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Telegiornaliste anno IV N. 9 (134) del 10 marzo 2008
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MONITOR Raffaella
Lanza, giornalista con personalità
di
Paolo Pulcina
Simpatica, intraprendente e cordiale,
Raffaella Lanza è la conduttrice di
Big
Match, trasmissione di QuartaRete Nord inerente al panorama sportivo e
calcistico di Vercelli, Biella e Novara, in onda ogni lunedì e venerdì.
Raffaella, come hai iniziato la carriera?
«Credevo di riuscire a laurearmi in giurisprudenza, ma ho iniziato a collaborare
con giornali locali, finché ho ottenuto il tesserino da pubblicista regionale.
Ho proseguito in queste collaborazioni espandendo il campo al settore radio, a
RadioCity Vercelli, dove tuttora lavoro a tempo pieno, e al settore televisivo,
a QuartaRete Nord. Poi ho sentito la necessità di propormi come vera e propria
professionista, tanto da buttarmi allo sbaraglio e tentare il concorso a Roma.
Vuoi per il mio retaggio universitario di settore, vuoi per una gran bella dose
di fortuna, al primo tentativo sono riuscita a superare l’esame. Così, dal 2005,
sono giornalista professionista».
Come ti relazioni in un ambiente principalmente maschile, come quello delle
redazioni calcistiche?
«Condurre
Big Match è divertente e molto piacevole. La redazione,
completamente composta da uomini eccetto me, mi coccola fin troppo. Non ho mai
trovato situazioni sconvenienti o imbarazzanti».
Quanto fa crescere lavorare nelle tv locali?
«Molto. Nelle tv locali devi prepararti il pasto da sola, mentre i colleghi ti
sottopongono i contenuti e le materie prime. All’inizio devi dimostrare di
essere più preparata degli uomini, altrimenti il pregiudizio ti stronca subito.
Superato questo scoglio, però, ottieni gratificazione e fiducia. Non mi lascio
spaventare tanto facilmente».
C'è un aneddoto particolare riguardo la tua prima conduzione. Ce lo racconti?
«Un amico della tv mi chiese se fossi interessata a condurre
Big Match e
poi, per mesi, non si fece più vivo. Finché, un giorno di settembre del 2000, mi
richiamò per domandarmi se fossi ancora intenzionata. Risposi di sì e mi
presentai la sera stessa negli studi di QuartaRete Nord. Mi fecero sedere su uno
sgabello, mi diedero dei fogli e mi posizionarono la telecamera davanti,
fingendo una prova. Subito dopo mi dissero: "Fra un minuto sei in diretta".
Scoppiai a ridere, ma dato che non mi imbarazzo quasi mai, condussi la
trasmissione con personalità. E da quella volta, è praticamente sempre così».
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CRONACA IN ROSA Io
voto per Toscani
dalla nostra corrispondente
Silvia Garnero
BUENOS AIRES -
Oliviero Toscani è di nuovo al centro delle polemiche
in Italia, dopo l'uscita della sua campagna pubblicitaria
contro la violenza sulle donne nella quale si vedono due
bambini nudi, maschio e femmina, e nella quale si presenta il
bambino come "carnefice" e la bimba come "vittima".
La campagna è stata pubblicata dal settimanale
Donna
Moderna e ha l'obiettivo di aumentare nella società la
consapevolezza nei confronti della violenza domestica: un
dramma che affligge sette milioni di donne in Italia, come
dice il cartellone pubblicitario.
Diretto e duro, Toscani usa in questa occasione la
sottigliezza per presentare il suo messaggio, anche se non
tutti la pensano come lui.
Come scritto sulla rivista, il bambino si chiama Mario ed è
bellissimo, capelli neri, occhi azzurri. «Oggi è un bambino
tenero ma comunque già marchiato. Sotto la sua immagine si
legge la parola "carnefice", il verdetto sul suo futuro di
uomo adulto e maturo».
La bimba, invece, si chiama Anna, è bionda e simpatica. Sotto
la sua fotografia si vede «un'altra parola che anticipa il
suo destino, molto femminile, quello di vittima», aggiunge il
settimanale.
L'obiettivo di Toscani è presentare «due bambini innocenti,
identici nella loro origine, ma destinati ciascuno a un
futuro diverso», per ricordare «agli adulti che
la
dominazione nasce dall'educazione e dai valori che
vengono appresi in famiglia». E' questo circolo vizioso che
la campagna di Toscani vuole rompere.
