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Telegiornaliste anno IV N. 2 (127) del 21 gennaio 2008
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MONITOR
Anna Boiardi, basta parlare di Perugia! di
Giuseppe
Bosso
Dopo alcune esperienze negli States,
Anna
Boiardi, giornalista professionista dal 2004, approda prima a Canale5 e poi
a La7. Negli ultimi tempi lavora a
Studio Aperto dove sta seguendo assiduamente il giallo di Perugia.
Se tu potessi intervistare Amanda Knox, cosa le chiederesti?
«La verità! Scherzi a parte, non penso sia facile porsi rispetto a questa
ragazza che, in attesa di una sentenza definitiva di condanna, è da considerare
innocente. Almeno fino a prova contraria. Cercherei comunque di non farmi
influenzare da quello che può pensare di lei la gente, senza scavare nel
torbido».
Perugia rappresenta solo l’ultimo capitolo di un’impressionante serie di
delitti efferati che hanno riguardato il nostro Paese. Non c’è il rischio che si
riproponga lo stesso clamore mediatico che ha suscitato Cogne?
«Sono molto preoccupata per la piega che ha preso la cronaca negli ultimi anni.
Purtroppo vicende come questa, come quella di Garlasco e anche quella di Cogne
sono esempi di come non si riesca davvero a comprendere cosa sia realmente
accaduto. L’attenzione si concentra sui personaggi che ruotano intorno alla
vicenda, nella spasmodica ricerca di un colpevole a tutti i costi, con il
risultato che, invece, non si riesce a scoprirlo».
Ma perché, a tuo giudizio, gli italiani hanno così tanta voglia di cronaca
nera?
«Forse per catarsi. Tragedie osservate da lontano. Si tende a pensare, di fronte
a queste vicende, che sono cose inaudite che a te non potrebbero mai accadere.
Invece la realtà è ben diversa: gli scenari in cui si sono verificati questi
delitti sono molto più vicini di quanto si possa pensare. Succedono spesso a
persone “normali”, non a “mostri”. Questo è uno degli aspetti che più mi
interessa della cronaca e che mi fa riflettere».
Studio Aperto è il tg giovane per eccellenza, ma non da tutti amato.
C’è un blog, ad esempio, non proprio benevolo nei vostri confronti…
«Ti riferisci a
Odio Studio
Aperto? Sì, lo conosco e ti confesso che lo trovo molto divertente.
L’antipatia fa parte di tutte le cose, non si può piacere per forza. Certo, a
differenza di altri telegiornali, il nostro ha dei ritmi e delle impostazioni
diverse proprio per il fatto che è principalmente rivolto ad un pubblico
giovane. La cosa importante, comunque, è che non venga mai meno quella
correttezza e quella trasparenza che l’informazione deve sempre garantire».
Com’è cambiata la vostra redazione con l’arrivo di Mulè?
«Temo di non poter rispondere a questa domanda. Sono approdata a
Studio
Aperto proprio con il nuovo direttore. Non so dire come fosse il lavoro dei
miei colleghi in precedenza, ma Mulè è una persona che stimo e ammiro molto per
il suo linguaggio e per il suo modo di gestire la redazione».
Studio Aperto è anche
Lucignolo. Ti piacerebbe lavorare in quella redazione?
«Se capitasse l’occasione, perché no? Mi darebbe la possibilità di poter curare
dei servizi e delle inchieste con tempi maggiori rispetto a quei pochi minuti
che può occupare un servizio di telegiornale. E poi i temi di cui si occupa la
trasmissione sono molto interessanti. Una nuova sfida che non disdegnerei».
Hai avuto modelli a cui ispirarti?
«Ho conosciuto
Milena Gabanelli che è diventata, man mano, un punto di riferimento. Le sue
inchieste continuano a essere negli anni le più interessanti. Più che modelli,
citerei persone con cui ho avuto la fortuna di lavorare e che mi hanno insegnato
molto, da Gad Lerner a Carlo Rossella, e appunto Giorgio Mulè».
