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Telegiornaliste anno IV N. 16 (141) del 28 aprile 2008
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MONITOR
Ambra Pintore, tradizioni e costumi dell'affascinante
Sardegna
di Giuseppe Bosso
Nata
a Roma, Ambra Pintore è giornalista
pubblicista. Da dieci anni conduce Sardegna Canta su Videolina,
trasmissione dedicata ai costumi, alla musica e al folklore della regione.
Possiamo definirla una "telegiornartista"?
«In questo momento della mia vita mi sto dedicando meno al telegiornale e più
alla trasmissione che conduco e ad altri progetti editoriali. L'informazione è
comunque al centro di tutto ciò che faccio».
Che effetto le fa condurre il programma più longevo di Videolina?
«Sono dieci anni ormai che conduco Sardegna Canta e sono molto orgogliosa
di questo. Avendo studiato canto e danza, mi sento davvero a casa. Ciò che mi
piace di più è il fatto che questo tipo di programma ti permette di essere
vicina davvero alla gente, di partecipare attivamente con il pubblico e di
sentirti una di loro. E' questa la televisione che voglio».
Le tradizioni e i costumi di una terra affascinante come la Sardegna possono
essere valorizzate da una trasmissione come la sua?
«Certo. Il nostro è forse l'unico programma d'Italia che si occupa in questo
modo dei costumi e delle tradizioni della sua regione. E' un grande merito di
Videolina che, da oltre trent'anni, cerca di essere vicina al suo territorio».
In occasione del Capodanno 2007, fu protagonista suo malgrado di uno
sgradevole episodio riportato anche da Atzori
nel suo blog. Ripensandoci, cosa prova oggi?
«Cosa dire? A Capodanno, si sa, si tende ad alzare un po' il gomito e quindi,
tra un bicchiere e un altro, può succedere di dare anche qualche numero, ma
quella persona penso abbia capito. D'altronde, per qualche mese, ha anche temuto
una denuncia, cosa che alla fine ho preferito non fare. Per il resto, al di là
del grande fastidio del momento, è una cosa che ho superato e non penso sia
nemmeno il caso di parlarne tanto».
La Sardegna, di recente, è stata teatro di una violenta rivolta contro le
navi di rifiuti dalla Campania. Cosa ha pensato a riguardo?
«Credo che accogliere i rifiuti in Sardegna sia accettabile per solidarietà
nazionale, ma c'è il dubbio che dietro queste scelte si celino ben altre
motivazioni politiche».
Cosa sogna Ambra Pintore per il suo domani?
«Sicuramente tanti progetti. Spero di continuare questo lavoro, magari
riprendendo anche a fare teatro e alternandolo con la televisione». |
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CRONACA IN ROSA
Le donne brasiliane contro le
multinazionali della cellulosa di
Federica Santoro
In
mezzo secolo è raddoppiato il consumo mondiale di carta: nei
soli Stati Uniti se ne consumano 312 chili all’anno per
persona. Per soddisfare questa domanda crescente, le
multinazionali della cellulosa sfruttano da anni
le risorse dell’America Latina. Ettari di vegetazione locale
sono stati disboscati per fare posto a migliaia di
piantagioni di eucalipti, acacie e pini per cellulosa. Con lo
scopo di difendere il valore della terra e della
biodiversità, è nato il movimento di
Via Campesina, una rete mondiale di organizzazioni
contadine composta da piccoli e medi produttori, indigeni
espropriati della terra e donne. Quest'ultime, le più
agguerrite.
Nel gennaio del 2006 l’Aracruz Celulose, la maggiore
produttrice di pasta bianca da eucalipto del mondo (320mila
ettari di piantagioni nello Stato di Espirito Santo) invase
11mila ettari di territorio indigeno, lasciando quasi
novemila famiglie senza terra, acqua e cibo. In
quell’occasione le donne di Via Campesina aiutarono le
popolazioni indigene guarani e tupiniquim a
opporsi all’esproprio danneggiando alcuni stabilimenti per la
produzione di cellulosa. Lo scorso 7 aprile, in seguito
all’ennesimo esproprio ai danni dei contadini, un
gruppo di ottocento donne ha occupato un bosco di eucalipti
nell’estremo sud del Brasile: l’azione è stata violentemente
repressa, almeno 50 donne sono rimaste ferite
dalle manganellate e dalle pallottole di gomma sparate dalla
polizia che le ha poi imprigionate per alcune ore in uno
stadio.
