Telegiornaliste anno II N. 23 (55) del 12 giugno 2006
Alessandro Bonan, giornalista
Mondiale di Silvia Grassetti
Abbiamo
raggiunto telefonicamente Alessandro Bonan, veterano del satellite, conduttore
di Sky Sport, che ci ha parlato del suo impegno con Ilaria
D'Amico in occasione del Mondiale e del "sistema calcio"
italiano.
Alessandro, sei uno dei giornalisti più invidiati dagli italiani, potendo
vivere a contatto di gomito con il sogno sexy di tanti, Ilaria d'amico...
«Io sono un po’ preoccupato (ride, ndr), perché quei 30 centimetri
di differenza tra me e Ilaria, 41 col tacco, determinano un po’ di
apprensione durante la diretta, come quella che ci coinvolge per i Mondiali.
Tornando seri, Ilaria è una persona eccezionale, molto semplice e alla mano,
che va conosciuta, perché l’immagine che a volte ne danno i mass media non
le rende giustizia, anche se ultimamente questa tendenza sta cambiando».
Come ha reagito la redazione di Sky all'arrivo di troppi opinionisti esterni
per i Mondiali?
«Perché troppi? Il Mondiale è una cosa grande, non mi sembra siano troppi:
in studio siamo io, Ilaria, Giorgio Porrà e due opinionisti, Mario Sconcerti e
Beppe Servegnini, poi ci sono i collegamenti: una squadra mondiale è composta
da molti campioni. Sono tante le partite che seguiremo, tante le squadre di cui
parlare, diversificheremo le informazioni focalizzando anche le realtà dei
Paesi di provenienza delle squadre: per esempio, sul Sudamerica avremo gli
interventi di Altafini. Ma questo è solo un esempio: ci sono moltissime cose
di cui parlare, e per farlo bene dobbiamo essere tanti. Non “troppi”».
Tra allenatori e giocatori, qual è il carattere più spigoloso per un
intervistatore?
«Senza dubbio, quello di Fabio Capello. A me piacciono molto l’ironia e l’autoironia,
e Capello non abbonda in questo. Ricordo che una volta Capello era ospite in
trasmissione in diretta, e ho dovuto rompere la liturgia classica del programma
perché si era creato un clima di diffidenza: ho sdoganato la questione
denunciando, a telecamere accese, che c’era tensione. Capello è una persona
chiusa, a cui piacerebbe piacere di più, ma gli riesce fino a un certo punto.
Chiuse il programma dicendo che mai come in quel caso si era sentito bene a
parlare di calcio».
E il carattere più facile?
«Ci sono allenatori che conosco da tanti anni, come Spalletti, con cui ho un
rapporto di amicizia. Allenatori che mi piaccciono per la correttezza, di una
qualità superiore, tipo Prandelli, che mi trasmette delle sensazioni positive.
Poi ci sono gli eleganti: Mancini lo è, e con lui si può anche scontrarsi, il
confronto è vivace e leale. Lippi, che ho imparato a conoscere un po’ meglio
negli ultimi anni, è anche lui un po’ chiuso; dice di essere permaloso,
perché altri gli hanno detto che lo è, è uno non facile perché interrompe,
se non gli va la domanda non la subisce, ma contrattacca. I più accattivanti
sono i grandi vecchi, tipo Mazzone».
Chi vince i Mondiali?
«Dovrei dire l’Italia. In realtà non ci credo molto, ma noi italiani siamo
un po’ particolari: in mezzo alle difficoltà più grandi troviamo risorse
che sembravano non esserci. Questo sarà un Mondiale non normale, nel bene o
nel male, ma non normale. Il Mondiale di Trapattoni fu triste, sottotono,
questo sarà molto sopra o molto sotto le righe. Secondo me comunque vincerà
il Brasile: ma spero nella follia dell’Italia».
La moviola, favorevole o contrario? Non è che se ne fa troppo uso?
«La moviola è sovrastimata: di per sé non fa tutti questi danni. La moviola
è un fatto tecnico, ma chiaramente se viene strumentalizzata si fa
un’operazione intellettualmente disonesta e sbagliata. In questi anni la
moviola rappresentava la prova che c’era qualcosa di sbagliato nel calcio,
che è poi venuto fuori. Vedrai che, da ora in avanti, la moviola rappresenterà
l’errore dell’arbitro o l’occhio del professionista. Torneremo a vedere
l’errore arbitrale come un semplice errore».
Calciopoli: come vedi il coinvolgimento dei giornalisti nella vicenda?
«Ho letto due o tre nomi: non mi sembra una cosa diffusa. Non basta per
definire la categoria coinvolta. Avremmo potuto denunciare con un po’ più di
coraggio le situazioni anomale. Alcuni lo hanno fatto, altri non avevano una
forza editoriale in grado di sostenerli».
E’ giusto tornare alla vendita collettiva dei diritti televisivi per avere
una distribuzione più equa delle entrate tra le varie società?
«Sì. Ma qualcuno sostiene che la tv ha rovinato le società: in realtà la tv
ha messo a disposizione una grande quantità di denaro che invece di finire
nelle mani dei giocatori doveva essere distribuita in maniera adeguata. Tutti
hanno l’interesse a far sì che il campionato sia equilibrato: più lo è, e
più il campionato è bello. Quindi, il denaro che Sky mette a disposizione del
calcio, dev’essere il calcio a far sì che sia ripartito in maniera
equilibrata, nel rispetto di un principio tecnico: le società già forti non
possono essere ulteriormente avvantaggiate».
Con Fuori Zona avete dimostrato che una trasmissione sul calcio,
senza esasperare i toni e senza accesi dibattiti, può far colpo sul
pubblico…
«Io quest’anno ho fatto un programma di presentazione del week end
calcistico, il venerdì, molto informale: direi che è la strada di Sky,
rendere tutto molto leggero, anche se parlare di leggerezza in questi giorni
stona un po’. Mi piacerebbe fare in futuro una trasmissione sul calcio ancora
molto ironica».