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Telegiornaliste anno IV N. 13 (138) del 7 aprile 2008
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MONITOR Alessandra
Barone: giornalista sì, velina mai
di Giuseppe Bosso
Napoletana, Alessandra Barone ha esordito sulla carta stampata. Dopo aver
partecipato al programma di Canale 21 Campania Sport dedicato al mondo
del calcio, attualmente lavora al quotidiano Il Corriere del Mezzogiorno.
In un'intervista
dichiarasti che non avresti mai fatto la velina. Una provocazione?
«Era ovviamente una battuta. Ho sempre sognato di essere giornalista e ho
seguito con interesse lo sport. Il fatto è che, sebbene molte donne si siano
fatte strada nel settore con competenza e professionalità, ancora si avverte una
certa diffidenza, anche se in parte superata dal tempo».
Cosa si può fare per vincere definitivamente questa idea?
«Già quello che ho fatto a
Campania Sport è importante. La gente mi seguiva e ha capito che il mio
ruolo non era quello della solita ragazza che legge i risultati e le
classifiche. Sono stata parte attiva del dibattito, non certo una
valletta-immagine».
Hai iniziato con la carta stampata e poi sei passata alla televisione. Quali
sono le differenze?
«Sono due contesti diversi. Sulla stampa devi cercare di essere chiaro per il
lettore, mentre davanti a una telecamera devi saper coinvolgere lo spettatore.
Al momento mi trovo bene alternando le due cose, ma so che prima o poi dovrò
fare una scelta definitiva».
L’intervista più bella che hai fatto?
«Ricordo con piacere l’incontro con il mitico Carmando, massaggiatore del
Napoli di Maradona, che mi ha raccontato come ha vissuto l’epoca d’oro della
squadra azzurra. Un'altra volta intervistai un politico e rimasi colpita dal
fatto che le mie domande erano state riprese da alcuni colleghi a livello
nazionale».
E il complimento più bello che hai ricevuto?
«Sicuramente i complimenti della gente che mi considera come un’amica, che mi
chiede sia nelle mail che ricevo che per strada quando mi incontrano opinioni
sul Napoli e sul calcio. Non mi sarei aspettata tanto, anche se seguo
assiduamente la squadra in casa e, a volte, in trasferta».
Quali prospettive di crescita professionale ti ha dato
Canale 21?
«Tante. E' indubbiamente un buon trampolino di lancio oltre che emittente
storica nel contesto partenopeo».
Questo Napoli può essere la rivelazione del campionato?
«Sta facendo molto bene, e gran parte di questo è merito di Reja. Malgrado le
critiche, malgrado le perplessità, credo che a questo allenatore vada
riconosciuto il fatto di essersi adattato a un ambiente non certo facile, con
umiltà e professionalità. Non a caso, da quando è iniziato il periodo nero del
Napoli con la retrocessione in B nel 1998, è l’allenatore che, più di tutti, ha
retto nel tempo».
Napoli rivelazione, ma anche bersaglio della giustizia sportiva, dalle porte
chiuse per la sfida casalinga con il Genoa al divieto delle trasferte a rischio
per la tifoseria. Misure non sempre uguali per tutti…
«Sì, ma il paradosso è che quello che abbiamo vissuto nella tragedia di Gabriele
Sandri è accaduto al di fuori dello stadio e quindi al di là del mondo del
calcio. Certo, non si può dire che la giustizia sportiva sia stata finora
benevola con la società azzurra, ma io eviterei di cadere nel vittimismo, come
sento da più parti. Bisogna sapersi risollevare e guardare avanti senza perdere
l’entusiasmo, anche di fronte a momenti negativi come questo».
I media possono contribuire a contrastare il sempre crescente fenomeno della
violenza negli stadi?
«Certo, a cominciare da una corretta informazione che contribuisca a riaffermare
quella concezione etica e sociale del calcio e dello sport, senza cadere nel
vittimismo e senza soffermarsi su certi aspetti "gossippari". Questa è una
tendenza che non mi piace».
Cosa pensi delle "telecronache di parte" di Mediaset?
«E' sicuramente un’idea carina: il Napoli è stato abbinato ad Auriemma, un
personaggio molto simpatico. Comunque, secondo la mia idea, la telecronaca è un
qualcosa che deve prescindere dalle simpatie sportive del telespettatore e deve
essere imparziale e obiettiva».
Il programma che vorresti condurre?
