Archivio
Telegiornaliste anno IV N. 6 (131) del 18 febbraio 2008
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
MONITOR Teresa
Iaccarino, giornalista e volto storico di Telecapri
di
Giuseppe Bosso
Sono in molti a ricordare
Teresa
Iaccarino come annunciatrice e conduttrice di programmi per bambini. Poi, la
svolta verso il giornalismo. Oggi Teresa, giornalista pubblicista per scelta,
presenta eventi e manifestazioni di Telecapri. Tra i suoi programmi di successo,
Storie di mare e
7 in cronaca.
Da annunciatrice e conduttrice di programmi per bambini a giornalista. Come
mai questo cambiamento?
«Non è stato un cambiamento. Nella vita si cresce, ed io con i bambini ho
giocato e mi sono divertita. A 17 anni, ho iniziato a
Telecapri un
percorso che non rientrava assolutamente in quello che avevo in mente di fare
nella vita. Il gioco è stato bello, ma come ogni cosa prima o poi finisce. Di
conseguenza devi guardarti intorno. Ho avuto la fortuna di poter cominciare
questo percorso nello stesso gruppo in cui sono cresciuta. Tuttora continuo con
la stessa passione di sempre».
Che effetto ti fa rivedere i tuoi
video di quel periodo su YouTube?
«Ne approfitto per ringraziare i cari ragazzi che con tanto impegno hanno
raccolto questo materiale. Direi che è la più bella ed evidente dimostrazione di
affetto che si possa ricevere. Riguardo con tenerezza quelle immagini,
ricordando aneddoti simpatici legati ai miei siparietti con Uffi o al cucciolo
di tigre. E mi fa piacere, quando intervisto la gente, essere spesso
riconosciuta proprio per quel periodo».
Nel pubblico di oggi, ritrovi quei bambini che ti seguivano?
«Sì, tantissimi. Alcuni hanno anche raggiunto posizioni di rilievo, ed è bello
che conservino quei ricordi della loro infanzia. In tanti mi dicono “Una volta
ho anche partecipato al gioco con Uffi”, oppure “Le ho scritto e ha letto la mia
lettera nella trasmissione”. Provo tantissima gioia perché mi considerano una
persona di famiglia. Sono cose piacevoli».
Cosa rappresenta per te Telecapri?
«E’ una parte della mia vita. Ho mosso i miei primi passi nella tv e da qui non
me ne sono mai andata. L’ho vista nascere e svilupparsi. Non riuscirei ad
immaginare la mia vita senza questa realtà».
Quali sono le storie che più ti piace raccontare come giornalista, e quali
meno?
«Anzitutto le storie dedicate al mare, un’altra componente essenziale della mia
vita. Per questo sono molto contenta del programma
Storie di mare: ho la
possibilità di stare a contatto con questo mondo. Sicuramente amo le storie che
riescono anche a lasciarti qualcosa dentro. Non amo, invece, lavorare con
persone arroganti o che si piangono addosso».
Preferivi la televisione dei tuoi esordi o quella di oggi?
«Beh, parliamo di epoche diverse. Allora c’era tanta voglia di costruire, tanta
voglia di novità. Oggi, invece, avverto una voglia di ostentare che non mi piace
e non fa parte del mio carattere. Si è perso soprattutto molto in educazione».
Anche nella tv dei ragazzi?
«Non saprei. Io con i bambini giocavo. L’idea della posta fu lanciata così per
caso e, nel giro di pochi giorni, ci trovammo la redazione sommersa da lettere.
Oggi, invece, si usa Internet, si scrivono mail, ma soprattutto mi rammarico nel
vedere come i bambini preferiscano per lo più giocare da soli».
Ci sarebbe ancora posto per Uffi in quest’era digitale?
«Penso di sì. Per come è stato sviluppato dall’animatore, un ragazzo bravissimo,
penso potrebbe ancora avere i suoi spazi, soprattutto perché c’è una cosa che la
gente non perde mai: la voglia di sognare».
Come giudichi la qualità dell’informazione a Napoli?