E noi condividiamo. Da Buenos Aires, inviamo un "bravo" a
Toscani per il coraggio di presentare agli italiani realtà
tanto crude e negative. Anche se avvenimenti simili non
succedono soltanto nella società italiana, ma anzi in quasi
tutti i Paesi.
Ci sono alcune associazioni tradizionaliste italiane che
hanno reso pubblica la propria contrarietà alla campagna,
opponendo l'argomento secondo cui i protagonisti della
campagna sono bambini. Ma è da quella età della vita che
comincia l'
educazione. O no?
In questi giorni, alcuni media destinati agli italiani
all'estero fanno campagna elettorale con lunghi articoli e
ore di trasmissioni radiofoniche in favore di alcuni
candidati. Mille parole speranzose di questo o quel deputato
o senatore verso i temi che ancora non sono riusciti ad
affrontare.
Non dico che il nostro
portale non informi sulla campagna elettorale italiana.
Lo facciamo in modo obiettivo e senza fanatismo, tranne
l'eccezione del caso del fotografo e pubblicitario italiano.
Senza pudore, io direi: «
Voto per Toscani».
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FORMAT X
Factor, alla ricerca delle prossime star
di
Sara Di Carlo
Come si scoprono i talenti artistici nel 2008? Ma
con la tv, naturalmente. Se su Canale5 imperversa
Amici, la Rai risponde con
X Factor, programma sbarcato in Italia
dopo svariati successi ottenuti in oltre 15 Paesi
europei e soprattutto in Gran Bretagna, dove è
nato.
Ideato dal manager e produttore artistico Simon
Cowell, il
talent show - alla quarta
edizione in Gran Bretagna - ha una formula molto
semplice ma di sicuro appeal: trasformare un
talento musicale sconosciuto in una vera e
propria star.
L'edizione italiana sarà condotta da
Francesco
Facchinetti, ormai lanciatissimo nella
carriera televisiva, dopo aver partecipato a
varie manifestazioni musicali, tra le quali il
Festival di Sanremo. In qualità di giudici
interverranno, invece, l'onnipresente
Simona
Ventura, l'ombroso Morgan e la scopritrice di
talenti Mara Maionchi.
Abbiamo incontrato i
Voice & Beat, gruppo
composto da
Andreazzurra e Sergio. Il duo, che ha
partecipato alle selezioni per il programma, non
ha superato l'ultima fase.
La vostra sarebbe stata una partecipazione
particolare: un duo, nonché una coppia.
Andreazzurra, come mai non siete stati scelti?
«Inizialmente, sia io che Sergio ci siamo
proposti singolarmente. L'idea di farci
partecipare come duo anche nella trasmissione è
venuta alla produzione. Siamo comunque stupiti di
essere arrivati fino alle selezioni finali, anche
se abbiamo sempre creduto molto nelle nostre
capacità».
Cosa vi aspettavate da questa esperienza?
«Beh, ovviamente ci aspettavamo molte cose. Ci
auguravamo che la nostra arte fosse apprezzata e
che ne venisse premiata l'originalità. Quel che
noi facciamo è una sorta di
American culture.
Qui in Italia è poco conosciuta perché forse il
nostro Paese non è ancora pronto a questo genere
di musica, ma noi continueremo a proporla sia
come duo che come solisti».
Sergio, cos'è l'American culture?
«E' un modo di fare arte che ha le sue origini
proprio in America. Oltre alla cantante, ci sono
io beatboxer: il mio ruolo è quello di ricreare
la musica soltanto con l'ausilio della bocca. In
Italia siamo ancora in pochi a dar sfogo a questo
sound particolare, mentre in America è una forma
assai comune di fare musica».
Quali saranno allora le star che
X Factor
lancerà? Non ci resta che attendere fiduciosi.
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CULT La
Street Magic di Luca Volpe di
Valeria Scotti
Rinnovarsi per proporre sempre nuove sfide nella magia. E’ questo lo scopo di
Luca Volpe,
illusionista e
portavoce italiano della Street Magic. Dopo numerosi
partecipazioni, negli scorsi anni, a programmi televisivi Rai e Mediaset, Luca è
attualmente impegnato con la sua tournée
Feel the real magic sulle navi
da crociera in giro per il mondo.
Cos'è la Street Magic?