«Sicuramente mi piacerebbe avere un programma mio, tanto come autrice che come
conduttrice. Il massimo sarebbe
Ballarò (ride, ndr), ma apprezzo molto anche
Ilaria D’Amico che, a Sky Calcio Show, è sempre molto professionale e
attenta».
E’ importante, secondo te, avere una grande libertà di informazione?
«Certamente sì. A volte può sembrare pura utopia, ma è importante avere comunque
intelligenza e scaltrezza per riuscire a dare un’informazione corretta e
trasparente. Per quanto mi riguarda, non mi sento e mi sono sentita mai
condizionata nel mio lavoro, e spero di poterlo dire anche in futuro». |
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CRONACA IN ROSA Miss
Landmine survivor di Camilla
Cortese
Lavorare nei campi, andare a prendere l’acqua, pascolare il
bestiame. Queste attività possono costare una gamba a chi
abita in Angola. O la vita. Dopo 27 anni di guerra civile, in
tempo di pace si continua a morire e a rimanere mutilati a
causa delle mine. Ma esiste un concorso di bellezza
che da qualche anno riporta il sorriso sui volti di donne
segnate dalla tragedia: Miss Landmine, ispirato ai
concorsi di bellezza locali e organizzato da Morten Traavik,
regista norvegese rimasto contagiato dall’allegria e dalla
creatività di un Paese - ex colonia portoghese - che non si
ripiega sulle proprie disgrazie, ma promuove la nascita di
eventi culturali e artistici.
Questo concorso si propone come tale proprio per distaccarsi
dai canoni di bellezza e perfezione estetica, per dare a
tutti la possibilità di sentirsi belli e accettati per
ciò che si è, anche con una gamba in meno. Il fine è quello
di sensibilizzare il mondo sulle conseguenze che una
mutilazione porta in una famiglia: donne che hanno difficoltà
a reinserirsi nella società, a trovare un lavoro, a sfamare i
propri figli. In palio per la vincitrice una protesi in
arrivo direttamente dalla Norvegia, e la speranza di una vita
migliore.
Le dieci miss, che sorridono con i loro diademi scintillanti,
provengono da tutte le province dell'Angola. Traavik insiste
soprattutto su due concetti, quello di bellezza e
quello di sopravvivenza: è necessario un mutamento
anche linguistico per stimolare la tolleranza e
l’integrazione. Chi è mutilato non è una vittima intesa come
essere passivo, ma un essere attivo, un sopravvissuto.
Insieme con l’Angola, i Paesi più infestati dalle mine sono
l'Iraq, la Cambogia, l'Afghanistan e la Colombia. Nel 1997 la
Convenzione di Ottawa ha posto ai Paesi aderenti
l’obbligo di non usare, sviluppare, produrre, acquistare,
tenere in stock, trattenere o trasferire mine antiuomo, e ha
ottenuto l’impegno di distruggerle tutte o di assicurarne la
distruzione. Tra i Paesi che non hanno ancora aderito
alla Convenzione ci sono i maggiori produttori di queste armi
tra cui Cina, Cuba, Corea, Singapore, Stati Uniti e Russia
che ne rivendicano l’importanza strategica nelle operazioni
di guerra, di circoscrizione dei territori di confine e di
protezione delle truppe.
Di fatto, stando a quanto è emerso dalla Campagna
internazionale per la messa la bando delle mine (ICBL),
oltre l'80% delle 15-20.000 vittime annuali delle mine
sono civili; di queste, almeno una su cinque è un
bambino. I piccoli sono particolarmente esposti al rischio di
essere feriti o uccisi dalle mine o da altri residuati
bellici come le cluster bomb (bombe a grappolo),
perché queste armi inesplose e abbandonate sul terreno sono
piccole, colorate, di forma strana. Vengono spesso scambiate
per giocattoli e raccolte.
Le operazioni di bonifica dei territori minati sono
lunghe e costose (produrre una mina antiuomo costa circa tre
dollari, disinnescarla può costarne fino a 1.000), i Paesi
coinvolti non hanno risorse per portarle avanti, così terreni
fertili rimangono inerti rallentando la ripresa economica.
