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Telegiornaliste anno IV N. 8 (133) del 3 marzo 2008
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MONITOR Marta
Cattaneo, portavoce della gente
di
Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 2007,
Marta Cattaneo muove i primi passi sulla carta stampata scrivendo per il
quotidiano
Cronache di Napoli. Successivamente approda all’emittente
ItaliaMia (Sky 919) dove conduce il programma
Onorevole cittadino.
In Onorevole cittadino sei portavoce del malessere della gente di
Napoli. Le istituzioni recepiscono queste richieste?
«Sì, abbiamo avuto dei buoni riscontri. Alcuni casi portati alla nostra
attenzione sono stati affrontati e risolti».
Qual è stata la vicenda che più ti ha colpito tra quelle che hai seguito?
«Per carattere tendo ad affezionarmi un po’ a tutte. Sicuramente ricordo
l’incontro che ho avuto con dei ragazzi di un centro di recupero per
tossicodipendenti a Ponticelli, e poi un viaggio nelle chiese chiuse del centro
storico».
Italia Mia è visibile anche sul satellite. Questo vi comporta un maggiore
lavoro?
«Sicuramente comporta più responsabilità per una redazione, ma in ogni caso la
serietà e l’impegno sono gli stessi di come se lavorassimo solo in ambito
locale».
Siani e Anna Politkovskaya sono due casi in cui il giornalismo è diventato
una missione che ha poi portato al sacrifico della vita. Cosa ne pensi?
«Ogni mestiere ha i suoi pro e i suoi contro. Per alcuni aspetti, la nostra è
più una missione che un lavoro, anche se ritengo estremi i casi citati. La cosa
più importante è non lasciarsi prendere troppo ed essere consapevoli di quello
che si fa. Per quanto mi riguarda, cerco di non subire condizionamenti. Se ho
qualcosa da dire la dico: nel nostro lavoro non bisogna porsi freni sotto questo
punto di vista».
E’ importante l’affiatamento perché una redazione funzioni bene? Trovi più in
sintonia con i colleghi uomini o con le donne?
«Tra di noi c’è una buona intesa. Nessuna differenza, vado d’accordo con
entrambi».
Quale immagine ti ha più colpito delle ultime vicende?
«Il problema dell’emergenza rifiuti a Napoli, che spero possa risolversi al più
presto anche perché continuiamo a dare al mondo questa immagine così deturpata.
Inoltre, mi ha colpito la vicenda dei monaci della Birmania di qualche mese fa».
Che programma sogni per il futuro?
«Mi piacerebbe condurre una trasmissione dedicata alla riscoperta delle
tradizioni popolari di Napoli, ma soprattutto qualcosa che mi permetta di fare
inchieste sempre sui problemi della gente, come
Report su Rai3».
Colleghi come modello?
«Ammiro molto
Milena Gabanelli proprio per le sue inchieste accurate. Anche
Santoro
è un professionista da prendere come esempio. Sarebbe un sogno poter lavorare
con loro».
Quali difficoltà hai trovato nel passare dalla carta stampata alla
televisione?
«Il confronto con la telecamera è una cosa ben diversa dal lavoro sul giornale
che spesso ti pone quasi nell’ombra a meno che tu non sia una grande penna. Se
si è timidi di carattere, sicuramente s'incontra maggiore difficoltà nel
contatto con il pubblico».
Quale notizia ti piacerebbe dare?
«Una Napoli più vivibile per le persone e con meno problemi».
Quali sono le maggiori difficoltà che incontra una giovane giornalista come
te nel conciliare lavoro e vita privata?
«Mancanza di tempo e difficoltà nel ritagliare spazi in cui dedicarmi agli
affetti, alla famiglia e alle amicizie».
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CRONACA IN ROSA Contro
la tratta di esseri umani
di
Erica Savazzi
Prostituzione, sfruttamento lavorativo, adozioni illegali,
traffico di organi, pedofilia: attività illecite che si
alimentano con la
tratta di esseri umani, con
l’allontanamento forzato di uomini, donne e bambini dalle
loro terre di origine per farne gli schiavi del terzo
millennio.