La
coltivazione degli alberi di eucalipto è causa dell’inquinamento
dei fiumi e della crescente aridità della terra. Per
svilupparsi, infatti, hanno bisogno di grandi quantità
d’acqua che sottraggono ad altre coltivazioni. Inoltre c'è
l'utilizzo di pericolosi concimi chimici che minacciano
seriamente la qualità dell’acqua e della terra. «Le
multinazionali del settore distruggono la biodiversità, il
suolo, inaridiscono i fiumi, inquinano l'aria e l'acqua e
sono un pericolo per la salute umana - denunciano le
campesine - Se il "deserto verde" continua a crescere,
presto non ci sarà abbastanza acqua da bere e terra per
produrre cibo per tutti».
Purtroppo la fame di cellulosa non accenna a diminuire: le
multinazionali europee Stora-Enso e Azenglever, già presenti
in Uruguay, Argentina, Cile e Brasile, vorrebbero aumentare
da 45 a 100mila gli ettari di piantagioni di eucalipto, a
danno delle varietà locali. Secondo i Sem Terra, il
movimento brasiliano attivo nella lotta per la giustizia
sociale nelle campagne, «per operare indisturbate, nel solo
Rio Grande do Sul, queste grandi aziende hanno finanziato il
governo statale (di Luiz Inacio Lula Da Silva, ndr)
con 300 milioni di dollari. Non riusciamo davvero a
capire – continuano - come un governo che voglia liberare il
Paese dalla fame possa sostenere un deserto verde invece di
investire nella riforma agraria e nell'agricoltura
contadina». |
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FORMAT La
tv per le donne di
Sara Di Carlo
Fra i molti canali tematici nati grazie a
digitale terrestre e satellite, qual è l'offerta
dedicata alle donne?
Il canale tematico più completo è Facile Tv,
del gruppo Sitcom, sorto grazie all'avvento del
digitale terrestre. Propone nel suo palinsesto
vari argomenti, per lo più rivolti ad un pubblico
femminile.
Programmi curiosi, come Il Paiolo, dove
vengono dispensati consigli sull'utilizzo delle
erbe medicinali, intervallati dall'oroscopo
settimanale. O appuntamenti culinari come
Facile cucina, che consiglia ricette veloci e
sfiziose adatte per ogni occasione, perché le
donne che lavorano hanno sempre meno tempo per
cucinare piatti che richiedono una lunga
preparazione, ma desiderano comunque essere
creative.
Facile Tv offre anche uno sguardo al mondo
che ci circonda: Venezia-Pechino racconta
il viaggio on the road su uno scooter,
alla scoperta dei luoghi più suggestivi e
sconosciuti dell'Oriente. Programmi di
approfondimento, come L'ottuso, rivolgono
l'attenzione all'attualità. E per restare in tema
c'è VotAntonio che, in questi giorni, ha
prestato grande rilievo alle elezioni,
focalizzandosi sulle problematiche che riguardano
le persone comuni.
E infine gli argomenti che più fanno "impazzire"
le donne. Freeze è un programma dedicato
alla moda, una guida sulle tendenze per
chi vuole creare un proprio stile; Case e
Stili propone in modo originale soluzioni
alternative e ricercate su come arredare la
propria casa, prendendo spunto dalle idee
di fantasiosi architetti e designer; Narciso
si dedica alla cura della salute del corpo
e della mente, in cui esperti del settore svelano
i segreti su come mantenersi belle ed in forma.
L'ultimo nato in casa Mediaset Premium è Mya,
il canale dedicato interamente ai film e alle
serie tv che hanno come filo conduttore storie
riguardanti le donne, i sentimenti e le
grandi passioni amorose. Il telefilm più in voga
è Gossip Girl, dove una misteriosa ragazza
annota sul suo blog tutti i pettegolezzi che
riguardano le persone più in vista di Manhattan.
Ultimissime novità sono tre serial tra il
thriller e il mistery: Dolmen,
Suspectes e Il segreto di Laurie.