Tre aggettivi per definire Anna Boiardi?
«Ambiziosa, testarda e generosa. Ambiziosa, però, cercando sempre di fare
attenzione a non perdere quella scala di valori che per me sono sempre stati
essenziali, nel lavoro come nella vita».
Ti sono capitati disaccordi con i colleghi?
«Sì, ma c’è sempre stato anche un grande dialogo».
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CRONACA IN ROSA 2008,
Anno europeo del dialogo interculturale
di
Erica Savazzi
Ventisette paesi con lingue diverse, tradizioni diverse,
cultura diversa. Questa è l’Europa. Come si possono
unire
queste
diversità, facendo sì che diventino un punto di
forza e una fonte di nuove opportunità?
Una risposta l’hanno trovata le istituzioni comunitarie
eleggendo il 2008
Anno europeo del dialogo interculturale. Scopo dichiarato
è favorire la
comprensione reciproca, la convivenza e
stimolare il senso di appartenenza all’Europa unita.
L’assenza di confini fisici e la libertà di movimento delle
persone e delle imprese hanno reso normale la circolazione da
uno Stato all’altro, cosicché gli stranieri sono sempre più
presenti nella vita di ognuno.
Un'indagine di Eurobarometro, pubblicata a dicembre 2007,
mostra come i due terzi delle persone interpellate siano
state a contatto, la settimana precedente l’intervista, con
almeno una persona di diversa religione, appartenenza etnica
o nazionalità. Da qui la necessità di capirsi meglio gli uni
con gli altri.
«Nel XXI secolo l’Europa deve far fronte ad una
nuova
sfida, e segnatamente come diventare una società
interculturale fondata sullo scambio, nel pieno rispetto
delle idee di ognuno, tra individui e gruppi di provenienza
culturale diversa. Vogliamo
superare le società
multiculturali, nelle quali le culture e le comunità si
limitano e coesistere: la semplice tolleranza dell’altro non
basta più», ha dichiarato il Commissario Europeo responsabile
dell’istruzione, della formazione, della cultura e della
gioventù,
Ján Figel’.
Un progetto ambizioso che sarà portato avanti per tutto il
2008 e negli anni successivi. In ogni Paese ci sarà uno
specifico progetto sul tema, mentre a livello comunitario
saranno sette i progetti finanziati. Al centro, la
partecipazione attiva dei cittadini.
Per comunicare gli ideali e le iniziative dell’Anno europeo
del dialogo interculturale sono stati scelti anche 15 “
ambasciatori”.
Scrittori, registi, musicisti e cineasti che si riconoscono
negli ideali della multiculturalità e che ne saranno
testimoni. Alcuni nomi:
Jean Pierre e Luc Dardenne,
Paulo Coelho,
Marjane Satrapi,
Agnieska Holland.
All’insegna del motto “
Insieme nella diversità”.
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FORMAT Tutto
da vedersi di
Nicola
Pistoia
I buoni propositi per questo
2008,
televisivamente parlando, ci sono. Certo, nuovo
anno e nuova corsa o rincorsa agli ascolti. Nuove
baruffe mediatiche. Le innumerevoli critiche che
continueranno a riempire i talk show, i giornali
e i tg satirici. Ma alla fine, ciò non è altro
che una spolverata di pepe per rendere il tutto
ancora più
invitante e saporito.
Molte sono le conferme, tanti i classici
rinverditi, diversi gli esperimenti tra game show
e format da prima serata e alcuni eventi con
botto assicurato. Arriveranno le nuove serie de
I Cesaroni,
Ris,
Questa è la mia
terra e, più avanti,
I liceali,
Il
sangue e la rosa e
Carabinieri. E
ancora
Capri,
Medicina Generale,
Ho sposato uno sbirro,
Il Commissario Rex
e
Don Matteo. Ma soprattutto diversi
eventi importanti, nel solco dell’impegno civile
e della tv di servizio.