«Si dice che non ci sia aggregazione nella nostra città, ma io non la penso
così. Mi sono emozionata quando, lo scorso autunno, il cardinale Sepe è riuscito
ad unire tanta gente in occasione del miracolo di San Gennaro. Quanto ai
colleghi, ce ne sono di validissimi che stimo e che riescono a raccontare i
fatti senza enfatizzare o strumentalizzare, come purtroppo oggi si tende a fare.
Non mi piace la tendenza al protagonismo. Alcuni colleghi dovrebbero ricordare
che facciamo un mestiere bellissimo, una professione che ci permette di essere
portavoce dei problemi e delle aspirazioni della gente».
E anche da intermediari tra istituzioni e cittadini, soprattutto in questi
anni difficili…
«Tornando a Sepe e al miracolo di San Gennaro che ho seguito quel giorno, oltre
a riscontrare una grande aggregazione di tutte le componenti sociali della
città, ho capito che abbiamo bisogno di fede, di qualcosa in cui credere. Il
cardinale è stato davvero in grado di trasmettere ciò durante la sua omelia. La
nostra è una città dalle grandi potenzialità che potrebbero essere valorizzate,
se non ci fosse questa tendenza di vedere tutto nero. Che i problemi esistano, e
ne abbiamo tanti, non lo nego, ma è sbagliato guardare solo in negativo e non
concentrarsi sulle tante belle cose che abbiamo intorno».
Che tipo di giornalista ti consideri?
«A volte non mi sento tale. Penso sempre di essere al primo gradino, di avere
ancora tanto da imparare, eppure ormai faccio questo lavoro da tanti anni. Ho
accantonato un po’ la tv per poter cominciare a scrivere, e molti mi dissero che
ero pazza a dire di no a certe occasioni. Ma io sono una persona coerente e
determinata nelle sue scelte. Quello che altri vedevano come un declassamento,
per me invece era l’inizio di una sfida. Ho avuto la fortuna di poter contare e
avere accanto persone di grande valore. Tra questi, un maestro del calibro di
Costantino Federico che ha sempre creduto in me ed è stato un punto di
riferimento importante. Eppure sento sempre di avere qualcosa da imparare. Ogni
giorno può darti un insegnamento utile. Enzo Biagi è stato un vero giornalista,
soprattutto per la sua grande umiltà e dedizione».
Cosa c’è nel tuo futuro?
«Preferisco non fare programmi a lungo termine, ma vivere giorno per giorno.
Spero di poter continuare a vivere questa esperienza nell'ambiente in cui sono
cresciuta».
Un aggettivo per definirti?
«Non saprei. Posso però dire che mi ritengo una persona educata e coerente».
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CRONACA IN ROSA La
società civile somala a Roma
di
Erica Savazzi
Nella Somalia in crisi, assediata da lotte intestine e invasa
dai vicini etiopi, c’è una
parte attiva della società
che vuol far sentire la propria voce, che propone e chiede
soluzioni per uscire dalla crisi prolungata, che lavora e
mantiene in vita il Paese.
Si tratta della società civile somala che si è riunita a Roma
dal 5 all’8 febbraio: una quattro giorni di discussione e
confronto tra 40 delegati per parlare di
pacificazione
e
ricostruzione.
La riunione, organizzata con il supporto di
Intersos, si è svolta per i primi due giorni a porte
chiuse. Il terzo giorno, gli esponenti dell’associazionismo,
dell’imprenditoria e del mondo accademico somalo si sono
confrontati con la
società civile italiana ed europea,
rappresentata dal viceministro degli esteri Patrizia
Sentinelli, da Stefano Manservisi, direttore generale per la
cooperazione della Commissione Europea e da Mario Raffaelli,
inviato speciale per la Somalia del governo italiano.
Nell’ultimo giorno di riunione i partecipanti alla conferenza
hanno presentato la
Dichiarazione di Roma.
Quest'ultima contiene le conclusioni raggiunte dall’assemblea
costituita da rappresentanti di diversa appartenenza clanica
e posizione politica, compresi i somali della diaspora, cioè
coloro che vivono all’estero.
Nella
Dichiarazione, la preoccupazione principale è
ovviamente rivolta alla
situazione umanitaria del
Paese. In particolare, si chiede alla Comunità Internazionale
di dare adeguata assistenza alle popolazioni colpite e di
permettere i soccorsi umanitari.