Foxlife è un canale tematico dedicato alle
grandi serie tv: dai nuovi episodi in
anteprima di Ugly Betty, la segretaria
bruttina ma competente e volenterosa che lavora
presso una grande rivista di moda, a Medium,
le avventure di una praticante avvocatessa che
grazie ai suoi sogni/incubi premonitori, riesce a
risolvere i casi più misteriosi e disperati e a
proteggere la propria famiglia. E per finire,
l’ormai classico Una mamma per amica, il
racconto del rapporto di complicità di una madre
con la figlia. |
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CULT I
precari di Virzì al cinema di Antonella Lombardi
«Il popolo che parla al telefono per mestiere, fuori dai call center non ha voce
alcuna». Così scrive Michela Murgia, precaria centralinista e autrice del libro
Il mondo deve sapere che ha ispirato Tutta la vita davanti,
ultima pellicola di Paolo Virzì, arrivato a Palermo per presentare il suo
film.
«E’ una tragicommedia dove l’ansia per il futuro accomuna vittime e
carnefici», dice il regista livornese che ha esplorato l’odissea moderna dei
precari che lavorano in un call center. Nel cast, oltre Sabrina Ferilli, Valerio
Mastandrea e Massimo Ghini, anche Micaela Ramazzotti e la siciliana Isabella
Ragonese (già nota per la sua interpretazione in Nuovomondo di Crialese).
«Non mi piacciono i film che danno ragione a sé stessi – dichiara Virzì -
piuttosto volevo affrontare senza pregiudizi una questione cruciale. E con lo
stesso candore di Marta, la protagonista, (Isabella Ragonese), ci siamo
avventurati nell’inferno della sottoccupazione». Del suo personaggio, la
Ragonese dice che «incarna una delle solitudini inconciliabili raccontate nel
film e che esercitano tra loro una strana solidarietà. Il film dà voce a uno
smarrimento dovuto anche al fatto che non esiste più neanche un nemico: siamo
tutti dei poveri disgraziati».
Ma come lavora Virzì sugli attori? «Dalla verità della persona lavoro
alla stilizzazione del personaggio. Scommettere su talenti sconosciuti è il mio
pallino. Non a caso ho scelto per questo film Mary Cipolla, una ragazza
palermitana acqua e sapone che interpreta Luisa e che ho voluto trasformare in
punkabbestia». A Micaela Ramazzotti, invece, che nel film interpreta Sonia,
Virzì ha imposto di «riprendere a fumare per darle la giusta voce roca e infine
l’ho ricoperta di tatuaggi». Isabella, dal canto suo, si è messa a studiare i
filosofi Heidegger e Hannah Arendt «ma non l’ho costretta a lavorare in un call
center – dice il regista – perché volevo che avesse l’aria di un pesce fuor
d’acqua. Nel nostro piccolo proviamo anche noi a fare come gli americani»,
ironizza l’autore di Ovosodo e Caterina va in città.
Virzì, che vanta origini siciliane - «sono figlio di un maresciallo dei
carabinieri di Palermo» -, è uno dei componenti del “movimento dei 100 autori”
che spiega così: «Non è una rivendicazione corporativa, ma l’affermazione di una
serie di principi che sottolineano il valore del cinema italiano. Avere la
possibilità di scegliere all’interno di un mercato che tende invece
all’omologazione è anche un diritto per gli spettatori. Il movimento dei 100
autori è stato un "Su la testa" ideale del nostro cinema». E sulle sorti del
nostro cinema l’autore ha le idee chiare: «Oggi ha un grande successo
commerciale un certo tipo di commedia adolescenziale, ma ci deve essere spazio
anche per altri generi e linguaggi. L’Italia non può essere raccontata dai
salotti televisivi. Non siamo l’industria americana, facciamo venti film l’anno,
di cui cinque veramente belli come avviene anche in America ma, cifre alla mano,
il nostro è uno dei cinema meno assistiti d’Europa».
