di là degli handicap.
Il mio obiettivo, con
SportHandicap e
Vincenti, era spingere questi ragazzi
a tirare fuori la grinta e la voglia di dire
“Anche noi facciamo sport ad alto livello.
Anche noi siamo atleti”. Ecco, quella è stata
la sfida più grande che porto ancora nel
cuore.
Inoltre, ho incontrato delle persone
meravigliose. E’ stato stupendo avere accanto
un amico come Alex Zanardi che è tuttora un
grande esempio di vita, di uomo, di atleta e
di padre. Insieme, nella trasmissione
Vincenti, abbiamo dimostrato che non
esistono barriere se non nella mente delle
persone».
Un'altra tua trasmissione di successo è
stata Le signore dello sport, che
conducevi su Radio24…
«Ti ringrazio di cuore per averla ricordata
perché è un tema a cui tengo molto. Quando
scrissi questo programma, il mio desiderio
più grande era quello di portarlo in
televisione, dove poi ho fatto
Le signore
del Calcio, ma lì si trattava di
raccontare la vita delle mogli dei calciatori
e non propriamente di atlete.
Le signore
dello sport, invece, poneva l’accento su
queste donne atlete: forti, deboli, decise, a
momenti fragilissime che raggiungono grandi
risultati non senza fatica. Quindi, dentro le
storie di grandi sportive può essere tutto
bello, ma al tempo stesso esserci un qualcosa
che ha bloccato la loro carriera, un momento
difficile o la voglia di costruirsi una
famiglia. Con la trasmissione si raccontavano
non solo le vittorie e i successi, ma la
storia unica e originale di ognuna di loro.
Infatti, tutte le ragazze intervenute a
Le
signore dello sport mi dicevano “Grazie,
perché hai fatto uscire ciò che sono
davvero”. E’ una trasmissione a cui sono
molto affezionata e di cui vado molto fiera.
Mi piacerebbe riprenderla in futuro».
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva