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Telegiornaliste anno III N. 47 (125) del 24 dicembre 2007
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MONITOR Francesca Senette, garbo ed eleganza al Tg4
di
Giuseppe Bosso
Il
Tg4 è ormai la sua seconda casa. E' qui che, nel 2000,
Francesca Senette è approdata. Vincitrice di numerosi premi giornalistici e dopo
un'importante parentesi come quella del rotocalco
Sipario, è tornata alla
conduzione del tg di
Emilio Fede.
Ti ha gratificato più la conduzione di
Sipario o quella del Tg4?
«Sipario è stata una parentesi temporanea che mi ha vista subentrare ad
Elena Guarnieri, passata nel 2002 a Studio aperto. E' stata un'esperienza
interessante che mi ha permesso di sperimentare linguaggi diversi e un diverso
modo di pormi rispetto alle notizie e al telespettatore. Nel momento in cui non
riuscivo più a gestire le due cose, ho optato senza alcun dubbio per il
telegiornale. Mi sento un'animale da diretta, amo l'adrenalina che ti suscita
quel contatto immediato con il pubblico e che difficilmente riscontri nel
programma registrato. Però, in futuro, se mi si dovesse prospettare
un'esperienza analoga legata anche ad altre tematiche, accetterei con
entusiasmo».
Come ci si sente ad avere Emilio Fede come direttore?
«E' indubbiamente stimolante. Il direttore è esigente, impulsivo, umorale ma
molto professionale. Grazie a decenni di esperienza, sa bene come impostare la
conduzione del telegiornale: richiede infatti un certo stile nel modo di
condurre. Il rispetto di certi punti fermi, che poi sono nel rispetto del
telespettatore tipo del
Tg4, per lui vengono prima della concertazione.
Insomma, è un vero leader».
Qualche anno fa, il vostro rapporto ha suscitato facili ironie, ad esempio da
parte di
Striscia la notizia con la vostra parodia...
«Beh, per quel periodo era anche normale. Ero la più giovane telegiornalista,
ragazza mediamente carina appena approdata in una redazione importante come la
nostra e di conseguenza era facile ironizzare. Ma ormai parliamo di sette anni
fa. Io sono ancora qui e con il mio lavoro sono riuscita ad ottenere molte
soddisfazioni: una delle più gratificanti è l'aver ricevuto le scuse da quelli
che mi avevano criticato all'epoca. Per quanto riguarda
Striscia, non
posso fare altro che ringraziarli per due motivi. Anzitutto, i loro fuori onda
mettevano in evidenza la realtà del rapporto tra me e Fede, un rapporto
sostanzialmente simile a quello che ci può essere tra un professore e
un'allieva, al di là delle facili illazioni che si potevano fare. Già all'epoca
ero felicemente fidanzata con l'uomo che poi è diventato mio marito e, essendo
il primo entusiasta spettatore del tg satirico di Antonio Ricci, trovava
divertente quella parodia. E poi
Striscia mi ha permesso di acquisire
visibilità anche presso il pubblico dei giovani che normalmente non segue il
Tg4».
Ti vedresti un giorno al posto di Fede come direttore?
«No, assolutamente. Credo di avere altre doti: mi piace dare consigli,
ovviamente se richiesti, e potrei ricoprire un ruolo di questo tipo riguardo
alcuni aspetti della conduzione o della scaletta delle notizie. Ma non ho la
capacità di saper gestire tutte le negatività che il direttore si porta
appresso. E poi, un incarico di questo tipo, richiederebbe una mole di energia
che al momento non ho. Ho comunque tanti anni davanti a me per imparare...
chissà».
Negli ultimi tempi, i tg sembrano incentrare l'attenzione soprattutto sui
tanti casi di cronaca nera come quello di Perugia...
«C'è modo e modo di gestire queste tematiche, ma purtroppo anche i telegiornali
risentono di quelle che sono le aspettative degli spettatori. Forse la prima
domanda da porsi è perché ci sia tutto questo interesse morboso rispetto a
vicende che dovrebbero invece suscitare soltanto una grande compassione per chi
le vive in prima persona. Questo sfrenato interesse del pubblico determina, di
conseguenza, un accanimento del mondo dell'informazione su questi casi, ma
ritengo che si possa riuscire con garbo ed eleganza anche a trattare questi temi
senza cadere nel macabro».
Molte tue colleghe, come
Ilaria D'Amico, suscitano un grande interesse nel pubblico al punto da
sembrare più donne di spettacolo che giornaliste. Come mai?
«Penso che buona parte di questo dipenda da quello che la gente ricama addosso a
te. La D'Amico, ad esempio, è sicuramente una grande professionista nel campo
del giornalismo sportivo ma anche una persona che attira grande interesse se
viene paparazzata con il suo fidanzato, mentre fa shopping o se viene criticata
per la lunghezza del vestito che indossa in trasmissione. In questo modo assume
una dimensione più da conduttrice che da giornalista nell'accezione
tradizionale. Rimane il fatto che è una cosa che parte da fuori e non da dentro
e non la ritengo tutto sommato negativa finché si riesce a mantenere quella
professionalità e quello stile propri del mestiere. Come per
Cristina Parodi che suscita curiosità ed interesse anche in altri contesti.
La immortalano se partecipa ad eventi mondani, nella quotidianità della sua vita
di coppia. Ma resta una brava e stimata giornalista».
Parteciperesti ad un reality come hanno fatto le tue colleghe
Rosanna Cancellieri e
Paola Ferrari?
«Assolutamente no. Mi è stato proposto di partecipare a due format di questo
tipo, ma è una cosa lontanissima dal mio modo di essere. Che questo tipo di
programma abbia contribuito a rispolverare una notorietà che si era forse
affievolita è vero, ma tutti sappiamo più o meno gestire la nostra immagine come
meglio crediamo. Io non giudico chi lo fa, ma io non riuscirei mai a stare
lontana da mia figlia e dai miei affetti per così tanto tempo».
Visitando il nostro
sito, avrai notato come voi giornaliste rappresentate un sogno proibito per
gli uomini, più di veline e vallette...
«Forse questo ruolo ci conferisce una sorta di autorevolezza e di equidistanza
che tende a creare una sorta di mistero che a voi maschietti, a quanto pare,
piace. Ma interessa anche alle ragazzine, visto che gli ultimi sondaggi dicono
che aspirano più a fare le giornaliste che non le show girls».
Per la
Mondadori curavi un blog in cui raccontavi le tue esperienze da neo mamma.
Come mai?
«E' nato tutto per caso parlando con la direttrice del mensile di psicologia Per
Me della Mondadori. Mi propose di creare questo spazio in cui raccontare la mia
esperienza di donna in carriera alle prese prima con la gravidanza, poi con la
maternità. Ho constatato che erano tantissime le ragazze che mi scrivevano per
chiedermi consigli su come affrontare l'esperienza del parto, i problemi del
periodo successivo e tutti gli altri aspetti legati a questo momento
meraviglioso. Ho abbandonato questa parentesi solo per la chiusura del mensile,
ma per il futuro sto preparando un altro blog, di tipo differente. Noto infatti
che la gente ha grande voglia di comunicare e sono contenta di poter contribuire
anch'io nel mio piccolo».
Se tua figlia Alice ti dicesse un giorno: "Mamma, voglio fare la
giornalista", cosa le risponderesti?
«Che se la mamma non ha santi in paradiso, difficilmente potrebbero esserci per
lei! Scherzi a parte, il giornalismo è un mestiere molto difficile. Anche mia
sorella, da anni, fatica passando da un contratto ad un altro. E' brava ma non
basta. Non è facile affermarsi in un ambiente dove nessuno ti regala niente e ci
sono molte raccomandazioni. Ma di sicuro non cercherei di condizionare Alice:
nella vita è importante fare ciò che ci si sente. Lo è stato per me che, pur
figlia di un giornalista Rai, non avrei mai immaginato di intraprendere la sua
stessa strada. E' iniziato tutto per caso durante gli anni universitari. Mi ero
imposta che se non avessi ottenuto il mio primo contratto entro i 25, massimo 30
anni, sarei tornata a seguire quella che era la mia aspirazione iniziale. Da
laureata in scienze politiche, infatti, avrei collaborato magari con qualche ONG
o comunque sarei rimasta sempre in ambito diplomatico. Ma poi mi ha chiamato
Emilio Fede».
In futuro potresti occuparti anche di altri aspetti del giornalismo al di là
della conduzione televisiva?
«Perché no? Il rapporto a due con il lavoro è come quello di coppia: va
rinnovato giorno per giorno. Se si dovesse prospettare una nuova situazione, un
nuovo tipo di collaborazione, non penso avrei problemi a cimentarmi, anzi avrei
voglia di mettermi alla prova».
C'è mai stato qualcuno che ha messo il bavaglio a Francesca Senette?
«Non ancora e non credo capiterà l'occasione. Piuttosto, se devo proprio stare
in un contesto "da censura", sto zitta io».
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CRONACA IN ROSA Auguri!
di
Erica Savazzi
Auguri. Una parola semplice, ma quanti pensieri può
racchiudere? Auguri di Buon Natale, Auguri di Felice Anno
Nuovo. Auguri. Un parola per tutti, una parola per tutte le
occasioni, in quella sorta di ecumenismo o buonismo che
comporta l'atmosfera natalizia. Che sia diventata un po'
troppo consumistica? Ma è pur sempre Natale. Il momento di
augurarsi buone cose, di leggere gli oroscopi del prossimo
anno per cogliere una
traccia di speranza, di fare
progetti di miglioramento.
E infatti, anche dal punto di religioso, cos'è il Natale se
non
speranza nel nuovo, nel futuro? Di certo senza
speranza non si può vivere, quindi auguri a tutti voi,
amiche lettrici e amici lettori. Che la speranza vi
accompagni e che qualche desiderio o qualche progetto, alla
fine, si realizzi.
Ma soprattutto
auguri a tutte le donne italiane e
straniere, con un'attenzione particolare a tutte coloro
che soffrono, dalle vittime di violenze in famiglia, alle
profughe di guerra, alle discriminate in nome della
religione, alle schiave del sesso, alle prigioniere
dell'ignoranza. Iniziando dalla nostra Italia, con la strage
silenziosa perpetrata da amanti e mariti, con i diritti
ritenuti fondamentali – diritto all'aborto, diritto di avere
dei figli sani, diritto ad avere un lavoro dignitoso e pagato
il giusto, diritto all'autodeterminazione – messi in
discussione.
E infine auguri alle
telegiornaliste e ai
telegiornalisti che ci hanno accompagnato anche
quest'anno con attenzione e simpatia.
Auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo, allora.
Telegiornaliste vi aspetta il
14 gennaio 2008.
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FORMAT Internet
forever
di
Nicola Pistoia
Quando non sappiamo più
cosa guardare in tv,
quando siamo stanchi delle
solite trasmissioni,
quando il nostro cervello ci chiede aiuto, è
davvero arrivato il momento di spegnere tutto e
andare a fare una bella passeggiata.
Un'alternativa potrebbe essere
internet,
un luogo ove scoprire sicuramente qualcosa di
nuovo e originale. E allora vi suggeriamo due
prodotti davvero particolari.
Il primo si chiama
Ti voglio conoscere ed
è il
primo web reality italiano. Si
tranquillizzi chi sta già torcendo il naso al
sentire la parola "reality". Infatti non siamo di
fronte al solito reality show.
Ti voglio
conoscere è un format ideato ad uso e consumo
esclusivo degli internauti. Si tratta di un
programma in cui il popolo del web può finalmente
mettersi in gioco in prima persona e cercare la
fama della ribalta globale, quella offerta dal
web, il media universale per eccellenza. Il tutto
in maniera gratuita.
Per la prima volta
il pubblico può interagire
durante le varie fasi del reality: dalla
possibilità di candidarsi alla scelta, attraverso
i propri voti, dei protagonisti fino alla
proclamazione del vincitore. Se siete
interessati, le iscrizioni per partecipare sono
aperte fino al 30 dicembre. Basta inviare un
video consultando il sito
www.tivoglioconoscere.it.
Quanto al secondo format, immaginate per un
istante di essere
protagonisti di un vero show,
o meglio ancora di essere proprio voi i
presentatori. Oggi tutto ciò è possibile grazie a
Bonsai - La tv che coltiva le tue idee, il
nuovo canale di Alice Home Tv, la tv via internet
di Telecom Italia e del portale
Rosso Alice.
Il nuovo progetto, online dallo scorso 15
novembre, si caratterizza per
mini
trasmissioni della durata di trenta secondi o
al massimo un'ora. Piccoli programmi che vengono
condotti dalla gente comune.
Bonsai si rivolge in particolare ai ragazzi
di età compresa tra i 15 e i 25 anni.
Gli autori l'hanno definita «l'Italia1 del
futuro». E a noi piace pensare che sia così.
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CULT Randy
Roberts, la mia casa è il palco
di
Valeria Scotti
Cantante, compositore, arrangiatore in un universo di soul, blues, R&B e molto
altro ancora.
Randy Roberts, figlio di
Rocky Roberts - interprete
dell'intramontabile
Stasera mi butto – non poteva avere un destino
diverso. Perché la sua passione è il giusto tributo a un padre come il suo. Ma è
anche
l'entusiasmo di un ragazzo dalle qualità vocali indiscutibili,
cresciuto con la musica e alla costante ricerca di nuove soluzioni sonore.
Abbiamo incontrato Randy in un bar romano: una lunghissima chiacchierata quella
che ci ha regalato.
Quali sono stati i primi tuoi passi nel campo musicale?
«Da piccolo non ero consapevole di saper cantare. C'era stata la possibilità di
andare a studiare in un'accademia, ma i miei non mi ci mandarono. Poi, alla fine
del liceo, un mio amico che aveva un gruppo musicale di soul music mi propose di
cantare con loro. Sei mesi dopo, ero già nei locali a esibirmi. La prima volta
che sono salito sul palco, mi sono sentito a casa. Nonostante io sia una persona
che si crede abbastanza inadeguata in qualsiasi tipo di situazione, il palco è
l'unica realtà dove non mi sento fuori posto. E dopo quella prima volta, ho
continuato a cercare esperienze del genere. Ma non è solo il canto in sé, quanto
la voglia di stare sul palcoscenico. Sono infatti legato a un pensiero di
spettacolo dove, oltre a cantare, si balla e si parla con la gente».
Come si cresce in una casa dove regna la musica?
«Sono cresciuto seguendo naturalmente mio padre. E la musica è una passione non
ragionata, ma che fa parte di me. Della mia infanzia ricordo soprattutto i
concerti di mio padre. Per questo ho anche una percezione degli artisti diversa
dagli altri. L'artista io l'avevo a casa: prima giocava con me, e poco dopo
saliva sul palco dove la gente l'applaudiva. Per me l'artista è più di una
persona comune, nel senso più bello del termine. Anzi, è qualcuno che
necessariamente ti vuole bene. E gli artisti con cui sono cresciuto, oltre a mio
padre, oggi sono dei veri amici perché mi hanno regalato tantissimo».
Hai avuto importanti collaborazioni all'estero. Due nomi su tutti: Craig
David e Phil Collins…
«Sì, la collaborazione con Craig David è nata per caso. Una mia amica corista mi
disse che cercavano un ragazzo che non fosse troppo nero e con una voce
abbastanza delicata, simile a quella di David, per registrare dei cori che
avessero un buon impatto sul disco. Quella è stata un'esperienza particolare e
divertente. Ma quando ho avuto la fortuna di lavorare con Phil Collins, è stato
tutt'altro, anche perché lo accomuno molto a ciò che era mio padre: un bambino
che voleva fare musica con l'entusiasmo tipico di quell'età. E salire sul palco
con persone del genere ti porta a fare musica benissimo. Per queste ragioni ti
rendi conto che Phil Collins è un grande artista. E' stata un'esperienza forte
dal punto di vista emozionale, esattamente come quando andavo a vedere un
concerto di mio padre».
Hai quindi lavorato, in ambito musicale, sia in Italia che all'estero. Quali
sono le principali differenze che hai potuto riscontrare e perché hai scelto di
fermarti in Italia?
«Ho scelto di stare in Italia per una ragione extra lavorativa. Per lavorare
bene, infatti, credo sia fondamentale stare bene come persona. L'Italia è un
posto eccezionale e le persone sono sempre alla ricerca di una buona qualità di
vita. Dal punto di vista lavorativo, però, qui è più problematico: si combatte
con delle piccolezze che in altri posti non esistono. Per esempio la precisione
negli orari, nell'attrezzatura richiesta. Roma, comunque, è un giusto
compromesso. E' una città che, quando c'è il sole, viene veramente illuminata,
più delle altre. Ed è una città "in mezzo", considerata all'estero e, sotto
alcuni punti di vista, ti dà anche più mistero, più fascino e quindi
opportunità».
Secondo
te, perché spesso in Italia, rispetto ad altri Paesi, la musica non viene
considerata allo stesso livello dell'arte, della letteratura, e quindi esclusa
dal concetto di cultura?
«L'Italia è mondialmente riconosciuta come il Paese della melodia. Eppure il 99%
della musica italiana non è melodica ma uno scopiazzare poco logico perché poi
mancano le basi. E' come copiare il compito di matematica e all'interrogazione
non sapere niente. Con Internet poi si vende di meno, non esistono più gli anni
di Michael Jackson e del suo apice. Dovremmo quindi riscoprire il valore reale
della musica. Probabilmente ci sono stati anche errori nel passato, come quando
ho iniziato a cantare io. Era il momento clou dei locali. Si lavorava anche tre
sere a settimana. Poi è cambiato qualcosa: i gestori dei locali forse hanno
cominciato a scegliere musica scadente per un maggiore guadagno e le case
discografiche non si sono più preoccupate di avere un prodotto di qualità,
perché tanto si vendeva comunque.
In realtà credo che siamo di nuovo in una fase di riscoperta. I locali
cominciamo a essere di nuovo affollati, le scelte musicali più oculate. E pian
arriveremo all'evento musicale accanto alla mostra di libri».
I tuoi progetti attuali?
«E' una situazione in fermento. Ci sono due progetti internazionali che si
stanno muovendo a livello discografico. Il primo è con una grande etichetta, ci
sono già delle persone importanti interessate. Appena scatterà la scintilla,
partirà tutto velocemente. E' un progetto dove sarò esclusivamente interprete.
Per ora mi prende molto mentalmente, ma poco a livello di tempo.
L'altro progetto, invece, va di pari passo con la mia attività live. Si tratta
del mio gruppo soul con cui mi diverto molto. Con loro posso lavorare in maniera
rilassata ma comunque professionale, esprimermi liberamente dal punto di vista
non solo vocale ma anche d'intrattenimento. Sono ragazzi svegli che capiscono
che il loro ruolo è anche quello di stare dietro al cantante, cosa che non è
sempre semplice. In questo caso faccio di tutto: scrivo i testi, compongo
musiche, mi occupo dell'organizzazione. E' un progetto
nu soul : di pezzi
ne abbiamo già parecchi, ma stiamo lavorando per creare una nostra identità e
non correre il rischio di fare vecchio soul. Una volta trovata la chiave,
costruiremo tutto intorno a quella».
In quanto figlio d'arte, quali sono gli insegnamenti che ti lasciato tuo
padre?
«La maggior parte delle cose le ho imparate da me perché sono una persona
curiosa riguardo gli atteggiamenti, le azioni e reazioni umane. Ma sono stati
anche tanti gli insegnamenti ricevuti da mio padre. Ad esempio mi ripeteva
sempre "Cura il tuo corpo che è il tempio della tua anima". Non mi ha mai detto
cosa fare e cosa no, perché non ha senso vietare qualcosa a una persona. Voleva
che imparassi tutto da solo. Dal punto di vista musicale, invece, bastava
osservarlo. "Se scendi dal palco e non hai sudato, non hai lavorato", diceva. Mi
ha insegnato ad avere un grandissimo rispetto della musica e degli altri
artisti, a prescindere se ti piacciano o meno. A non mentire alla propria
persona. Non è importante dire una bugia a qualcuno che può sempre scegliere di
crederti o meno, ma è fondamentale non dirla a te stesso. Conosco persone che
mentono talmente tanto che si sono dimenticate qual è la verità e non hanno più
il senso della realtà.
Mio padre poi era un uomo tutto d'un pezzo: si alzava presto la mattina, aveva
le sue giornate sempre ben organizzate, i suoi orari, le sue abitudini. Ci sono
state grandissime litigate nel periodo dell'adolescenza. Qualche volta è stato
duro vivere il nostro rapporto, perché l'incolpavo della sua assenza e del fatto
di farmi vivere un'esistenza diversa dagli altri. Non ho mai vissuto, infatti,
la condizione di essere comune in quanto figlio d'arte. Ma l'ho capito dopo che
tutto era fatto per il mio bene. I miei sono stati dei genitori ottimi e devo
moltissimo a loro. Ma mio padre, in fondo, è la mia famiglia. Parlo al presente
perché lo è ancora e, nel momento in cui se n'è andato, mi sono reso conto che
gli volevo veramente bene».
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Il blog di Telegiornaliste
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DONNE Cristina
Fernández de Kirchner, Presidente degli argentini
dalla nostra corrispondente
Silvia Garnero
BUENOS AIRES -
Cristina Kirchner ha giurato come Presidente innanzi ai
deputati e ai senatori del Congresso della Nazione ed è
diventata la prima capo di Stato eletta con voto popolare. Il
Presidente si è commosso durante il suo primo discorso di
insediamento - durato 53 minuti - nel quale ha fatto
riferimento alle
linee guida del suo governo:
rinforzare la lotta in favore dei
diritti umani e
contro la
povertà. Ha ringraziato Néstor Kirchner -
suo marito e Presidente uscente - per tutto ciò che ha fatto
durante i quattro anni del suo governo. Alla cerimonia erano
presenti alcuni leader dell'America Latina, rappresentanti
del resto del mondo ed ospiti speciali.
Si è visto un Parlamento diverso da quelli di altre cerimonie
simili. Era infatti rallegrato dalla presenza di militanti e
dall'informalità del cerimoniale di giuramento. Anche perché
non è comune che una coppia di marito e moglie concentri su
di sé tanto potere e tanto
appoggio popolare, almeno
negli ultimi anni dopo il ritorno alla democrazia.
La festa è continuata in Plaza de Mayo, dopo il giuramento
dei nuovi ministri della Casa Rosada, con festeggiamenti e
show popolari.
Il Paese ha così un nuovo presidente. Senza dubbio un grande
successo per la società tutta - che sostiene la
democrazia - ma anche
per le donne, non abituate agli
spazi del potere. E' una
grande sfida per Cristina, la
depositaria del voto popolare, che dichiara di essere
cosciente della responsabilità e del cammino storico che ha
iniziato.
Restano in attesa le
riforme istituzionali,
un'intensificazione della lotta contro la
povertà, la
sfide internazionali, in molti casi difficili da
portare avanti. Il rapporto deteriorato con l'Uruguay a causa
della disputa sullo stabilimento della cartiera Botnia.
L'insistenza sulla sovranità delle Isole Malvine (Falkland) e
un Mercosur che dovrà continuare a crescere. E addirittura il
mondo occidentale, che la osserva in attesa.
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TELEGIORNALISTI
Claudio Caprara, la sfida di Nessuno Tv
di
Giuseppe Bosso
Incontriamo questa settimana
Claudio Caprara, direttore di
Nessuno Tv, un progetto sperimentale partito nel 2004.
Ci racconta gli esordi di Nessuno tv?
