
Telegiornaliste anno IV N.
17 (142) del 5 maggio 2008
Teo
Bellia, il comunicatore multimediale
di Giuseppe Bosso
Nato a Roma, Teo Bellia è giornalista
professionista dal 1993 e doppiatore di numerosi attori e personaggi in alcune
serie animate in tv. Tra le sue esperienze passate, la conduzione del tg di
Tmc e la collaborazione a Il Processo di Biscardi nel 1994. E’
direttore della testata online Notizie migliori.
Doppiatore, giornalista, attore, dee-jay, responsabile dei notiziari di Rds:
tante attività, ma chi è davvero Teo Bellia?
«Un comunicatore che fa anche didattica, cercando sempre di divertirsi e di
cimentarsi in nuove sfide. Faccio e ho fatto tante cose, ma sicuramente è nel
doppiaggio che ho trovato le maggiori soddisfazioni. Certo, mi piace anche
saper improvvisare come richiede la diretta radiofonica e in tv, ma nel
doppiaggio occorre una particolare impostazione e una particolare attenzione,
per cui ho la possibilità di approfondire meglio in questo senso e di variare,
a seconda dei personaggi che mi capitano. E' un grande impegno, ma mi dà ogni
giorno stimoli e divertimento».
Notizie migliori, il rotocalco online da lei diretto, nasce
dall’esigenza di dare un’informazione diversa da quella che i grandi mezzi
propinano al pubblico, senza cadere nel buonismo. Crede che il pubblico abbia
davvero questa esigenza?
«Credo che ormai la gente sia al limite del disgusto per quello che legge sui
giornali e vede in televisione, tanto più che si tende a leggere prima di
tutto la fine dei quotidiani, le pagine di spettacolo e quelle sportive. La
politica, la cronaca, sono sempre pagine inzuppate di notizie negative.
Insomma, così facendo si finisce per mostrare le cose più brutte di come sono
poi in realtà, alimentando un pessimismo eccessivo. Ecco perché nasce
Notizie migliori. Innegabilmente non è un buon momento per l’Italia, ma se
poi ci pensiamo non è che stiamo messi peggio di altri Paesi. Dovremmo
smetterla di credere che le buone notizie non facciano presa sul pubblico,
perché non è vero. Vedo che tra molti colleghi giornalisti esiste una sorta di
copia e incolla nell’insistere sulle stesse cose. Il risultato è scontato:
tanto si parla di una cosa che la gente arriva a credere che sia vera, anche
se poi non è così».
Qual è stata la “notizia migliore” di cui si è occupata la sua testata?
«A parte la vittoria ai Mondiali di calcio? (ride, ndr) Scherzi a
parte, sono rimasto molto contento di aver parlato di una scoperta scientifica
sulla cura di una malattia che fino a quel momento era ritenuta incurabile. E'
importante, ripeto, abbandonare questa visione che relega ai margini notizie
come questa credendo che non abbiano seguito».
E’ innegabile, però, che alla lunga siano sempre le notizie di cronaca nera
e quelle in qualche maniera negativa a fare maggiormente presa sulla gente. Di
chi è maggiormente la responsabilità?
«Si dice sempre che sia il pubblico il responsabile: è colpa del pubblico se
la tv è piena di reality show, se i programmi sono spazzatura. Questa è
un’altra cosa che dovrebbe finire. La televisione, in questo senso, sa anche
valorizzare cose diverse. Pensiamo solo a Benigni e alle sue letture della
Divina Commedia. Molti esperti, a prima vista, avrebbero riso ad una
simile idea in prima serata, e invece Raiuno ha fatto buonissimi ascolti.
Penso che si debba uscire dagli schemi dell’appiattimento che è il vero
responsabile della scarsità dei contenuti e del fatto che le notizie che
sentiamo sono sempre le stesse. Si deve invece cercare di valorizzare meglio
quelle alternative che, alla lunga, possono rivelarsi azzeccate. Tanto per
fare un altro esempio, credo che il successo della serie di Dr. House
sia dovuto soprattutto al fatto che il pubblico cercasse un’alternativa alla
figura tipica del medico istituzionale come, per rimanere in tema di serie tv,
il dottor Kildare».