Per cercare di porre fine a questo “commercio”, a febbraio è
entrata in vigore la Convenzione del
Consiglio d’Europa contro la tratta degli esseri umani.
Approvata a Varsavia nel 2005, è stata ratificata da 14 stati
tra i quali, però, non figura l’Italia, nonostante il governo
l’avesse sottoscritta all’atto della stesura.
Secondo i dati del Consiglio d’Europa sono più di
600.000
le
vittime della tratta all’interno dei confini
continentali. Quasi l’80% sono ragazze e donne. Una triplice
azione è quindi necessaria:
prevenire la tratta,
proteggere i diritti delle persone che ne sono vittime e
perseguire i trafficanti. Al centro, i diritti umani e
la
dignità delle vittime, alle quali devono essere
assicurate assistenza e protezione senza alcuna
discriminazione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni
politiche, originale nazionale o sociale.
Le vittime della tratta, e in particolare donne e minori, una
volta identificati potranno ottenere un permesso di soggiorno
rinnovabile e ricevere assistenza per un recupero fisico,
psicologico e sociale, che prevede anche l’accesso al mercato
del lavoro, alla formazione professionale e all’istruzione. A
tutti viene garantita una consulenza legale, ed è previsto un
fondo di assistenza per il
reinserimento della persona
o nel Paese di provenienza o nello Stato di accoglienza.
Per scoraggiare la tratta, proteggere le vittime e
intervenire penalmente per perseguire i reati previsti dalla
Convenzione – con aggravante se si tratta di bambini – i
Paesi firmatari si impegnano a
cooperare fra loro con
maggiori controlli alle frontiere e uno scambio capillare di
informazioni. Le autorità statali sono inoltre invitate a
collaborare con organizzazioni non governative e con la
società civile.
L’attuazione della Convenzione verrà costantemente verificata
da un gruppo di esperti composto in modo paritario da uomini
e donne, GRETA, che elaborerà periodicamente alcuni
rapporti valutativi delle misure prese dai firmatari.
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FORMAT Pagellone
di febbraio di
Giuseppe Bosso
Mentre scriviamo è in corso di svolgimento il
Festival di Sanremo sul quale rimandiamo a marzo
la nostra valutazione.
10 con lode a
I migliori anni. Carlo Conti sbanca il
sabato sera con un programma che mette a
confronto le generazioni e i protagonisti degli
ultimi decenni, e il risultato è a dir poco
vincente. La Lotteria Italia, preoccupata dopo il
flop del
Treno dei desideri di non
ricevere un adeguato abbinamento televisivo,
ringrazia di cuore.
9 con merito a
Niente di personale.
Dopo
Exit, La7 centra ancora la prima
serata del lunedì con
Antonello Piroso:
piazza il colpaccio dell’intervista al figlio di
Bin Laden e riesce ad affrontare temi delicati e
d’attualità senza sfociare nella tv urlata che,
altrove, imperversa.
8 con plauso a
Don Matteo 6, finora
vincitore - anche se per poco - della sfida degli
ascolti del giovedì contro i
Ris di
Canale5. Da segnalare il positivo innesto di
Simone Montedoro: pian piano è riuscito a non far
rimpiangere Flavio Insinna nei panni del capitano
della caserma dei carabinieri, unico componente
del cast storico ad aver lasciato.
7 pieno a
Mattino cinque, vera sorpresa di inizio
anno per Canale5. Non era facile confrontarsi con
un colosso come
Uno Mattina in una fascia
oraria che l’emittente ammiraglia di Mediaset
riservava alle repliche degli show targati
Maurizio Costanzo. Ma la coppia D’Urso-Brachino è
riuscita nella sua missione.
6 di grande sorpresa alla nuova veste di
Buona Domenica. Paola Perego decide
finalmente di darci un taglio: meno tv trash,
meno personaggi e protagonisti di reality show e
più
spazio a storie vere, alle
problematiche dei nostri giorni come la crisi
economica generale e l’emergenza rifiuti in
Campania. Speriamo non si tratti solo di un
momento effimero di lucidità.