L’aviatore con
Sergio Castellitto nei panni di un uomo che
tenta di salvare centinaia di ebrei dalla
deportazione,
Il presidente dedicato ad
Aldo Moro,
Il coraggio di Angela
contro la lotta al pizzo e
La vita rubata
con
Beppe Fiorello.
Non sarà solo la fiction a farla da padrone.
Tanti e diversi
gli show come le tre
serate previste con
Gigi Proietti e il
ritorno, a marzo, del
Trio Marchesini,
Solenghi e
Lopez. In ballo anche una
nuova idea con
Adriano Celentano. Rai1 parte a gennaio con
il
Bon Ton di
Milly Carlucci e
I
migliori anni di
Carlo Conti che, a
febbraio, riprenderà i suoi
Raccomandati.
Anche su Canale5 la scelta sarà, se non
originale, almeno varia. Riecco il
Grande
Fratello con
Alessia Marcuzzi,
La
Corrida,
Il senso della Vita e
La
sai l’ultima? che segna il ritorno,
finalmente, di
Lorella Cuccarini. Su Italia1, invece, la
sperimentazione di un nuovo programma:
Chi ha
sposato mia moglie.
Forse qualche novità giungerà da internet e dai
canali satellitari, pieni zeppi di cose tanto
assurde quanto nuove. Segnaliamo
Wine Bar, reality cultural-show ideato e
condotto da
Giuseppe Maria Galliano. In
onda su diverse emittenti terrestri e
satellitari, ogni puntata ha una location
diversa. Si discute di arte e cultura con ospiti
altrattanto variegati, il tutto accompagnato da
ottimo vino e gustose pietanze.
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CULT 'O
Curt, il cortometraggio si racconta di
Valeria Scotti
Nella grande rivoluzione digitale muta il modo di pensare, di fare cinema.
Crescono gli autori in video alla costante ricerca di un palcoscenico mediatico.
E per quelli che desiderano comunicare in un lasso di tempo breve, il
cortometraggio affascina. Sottile, s'insinua in quei pochi spazi che ad esso
sono riservati, come concorsi e festival cinematografici.
Abbiamo incontrato
Giacomo Fabbrocino, videoartista e critico
cinematografico. Tra i fondatori della Scuola di Cinema
Pigrecoemme di
Napoli e autore di numerosi lavori – tra questi, il suo video
Trame,
realizzato con Giulio Arcopinto, è stato esposto al Vittoriano di Roma nel 2006
- Giacomo è coinvolto anche in
'O Curt, rassegna dedicata ai
cortometraggi che avrà luogo
dal 6 al 9 febbraio presso l'
Istituto di
Cultura Francese Le Grenoble di Napoli.
Dieci edizioni di ‘O Curt. Facciamo un bilancio?
«
'O Curt è la più longeva rassegna napoletana di cortometraggi. In tutti
questi anni, la manifestazione si è evoluta da piccola vetrina riservata alle
produzioni partenopee a festival internazionale con premi, giurati di prestigio
ed una risonanza mediatica senza pari, almeno in Campania. Il tutto senza i
faraonici finanziamenti che spesso hanno benedetto iniziative ben più cariche di
ambizione, ma che presto hanno chiuso i battenti.
'O Curt ha dato spazio
ad autori ed esperimenti interessanti e si è proposto anche come momento di
riflessione sui linguaggi più sperimentali dell'audiovisivo: non solo
cortometraggi di fiction, ma anche videoteatro, videoarte e videoclip musicali.
Quest'anno poi, come Scuola di Cinema
Pigrecoemme, rinnoveremo il
riuscitissimo esperimento dell'anno scorso: una sezione dedicata ai lavori degli
allievi delle scuole di cinema italiane. E' nostra intenzione promuovere,
piuttosto che la concorrenza, il confronto tra le Scuole di Cinema e siamo lieti
del fatto che le più prestigiose tra le scuole di cinema italiane abbiano
rinnovato con entusiasmo la loro partecipazione. Bilancio positivo, quindi,
anche se una maggiore attenzione da parte delle istituzioni non ci
dispiacerebbe».