«La Street Magic è un tipo di rappresentazione magica fatta in strada
coinvolgendo persone a caso. Il pioniere è stato David Blaine in America,
l’illusionista salito alla cronaca per vari esperimenti come la cassa di
cristallo sospesa sul Tamigi in cui si è fatto rinchiudere per 44 giorni. Dopo
di lui, è toccato ad altri grandi nomi cimentarsi nella Street Magic come Criss
Angel o Cyril Takayama in Giappone. Tre anni fa ho avuto l’idea di portare
quest’arte anche in Italia. Tutto è cominciato con un dvd,
Mystica: ha
riscosso un notevole successo soprattutto nell’ambiente dei prestigiatori che
hanno riscoperto questo tipo di rappresentazione e hanno iniziato a
sperimentarla».
Tra questi c’è il mago Casanova, noto soprattutto per le sue apparizioni
televisive…
«Casanova è amore e odio di molti illusionisti. Ha iniziato a proporre la Street
Magic in tv grazie al supporto di un programma come
Striscia la notizia e
stranamente dopo l’uscita del mio dvd. Ma se
Mystica è servito anche a
Casanova, questo non può che farmi piacere e onore».
Quali sono stati i tuoi maestri?
«Ho iniziato da piccolo a fare il mago: sono salito su un palco per il mio primo
spettacolo a 12 anni. Tra i primi maestri che ho conosciuto, ci sono Silvan e
Tony Binarelli. Tra l’altro faccio parte del club magico di Binarelli, il Ring
International Brotherhood of Magicians 204 di Roma. E poi c’è anche il mago
Martin, mio grande amico e consulente. Grazie a lui, sono riuscito ad acquistare
delle grandi illusioni da Bill Smith, lo stesso costruttore di David
Copperfield».
Perché l'Italia non dà il giusto spazio alla magia e all'illusionismo, mentre
all’estero vi sono enormi produzioni che monopolizzano, anche per mesi, interi
teatri e show in prima serata?
«All’estero è tutto diverso. Criss Angel, ad esempio, ha appena firmato un
contratto per la prossima stagione con le
Cirque du Soleil a Las Vegas di ben 150 milioni di dollari. In America,
dunque, la cultura della magia e dello show business è molto importante. In
Italia siamo abituati a spettacoli soprattutto con comici e cantanti, forse
perché il pubblico è ancora legato all’idea del prestigiatore che tira il
coniglio fuori dal cilindro. Quel poco che viene offerto sono gli spettacoli di
David Copperfield che trasmettono una volta all’anno in occasione del Natale. Ma
fortunatamente c'è ancora qualcuno, come Silvan, che mantiene alta la bandiera
della magia in Italia».
Da qui la tua decisione di creare qualcosa di unico…
«La televisione spesso propone solo dei format. Per questo ho deciso di
autoprodurmi un programma di Street Magic che va in onda sul canale Sky 916 di
Arcoiris tv. Si tratta di cinque episodi dai temi specifici: i giochi mentali,
le carte da gioco e così via. Presto realizzeremo la puntata della magia estrema
dove farò l’esperimento della guida bendata con ostacoli umani».
Quanto ancora di nuovo si può fare nel campo della magia?
«Molto, non ci sono limiti. Almeno fino a quando l’uomo avrà voglia di lasciarsi
stupire».
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DONNE Anna
Magnani: un volto, mille donne
di
Sara Di Carlo
Il 7 marzo si è celebrato il centenario della nascita di una
delle più grandi attrici del nostro Paese:
Anna Magnani.
Protagonista indiscussa della nuova corrente cinematografica
tutta italiana, il Neorealismo, Anna Magnani fu portavoce
della cultura e dell'umanità italica, raccontando i difficili
anni della seconda guerra mondiale e la faticosa ripresa nel
dopoguerra attraverso i mille volti delle donne interpretati
nel corso della sua carriera.
Una vita alquanto
tormentata quella della Magnani,
contornata da figure complesse: il difficile rapporto con la
madre; la meravigliosa presenza della nonna che, per colmare
il bisogno di affetto, la spinse verso l'arte ed il teatro;
la mancanza di una figura paterna; il travagliato rapporto
con gli uomini che l'accompagnarono nella sua vita; la
felicità assoluta nel divenire madre. Un mix che ha reso Anna
Magnani una
donna forte e al contempo fragile.
Indimenticabile la sua interpretazione in
Roma città
aperta (1945), dove l'incoscienza di un amore era più
forte di ogni stupida guerra. Nel film che la consacrò al
grande pubblico, fu diretta dalla superba maestria di
Roberto Rossellini, al quale la Magnani si legò
sentimentalmente.