Ma perché per raccontare la vita da precario Virzì ha scelto di ambientare la
sua storia in un call center? «Da padre di una ragazza 19enne destinata allo
stesso percorso di studi umanistici di Marta, credo che il cinema italiano abbia
il compito di scrutare l’anima segreta di questo Paese, che non è quella di
Cogne, Fabrizio Corona o delle Veline. L’Italia va raccontata, ed è questo il
compito che noi registi italiani fin dagli esordi ci siamo dati. E poi il
call center è una specie di caverna di Platone del XXI secolo – spiega Virzì
– se ne percepiscono le ombre, ma la vita è illusoria. Non ho inventato io la
canzoncina motivazionale che si sente nel film, ma è uno degli stratagemmi usati
da ditte come Kirby, Folletto ed Herbalife e che la Murgia (autrice anche di un
blog sul popolo senza voce – e perciò ricattabile - dei precari) ha descritto.
In questi posti il lavoro viene concepito come un reality o una gara dove si è
esclusi o c’è il pubblico ludibrio se si sbaglia».
Sembra un ciclone in piena Virzì, che non risparmia critiche sulle dinamiche
lavorative: «Negli anni della flessibilità nessuno ha nostalgia del lavoro
fantozziano che accompagna dalla culla alla tomba, ma oggi il clima è "mors tua,
vita mea". Questa è regressione civile, barbarie. Il lavoro è anche incontro
degli altri».
Per le generazioni sommerse dal lavoro sommerso sarà possibile rivivere
ora al cinema alcune storie personali. Per tutti gli altri, sorridere e
indignarsi. Perché il mondo deve sapere che chi è precario non ha tutta la vita
davanti. |
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DONNE Claudia
Gerini, la femme fatale di
Camilla Cortese
A conclusione del Festival cinematografico Schermi d’Amore
2008, l’attrice romana Claudia Gerini, impegnata in
questi giorni a Trieste sul set di Diverso da chi? di
Umberto Riccioni Carteni, è andata a Verona per ritirare il
Premio Femme Fatale, Feministe Fatale 2008, assegnato dal
direttore di Ciak Piera Detassis, che incorona il
“fascino coatto” e l’ironia della brillante attrice.
Ti riconosci in questo premio?
«Sono onorata per questo premio e per essere stata
considerata l’erede di Monica Vitti che reputo una delle più
grandi interpreti italiane. Credo che l’ironia sia una dote
innata. Ho sempre cercato di diversificare molto le mie
scelte, di cambiare per non annoiare il pubblico e me stessa,
mi piace misurarmi con nuovi ruoli e ho rifiutato copioni con
personaggi simili al passato».
Perché a differenza di tante colleghe non cerchi solo
ruoli drammatici e prestigiosi ma ti presti alla commedia?
Il mio primo film fu una commedia, Roba da ricchi di
Sergio Corbucci, avevo 14 anni e facevo la figlia di Laura
Antonelli e Lino Banfi. Dopo quasi dieci anni, il mio primo
ruolo importante fu in Viaggi di nozze di Carlo
Verdone, e divenni famosa con una commedia. Prima di allora
non avevo mai pensato a me stessa come un’attrice comica o
brillante però Carlo, che vide in me una vena di romanità, mi
ha insegnato lo spirito di osservazione e la ricerca dei
personaggi per la strada».
Quanto lavori ai tuoi personaggi?
«Sono cresciuta nella periferia di Roma, in una famiglia di
impiegati, e ho vissuto in mezzo a tantissime “coatte”. Nel
caso di Enza Sessa di
Grande grosso e... Verdone il travestimento e i
costumi sono stati il passo iniziale per creare un effetto
eccessivo di donna superficiale. Anche il trucco e le
parrucche sono piccoli espedienti che ti aiutano a trovare il
personaggio, la camminata, la parlata. Con Carlo c’è
un’intesa magica che ci consente di improvvisare e creare i
personaggi che non siano macchiette, ma veri».
Parlare di bellezza con un’attrice è scontato. Tu sei
cosciente della tua fisicità? Spesso i registi indugiano sul
tuo portamento con un effetto molto sensuale e il tuo corpo
parla...
«E' molto imbarazzante rivedermi nelle scene di nudo! Però
non ho pregiudizi e il corpo dell’attore, vestito o nudo, è
uno strumento che deve continuamente comunicare. L’attore
trasmette le emozioni attraverso la voce, il viso e il corpo.
Quando scelgo un personaggio ci metto tutta me stessa, sono
molto generosa e do tutto quello che posso perché voglio che
il sogno nella testa del regista sia realizzato
completamente».