Il
cortometraggio è ancora un banco di prova, una palestra per giungere poi alla
produzione di un lungometraggio o si tratta di una scelta convinta?
«Il cortometraggio può essere tutte queste cose, ma è, a mio parere, la forma
cinematografica più difficile ed insidiosa di tutte. Il cinema - la regia - è
gestione dello spazio e del tempo e, con meno spazio e meno tempo a
disposizione, si hanno meno possibilità di coinvolgere lo spettatore e meno
possibilità di recuperare agli errori fatti.
Come palestra è sempre la migliore, come forma autonoma non ha ancora alcun
appeal commerciale. Credo, tuttavia, che Internet potrà contribuire a modificare
le abitudini di fruizione del pubblico».
Chi è il pubblico dei cortometraggi?
«Un pubblico per lo più composto da appassionati di cinema a caccia di primizie.
Il saggio di diploma di Lars Von Trier o l'ultimo esperimento in digitale che,
con due lire, batte
Matrix sul piano estetico fanno gola soprattutto a
costoro. Il resto è composto dai parenti e dagli amici dei "cortisti"».
Oggi il web quante opportunità dà alla diffusione dei corti?
«Infinite. Il problema non è tanto la diffusione dei corti via web, ma quanto la
libertà con cui girano e montano "milioni" di videomaker influenzerà il
linguaggio cinematografico. Niente di nuovo, però: la tecnologia ha sempre
influenzato i linguaggi artistici e, tra tutti i linguaggi, è stato ovviamente
il cinema ad esserne influenzato di più. Senza ripetere la solita solfa sulle
lenti speciali di Greg Toland, sulla steadycam di Garret Brown, o le ovvie
considerazioni sull'introduzione del sonoro, ricordiamo, ad esempio, che senza
le cineprese leggere non sarebbe esistita la Nouvelle Vague.
In realtà, però, più che con gli strumenti di realizzazione, il parallelo
andrebbe fatto con i metodi di fruizione. Mi viene in mente, così, che Internet
sta riportando lo spettatore all'originale consumo erratico ed occasionale di
audiovisivi. Prima di finire nelle sale, il cinema era un'attrazione da luna
park, per divertirsi tra un giro sulla giostra ed un tiro al bersaglio, così
come ora un video su Youtube è un ottimo diversivo tra una sessione di chat ed
una partita a Zuma o a Teris. Ma non c'è nulla di male».
Qual è la situazione attuale del cinema indipendente?
«Bisognerebbe riflettere su cosa si intende oggi per cinema indipendente. E' più
indipendente l'ennesimo film sundance-style farcito di nerd occhialuti che
viaggiano in mini van e che alla fine trovano l'amore o George Lucas che, in
totale autarchia economica e stilistica, reinventa come un Eisenstein o un
Vertov il linguaggio ed i meccanismi di realizzazione del cinema?».
Cosa dobbiamo quindi aspettarci da quest'edizione di 'O Curt?
«Serate piacevoli, sorprese e grande varietà. Saranno proiettate opere cinesi,
italiane, polacche, francesi. In più, un incontro con il grandissimo Ugo
Gregoretti. Non mancheranno momenti decisamente divertenti: la nostra scuola di
cinema sfiderà le scolaresche delle scuole superiori di Napoli a scrivere,
girare e montare un cortometraggio in sole tre ore. E poi la mostra
Cliciak
dedicata alle più belle foto di scena scattate sui set italiani. Ce ne sarà per
tutti i gusti».
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DONNE Liala:
la Regina "in rosa" di
Pinuccia
Carbone
Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, questo il
vero nome della scrittrice, nasce a Carate Lario nel 1897, da
una famiglia agiata. Giovanissima, sposa un ufficiale della
Marina più grande di lei di parecchi anni, il Marchese Pompeo
Cambiasi. Dall'unione nascono due figlie: Primavera e
Serenella.