Completamente diverso il ruolo
in Bellissima del 1951,
pellicola di
Luchino Visconti. Qui c'erano i sogni e
le aspettative di una madre affascinata dalle luci del mondo
dello spettacolo e riversati sulla figlia, fino a sfociare in
un pianto, unico modo per i più piccini per manifestare il
proprio malessere.
La carriera sfolgorante la portò anche oltreoceano. Prima
attrice italiana a vincere il tanto sospirato
Oscar
con il film
La rosa tatuata nel 1955, scritto per lei
da Tennessee Williams, la Magnani si guadagnò anche la famosa
Star nel viale delle stelle di
Hollywood,
accanto ai più grandi nomi della storia della cinematografia
mondiale.
Anna, però, era troppo legata alla sua città per potervi
rimanere lontana, così tornò a lavorare nell'amata Roma.
In
Mamma Roma, film di
Pier Paolo Pasolini del
1962, Anna era una madre e una prostituta che, per amore del
figlio, cerca di redimersi e cambiare vita. Fino alla sua
ultima apparizione in
Roma, di
Federico Fellini
(1972), nel quale interpretò semplicemente
Anna. Nel
1973, l'addio alle scene e alla vita.
Oggi Anna Magnani rivive nelle numerose pellicole, forse un
po' sbiadite dal tempo, ma ancora ricche di
sfumature
e
intensità con le quali è riuscita a raccontare le
storie di tante donne, le storie di tutte noi.
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TELEGIORNALISTI
Peppe
Argiuolo: basket, la mia grande passione
di
Pierpaolo Di Paolo
Giornalista professionista,
Peppe Argiuolo è
un volto e una voce nota soprattutto ai telespettatori
campani. E’ da sempre il telecronista ufficiale del Basket
Napoli. Vincitori di numerosi premi, dal 1996 collabora con
Telelibera.
Sei dirigente dell’Arzano basket in C2. Ci parli di questa
avventura?
«Sono stato uno dei soci fondatori di questa società. Da
sette anni, dopo un lungo periodo lontano dal basket attivo,
mi sono riavvicinato, anche se grazie al mio lavoro di
giornalista ho sempre continuato a vivere il basket con le
telecronache della Eldo, il lavoro sui giornali e su
Internet. Sicuramente l’esperienza diretta è tutta un’altra
cosa per quanto complementare a quello che è il lavoro da
giornalista, per i rapporti con i giocatori, con
l’allenatore, con la federazione. E’ molto impegnativo, a
prescindere dalla categoria in cui operi: ti prende tempo e
non porta guadagno, quindi è giustificato unicamente dalla
mia profonda passione per questo sport. Vivo e respiro
pallacanestro tutto i giorni e questo mi soddisfa più di
qualunque guadagno».
In questo modo sei passato dal ruolo di chi commenta a
quello di chi “scende in campo”. Stando dall’altra parte
della barricata ti è mai capitato di provare insofferenza
verso gli atteggiamenti dei giornalisti? Verso quelle
critiche o pressioni eccessive che spesso sono il condimento
del giornalismo sportivo?
«Mi è capitato molte volte di vivere questo conflitto, però
non mi sono mai arrabbiato. Conosco la metodologia del
lavoro, conosco la volontà e spesso la necessità dei giornali
di forzare un titolo per avere un minimo di notizia, e quindi
ho metabolizzato tante situazioni sempre con grande serenità.
Certo, quando subisci il pezzo di un collega può succedere
che per dieci secondi ti arrabbi, poi capisci che non è
scritto per ferirti ma perché è proprio questo lavoro che ti
porta spesso e volentieri a forzare un po' i toni».
Serie A: a cosa attribuisci l’anomalia di questo
campionato in cui grandi come la Benetton Tv, l’Armani Mi, la
Eldo Na galleggiano sulla zona retrocessione mentre le
provinciali come Avellino, Montegranaro o Biella si battono
per posizioni prestigiose? E’ vero che è un campionato
livellato verso il basso?
«Ritengo che il livello non si sia assolutamente abbassato.
E’ vero che fino a dieci anni fa qui vedevamo giocatori come
Danilovic o Ginobili, una tipologia di campioni che adesso
non arrivano più a calcare i nostri parquet, ma sono già
diversi anni che la nostra pallacanestro vi ha dovuto
rinunciare perché fa fatica a reggere la concorrenza con
altri campionati esteri, come quello spagnolo o quello russo.