Si auspica che le parti in conflitto aprano un
dialogo
che conduca a una pacificazione favorita dal ritiro dal Paese
delle truppe militari etiopiche. Si indica ancora, come
necessario, un
processo di riconciliazione gestito dai
somali stessi che includa anche una rappresentanza di genere.
Secondo la visione della
Dichiarazione, un ruolo
centrale nel processo di pacificazione sarà affidato alla
società civile e ai somali della diaspora, che chiedono
di essere affiancati e supportati dalla Comunità
Internazionale.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
FORMAT Storytellers
riparte da Napoli di
Valeria Scotti
La musica narrata attraverso le parole e un
pentagramma. E’ questo il leitmotiv di
Storytellers, appuntamento del grande
contenitore di
MTV che dedica una pagina dal vivo ad
un’artista nazionale o internazionale.
La quarta edizione,
organizzata da Telecom
Italia Progetto oltre che dalla stessa MTV,
si è aperta lo scorso
12 febbraio al Teatro
Mercadante di Napoli. Sul palco, il pianista
e compositore
Giovanni Allevi accompagnato
da
Paola Maugeri, volto storico della giovane
rete.
Ma
Storytellers ha anche un lato sociale
come dimostra la chiacchierata pomeridiana,
avvenuta via chat, tra i piccoli pazienti della
Clinica pediatrica De Marchi del Policlinico di
Milano e il musicista.
Dicevamo della serata. Ecco Allevi - nelle
sembianze di personaggio da fumetto - dividersi
tra pianoforte e sgabello. Intervallati da
successi come
Prendimi e
Come sei
veramente, sono tanti i suoi racconti. Come
gli appuntamenti non previsti con la musica che
va a trovarlo all'improvviso, per esempio mentre
fa la spesa al supermercato. Poi
la sua
infanzia in una famiglia di musicisti, con
quel pianoforte chiuso a chiave che, di nascosto,
riusciva a sfiorare.
L'esordio poco fortunato,
in quel primo concerto lontano dalla sua Ascoli,
che nel giorno del suo ventunesimo compleanno,
raccolse proprio a Napoli non più di cinque
persone. E la notte passata in stazione, con
tanto di smoking, tra prostitute e barboni. «Mi
sembrava che lo stesso destino ci accomunasse.
Proprio quella notte ho capito che volevo fare il
musicista nella mia vita».
Il pubblico sorride di fronte a tanta sincerità,
la Maugeri ride delle involontarie battute
pronunciate dal Giovanni-fanciullino accanto a
lei. La filosofia alleviana si compone anche di
attacchi di panico - «la fragilità è la mia
forza» - , di una percezione della musica come «
strega
capricciosa che ha monopolizzato la mia vita»,
di «dedizione assoluta perché è la musica che
decide il gioco, non le regole del mercato
discografico», e di una raccolta di pensieri,
La musica in testa, edito da Rizzoli e di
prossima pubblicazione.
Verso la fine della serata –
sarà trasmessa in
differita su Mtv il 3 marzo alle ore 22.30 -
si ode un brano composto all’istante per il
piccolo
Timo, il bambino avuto sei mesi fa
dalla Maugeri che, a pochi metri dalla mamma,
dorme beato.
Come ninna nanna, le note di
Giovanni Allevi.
Anche questo è
il potere della musica che
si racconta a
Storytellers.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
CULT Fumettiste:
quando le matite e le chine si tingono di rosa
di
Sara Di Carlo
Un universo quasi nascosto, quello dei
fumettisti. Eppure il disegno è la
prima forma di comunicazione che apprendiamo sin da piccoli, assieme all'uso
della parola.
Un mondo dove spesso
le donne sono rappresentate come ingenue vittime del
cattivo di turno o come pin-up, simbolo dei desideri più arditi degli uomini.
Pian piano, la situazione si è evoluta ed è emerso
un underground di giovani
artiste con la matita in mano. Non hanno paura di impugnarla, pungendo così
tanto con le loro mine da far impallidire qualsiasi collega uomo. Complice anche
il web, l'arte e la creatività,
le fumettiste si fanno notare per
l'originalità del tratto, per i colori vivaci e per il senso dell'umorismo.