Insoddisfatta del suo matrimonio, conosce e s'innamora del
Marchese Vittorio Centurione Scotto, un pilota
dell'aeronautica. Tra i due nasce il vero amore, il classico
colpo di fulmine. Ma la storia d'amore ha un brutto
epilogo: il pilota resta vittima nel 1926 di un incidente,
inabissandosi con il suo idrovolante nel Lago di Varese. Il
dolore è forte.
Liala si ammala e per diversi mesi non
riesce a reagire. Sempre accanto a lei, nonostante tutto, il
marito.
Proprio per distogliere la mente dalle sofferenze vissute,
Liala - pseudonimo che le dà Gabriele D'Annunzio -
comincia a scrivere. Il suo primo romanzo
Signorsì,
pubblicato da Mondadori, ha una tiratura di oltre
un
milione di copie, esaurendosi in pochi giorni.
Autrice di circa 80 romanzi in rosa, Liala ha fatto sognare
diverse generazioni e le sue storie, ancora oggi,
appassionano anche i giovani.
In un mondo dove regnano superficialità ed egoismo, Liala ci
riporta indietro nel tempo dove protagonisti erano i veri
sentimenti, i
grandi valori umani. Il tutto
condito sicuramente da una buona fetta di
fantasia.
Liala non perde il suo
stile e la sua
eleganza
nemmeno quando, nel 1995, si spegne a Varese. Per il suo
ultimo viaggio, infatti, viene vestita con un favoloso abito
da sera del noto stilista Valentino.
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TELEGIORNALISTI Paolo
Capresi, emergenza rifiuti in primo piano
di
Giuseppe Bosso
Paolo Capresi, giornalista professionista dal 1996, ha mosso
i primi passi nella carta stampata. E' stato il tempo poi del
Tg4, TMC, la Rai. Fino ad arrivare a
Studio Aperto,
dove sta seguendo la drammatica vicenda dei rifiuti in
Campania.
Come sta vivendo da inviato l’emergenza rifiuti di Napoli?
«E’un momento drammatico per questa gente che da oltre 43
anni si vede violentata dal problema. Non c’è famiglia delle
zone coinvolte che non abbia avuto almeno un morto, un malato
di cancro o di leucemia a causa dell’aria e dell’ambiente
invivibile. C’è grande paura per la riapertura del sito e
questo sentimento ha inevitabilmente favorito
l’infiltrazione, tra la gente che si lamenta giustamente per
questa emergenza, di gruppi di facinorosi della criminalità
organizzata, di chi non ha la cultura della presenza dello
Stato. I risultati si sono visti a spese dei vigili del fuoco
che sono lì non certo per fare danno, ma per contribuire a
superare il problema. Ma a parte questi, fortunatamente, la
maggior parte dei napoletani sono persone perbene che
vogliono uscire da questo tunnel e chiedono solo ascolto e
aiuto. Per quanto mi riguarda, è un’esperienza
professionalmente bella anche se molto faticosa».
Che idea si è fatto di questa problematica?
«Si tratta di un’emergenza che ha radici profonde e radicate
nel tempo. La criminalità ha scoperto che anche l’immondizia
poteva diventare un business molto redditizio, e le
istituzioni non sono riuscite ad affrontare la situazione in
maniera adeguata. Il conto, purtroppo, alla fine lo paga come
sempre il popolo».
Grande la responsabilità delle istituzioni. E la gente?
«Quale responsabilità può avere la gente? I rifiuti vanno
comunque buttati. Semmai una responsabilità può essere
addossata agli imbecilli che hanno pensato che bastasse
incendiare l’immondizia per eliminarla, producendo invece
diossina e altri veleni pericolosi che hanno contribuito ad
aumentare la tossicità dell’aria».
Nei napoletani che ha avuto modo di avvicinare ha
avvertito più rabbia o speranza?