5 con rammarico alle vicende ambientate
nell’Agro Pontino di
Questa è la mia terra
vent’anni dopo, decisamente sottotono
rispetto alla prima serie. Malgrado la bravura
degli interpreti, il pubblico non ha molto
gradito questo secondo capitolo che ha in buona
parte stravolto una storia arrivata, due anni fa,
a totalizzare anche sei milioni di spettatori.
4 di delusione a
La sai l’ultima.
Il grande ritorno della "più amata dagli
italiani" a Mediaset ha vita breve. Per quanto la
Cuccarini e Boldi ce l’abbiano messa tutta, è il
programma a non andare: stesse scenografie,
stesse ripetitive e non sempre divertenti
barzellette, stesse
poche idee. La
chiusura anticipata è stata logica conseguenza.
3 di disapprovazione a chi ha pensato bene
di scritturare Fabrizio Corona per una fiction
che andrà in onda l’anno prossimo. L’ennesimo
schiaffo a quelli che, con professionalità e
fatica, cercano un piccolo posto al sole nello
spietato show business e si vedono scalzare dal
personaggio di turno noto non certo per vicende
edificanti.
2 senza appello alle due - più che
sufficienti - puntate di
Uomo e gentiluomo.
Stavolta la brava
Milly Carlucci incappa
in un passo falso dopo quelli vincenti di
Ballando con le stelle e
Notti sul
ghiaccio. Malgrado la presenza nel cast di
veterani della canzone (Albano, D’Angelo) e di
attori emergenti (Brugia, Simioli), il reality
non lascia tracce significative.
1 di rimprovero ai telecronisti ex
calciatori che imperversano su tutte le reti.
Sorprende e amareggia vedere come, pur avendo
alle spalle anni di esperienza sui campi di
gioco, non riescano a leggere le partite con quel
piglio e quella prontezza che gli
spettatori-abbonati (ma anche del servizio
pubblico) meriterebbero.
0 ai
leader dei principali
schieramenti politici che non sembrano
intenzionati a confrontarsi in un faccia a faccia
che, invece, sarebbe doveroso in questo momento
di grande incertezza. Auguriamoci che cambino
idea.
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CULT La
bellezza italiana secondo Stephen Gundle
di
Valeria Scotti
Una fotografia del fascino italiano tra l'Ottocento e i nostri giorni. La
bellezza, parte integrante del patrimonio storico e culturale del nostro Paese,
è protagonista tra le pagine di
Figure del desiderio. Storia della bellezza
femminile italiana, l’ultimo libro di
Stephen Gundle, edito da
Laterza. Professore inglese di Storia dei Mass Media e profondo conoscitore
della lingua e della cultura del nostro Paese,
Gundle ha analizzato
l’universo delle donne italiane che, per il mondo, costituiscono un ideale
di femminilità.
Sono tante le donne-simbolo che sfilano lungo le pagine del suo libro. In che
modo il fascino italiano ha caratterizzato e influenzato l'Ottocento sino ai
giorni nostri?
«Il fascino italiano per gli stranieri è sempre stato legato alla bellezza, allo
stile di vita del Paese e alla promessa di felicità offerta. Alla stesso modo,
la bellezza delle donne italiane è sempre stata vista come calda, bruna e
naturale, diversa dalla bellezza fredda e studiata delle donne del Nord Europa.
Si tratta di uno stereotipo molto sfruttato dal cinema del dopoguerra e che è
stato un una trampolino di lancio per attrici e modelle. All'estero, l'attrice
italiana è sempre stata rappresentante della femminilità mediterranea. In
passato, la femminilità italiana piaceva perché era rassicurante: la bella
italiana era una donna tradizionale che accettava il suo destino biologico. Da
diversi decenni, queste idee hanno subito una notevole modernizzazione. La
Loren, la Bellucci ed altre spesso parlano contro la magrezza estrema, contro la
chirurgia plastica, a favore del buon cibo e così via. In un periodo in cui gli
ideali della bellezza del mondo occidentale hanno sempre meno a che vedere con
la natura, c’è la richiesta di una via meno artificiale e più in sintonia con la
vita normale».