Dopo la politica, Beppe Grillo ha puntato l’indice contro i giornalisti che
a suo dire costituiscono una casta, tanto da chiedere anche l’abolizione
dell’Ordine. Cosa ne pensa?
«Premesso che la battaglia contro gli ordini, le caste, è qualcosa che si
conduce da anni e non solo da noi ma anche al Parlamento Europeo, penso che
Grillo non tenga presente una cosa: chi inizia a fare il giornalista si trova
a dover affrontare un percorso faticoso e arduo, e con un concetto di
precarietà per niente paragonabile a quello dei ragazzi che lavorano ai call
center. E' chiaro che, dopo tanti sacrifici e anni di duro lavoro, una volta
conquistata l’agognata qualificata te la tieni stretta. Per il resto, credo
che le caste vadano eliminate laddove, in qualsiasi settore esistano,
proteggano principalmente gli incapaci o gli scorretti. In ogni caso si deve
tener presente che tanti lavori richiedono una grande specializzazione, ed è
forse in questo senso che si possa parlare di casta. Anche il doppiaggio, per
alcuni aspetti, costituisce una casta, ma proprio per le sue caratteristiche
che permettono l’accesso solo a chi sia in possesso di doti particolari».
Nel discusso cartone I Griffin presta la voce a un narciso
anchorman. E' questa, secondo lei, la caricatura ideale dei protagonisti del
mondo dell’informazione?
«Tom Tucker, il personaggio a cui ci riferiamo, è un’estremizzazione in
definitiva. E' una caricatura che esprime ciò che non dovrebbero essere nella
realtà i giornalisti. Anche se, confesso, spesso mi è capitato di vedere dei
giornalisti assumere degli atteggiamenti simili a quelli di Tom Tucker, ma non
al suo livello…».
Sono tanti i cartoni, come I Simpson di cui è stato direttore del
doppiaggio e in cui attualmente presta la voce a Boe il barista, che hanno
riscosso molto successo. Eppure hanno creato polemiche riguardo i contenuti,
soprattutto tra i nostalgici di serie del passato come I Puffi a cui ha
partecipato. Qual è la sua opinione in merito?
«I tempi cambiano. Penso che oggi, in definitiva, del politically correct
la gente ne abbia piene le tasche. Viviamo comunque in un’epoca in cui, grazie
alla presenza di tanti canali satellitari, queste serie del passato o i
cartoni della Disney riescono a sopravvivere senza togliere la presenza di
serie alternative».
Molti suoi colleghi doppiatori si sono affermati anche sul piccolo e grande
schermo. Rimane quindi una buona palestra per la strada dello spettacolo
questo settore che pur riscontrando molto successo in rete (come il sito di
Antonio
Genna) non sembra poi molto valorizzato?
«E' assolutamente una grande palestra. Tanti attori, tanti giovani che
aspirano a lavorare nello spettacolo non sempre si rendono conto delle enormi
potenzialità che offre questo mestiere. E nfatti molti colleghi che avevano
alle spalle anni passati nelle sale di incisione, una volta sul set di una
fiction o di un film si sono trovati notevolmente avvantaggiati proprio per
l’abilità che avevano acquisito in precedenza».
In un’intervista radiofonica per Broadcast Italia ha raccontato i suoi
esordi e la conclusione è stata "Perché il passato abbia un futuro". In
quest’epoca dove la tecnologia imperversa e sembrano smarrite le emozioni di
quel passato, cosa si può fare per riscoprirle?
«La cosa da fare è semplicemente riuscire ad andare al di fuori di quegli
schemi, di quelle rigidità strutturali che i ritmi di oggi sembrano importi in
ogni momento. Che una scaletta o uno schema vadano seguiti è fuori
discussione, ma anche qui l’importante è non cadere mai nell’appiattimento e
soprattutto non perdere l’entusiasmo e la voglia di divertirsi che mi ha
sempre accompagnato fin dagli esordi».