Molte sono le campagne di sminamento portate avanti da enti e
associazioni, tra cui quella della Croce Rossa. L'Italia,
che fino all’inizio degli anni Novanta era un produttore di
mine antiuomo, ha firmato la Convenzione di messa al bando
delle mine nel 1997 ed è divenuta Stato parte della
Convenzione nel 1999, distruggendo i propri arsenali e
finanziando le azioni di sminamento. |
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FORMAT Claudia
Adamo, il meteo per comunicare la scienza
di Paolo Pulcina
Bella e simpatica, Claudia Adamo è una dei tre
meteorologi della redazione di SkyMeteo24.
Classe 1974, romana d’origine, figlia d’arte
(padre ufficiale dell’Aeronautica, sezione
meteorologia) Claudia consegue la laurea in
Fisica, dottorato di ricerca e varie
specializzazioni in Fisica dell’atmosfera negli
Stati Uniti, dove ha lavorato e viaggiato molto.
«Poi ha vinto la voglia di tornare in Italia
– commenta Claudia – non me la sentivo di vivere
in America, lasciando a Roma tutti i miei
affetti. Così, quando mi sono trovata al bivio,
ho preferito rientrare e ora, seppur dopo varie
difficoltà, riesco a svolgere una professione che
si adatta perfettamente alle mie competenze
scientifiche». Una caratteristica che
contraddistingue la dottoressa Adamo è la sua
spontanea giovialità, quasi voglia
invitare i telespettatori a partecipare
attivamente alle informazioni meteorologiche.
Indubbiamente, ciò dipende da una propria
inclinazione caratteriale, di non semplice
reperibilità: vero Claudia?
«Vi ringrazio, sono felice di sentir dire che si
possa trasmettere entusiasmo perfino in questo
campo. Ci metto tutto l’impegno e la passione che
ho, il resto è frutto della mia natura».
Ci puoi descrivere brevemente le tue
esperienze d’oltreoceano?
«Sono stata visiting scientistic presso le
Università di Washington, Seattle e poi alla
University of Madison nel Wisconsin. Ho avuto
molta fortuna perché ho potuto lavorare con
alcuni dei gruppi più esperti al mondo in merito
a certi campi della Fisica dell'atmosfera: io mi
occupavo in particolare di fulmini. Poi ho
proseguito alla NASA, al Marshall Space Flight
Centre in Alabama e la mia vita da ricercatrice è
durata felicemente fino alla fine del 2005».
Come
è nata l’idea di lavorare per Sky, piuttosto che
proseguire con la ricerca?
«Beh, purtroppo in Italia è seriamente difficile
portate avanti progetti di ricerca, a causa di
tanti problemi di natura differente. Per quanto
concerne Sky, affascinata dal canale meteo
americano, mi è piaciuta l’idea di lavorare in
quello italiano: il direttore
Emilio Carelli ha avuto molta fiducia in me,
che non avevo mai visto una telecamera prima. Ho
cominciato quest’avventura e devo dire grazie
anche ai colleghi di SkyMeteo24 che mi hanno
aiutato a migliorare moltissimo nella relazione
con il video. Credo sia importante riuscire a
comunicare concetti scientifici con parole
semplici e comprensibili».
E' difficile per una donna essere uno
scienziato prestato alla televisione?
«Le donne hanno le stesse referenze degli uomini
ma, in un campo a prevalenza per lo più maschile,
si deve avere una grande determinazione. In
italiano la parola “meteorologa” neppure esiste:
non si contempla ancora il femminile del
meteorologo!».
Come vivi questa condizione a SkyMeteo?
«Questa è indubbiamente la mia seconda famiglia,
dove mi sento veramente accolta e integrata. Non
avrei potuto trovare sorte migliore in
quest’ambito».
Nella vita extraprofessionale chi è Claudia
Adamo?
«Mi piace passare il mio tempo libero con gli
amici, la famiglia e mio marito. Ho una grande
passione per la natura che offre gli spettacoli
più emozionanti. E poi i viaggi. L’ultimo è stato
sull’Isola di Pasqua, l’isola più isola che ci
sia, un sogno!».
Uno sguardo al futuro, come volto televisivo e
come ricercatrice...