«La rabbia è forte quanto la determinazione nell’impedire ai
camion di scaricare nel sito di Pianura. Al tempo stesso ho
notato molta rassegnazione. Qualche giorno fa, per esempio,
ho incontrato un uomo anziano che mi ha mostrato le ferite
che aveva riportato al ginocchio negli scontri con la
polizia. In quel gesto ho avvertito questo spirito molto
pessimista».
La reazione violenta della gente ha coinvolto anche
qualche collega giornalista che si trova a Napoli in questi
giorni…
«E’inevitabile che le azioni delle frange violente
coinvolgano, oltre alla forza pubblica che tenta di
contrastarle, anche chi come noi cerca di fare il proprio
dovere pur di portare a conoscenza del Paese questo scenario.
Anch’io ho dovuto prendere le mie precauzioni, ma non
demordo. In questo contesto ritengo la nostra presenza
fondamentale, proprio perché possiamo contribuire a far
comprendere alla gente la verità e le vie di uscita che non
passano certo per l’aggressione a poliziotti, vigili del
fuoco e ovviamente giornalisti».
Quindi anche i media possono contribuire a individuare
possibili soluzioni al problema rifiuti?
«Certamente. La nostra funzione è spiegare i fatti e aiutare
la gente a comprendere cosa fare per trovare gli opportuni
rimedi».
L’emergenza rifiuti ha innegabilmente danneggiato
quell’immagine solare e allegra che Napoli ha nel mondo.
Quanto pensa potrà durare?
«Devo dire che trovo brutto, ma anche buffo, dover constatare
come questa emergenza abbia avuto eco anche nel resto del
mondo. Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata da una
mia amica che era a New York. Quando le ho detto di essere a
Napoli, ha esclamato: "Ma non hai paura delle epidemie che
potrebbero scoppiare?". Lo stesso mi è stato detto da una
persona che si trova ad Istanbul. Due episodi piccoli ma che
mostrano il risalto che questa vicenda ha avuto in ambito
internazionale. Anche il turismo ne ha risentito
profondamente, come mi hanno detto alcuni taxisti che ho
incontrato e che avvertono meno lavoro, rispetto agli altri
anni, proprio per il calo della presenza straniera in città.
Sicuramente questa situazione ha scalfito l’immagine gioiosa
che Napoli ha nel mondo, ma non dubito che, una volta
superato il problema, i napoletani sapranno riappropriarsi di
quello che rappresentano agli occhi degli stranieri».
Le piacerebbe, in futuro, poter intervenire in un’edizione
straordinaria di
Studio aperto dal titolo Finalmente è finita
l’emergenza rifiuti a Napoli?
«Eccome se mi piacerebbe! La realtà, però, è che ci vogliono
gli impianti, ci vogliono le strutture appropriate per lo
smaltimento, bisogna trovare dei sistemi per un trasporto
sicuro dei rifiuti. Non si può scaricare tutto sul territorio
pensando che possa assorbire da sé l’immondizia. C’è tanta
strada da fare. Inevitabilmente richiederà molto tempo
trovare quei rimedi che i napoletani reclamano, ma spero che
un giorno questo possa accadere».
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SPORTIVA Gianni
Rivera, dieci per eccellenza
di
Mario Basile
«
Il calcio è come la poesia, un gioco che
vale la vita. Anche il poeta ha il proprio
campo verde ove parole, colori e suoni vanno
verso l’esito felice. Fa anche lui il gol o
lo lascia fare, dando spazio alle ali, al
lettore che gli cammina al fianco e che entra
in porta con lui, nella felicità di avere
colpito il segno…».
Descriveva così,
Alfonso Gatto, il
gioco del pallone.
Anni ’70: il calcio
era, in effetti, un qualcosa più vicino alla
poesia che allo show e, forse, rappresentava
ancora la metafora della vita come qualcuno
si è divertito a definirlo.