Lina Cavalieri, soprano e attrice cinematografica, fu definita da d’Annunzio
"la più conturbante espressione di Venere sulla Terra". In cosa consisteva il
suo fascino?
«La
Cavalieri è un personaggio chiave perché era una popolana dal portamento regale.
Univa quindi le qualità estetiche, da lungo tempo associate alle italiane, alle
ambite qualità di classe e di eleganza. Era nata a Trastevere, ma ben presto
divenne un'italiana di Parigi, lavorando alle famose Folies Bergère prima di
intraprendere una nuova carriera come cantante lirica. La sua bellezza
tipicamente italiana fu molto discussa, quasi innalzata a bandiera nazionale. A
suo tempo fu chiamata "la donna più bella del mondo" e questo divenne poi il
titolo del film sulla sua vita interpretato dalla Lollobrigida. La Cavalieri è
emersa proprio nel momento in cui la riproduzione fotografica diventava comune:
fu spesso raffigurata nelle riviste e in migliaia di cartoline. Inoltre aveva
una vita privata piuttosto movimentata, essendosi sposata quattro volte. Al
contrario di altre bellezze, aveva sempre un'aria malinconica, un po' come la
Bellucci oggi».
Come possiamo descrivere la bellezza di due icone del cinema italiano come la
Loren e la Lollobrigida?
«Negli anni Cinquanta si diceva che la Lollobrigida era la più amata dagli
italiani mentre all'estero la Loren godeva di maggiori favori. La prima era
forse più bella, ma meno esuberante e originale. La Lollobrigida ha presto
abbandonato i ruoli di popolana ma la Loren, che del resto poteva fare leva
sulle sue origini partenopee, ha semplicemente aggiunto altre sfaccettature al
suo personaggio. Ha sempre parlato delle sue origini umili e delle sue lotte e
ha coinvolto il mondo intero negli anni Sessanta nel suo tormentato tentativo di
diventare madre. All'estero, erano viste un po' come la Marilyn Monroe e la
Jayne Mansfield del cinema italiano e come queste non hanno mai recitato
insieme. Ma nel tempo, la Loren che aveva dalla sua parte un produttore
importante, Carlo Ponti, e un regista come De Sica, si è rivelata un'attrice
superiore. Per gli stranieri non rappresenta tanto il cinema italiano o la moda
italiana, quanto l'Italia stessa».
La bellezza italiana ha concorrenti nel mondo?
«Alla fine dell'Ottocento - il periodo in cui i confronti internazionali tra i
tipi di bellezza andava per la maggiore - si diceva che i modelli forti erano la
francese, l'inglese, l'italiana, la spagnola e l'americana. Nei decenni
successivi, la bellezza spagnola subì un declino, mentre la francese perse molti
dei suoi connotati specifici. La bellezza americana era più legata a qualità
tipo la sportività, la salute, l'emancipazione. La figura della "rosa inglese"
forse resiste, ma è interamente legata a donne specifiche tipo la principessa
Diana o l'attrice Kate Winslett. Solo l'italiana è rimasta un modello forte in
cui certe idee vengono prima delle donne che le incarnano. Ma nell'era della
globalizzazione, i discorsi intorno a modelli nazionali di bellezza hanno sempre
meno senso e corrono anche il rischio di sembrare un po' arretrati se non
addirittura razzisti».
Miss Italia e gli altri concorsi: quanto sono cambiati nel corso degli anni e
quanto ancora rispecchiano realmente la bellezza italiana?