Così la donna diviene eroina e non più vittima, come nella serie
Julia:
criminologa, dalle sembianze di una sbarazzina Audrey Hepburn.
Le prime
fumettare? Il duo
Angela e Luciana Giussani che, nel
1962, crearono
Diabolik, il ladro gentiluomo dagli occhi di ghiaccio. E
poi le straordinarie chine di Vanna Vinci che conquistarono addirittura il
Giappone - patria dei fumetti - con il primo lavoro
Casa a Venezia. E
ancora, Silvia Ziche. Il suo è un universo femminile maturo, alle prese con le
relazioni sentimentali e uomini incomprensibili.
La passione e l'orgoglio di essere fumettiste è anche nelle emergenti, come
Patty Comix, Fiona, Isabella Ferrante e Sherri Page nelle rispettive città
di Cuneo, Roma e Londra.
«La passione per il fumetto è nata - racconta
Patty -
da piccolissima: mi veniva naturale, accanto al classico disegno da bambini,
scrivere una parola o un qualcosa che lo accompagnasse. Mi divertivo alle
elementari a riempire quaderni di storielle di bambini con la testa a forma di
fiore».
Anche
Fiona, da piccola, ha passato gran parte del suo tempo a creare. «
Disegnare
tira fuori la mia personalità».
«Non sono proprio una fumettista - dichiara
Sherri
Page - ma leggere fumetti ha contribuito a costituire la base di quel che è
oggi la mia arte: l'illustrazione legata alla pittura. Ricordo ancora il primo
fumetto letto nella mia stanza: Archie».
«Il fumetto è diventata la mia vita - prosegue
Isabella
- forse perché ho sempre guardato tanti cartoni animati ed ogni volta provavo a
ridisegnarli. Il fumetto è la forma che più si avvicina al modo in cui sento di
comunicare con gli altri. I miei personaggi interagiscono tra loro raccontando
quel che io vivo, quello che vivono le persone che mi sono accanto. Nei miei
fumetti,
tutto è autobiografico. Ma non solo: racconto la realtà che mi
circonda, così come i miei occhi la vedono».
Sul
perché le donne siano così poche, Isabella ha una sua teoria: «
Il mondo è
maschilista e nel fumetto si sente maggiormente questa chiusura nei nostri
confronti. Se c'è un personaggio maschile di punta in ogni casa editrice, lo
disegnano solo uomini. Credo che le donne non abbiano abbastanza tenacia da
poter provare finché non si riesce nell'intento di pubblicare i propri disegni.
Sono molte
quelle che diventano coloriste ed inchiostratici e si accontantano,
mentre io disegno e scrivo le mie storie».
Sherry ci offre uno spaccato della realtà londinese: «Le donne che vogliono
creare fumetti sono poche perché pensano che siano solo mondi fantasiosi
popolati da supereroi che non rispecchiano la realtà del loro essere donna. E'
anche vero che il lettore, a volte, preferisce un fumetto disegnato da un uomo,
anziché da una donna. Bisogna quindi lavorare duramente».
E le donne, secondo Patty? «Si nascondono un po’. E' una professione difficile
da portare avanti, anche per i guadagni poco costanti.
Abbiamo bisogno di
stabilità per poter costruire un futuro e una famiglia. Per questo, spesso
optiamo per lavori affini al mondo del disegno come la grafica, l'illustrazione
per editoria. Gli uomini tendono a costituire circoli chiusi: molte donne si
inseriscono in questi studi come subordinate o ne aprono uno loro stesse per non
dover rendere conto a nessuno».
Di tutt'altra opinione è la giovanissima Fiona. «Non penso che sia un mondo
prettamente maschile, tante sono le donne che fanno fumetti ad alti livelli, ma
spesso la nostra società ci porta a pensare che una donna non possa vivere
disegnando fumetti. E' solo un luogo comune».