Non sono affatto d’accordo che questo campionato si sia
assestato su uno standard più basso del solito. In realtà, il
fenomeno delle provinciali in Italia, secondo me, ha radici
casuali».
Quindi ritieni che Avellino abbia vinto la Coppa Italia e
sia seconda in classifica per un caso?
«Nella pallacanestro i soldi contano solo fino a un certo
punto. Se programmi con attenzione, chiudi la squadra subito,
la completi in estate senza stravolgerla dopo e lavori sempre
con lo stesso gruppo, dando fiducia all’allenatore e
all’ambiente, allora i risultati arrivano. Questo è uno sport
che porta a cambiare continuamente le squadre a causa dei
regolamenti sul numero degli stranieri e a causa di risultati
che non sempre possono venire subito, anche a fronte di
investimenti importanti. Quindi se hai una società con la
forza e la serenità necessaria a mantenere il gruppo, a
superare qualche sconfitta senza stravolgimenti come ha fatto
Avellino, i risultati arrivano. Lo stesso processo lo hanno
fatto Montegranaro e Biella, ma non le altre. Milano e
Benetton, alle prime difficoltà, hanno cambiato. E queste
sono scelte che non portano mai frutti in tempi brevi. Siena
resta un caso a parte, ma anche qui parliamo di grande
programmazione. Infatti, rispetto alla squadra che ha vinto
l’ultimo campionato, sono stati fatti degli innesti mirati,
ma la matrice del gruppo è rimasta fondamentalmente quella
dell’anno scorso».
Cosa è cambiato per la Eldo con il passaggio dal vecchio
presidente De Piano all’attuale Maione?
«De Piano era un personaggio figlio di un’altra
pallacanestro, non c’erano ancora le sezioni marketing e
tutte queste belle parole inglesi che circolano attualmente.
Lui veniva da un basket a carattere familiare, in un periodo
storico ricco di personaggi di questo tipo. I presidenti
facevano di tutto per assecondare quella che era la loro più
grande passione: andavano in America e prendevano i giocatori
spinti soprattutto dall’emozione e dal tifo. Maione è un
presidente che, pur essendo un tifoso e un grande
appassionato, è anche un manager: viene dall’ambiente
dell’industria e quindi si regola di conseguenza. All’inizio
tendeva ad andare sopra le righe, si faceva prendere
dall’emotività, rilasciava dichiarazioni esplosive, ma resta
una figura completamente diversa, anche se accomunata dalla
stessa grande passione per la squadra».
Ricordi qualche aneddoto in particolare su De Piano?
«Nella memoria dei tifosi è rimasto senza dubbio l’ingaggio
di Walter Berry, che poi si è rivelato uno dei migliori
stranieri di tutti i tempi, un talento davvero fuori dal
comune. Per convincere questo ragazzone americano ci fu una
trattativa estenuante, condotta per più di 12 ore in un noto
hotel del lungomare partenopeo. Il contratto non fu concluso
dal presidente in prima persona ma dalla moglie, che spesso
gestiva direttamente gli affari del marito. In quel caso,
condusse in porto uno degli ingaggi più importanti del basket
italiano».
Il calcio sta attraversando uno dei periodi più neri della
sua storia per le gravi vicende di violenza che conosciamo.
E’ un problema che può esplodere anche nel basket, o le due
realtà sono così diverse da farci sperare che qui non dovremo
mai assistere a queste degenerazioni?
«Il problema del tifo violento non è assolutamente estraneo
al mondo del basket, anche se si tratta di briciole rispetto
a quanto vediamo e ascoltiamo relativamente al mondo del
calcio. Io credo che la differenza sostanziale tra calcio e
basket sia nel target di riferimento di questi sport: il
calcio è uno sport per tutti, e tra i tutti ci sono
personaggi che non vengono a godersi l’evento, ma sfruttano
il pretesto per sfogare la loro aggressività, le loro
tensioni quotidiane, la loro violenza. Il basket, invece, si
avvicina a un pubblico dal target molto delineato, ragazzi
dai 10-12 fino ai 40-45 anni di un ceto sociale
tendenzialmente molto più elevato, essendo la pallacanestro
uno sport di nicchia e più complicato da comprendere e
seguire. Quindi è un discorso di natura sociologica. Certo,
siccome la mamma dei fessi è sempre incinta, ogni tanto anche
qui capita la testa calda che compie qualche gesto da
condannare».