«Miss Italia gode di una visibilità che manca a molti altri concorsi. Da sempre
sono in gioco due modelli: la bellezza della tradizione, apprezzata da molti
giurati, e la bellezza corrente, che è quella a cui aspirano la maggiore parte
delle concorrenti. La seconda è meno nazionale e più aperta alle suggestioni
della moda e della televisione. A mio parere, il concorso cerca di mantenere un
equilibro tra questi modelli, facendo presiedere la giuria alle bellezze più
rappresentative del Paese come la Loren, la Cardinale, la Bosè, ma alternando le
vincitrici: un anno la bionda, un'altro la bruna tradizionale e così via. E'
comunque un equilibrio difficile da mantenere. Tutta la controversia intorno a
Denny Mendez nel 1996 ne è la prova. Da allora, nessuna candidata di colore ha
avuto più serie possibilità di vincere».
Perché spesso è difficile liberarsi dai modelli imposti dall’industria della
bellezza?
«Perché l'industria della bellezza si propone come amica delle donne e offre
prodotti dall'utilità immediata. Promette qualcosa che affascina anche se poi,
nella realtà, è impossibile da ottenere: l'eterna giovinezza, o almeno la
sembianza di essa. Nella società moderna le apparenze contano molto e il potere
dell'industria della bellezza ne è una delle conseguenze».
Ha ricevuto più testimonianze maschili o femminili dopo la pubblicazione del
suo libro?
«Avevo messo in conto che avrei ricevuto delle critiche per aver affrontato un
tema ritenuto da alcuni troppo frivolo per un esame storico, da altri più adatto
a una donna che a uno studioso a causa della pesante eredità di maschilismo che
c'è in ogni discorso sulla bellezza delle donne. In realtà ho trovato più
disponibilità tra le donne e credo che un numero maggiore di copie del libro -
sia in Italia che all'estero - siano state comprate dalle lettrici».
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DONNE Lina
Wertmüller, un complicato intrigo di donna, cinema e vitalità
di
Camilla Cortese
Una donna piccola piccola, un nome lungo lungo, la celebre
montatura bianca, carisma da vendere. Arcangela Felice
Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich,
regista e
sceneggiatrice italiana, nasce a Roma nel 1928. Inizia a
lavorare in teatro, radio e televisione e per alcuni anni è
animatrice e regista dei celebri spettacoli di Maria
Signorelli, la mamma dei burattini italiani.
Ragazza un po’ scugnizza nella meravigliosa Roma degli anni
Sessanta, dei paparazzi in via Veneto, della dolce vita. Nel
1963 lavora come aiuto regista di Federico Fellini in
Otto
e mezzo, firmando poi nello stesso anno sceneggiatura e
regia de
I basilischi, ritratto impegnato dei giovani
borghesi meridionali. L’anno seguente, per
confondere i
critici che stavano già per aggiudicarle il titolo di
regista impegnata, gira un grande successo televisivo,
Il
giornalino di Gian Burrasca.
Carattere da vendere, raffinatezza nelle ambientazioni grazie
alla collaborazione con il marito Enrico Job e un
gusto
barocco per i
titoli sempre più
lunghi e
ridondanti, inventati per contrariare i produttori, e per
giocare a confondere il pubblico, che non li ricorda per
intero e li storpia. Chi terrebbe a mente
Film d’amore e
d’anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella
nota casa di tolleranza (1973)?
Quest’ultima pellicola, insieme con
Mimì metallurgico
ferito nell’onore (1972) e
Travolti da un insolito
destino nell’azzurro mare d’agosto (1974) compone la
trilogia della coppia comica
Giancarlo Giannini e
Mariangela Melato, due grandi attori della commedia
all’italiana che si prestano per la Wertmüller a esasperare
la commedia stessa, a dilatarne i canoni classici nei toni
della
satira grottesca e dell’
ironia.
Lo stile inconfondibile, quasi gretto, la regia eccitata e
arrogante, il linguaggio popolare, le scelte avallate dal
favore del pubblico, valgono a Lina Wertmüller il pollice
verso della critica italiana. Amatissima, invece, in Giappone
e in America, dove il suo
Pasqualino settebellezze
(1975) riceve - la prima volta per un film non di lingua
inglese - quattro nomination all’Oscar tra cui miglior
regista. Lei, la
prima donna regista candidata all’Oscar.