Per Isabella, comunque «il futuro del fumetto è roseo ed esisterà sempre finché
ci saranno persone che si lasceranno rapire da questo linguaggio. Occorre che
gli editori investano nelle idee, nei fumettisti che hanno qualcosa da
raccontare. Ancor di più,
occorrono lettori che abbiano ancora la capacità di
sognare. E' difficile tarpare le ali ai fumetti che, in fondo, sono nuvole
parlanti che possono volare lontano».
Magari con una nuvoletta rosa. Sicuramente sarà sempre più donna.
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
DONNE This
woman was once a Punk di
Camilla
Cortese
1989: con lo slogan "This woman was once a Punk", una
Vivienne Westwood travestita da Margaret Thatcher
campeggiava sulla copertina di
Tatler in una celebre
foto di Michael Roberts.
Tre mariti per la regina della moda inglese, classe 1941:
Derek Westwood, dal quale prese il cognome ed ebbe il primo
figlio; Malcolm McLaren, storico creatore e manager dei Sex
Pistols, promotore con Vivienne del movimento Punk, dei suoi
primi passi nel mondo della moda, e padre del suo secondo
figlio; Andreas Kronthaler, giovine belloccio e talentuoso,
inseparabile spalla nel lavoro sulle collezioni griffate
Westwood.
Da anonima maestra ventunenne di North London, tra povertà e
sussidi sociali, Vivienne Westwood si trasformò nel 1971 in
ideologa e icona del Punk, protagonista con Malcolm
McLaren di una rivoluzione estetica basata sul disprezzo
dell’ipocrisia politica di quegli anni. Dal punto di vista
della moda, il Punk era privo di regole fisse e affermava il
paradossale e anarchico rifiuto dei canoni stessi della moda.
Vivienne voleva
infastidire gli inglesi, e
sesso
e
violenza furono le sue armi migliori. Il quartier
generale era il negozio di King’s Road, oggi prestigiosa
boutique, che cambiava nome ogni anno secondo la collezione.
Nel 1974 fu temporaneamente chiuso dalla polizia a causa
della collezione di perversi indumenti di gomma e cuoio nero
battezzata
Sex.
L’
esordio di Vivienne Westwood in passerella, nel
1981, fu folgorante. La linea
Pirate, abbondante di
oro e con una ossessiva attenzione al taglio, fu accostata
all’immagine di Lady Diana, fresca fidanzata del principe
Carlo.
Innovativa e coltissima, anarchica ma molto british, ha
sempre tratto
ispirazione dalla storia e dalla
pittura, piegando su tagli impossibili e tessuti classici
come il tweed e il tartan, quest’ultimo da lei amatissimo per
l’attitudine selvaggia ed unisex.
Per la collezione
Harris Tweed, ispirata al look della
regina Elisabetta II da ragazza, ottenne nel 1992 il titolo
di Dama e l’OBE (Order of the British Empire). Si presentò
alla cerimonia con un’ampia gonna che, sollevatasi per un
colpo di vento, rivelò l’assenza di mutandine.
Vera artefice del ritorno del
corsetto, Vivienne
Westwood riportò sulle passerelle dell’
haute couture
anche gonne a palloncino e crinoline, accostate alle
immancabili, vertiginose e famosissime
zeppe
mock-croc, come quelle della caduta di Naomi Campbell in
passerella nel 1993. Tra le modelle, la sua musa fu Sarah
Stockbridge; Linda Evangelista, la sua preferita.
Oggi, contro la volgarità globalizzata, è lei stessa ad
ammettere che
scandalizzare non è più possibile:
l'unica vera sfida della moda è alzare al massimo il livello
del gusto.
Milano ha recentemente ospitato a Palazzo Reale una grandiosa
mostra che ripercorre i 35 anni di carriera di Vivienne
Westwood, curata dal Victoria & Albert Museum e tappa di un
tour che ha toccato città come Shangai, Tokyo, Düsseldorf e
San Francisco. Una celebrazione della
Dama del
brit-fashion, quella che... "questa donna è stata una
Punk".
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
TELEGIORNALISTI
Paolo
Del Genio, l'amore per il calcio di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 1997,
Paolo Del Genio è
inviato di Telecaprisport. Nel suo passato, varie esperienze
per emittenti napoletane, parentesi radiofoniche e una
collaborazione con
Il Giornale di Napoli.