«Questa emittente l'ho vista nascere un po' alla volta. E'
stata una sfida faticosa e impegnativa che ci ha coinvolti
giorno per giorno, soprattutto nel momento in cui, vincendo
Berlusconi le elezioni del 2001, si avvertiva l'esigenza di
dare spazio a quelle voci e a quelle fasce che non erano
rappresentate adeguatamente nell'informazione tradizionale.
E' stata il frutto di incontri tra esperienze e persone
diverse».
Come direttore di una televisione spiccatamente dedicata
alla politica, qual è la sua idea riguardo il malessere e la
sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, come
ha dimostrato anche il successo di Beppe Grillo e del V-Day?
«Paradossalmente ritengo che il V-Day sia proprio
un'espressione politica. Non credo che ci sia sfiducia della
gente, quanto voglia di un cambiamento vero. Una volta si
sarebbe parlato di "pre-politica". Viviamo in un paese che,
dal punto di vista sociale, il Censis ha definito "una
poltiglia". Grillo si è fatto portavoce di un malessere, ma
ha utilizzato gli strumenti tipici della politica per farlo
emergere: le piazze, le manifestazioni, i meetup che sono le
vecchie sezioni di partito. Compito dell'informazione è
provare ad agevolare un riavvicinamento della gente alla
politica e contribuire al raggiungimento di ciò. Del resto,
quello che facciamo è riconosciuto dalla legge. Noi lo
interpretiamo spesso come un servizio di pubblica utilità e
ci spinge a trovare elementi di coesione tra il cittadino e
le istituzioni».
Che idea si è fatto della vicenda delle intercettazioni
Rai-Mediaset?
«Premetto che sono contrario alla pubblicazione delle
intercettazioni, cosa che ritengo degradante per il
giornalismo e per il Paese. Al di là di questo, credo che
ciò che è emerso è solo una piccola parte di quella rete di
"inciuci" che si è intessuta tra Rai e Mediaset dal 2001 al
2006. Comunque sia, una responsabilità pesante ce l'ha anche
il sistema dell'informazione».
Abbiamo da poco pianto la scomparsa di un maestro come
Enzo Biagi. Ritiene che il giornalismo potrà avere una nuova
figura come la sua?
«Biagi rimarrà unico perché ha vissuto un secolo con i
protagonisti della storia. Ha potuto interloquire con grandi
personalità, tanto della politica quanto della società e
dello spettacolo. Gente che ha segnato un'epoca che noi non
vivremo più, proprio perché è cambiato il mondo, quel modo
di concepire, ad esempio, lo star system del cinema, dello
sport, della musica e della stessa politica. Biagi è stato
un pioniere della multimedialità ed era uno dei pochi a
maneggiare diversi media. Oggi abbiamo giornalisti
globalizzati, bravi, ma tanti».
Il successo di Nessuno tv si spiega anche con il fatto
che è il pubblico, grazie alle nuove tecnologie, a diventare
parte integrante del canale?
«Indubbiamente sì. Certo, siamo una tv di nicchia che è
partita con una grande voglia di sperimentare. Per esempio,
un mese fa, abbiamo realizzato dai Quartieri Spagnoli di
Napoli la diretta di uno spettacolo dei Teatri Uniti
realizzato in un appartamento, cosa che ha avuto molta
risonanza. Ecco, noi cerchiamo di puntare su quelle
esperienze e quelle novità che altri non si possono
permettere. In futuro daremo maggiormente spazio anche ai
giovani, magari con una trasmissione incentrata su video
realizzati da ragazzi con i cellulari, in cui racconteranno
le loro esperienze e la loro vita».
Si può dire, quindi, che Nessuno tv è soprattutto
televisione sperimentale?
«Sì, è questa la nostra principale sfida. Sicuramente è la
politica la tematica principale di cui ci occupiamo insieme
a tante altre cose. Per questo diamo soprattutto spazio a
quegli aspetti e a quegli eventi che non si trovano, con
questa ampiezza, da altre parti».
Se potesse scegliere, quale giornalista vorrebbe nella
sua emittente?
«La nostra attenzione va principalmente a quei giovani in
crescita che si spera, in futuro, riusciranno ad alternarsi
a coloro che sono già affermati. Quanto al nome di un
collega che stimo e che ritengo innovativo, dico Gianni
Riotta. Da noi si divertirebbe più che al
Tg1».