«Continuo una collaborazione scientifica con il
gruppo di ricerca del CNR nel quale ho lavorato,
attività che mi aiuta anche per la redazione di
Sky. Nel futuro intendo proseguire su questa
strada, cercando di coinvolgere gli scienziati a
sviluppare il lato divulgativo della scienza, in
modo da suscitare interesse fra la gente: un
percorso che, prima o poi, gli scienziati
dovranno intraprendere». |
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CULT Cartoons
on the Bay, tra revival e polemiche
di Valeria Scotti
Ai posti di partenza. Manca davvero poco alla dodicesima edizione di
Cartoons on the Bay, il festival dell’animazione ospitato per la seconda volta a
Salerno. Promosso da Rai e realizzato da Rai Trade in associazione con Rai
Fiction, l’appuntamento abbraccia il tema dell’animazione in un
calendario fitto: 176 programmi provenienti da 24 Paesi, dal 10 al 13 aprile.
Ci saranno personaggi classici come Winny the Pooh nella nuova serie My
Friends Tigger and Pooh candidata nella sezione Tv Special, ma anche debutti
interessanti. Tra questi, John and Karen, l'orso polare e la
pinguina impegnati in una relazione sentimentale con qualche problema di
comunicazione a causa della loro diversità.
I produttori europei e statunitensi daranno il benvenuto ai colleghi orientali e
a quelli che giungeranno direttamente dalla Lettonia, Malesia, India, Slovenia e
Colombia. Il tutto con uno scopo preciso: conquistare l’Oscar dell’animazione, i
Pulcinella Awards, cinque per ciascuna delle otto categorie in
concorso.
Ma non si pensa solo a vincere, sia chiaro. La seconda parte del festival è
infatti dedicata alle 136 opere fuori concorso che saranno proiettate con la
speranza di entrare a far parte dell’edizione 2009. E poi anteprime di
lungometraggi, conferenze, incontri con autori e registi.
Massima attenzione ai bambini e ai ragazzi. Intere scolaresche, infatti,
potranno partecipare alle proiezioni di cartoon show al cinema Teatro Augusteo
di Salerno.
E come vuole la tradizione, non mancano le note dolenti circoscritte a
tre filmati che offenderebbero il mondo cattolico e i più piccoli:
Friends and Chips, attorno a (im)probabili elezioni corrotte dell'attuale
Papa, Rick and Steve sul mondo omosessuale, e Bicycle Trip sul
tema della droga.
Comunque sia, tra animazioni futuristiche e ultramoderne, ci sarà un omaggio al
passato con la rievocazione del cartone psichedelico Yellow Submarine
dei Beatles. Un film cult degli anni Sessanta che, per la prima volta,
destò l’universo dell’animazione abituata alla firma disneyana. E pensare
che il risultato finale non piacque poi così tanto al quartetto di Liverpool… |
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DONNE Helen
Clark, Primo ministro agli antipodi
di Erica Savazzi
La Nuova Zelanda è al quinto posto nella classifica mondiale
della parità uomo-donna. Esempio lampante è il fatto che il
Primo ministro sia proprio una donna, Helen
Clark, in carica dal 1999 per tre mandati successivi, e in
corsa per il quarto nelle elezioni che si svolgeranno
nell’autunno di quest’anno.
Al ventesimo posto della classifica 2006 di Forbes
sulle 100 donne più potenti del mondo, e in trentottesima
posizione nel 2007: un bel risultato per Helen Clark, nata
nel 1950 a Hamilton, nell’Isola del Nord. La sua militanza
politica inizia negli anni dell’università, in pieno
’68, su questioni come la guerra del Vietnam, l’apartheid in
Sudafrica e i test nucleari nel Pacifico. Si iscrive al
Labour nel 1971 e nel 1975 corre per la prima per essere
eletta in Parlamento. Eletta nel 1981, è stata Ministro e
Vice primo ministro. Leader del partito laburista dal 1993,
nel 1999 è stata nominata per la prima volta Primo ministro.
Il bilancio degli anni alla guida della Nuova Zelanda è
positivo: la più grande crescita economica dalla fine
della Seconda Guerra Mondiale, disoccupazione ai minimi
livelli, buoni rapporti coi Paesi vicini. Ma i progetti della
Clark non si fermano. Nel suo discorso al Parlamento
di inizio 2008 ha delineato i progetti che intende
intraprendere, per una «Nuova Zelanda prospera in modo
sostenibile, salda nella propria identità e orgogliosa dei
propri risultati». Al primo punto, lo sviluppo sostenibile:
investimenti nelle energie rinnovabili che dovrebbero
portare all’eliminazione dell’utilizzo dei combustibili
fossili per il trasporto e l’elettricità rispettivamente
entro il 2040 e il 2025, gestione oculata delle risorse
idriche e la «ricerca di un equilibrio tra economia,
ambiente e società». Importanti anche i progetti per le
famiglie – politica per la casa, aiuti ai neo genitori,
sanità a prezzi minori – e per l’istruzione, con investimenti
nella formazione sia degli studenti che dei
lavoratori.