Il ritorno del Napoli in serie A è stato caratterizzato da
un rendimento soddisfacente della squadra ma anche da
polemiche legate, per esempio, alle trasferte vietate ai
tifosi e a un atteggiamento rigido della giustizia sportiva
nei confronti della squadra. Cosa ne pensi?
«Il rendimento del Napoli finora è stato positivo, e devo
dire che risponde a quanto mi aspettavo. Bisogna lamentarsi
per l’atteggiamento scandaloso del giudice sportivo Gianpaolo
Tosel nei confronti del Napoli, soprattutto per il caso
Zalayeta che si è ripetuto a distanza di poco tempo. Non so
spiegarmi il perché di questo comportamento a due pesi e due
misure nei confronti degli azzurri. Non ho nulla di cui
lamentarmi, invece, per quanto riguarda gli arbitri».
Si può dire che il Napoli dia fastidio a qualcuno?
«Non penso. Anzitutto non mi sembra che, per ora, quei
“poteri forti” del calcio, sia pure con tutto quello che è
successo, possano avere problemi dalla presenza del Napoli
come accadeva tanti anni fa. Piuttosto, la cosa che mi
infastidisce è l’atteggiamento superficiale dei grandi media
nazionali che parlano in prima pagina del Napoli solo per i
problemi di ordine pubblico o per il folklore della curva,
ignorando che la squadra sta andando molto bene in campo».
Cagliari-Napoli vietata ai tifosi azzurri: c’entrano
qualcosa gli incidenti in Sardegna legati al trasporto dei
rifiuti campani?
«Assolutamente no. Sono decisioni unicamente determinate
dalle intemperanze dei tifosi partenopei in trasferta. Da
questo punto di vista, non possiamo lamentarci della
giustizia sportiva che è intervenuta in occasione dei
disordini, mentre non ha detto nulla quando la tifoseria è
stata buona».
Malgrado questo e malgrado gli anni di crisi, i napoletani
non hanno perso il loro entusiasmo per il calcio...
«Certo, ma è un entusiasmo diverso. Quello dei giovani è
sempre forte e acceso. Chi invece ha vissuto i trionfi
dell’era Maradona, ha inevitabilmente risentito degli anni
bui, delle retrocessioni e del fallimento. Ma a parte qualche
lamentela, il rendimento della squadra quest’anno è stato
positivo e i tifosi hanno ben ragione di essere soddisfatti».
Dove può arrivare il Napoli?
«Credo che manterrà questa posizione e, per quest’anno, può
anche andare bene».
Lavezzi è sicuramente uno dei grandi protagonisti della
stagione. Potrà diventare un simbolo come Maradona?
«No. Maradona è stato unico per quello che ha fatto in campo
e come personaggio. E’ storia, ma è bene guardare avanti e il
Napoli di oggi sta investendo molto in un progetto che punta
alla valorizzazione del collettivo, ai giovani. Lavezzi è una
piacevole sorpresa, e del resto la sua importanza sta anche
nelle statistiche che lo vedono determinante almeno per la
metà delle reti segnate dalla squadra».
De Laurentiis e Marino possono rappresentare, dal punto di
vista societario, una forza rispetto alle grandi del Nord?
«Mah, è difficile. Il Napoli potrebbe contrastare lo
strapotere del nord riuscendo a raggiungere i livelli delle
tre grandi - Milan, Inter e Juve - oppure schierandosi
compatto con le altre società per bilanciare quelli che ho
chiamato “poteri forti”. Ma quest’ultima eventualità è
difficile perché le altre società non hanno questo desiderio
di coalizione. Credo che il Napoli sia in grado di riuscire a
porsi subito al di sotto delle tre grandi potenze che sono,
però, ancora molto lontane per potere d’acquisto e fatturato.
Il Napoli, per ora, è in grado di fronteggiare bene altre
realtà come Roma e Fiorentina».
Calciopoli, doping, violenza negli stadi. Riesci ancora ad
amare questo sport?