Parli tre lingue, cosa rara per un'attrice italiana. Le
hai studiate per lanciare la tua carriera?
«Sì, parlo inglese, francese e spagnolo anche perché amo
viaggiare ed imparare. Per alcuni periodi mi sono trasferita
a Parigi, poi in occasione di una coproduzione sono andata in
Spagna e ho studiato spagnolo, e per l’inglese sono stata
tante volte a Los Angeles, ho tanti amici lì. E poi è utile
per parlare con i giornalisti stranieri e farsi capire».
In tv hai partecipato a sketch comici a Chiambretti c’è,
Mai dire gol, Camera Cafè, Viva Radio2
minuti: ne esce l’immagine di una giocherellona...
«I personaggi che ho scritto e interpretato per la tv erano
tutti nati da idee che trovavo divertenti e da gente che
incontravo in giro, e anche lì la maschera e il travestimento
erano importantissimi per il risultato. Però lavorare in tv è
difficile, è faticoso, ti risucchia le energie: la
televisione è fatta solo di numeri e di momenti legati alla
pubblicità, non ti dà né tempo né il contatto col pubblico.
E' divertente, ma in teatro si sente il respiro della gente,
la libertà del palcoscenico e lo preferisco».
Vista la tua preparazione come mai non hai ancora fatto un
musical?
«Ho ricevuto delle proposte che ritenevo un po’ antiche e già
fatte tipo My Fair Lady, Grease, mentre avevo
voglia di misurarmi con qualcosa di originale e nuovo. Ho
fatto tanti incontri per Chicago, ma andai a vederlo a
Londra e non mi sembrava giusto per l’Italia. Adesso sono
pronta per un musical, sto ricevendo proposte molto
interessanti e ci sto pensando seriamente visto che amo la
danza, la studio da quando ero bambina e negli ultimi anni ho
lavorato anche sul canto. Il problema è che in Italia gli
autori non scrivono!». |
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TELEGIORNALISTI
Vincenzo Balzano: «Il giornalismo sportivo? Ucciso dal
gossip» di Pierpaolo Di Paolo
Giornalista
pubblicista dal 2006, Vincenzo Balzano
ha portato la sua grande passione per il calcio nella professione
giornalistica. Dal 2007 collabora per il sito Tuttonapoli.net. Partecipa,
inoltre, a varie trasmissioni radiotelevisive tra cui Sotto Rete, in
onda su Radio Stereo 5, e Sotto Rete Live Show in onda sulla web Tv
TuttonapoliTv.
E' vero che il calcio è stato il principale motivo che ti ha portato sulla
strada del giornalismo?
«Fondamentalmente è vero. La scelta di fare il giornalista dipende soprattutto
dal mio amore per lo sport. Io voglio fare il giornalista sportivo e
null'altro. Secondo me lo sport è la cosa più bella da raccontare e ho sempre
avuto questo pallino, fin da quando al liceo raccontavo le partite di Francia
98 per il giornalino scolastico».
Trovi che il giornalismo riesca a tirar fuori anche nel calcio il suo
aspetto più nobile e professionale?
«Oggigiorno il calcio rimane ancora un veicolo assoluto di fama e notorietà,
ma è anche vero che negli ultimi anni c'è stato un decadimento dei valori del
giornalismo sportivo. Stiamo parlando dello sport più seguito, ed
inevitabilmente più chiacchierato, e tutti i gossip che ruotano attorno a
questo mondo hanno oramai occupato un posto di rilievo nel "giornalismo" di
settore, facendolo scadere molto. Il lunedì il Corriere dello Sport
dedica una pagina intera a tutto ciò che accade in tv, dai baci delle vallette
agli inciuci su Ilaria D'Amico e Elisabetta Canalis, e questo non è calcio. Il
calcio, e lo sport in generale, è raccontare un evento, e un giornalista deve
fare questo. Il resto va bene per i giornaletti scandalistici».
Al di là di questa considerazione, non trovi che le interviste ai
calciatori siano spesso banali e scontate, basate sempre sulle stesse
risposte, sulle stesse frasi fatte che si ripetono continuamente?