Alcuni film degli anni Novanta vedono la collaborazione con
Sophia Loren e uno sguardo un po’ stereotipato su Napoli.
Forse viene meno la freschezza, ma non il suo
impegno
politico e sociale, i suoi protagonisti aderenti
all’anarchismo, al comunismo, al femminismo, ai conflitti
socio-economici dell'Italia. Un’autrice a tutto tondo,
grintosa, sanguigna, una donna di spettacolo che è stata
anche regista televisiva, di teatro, di opera lirica,
scrittrice di canzoni.
Nell’anno del suo
ottantesimo compleanno non si può
che essere fieri di lei.
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TELEGIORNALISTI
Pino
Maniaci, la mia lotta alla mafia
di
Giuseppe Bosso
Questa settimana incontriamo Pino Maniaci, il direttore
dell'emittente siciliana
Telejato, balzato di recente all'attenzione delle
cronache per aver subito a Partinico un'aggressione da un
gruppo di giovani tra cui il figlio di un boss.
Era già stato coinvolto in simili manifestazioni
d'insofferenza?
«No, questa è la prima aggressione fisica. In passato ci sono
stati, però, episodi intimidatori come le gomme tagliate alla
mia auto».
Ha ricevuto piena
solidarietà dalla FNSI. E le istituzioni?
«E' giunta solidarietà anche da persone come Bertinotti e
Veltroni che mi hanno incoraggiato a non demordere nelle mie
battaglie».
Esperienze come questa la spronano ad andare avanti?
«In un primo momento lo sconforto è tanto, ma è naturale che
sia così. L’importante è avere la forza di reagire
immediatamente e continuare».
Quali sono le maggiori difficoltà che incontra il
direttore di una emittente siciliana?
«Telejato
è una televisione comunitaria che ho creato quasi dieci anni
fa anche grazie alla collaborazione e al sostegno della mia
famiglia, mia moglie e i miei figli. Pian piano ci siamo
affermati, ma i problemi sono tanti, soprattutto di natura
economica. Poche le risorse, la pubblicità è ridotta e il
budget ne risente. Penso siano problemi comuni a tante altre
piccole emittenti, ma la volontà di insistere nella nostra
missione è sempre la stessa».
Ritiene che ancora oggi ci siano giornalisti pronti anche
a sfidare la mafia e la criminalità organizzata?
«Certo, e avverto un grande risveglio da parte del
giornalismo inteso come missione al servizio del cittadino.
E' importante che si affronti il mestiere con questo
spirito».
I casi Cuffaro e Mastella rappresentano la punta
dell'iceberg di una profonda crisi politica che, da decenni,
vive il nostro Paese?
«La nostra politica sta vivendo una fase di profonda crisi in
generale, al di là dei casi citati. La cosa più grave,
secondo me, è che si è verificata una scollatura vera e
propria tra politica e società civile, ed è normale che il
cittadino abbia finito per disamorarsi delle istituzioni.
Occorre recuperare un dialogo e in Sicilia questa esigenza si
avverte ancora di più visto che ci apprestiamo a ben quattro
tornate elettorali tra amministrative, elezioni nazionali e
referendum».
Cosa pensa della forte polemica che hanno suscitato le
fiction Mediaset su Provenzano e Riina?
«Ho avuto modo di assistere alla prima a Corleone de
Il Capo dei Capi qualche mese fa e ho intervistato il
regista e alcuni degli attori protagonisti. Chiedendo loro se
il film potesse apparire come esaltazione di quello stile di
vita, mi è stato risposto di no. I fatti, invece, dimostrano
che questa fiction ha diviso fortemente i ragazzi delle
scuole: alcuni si sono schierati con Riina, altri con il suo
rivale dello sceneggiato. Penso che, alla fine, quella che
avrebbe dovuto essere una rappresentazione della realtà è
stata invece una rappresentazione di fantasia che ha
suscitato non poca confusione».
La vicenda Cuffaro cosa rappresenta per la Sicilia?