«Certo che sì. Quello che è stato è stato, ma io credo ancora
nella regolarità delle partite, in quello che dice il campo e
che determina alla fine il risultato finale. Altri fattori,
purtroppo, ci sono sempre stati e ci saranno sempre: non si
può pensare di cancellarli del tutto, ma si possono
contenere. Al momento questi fattori esterni incidono per il
20-30% dei risultati. Ma credo che, con uno sforzo in più,
possano scendere almeno al 10 per cento».
L'emergenza rifiuti che ha colpito la nostra regione:
quale messaggio può dare l’informazione in questo contesto?
«Se l’informazione potesse davvero operare in maniera libera,
dovrebbe far capire alla gente che la classe politica attuale
ha sbagliato e va sostituita in toto. Sembrerà un discorso
qualunquista, ma i fatti sono questi. Che abbia governato la
destra o la sinistra, sia a livello nazionale che a livello
locale, nessuno è mai riuscito ad affrontare il problema in
maniera seria e adeguata e, alla fine, i risultati si sono
visti. Finché l'informazione sarà legata alla politica e ai
politici, non potrà mai compiere il suo dovere fino in
fondo».
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva
SPORTIVA Azzurre
alla meta di
Mario Basile
Nella vita di tutti i giorni sono mamme,
mogli, fidanzate, impiegate e studentesse.
Vite scandite dalla routine quotidiana. Ma
ciò che rende diverse queste donne è che sono
rugbyste. Anzi, sono la
nazionale di rugby
femminile. Ventitré ragazze dal cuore
grande, simbolo orgoglioso delle oltre
quattromila che praticano questo sport nel
nostro Paese, e delle altre che si dilettano
ancora a livello amatoriale.
Pensi a “donna” e a “rugby”: due termini che
metteresti agli antipodi senza troppi
fronzoli. Li avete presenti gli uomini che
fanno rugby? Le mischie, le botte, i
placcaggi? Figurati se una donna potrebbe
fare questo. E invece, lo fanno eccome.
Il rugby femminile in Italia esiste da oltre
vent’anni. Squadra pioniera, la
Benetton
Treviso a cui poi si sono via via
aggiunte altre: dal
Monza al
Riviera del Brenta passando per la
capitolina
Red&Blue Rugby, fino ad
arrivare alla formazione sarda del
Grazia
Deledda.
Tutto si svolge nel dilettantismo più totale.
Di sponsor e soldi, neanche l’ombra. Ma
questi, in fondo, sono problemi anche del
rugby maschile che solo negli ultimi tempi
sta appassionando gli italiani grazie alla
nazionale e al
Sei Nazioni.
I più attenti, o meglio quelli che leggono i
trafiletti invisibili dei giornali, si
saranno accorti che al Sei Nazioni ci sono
anche le nostre ragazze del rugby. Ad oggi
hanno giocato due gare uscendo sconfitte in
entrambe le occasioni, rispettivamente contro
Irlanda ed
Inghilterra. Troppo
grande il divario fisico. Le avversarie sono
sempre più alte delle nostre. La nostra
migliore giocatrice è la veneta
Paola
Zangirolami, un metro e sessanta di cuore
e talento.
Il
Sei Nazioni, però, può far
miracoli. E non necessariamente sul campo. Le
ragazze della nazionale hanno destato la
curiosità dei media e sono state protagoniste
di alcuni show televisivi in cui hanno
raccontato il loro mondo e l’amore per questo
sport. E’ l’inizio di una rapida ascesa?
Difficile.
Adesso c’è da pensare ai prossimi
appuntamenti del Sei Nazioni: il primo col
Galles a Cardiff questa domenica, poi l’8
marzo in
Francia contro le padroni di
casa per poi chiudere, il 16 dello stesso
mese, con la
Scozia a Venezia.
Intanto, che il connubio donne e rugby non
sia qualcosa di impensabile l’hanno scoperto
anche in
Iran. La venticinquenne
Elham Shahsavari e
Zahra Nouri
guidano la squadra nazionale allenata dal
tecnico
Alireza Iraj. Giocano col velo
e si dicono innamoratissime di questo sport.
Se non è emancipazione questa…
indice della pagina: Monitor | Cronaca in rosa |
Format | Cult | Donne |
Telegiornalisti | Sportiva