«E' vero. Purtroppo questo è un cliché ed è impossibile negarlo. Però se si ha
la volontà e la capacità di fare qualcosa di diverso, è possibile. C'è una
trasmissione su Sky Sport, Player List, in cui un deejay intervista i
giocatori chiedendo loro le dieci canzoni preferite. Così, partendo dalla
musica, si parla di calcio in modo originale e interessante».
A cosa attribuisci questa difficoltà? E' colpa della semplicità culturale
delle star di questo mondo o c'è una responsabilità giornalistica alla base?
«Sicuramente non bisogna mai dimenticare che a rilasciare le interviste son
persone che in tanti casi hanno la terza media, se non addirittura la quinta
elementare. E' chiaro che questo crea una evidente difficoltà, ma proprio per
questo il giornalista deve essere bravo a non fare domande cui il giocatore
possa rispondere: "Sì, abbiamo fatto bene ma dobbiamo provare a fare di più".
Quindi se le interviste sono quasi sempre banali è da attribuire
all'impreparazione dei giornalisti. E' vero che col giocatore non si può
parlare di filosofia, né certamente la gente vuol sentire discorsi
culturalmente più elevati, l'ambito è limitato e il rischio di banalità è
incombente, ma proprio qui entra in gioco la cultura sportiva e l'intelligenza
del giornalista che deve impostare l'intervista in modo da far ragionare il
giocatore su questioni di tattica, su situazioni di gioco. E' evidente che non
tutti ne sono capaci e i risultati sono visibili».
A proposito di cosa vuole la gente, siamo l'unica nazione al mondo ad avere
ben due quotidiani che tralasciano completamente cronaca, politica e altri
argomenti per dedicare anche trenta pagine esclusivamente allo sport. Trovi
che l'argomento sportivo richieda davvero un'attenzione totale, o ciò non è
piuttosto indice di una scarsa propensione degli italiani verso letture più
impegnate?
«Dirò di più: La Gazzetta dello Sport è il primo quotidiano per vendite
in Italia. Sinceramente non saprei come leggere questo dato. Preferisco
pensare che in Italia l'amore per il calcio sia tale da giustificare questo
enorme successo. Tra l'altro, ultimamente, questo quotidiano ha dedicato
alcune pagine alla cronaca. E' anche probabile che, data la pochezza della
politica e lo squallore della cronaca, la gente si rifugi nel calcio perché è
l'unico ambito che ci fa sentire ancora un po' nobili, ancora tutti eroi.
Certo, il ridurre tutto a questo ci dà l'idea di quanto lo scenario italiano e
occidentale sia divenuto decadente».
E' passato un anno dallo scandalo Calciopoli. Oggi l'avvento di un nuovo
Moggi è impossibile, o dopo lo scossone il sistema tenderà sempre per sua
natura a riassestarsi sulla stessa falsariga?
«Per certi versi, la seconda che hai detto. E' vero che è difficile che ci sia
un nuovo personaggio così potente da poter organizzare tutto a tavolino come
faceva Moggi. Ma è anche vero che col nuovo governo, verrà quasi sicuramente
cambiata la legge sui diritti televisivi della Melandri, e andremo sempre più
verso un campionato con tre o quattro potenti che si contenderanno scudetto e
soldi, e le altre a giocarsi i posti successivi. Milan, Inter e Juventus si
organizzeranno tutto da sole, e non c'è neppure alcuna necessità che lo
facciano in maniera illegale. Diventeranno sempre di più padroni del calcio e
si tornerà alla sudditanza psicologica degli arbitri verso le potenti, ma
senza arrivare agli eccessi di partite stabilite a tavolino e arbitri chiusi
negli spogliatoi. Non ci sarà un nuovo Moggi perché non è necessario
delinquere per impossessarsi del mondo del pallone. Basterà farsi le leggi
giuste e saranno i padroni senza rubare».
Il Napoli ha perso a Catania giocando una delle partite più brutte della
stagione. Alcuni commentatori sportivi hanno sostenuto che dietro tutto vi
sarebbe l'affare Vargas. Sono dunque già iniziati i biscotti di fine anno?
