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Intervista a Lirio Abbate tutte le interviste
Telegiornaliste anno V N. 17 (188) del 4 maggio 2009

Lirio Abbate: il giornalismo è una goccia che scava la roccia di Erica Savazzi

Lirio Abbate«Il giornalismo è come la goccia che scava la roccia: alla fine ai criminali saltano i nervi, per cui se la prendono con quel giornalista ficcanaso che non si stanca mai di ricordare le collusioni tra criminalità organizzata, politica, colletti bianchi».

Ed evidentemente Lirio Abbate un giornalista ficcanaso lo è. Tanto da meritarsi una minaccia di morte da parte della mafia.

«Il giornalismo purtroppo in Italia a volte è un mordi e fuggi. È su questo che molti sperano, sul fatto che se ne parla oggi e domani già si è dimenticato e non ci si ritorna. Quando invece ogni giorno batti su quel punto fai male alle organizzazioni criminali».

Qual è il compito del giornalista secondo lei?
«Il giornalista deve raccontare quello che vede, quello che sente sui territori sulla città. Viviamo ogni giorno la città, prendiamo l'autobus, la metro, il treno, e vediamo i problemi che ci sono: dobbiamo raccontare questi fatti. Magari viaggiando, o anche visitando una pizzeria che comprendiamo essere nelle mani dell'organizzazione mafiosa, raccontare che cosa non va. Certo, con documenti alla mano, senza essere presi per visionari. Il giornalismo è analisi, è raccontare, è aprire gli occhi alla gente e ai lettori: i veri editori dei giornalisti sono i lettori».

Qual è il rapporto tra giornalismo e amministrazione della giustizia?
«Quando ai tuoi lettori racconti ogni giorno le malefatte, le collusioni di chi occupa posizioni pubbliche oppure fai vedere documenti che mostrano che quello che quello che fanno nel privato è tutt’altro rispetto a quello che predicano, o che fanno affari con gente collusa, magari non ci sarà un processo, ma è giornalisticamente rilevante: il giornalismo si deve distaccare dalle aule di giustizia, deve raccontare quello che è la realtà, il territorio, il quotidiano».

Oggi la questione della camorra è centrale nell’agenda dei media.
«Certo, perché se ne è parlato, perché i clan camorristici sono stati messi sotto i riflettori. Se ne parla quasi ogni giorno nei giornali e in televisione e la gente comincia a dire che esiste la camorra. Ma la camorra esiste da decenni. L'informazione è questa: battere e ribattere su un argomento, far ricordare. Ma purtroppo noi italiani siamo sempre più facili a dimenticare».

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