Paola
Leone: dalla Sardegna alla conquista di New
York
di
Chiara Casadei
Paola Leone e il suo approccio con la
sindrome di Canavan. L'incontro risale a
circa 15 anni fa e oggi la ricercatrice è
forse la
maggiore esperta mondiale
del morbo. Si tratta di una malattia molto
rara e incurabile, causata da un difetto
genetico che colpisce la materia bianca del
cervello provocando gravi conseguenza a
livello del sistema nervoso.
La neuroscienziata è stata l’unica donna tra
i sette candidati della
Hall of Fame
della ricerca della Giornata Mondiale 2010:
una rassegna dei ricercatori e dei centri
che si sono distinti in particolar modo nel
campo delle malattie rare.
L’inizio di questa sua ricerca scientifica è
avvenuta quasi per caso, come spiega lei
stessa: «Ho lavorato per alcuni anni sulla
terapia genica applicata al modello
animale di Parkinson e nel 1995 il mio
laboratorio è stato contattato da una coppia
con una bimba di sei mesi cui era stata
appena diagnosticato il morbo di Parkinson.
Così ho cominciato a lavorare su questo,
grazie ai finanziamenti della fondazione
costituita dai genitori di questa bambina e
poi di molte altre fondazioni create da
altri genitori in breve tempo».
Paola Leone, cagliaritana di nascita, ha
studiato però a Padova dove ha conseguito la
Laurea in Psicologia Sperimentale, con
indirizzo Neuroscienze, nel 1985. Durante la
sua
carriera ha girato il mondo
arricchendo la sua esperienza direttamente
sul campo. Ricordiamo la sua presenza alla
Concordia University di Montreal,
all’Università di Auckland in Nuova Zelanda,
nel centro di terapia genica allo Jefferson
Medical College a Filadelfia, e attualmente
nella direzione del centro di terapia
cellulare e genetica della University of
Medicine and Dentistry nel New Jersey.
Dopo il riconoscimento estero, ha ricevuto
anche in patria il premio
Donna Sarda
dell’anno. Ora il suo lavoro è
focalizzato sulla prima applicazione di un
vettore virale per operare il trapianto di
geni nel cervello. Ma come lei stessa
ammette, i passi che ha fatto in questi anni
e i successi raggiunti non possono sbiadire
in lei il ricordo della terra natia: «Gli
interessi professionali mi hanno portato a
lavorare e integrarmi in altri Paesi, ma
una parte di me la Sardegna non l’ha mai
lasciata. Ci tornerei, se fossi convinta
di poter coltivare i miei progetti di
biomedicina e contribuire al miglioramento
della legislazione in questo campo».