«Un momento di grande sorpresa, al di là della vicenda
processuale e di quello che ne è seguito, con la storia dei
cannoli. A spingere il nostro ex governatore alle dimissioni
è stata soprattutto la sua intenzione di candidarsi al Senato
e, per farlo, doveva ovviamente lasciare questa carica».
Quali sono i consigli che darebbe ai giovani aspiranti
giornalisti?
«Dire sempre e comunque la verità. Non è facile quando si
deve rendere conto a un editore e c’è una linea editoriale
che deve essere seguita. Ma le prime regole del nostro
mestiere sono quelle della trasparenza, dell’obiettività e
dell’imparzialità, anche se questo può portare a degli
scontri con la propria redazione».
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SPORTIVA Le
mani a posto di
Mario Basile
Nel novembre scorso, la storia di
Amy
Rayner aveva destato scalpore in
Inghilterra. Arbitro donna, era stata oggetto
di dichiarazioni di scherno da parte
dell’allenatore del Luton, squadra di seconda
divisione inglese, dopo una partita della sua
squadra in cui la Rayner aveva fatto da
guardialinee. Ai media britannici ha
spiegato: «L'uso delle donne come
guardialinee, un formalismo per idioti del
politicamente corretto. Non dovrebbe
essere qui. So che suona sessista, ma io sono
sessista. Va già abbastanza male con gli
arbitri e con i guardialinee uomini incapaci
che abbiamo, ma se cominciamo a portare anche
le donne, avremo un grosso problema. Questo è
il campionato di calcio, non calcio da
parco».
Parole forti condite di maschilismo. In
Italia, invece, il fenomeno delle donne
arbitro funziona più che bene:
Cristina
Cini, simbolo delle donne arbitro, è
stimata da colleghi, calciatori e addetti ai
lavori. Lo stesso si può dire delle altre.
Fare l’arbitro da noi, però, vuol dire
ricoprire un ruolo delicato. Chi non è
convinto può sempre domandare a Collina, che
i suoi grattacapi ce l’ha pure da
designatore, viste le continue polemiche.
Polemiche
che fino a poche settimane fa non avevano mai
visto protagonista un direttore di gara
donna. Nel calcio però, così come nella vita,
c’è sempre una prima volta. La data è quella
dello scorso 17 febbraio. Il luogo: un
campetto di calcio di
Bruzzano,
piccolo quartiere milanese. I protagonisti:
un diciassettenne degli allievi della
Novaffori e un arbitro. Donna.
Il motivo del “fattaccio” è uno di quelli
visti e rivisti sui campi di pallone.
L’arbitro fischia il fallo, il giocatore non
ci sta e protesta. Nella concitazione, tocca
l’arbitro al petto. Espulsione e squalifica
di
sei mesi. Lui si è dichiarato
innocente. «Ho solo involontariamente
sfiorato con le nocche il petto dell’arbitro
tentando di spiegare la dinamica dell’azione»
dirà poi il ragazzo alla
Gazzetta dello
Sport. Il referto, però, parla chiaro:
«Il calciatore, a seguito di una decisione
arbitrale contraria, si avvicinava
all'arbitro e prima le rivolgeva gravi offese
e frasi volgari, poi, ridendo beffardamente,
le appoggiava le mani su una parte intima del
corpo femminile in segno di evidente
disprezzo per l'autorità e per la persona che
la rappresentava».
Palpeggiamento sì, palpeggiamento no: la
storia del diciassettenne è finita su tutti i
giornali e lui è passato per un molestatore,
o peggio un maniaco. Il Novaffori ha
preferito allontanarlo, la
Federazione
gli ha comminato i sei mesi di squalifica e
addirittura il
prete dell’oratorio che
frequenta non lo vuole più per difendere
l’onorabilità del ritrovo parrocchiale. Solo
i compagni sono con lui. Alcuni si chiedono
se l’arbitro avesse usato questo pretesto per
ottenere visibilità.
Insomma, storia strana e difficile da
giudicare, al limite tra il grottesco e
l’ignobile. Il calcio ci regala anche questo.
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