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SPORTIVA Yvonne
Buschbaum: basta con l'asta
di
Pierpaolo Di Paolo
L'astista tedesca
Yvonne Buschbaum,
argento agli Europei 2002, ha deciso di
ritirarsi all'età di soli
27 anni. La
ragione di una scelta così prematura è
insolita e molto privata: diventerà un
uomo.
La Buschbaum ha esordito con un
bronzo
agli Europei di Budapest nel 1998, poi agli
Europei indoor del 2002 ha registrato il suo
record personale, quel
4,70 metri che
rappresenta il nono risultato mondiale di
sempre. Dopo è accaduto qualcosa.
Yvonne si stava allenando per Atene quando la
sua vita è cambiata. Gli allenamenti,
interrotti per un banale infortunio al
tendine di Achille, non sono più ripresi. I
problemi fisici si son collegati a un
malessere psicologico che la Buschbaum
covava da tanto, troppo tempo. «Ho vissuto
come un uomo in un corpo da donna, non potevo
stare bene. Nascondermi ogni anno mi ha
causato tensioni e malessere, e alla fine mi
sono bloccata». E ancora:«Per molti anni ho
avuto la sensazione di vivere in un corpo
sbagliato. Adesso sono felice di aver
intrapreso questa strada e di sapere che
presto sarò in pace con me stessa. E' normale
essere diversi».
Ritrovata la serenità, l'atleta ha una solo
preoccupazione: che non si metta in dubbio la
sua lealtà sportiva. «Tutte le mie medaglie
sono corrette da un punto di vista biologico,
non mi sono mai dopata. Adesso che mi son
ritirata mi sottoporrò alla terapia ormonale
necessaria e lo faccio solo per la mia
serenità. Ho scelto di rendere pubblico
questo passo affinché nessuno si senta
ingannato. Sono consapevole di quanto questo
sia un argomento controverso, ma proprio per
questo non voglio nascondere nulla».
Evidentemente la Buschbaum teme di essere
associata alla terribile vicenda di
Heidi
Krieger, pesista della Germania orientale
che, agli Europei di
Stoccarda 1986,
vinse l'oro attraverso l'assunzione di
steroidi anabolizzanti. Le elevate dosi di
ormoni maschili, che le furono imposti dalla
federazione, crearono degli scompensi
ormonali devastanti al punto che la Krieger
dovette farsi operare e
cambiar sesso.
Oggi, a 42 anni, si chiama Andreas Krieger e
deve fare ogni giorno i conti con un
complesso e fragile equilibrio fisico e
psicologico.
Diversi sono ancora i precedenti assimilabili
alla vicenda Buschbaum. Come la storia della
velocista polacca
Stanislawa Walasiewicz,
campionessa olimpionica degli anni Trenta che
morì tragicamente nel
1980 in una
rapina. L'autopsia stabilì che era un uomo.
Hermann Ratchet presentatosi col nome
Dora alle olimpiadi del '36: arrivò
quarto nel salto in alto ma fu squalificato
due anni dopo.
Renée Richards, nata
Dick Raskind, iscritta agli
Us Open
nel
1977 e finita in tribunale,
autrice di una biografia stravenduta in cui
strilla diritti e medita rivoluzioni. La
brasiliana
Edinanci Silva, settima nel
judo femminile ai Giochi del
1996,
arrivata alla pubertà con entrambi gli organi
sessuali e costretta a operarsi.
Ma di questo o di altri casi analoghi, la
Buschbaum non ama parlare:«E' già complicato
così. Io voglio essere un uomo, non uno
strano atleta da studiare».
Eppure la Buschbaum, a modo suo, è un caso
unico. Yvonne, infatti, non ha alcuna
intenzione di combattere per continuare la
sua carriera. «Il mondo dello sport è troppo
piccolo. A me interessa una realtà più
grande. Con i maschi non gareggerò mai».
Del passato proprio non le interessa. Per lei
inizia una nuova vita.
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