«Non scherziamo, questa cosa è fuori da ogni realtà. Ammesso che Marino si sia
accordato con Lo Monaco, con quale faccia poi si recava da Reja e dai
giocatori per chieder loro di perdere la partita? E poi, per quanto la
sconfitta sia stata netta, io ho visto un Napoli giocare e costruire diverse
palle gol. Il gossip è nato per le dichiarazioni di Lo Monaco che ha
confermato le chance del Napoli di arrivare ad acquistare Vargas, ma quello
che si è poi costruito è pura utopia».
Eppure i finali di campionato italiani son contraddistinti sempre da
risultati scontati. Persino la Snai a fine anno spesso si rifiuta di quotare
quelli più sicuri, che poi puntualmente si verificano. Per citare qualche
esempio, la Reggina che vince a Milano, o il Verona a Parma, o il Napoli a
Firenze. Non sono biscotti?
«Negli ultimi anni ben due volte il Milan ha giocato con la Reggina nel finale
di stagione, perdendo sempre e salvandola da retrocessione certa, ma oltre il
dato di fatto non penso ci sia dell'altro, né in questo né negli altri casi».
C'è qualche giornalista che rappresenta per te un modello cui ispirarti, o
qualcuno che rappresenta l'esempio che assolutamente non va imitato?
«Un giornalista cui mi ispiro è Ciccio Marolda, redattore de Il Mattino.
Mi trovo molto nel suo stile e spesso, quando scrivo un pezzo, mi accorgo di
imitarlo. Esempi da non imitare sono sicuramente i giornalisti alla Maurizio
Mosca. Questo perché il giornalista deve avere sempre molto tatto, non deve
mai eccedere nel dare le notizie rischiando magari di dire solo stupidaggini,
e anche nel proporre un'ipotesi, bomba o non bomba, occorre sempre
preoccuparsi che ci sia quantomeno un fondo di verità». |
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SPORTIVA
Sportive
che fanno notizia di
Mario Basile
Di donne che fanno notizia, lo sport è pieno.
Ogni settimana dal mondo ci arrivano fatti e
notizie riguardanti le atlete. Scandagliando
con attenzione il web, poi, si possono
conoscere anche quelle più curiose e
bizzarre.
È il caso, ad esempio, della statunitense
Andrea Jaeger. A sedici anni era la
seconda migliore tennista al mondo. Oggi, a
quarantadue suonati, ha totalmente cambiato
vita per dedicarsi a tempo pieno alla
religione. Ventiquattro anni fa, infatti,
decise clamorosamente di abbandonare il
tennis dopo un brutto infortunio alla spalla
e, qualche anno più tardi, di farsi suora.
All’origine di tutto ciò, racconta oggi, il
brutto ambiente del circuito tennistico:
«Rifiutai l'offerta delle droghe e dissi no
anche agli steroidi perché il mio problema
non era quello di durare più a lungo, ma di
trovare una via di uscita». Cercava una via
d’uscita per scappare anche dalle violenze
del suo papà allenatore: «Voleva insegnarmi i
valori con le cinghiate, così come era
accaduto a lui».
Gli insegnamenti e i valori li ha poi trovati
nella fede in Dio e nell’aiuto al
prossimo. Quando appese la racchetta al
chiodo, la Jaeger decise di creare coi soldi
guadagnati un’associazione in favore
dei bambini malati terminali di tumore.
Un’associazione che cura tuttora e che le
dona gioia di vivere: «Non mi sono mai
sentita felice come adesso» dichiara a chi le
chiede cosa prova in questo momento della sua
vita.
La felicità in senso strettamente sportivo,
invece, è quella di un’altra americana,
Danica Patrick, che domenica scorsa è
diventata la prima donna a vincere una corsa
Indycar. La ventiseienne ha stupito
tutti: lei stessa e i suoi avversari,
soprattutto due grandi veterani come il
brasiliano Helio Castroneves e il
neozelandese Scott Dixon, piazzatisi
rispettivamente al secondo e terzo posto.
Chissà se sul podio la Patrick si è lasciata
scappare qualche lacrimuccia di gioia.
Proprio come è accaduto a Laure Manadou. A
dire il vero, quelle della nuotatrice
francese non sono state lacrime di gioia, ma
di dispiacere, dopo la delusione per il terzo
posto ottenuto nella sua gara preferita, i
400sl. Non le accadeva di andare così
lontano dal primo posto dagli europei a
Madrid nel 2004. Anche i campioni piangono. |
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