Per ora Helen Clark non è la favorita per le prossime
elezioni: nei sondaggi, il candidato all'opposizione John Key
la supera nelle preferenze di circa 20 punti. Di certo non ha
aiutato l'accusa portata avanti dalla Clark e da suo marito,
Peter Davis, nei confronti del New Zealand Herald - il
principale quotidiano kiwi - di essere troppo duro nei
confronti del Labour. |
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TELEGIORNALISTI
Marco
Congiu, il successo dei canali "all news"
di Giuseppe Bosso
Giornalista professionista dal 2006,
Marco Congiu inizia il suo percorso nella redazione di 24Ore Tv, il canale
economico finanziario de Il Sole 24 Ore. Oggi lavora a Sky TG24.
Quale ritieni sia la collocazione di Sky Tg24 nell'ambito del panorama
dell'informazione a distanza di quasi cinque anni dalla sua nascita?
«Credo che Sky Tg24 sia oggi uno dei migliori telegiornali in Italia. Abbiamo
le risorse per fare tanto, mezzi che ci consentono di arrivare spesso per
primi e virtualmente dappertutto, e siamo liberi da condizionamenti. Più
volte, dopo la copertura di certi avvenimenti, ho letto commenti che ci
indicavano come il vero servizio pubblico. Un vantaggio indiscutibile ci è
dato dal fatto di essere un canale "all news", sempre in diretta, con un
palinsesto e una redazione flessibili e in grado di adattarsi a ogni
emergenza.
Un canale di questo tipo realizza il concetto di televisione come "finestra
sul mondo". Chi ci segue sa che, accendendoci o consultando il servizio Active,
in qualunque momento della giornata ha subito idea di cosa succede nel mondo».
Una novità, dunque, per l'Italia...
«Sì, una grande novità rispetto agli Usa o alla Gran Bretagna che hanno, da
decenni, un'informazione simile. I telegiornali classici non possono
permetterselo, quindi la concorrenza è in realtà molto limitata. Anche se fa
piacere vedere che i tg delle emittenti generaliste prendono spunto da noi per
modernizzarsi. Penso all'introduzione dell'ospite in studio o al crawl
su ogni servizio, cioè la scritta in sovrimpressione che sintetizza
l'argomento o il fatto. Del resto, molti colleghi mi dicono che nelle loro
redazioni di giornali o tg, i televisori sono sintonizzati proprio su Sky
Tg24».
Quali sono le soddisfazioni e le difficoltà di far parte di una redazione
che deve fare informazione 24 ore su 24?
«La soddisfazione più grande è la consapevolezza di essere spesso i primi a
dare una notizia, e addirittura di essere fonte e punto di riferimento per
molti colleghi. Seguire un evento nel corso del suo svolgimento, poterlo
raccontare e farlo vedere in diretta è il motivo ultimo per cui noi tutti
facciamo giornalismo televisivo. A volte capita che si debba andare in diretta
su un evento del quale si sa poco per cui può succedere di essere noi stessi
spettatori insieme al pubblico. La difficoltà più grande consiste nel dare, a
chi ci guarda, l'interpretazione corretta di quanto sta accadendo. La macchina
di un canale all news è complicatissima: che qualcosa ogni tanto si inceppi è
inevitabile, ma credo e spero che i telespettatori ce lo perdonino».
Beppe Grillo propone di abolire l'Ordine
dei Giornalisti. Cosa ne pensi?
«Che Beppe Grillo pone un falso problema perché per scrivere su un giornale
non si deve necessariamente essere giornalisti professionisti, dunque iscritti
all'Ordine. E poi questo è un mestiere delicato: da lettore o da
telespettatore mi aspetto la massima accuratezza possibile - che non vuol dire
infallibilità - in quello che leggo o ascolto, e voglio che chi scrive sia
professionale. Del resto, se mi sento male voglio che a curarmi sia un medico,
non qualcuno che di medicina ne capisce. Che l'Ordine dei Giornalisti sia da
riformare, invece, è un'altra storia».
Da tempo avvertiamo un forte distacco tra politica e cittadino: chi ha le
maggiori responsabilità?