Basket femminile: la Phard Napoli, a differenza della
Eldo, si conferma ogni anno sempre a livelli alti o
medio–alti. A livello femminile è più facile confermarsi nel
tempo su uno standard elevato di risultati?
«Non credo sia così. Piuttosto credo nella programmazione
attenta e nel lavoro certosino della società, la quale non si
lascia sfuggire mai nulla e interviene in maniera sempre
molto attenta sul mercato, rinnovandosi ogni anno con grande
competenza. Quando si arriva ai vertici nazionali di uno
sport non c’è mai fortuna e non è giusto pensare che sia più
semplice gestire un gruppo a livello femminile. Per il
successo a qualsiasi livello, occorre sempre grande
programmazione e competenza».
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SPORTIVA Ragazze
vincenti di
Mario
Basile
Avevamo parlato di loro poche settimane fa,
raccontandone le gesta e la voglia di
vincere. Ci riferiamo a
Flavia Pennetta
e a
Denise Karbon: due atlete, ma
soprattutto due donne che, nello sport che
praticano, stanno trovando grandissime
soddisfazioni.
La tennista pugliese era finita sulle pagine
della nostra rubrica quando, poco meno di un
mese fa, era riuscita a conquistare il suo
quinto titolo Wta battendo in finale, nel
torneo di
Vina del Mar, la collega
ceca
Klara Zakopalova. Una vittoria
che aveva coronato la voglia di rivincita
dell’atleta azzurra, dopo un periodo poco
felice sia dal punto di vista sportivo che
privato.
Flavia, però, non ha frenato la propria sete
di vittoria. Il luogo del trionfo stavolta è
il Messico, Acapulco per la precisione:
proprio lì dove nel
2005 aveva colto
il suo terzo successo nei tornei Wta.
All’epoca, la vittima dei colpi della “Penna”
fu
Ludmilla Cervanova, mentre
quest’anno è stata la giovanissima
Alize
Cornet a cedere il passo a Flavia. Alla
tennista francese non è bastato vincere il
secondo set, dopo aver perso il primo 6-0: la
Pennetta ha chiuso il terzo con un secco 6-1.
L’altro traguardo importante per lo sport
italiano in “rosa” lo ha raggiunto Denise
Karbon. Di lei avevamo raccontato, sempre
sulle pagine di
Sportiva, della grande
impresa nella
Coppa del Mondo di Gigante,
competizione in cui stava primeggiando,
nonostante un infortunio al pollice che aveva
rischiato di mandare tutto all’aria.
Due sabati fa, la grande avventura si è
conclusa nel migliore dei modi: la gara di
Zweisel, penultimo appuntamento della Coppa
del Mondo di Gigante, è stata annullata dagli
organizzatori per maltempo, i quali hanno
anche deciso di non recuperarla in altra
data. Così la sciatrice altoatesina, che
guidava la classifica con 560 punti, ha vinto
matematicamente la Coppa, non essendo più
raggiungibile dalla sua unica rivale in
corsa, l’austriaca
Elisabeth Goergl.
Un traguardo molto importante per Denise, a
coronamento di una carriera costellata da
tanti infortuni, e per lo sci italiano:
l’unica a riuscire nell’impresa, infatti, era
stata
Deborah Compagnoni nel
1997.
Un’altra storia che ha per protagonista una
donna “vincente” arriva, infine, dagli Usa.
Una vicenda in cui lo sport non è agonismo,
bensì attività o stile di vita. Stiamo
parlando di
Jennifer Marnell,
ventinovenne istruttrice di fitness, che sta
spopolando nella tv oltreoceano con i suoi
consigli su come perdere peso e tenersi in
forma. Niente di strano, direte voi. La
storia, invece, si fa interessante se si
pensa che Jennifer, fino a poco tempo prima,
era afflitta dall’obesità: pesava
137 kg.
Ne ha persi 81, con l’aiuto di una dieta e di
un personal trainer che l’ha seguita in
palestra per due anni. Quindi, addio ai chili
di troppo e benvenuto al nuovo impiego di
insegnante di fitness e, con esso, a fama e
notorietà. La Marnell, infatti, ha anche
aperto un proprio
sito internet e a breve uscirà un libro
in cui racconterà come ha cambiato la propria
vita. Per la serie “Impossible is nothing”…
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