Nel nostro Paese di trent’anni fa, il pallone
era quello raccontato da
Gianni Brera, visto in tv alla
Domenica Sportiva e a
Novantesimo Minuto e quello degli
ultimi lampi di
Gianni Rivera: il numero 10 per
eccellenza. Prima di
Baggio, di
Del
Piero e di
Totti.
Proprio lui, testimone ed al tempo stesso
interprete principale di quel calcio che non
c’è più, è stato chiamato ad intervenire alla
presentazione de
La palla al balzo, sagace raccolta
degli articoli di Alfonso Gatto nel periodo
in cui collaborava allo sport per
Il Giornale di
Indro Montanelli.
Non semplici cronache, ma racconti di un
calcio oramai lontano che hanno affascinato
anche Gianni Rivera: «Negli articoli di Gatto
ho ritrovato il calcio dei miei tempi,
lontano dalla deriva verso cui sta andando
adesso. Come li ho conosciuti? Me ne aveva
parlato Ernesto Del Buono, mio amico e grande
appassionato di calcio, dicendomi inoltre che
Gatto, oltre ad essere un grande poeta, era
pure un grande tifoso e il calcio era uno dei
suoi amori. Aveva ragione».
Calciatore d’altri tempi Rivera, di quelli
che i
miliardi non li hanno mai visti
tutti insieme, soprattutto se hai poco più di
vent’anni e se il calcio per te è prima di
tutto un gioco e poi un lavoro.«Non è facile,
oggi come oggi, considerare il calcio solo
come un divertimento, a prescindere dai
guadagni. I ragazzini, però, sono un esempio:
si avvicinano a questo sport perché amano
giocare. E’chiaro che poi a vent’anni, coi
primi guadagni importanti, la fama e la
popolarità si rischia di perdere facilmente
la bussola».
Non solo i soldi, ma anche i continui episodi
di
violenza contribuiscono a far
perdere fascino al calcio. Una situazione a
cui un certo tipo di giornalismo non è
estraneo. Rivera conferma: «Certamente, il
giornalismo che esaspera i toni, che
preferisce i dibattiti urlati non aiuta
assolutamente in questo senso. Soprattutto a
civilizzare le curve».
Oggi il suo mondo è la
politica, ma un
uomo che conosce l’ambiente come lui
servirebbe molto al nostro calcio. Dopo
calciopoli, era considerato tra i
papabili alla
presidenza della Federcalcio.
Non è andata così. Considerato da troppe
persone un personaggio scomodo. «Non so se è
vera questa cosa – spiega Rivera – ad ogni
modo mi sento di dire che è una possibilità,
questa di tornare nel mondo del calcio,
definitivamente sfumata e non credo avverrà
nel futuro».
Il
Golden Boy del calcio italiano, il
primo azzurro a vincere il
Pallone d’Oro,
l’autore della rete decisiva in
Italia –
Germania 4-3, fuori per sempre dal mondo
del calcio. Sembra un paradosso.
L’ultima domanda a Rivera riguarda proprio un
aneddoto sulla famosa partita dell’
Azteca,
il 4-3 con la Germania citato prima. Sugli
sviluppi di un calcio d’angolo,
Muller
portò i tedeschi sul 3-3 deviando di testa in
rete da posizione ravvicinata. Sfortuna volle
che la palla passò tra Rivera e il palo, su
cui l’ex calciatore azzurro era appostato. Si
disse poi che il portiere
Albertosi
fosse infuriato con Rivera e che questi si
spinse subito in attacco per sfuggire alle
ire del compagno e cercare di riscattarsi.
Sull’azione successiva, Rivera mise in rete
il 4-3.« No, non è andata così – spiega
Rivera col sorriso sulle labbra – in effetti
Albertosi non era molto contento, però poi i
giornali hanno voluto un po’ romanzare la
cosa».
Rivera saluta i giornalisti e va via con
passo elegante. Lo stesso che ha fatto
innamorare San Siro e tutti gli amanti del
calcio.
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