«Noi tutti. Siamo noi a scegliere chi mandare in Parlamento. E se la classe
politica è quella che è, la colpa è di chi ha la memoria corta».
E' giusto che i tg incentrino molte delle loro edizioni sui fatti di
cronaca nera come Gravina ed Erba?
«Sangue, soldi e sesso, non necessariamente in quest'ordine, sono da sempre i
temi che muovono l'interesse degli uomini. Ci sono tanti fattori che
concorrono nello stilare la scaletta di un telegiornale. Il primo è il proprio
pubblico di riferimento. Il pubblico della televisione generalista è per lo
più anziano e poco scolarizzato. La politica e l'economia sono difficili da
capire e da spiegare. Gli esteri sono lontani e spesso non interessano. Resta
la cronaca che, purtroppo, è sempre nera. Non mi piace ciò, ma sempre meglio
che vedere certi servizi demenziali su come vestirsi per Capodanno spendendo
"appena quaranta euro". Non tutti i telegiornali, per fortuna, sono così».
L'utilizzo delle nuove tecnologie come cambierà il modo di fare
informazione nel futuro?
«Direi che il futuro è già qui. Non credo che nei prossimi dieci anni vedremo
grosse novità rispetto a quanto abbiamo oggi sotto gli occhi. Internet è ormai
un fatto acquisito, un mezzo di informazione rapido quanto la tv all news
anche se non altrettanto semplice, ma rispetto alla tv ha i vantaggi della
carta stampata perché si può rileggere, archiviare e così via. Viene
comunemente usato come fonte: spesso è un rischio, altre volte invece è una
necessità e si rivela formidabile. Senza Internet, ad esempio, non avremmo
saputo nulla di quanto accadeva in Birmania. In certi casi, sono ormai utili
strumenti dell'informazione anche i videofonini, nella loro doppia funzione di
terminali e fornitori di contenuti. Insomma, credo che per molti anni ancora
ci sarà coesistenza tra tv generaliste, offerta satellitare ampia e
segmentata, radio, giornali e Internet».
Qual è la notizia che speri di dare in futuro?
«La scoperta di una cura per i tumori». |
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SPORTIVA
Passione Frisbee
di Mario Basile
Il frisbee, per molti, è solo un divertente
gioco da fare con gli amici in spiaggia
d’estate, o sull’erba dopo una scampagnata.
Del resto, le sue origini rimandano al
passatempo: si dice che i primi frisbee
rudimentali, in realtà tortiere di metallo
per dolci, venissero usati dai ragazzi di una
scuola americana come svago tra una lezione e
l’altra.
Oggi,
grazie al frisbee, sono nate diverse
discipline sportive che hanno discreta
risonanza in Italia, soprattutto l’Ultimate
Frisbee e il Frisbee Freestyle. Il
primo ha anche la variante “beach”, da
giocare prettamente in spiaggia.
L’Ultimate “classico” è uno sport di squadra,
proprio come il calcio o la pallavolo, e si
gioca in sette contro sette. Non c'è la
categoria maschile: solo quella femminile
e quella “Open” con squadre composte
da giocatori di entrambi i sessi. Nota
curiosa: nell’Ultimate, l’arbitro non
esiste perché fa del fairplay il suo
pilastro. Ogni giocatore, infatti, si impegna
a rispettare le regole e ad “arbitrarsi” da
solo.
Il Frisbee Freestyle è la disciplina di
coloro che amano i virtuosismi del “disco
volante”. Gli acrobati del disco si sfidano
in tornei organizzati in svariate parti del
mondo. Attualmente, sul podio del ranking
mondiale femminile, troviamo due italiane: al
terzo posto c’è Silvia Caruso e, in
prima posizione, Eleonora Imazio.
L’anno scorso, in coppia, hanno vinto il
titolo Women ai Mondiali 2007 di Amsterdam
diventando il primo team femminile
esclusivamente europeo e italiano a vincere
un titolo mondiale.
Ma non finisce qui. Al frisbee sono collegate
anche altre discipline. Otto per la
precisione: Distanza, Sospensione (MTA
Maximum-Time-Aloft), Lancia-Corri-Prendi
(TR&C Throw-Run-Catch), Precisione, Frisbee
Golf, DDC (Double-Disc-Court), Guts e
Discathon.
Perché lo sport non ha confini. Nemmeno per
il frisbee. |
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