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Intervista a Barbara Carfagna (1) tutte le interviste
Barbara CarfagnaTelegiornaliste anno III N. 26 (104) del 2 luglio 2007

Barbara Carfagna, viva l'approfondimento in tv
di Giuseppe Bosso

Barbara Carfagna, nata a Roma, violinista, è passata al giornalismo nel 1990. Dopo una lunga gavetta partita dai giornali locali, ha collaborato con quotidiani e settimanali, fino al primo contratto in Rai nel 1995.
Nel 2002, ha vinto il premio giornalistico Ilaria Alpi per il reportage “Etiopia: le spose bambine”.

Barbara, com’è arrivata al Tg1?
«Il mio percorso giornalistico in Rai è cominciato con Mixer di Giovanni Minoli. Considero una fortuna essermi formata televisivamente alla sua scuola. I suoi insegnamenti restano per sempre.
Quando lui è passato a Stream e la trasmissione è finita, una persona con cui avevo lavorato nei primi anni di Rai mi propose di entrare a lavorare nella rubrica Prima, il rotocalco del Tg1 condotto da David Sassoli qualche anno fa.
Da lì, con Lerner e poi Longhi, sono passata a Tv7 e Speciale Tg1, ed è stato un periodo molto felice in cui ho avuto modo di trovare una dimensione di approfondimento, come quella di Mixer: servizi lunghi, inchieste e approfondimento. Con l’avvento di Mimun alla direzione del tg, infine, sono passata alla redazione di cronaca, che amo molto, sempre lavorando per Tv7».

Ultimamente l’abbiamo vista condurre l’edizione notturna del telegiornale; cosa le comporta rispetto alle esterne, in cui siamo più abituati a vederla?
«Sono due prospettive completamente diverse dello stesso lavoro. Non per questo le responsabilità sono maggiori o minori: come inviata, in Paesi lontani come Africa, Asia, ma anche nel seguire vicende di cronaca nera del nostro Paese, è inevitabile entrare in contatto diretto con sofferenze, problemi e gioie della gente. Si è travolti dagli stimoli della realtà, della vita, e ci si distacca solo nel momento di sintetizzare, scegliere, scrivere e montare il servizio. Condurre un tg richiede, invece, un atteggiamento più distante ma non per questo meno coinvolgente. In quel caso, però, sul conduttore ricade la responsabilità non solo del suo lavoro, ma di quello di tutta la redazione, dei tecnici, e dei colleghi che hanno operato in esterna; il conduttore è colui che deve guidare lo spettatore tra una notizia e l’altra.
Mi sono sentita onorata quando Riotta mi ha proposto questo ruolo. La considero una grande prova di fiducia, proprio perché l'affidamento della diretta comporta molta fiducia da parte di un direttore».

Quale deve essere, secondo lei, il ruolo dell’informazione nei casi di cronaca nera?
«Più che indugiare sulle dinamiche dello svolgimento dei fatti, credo sia importante far capire, per il bene dell’informazione e anche del Paese stesso, quali siano state le condizioni e il contesto che hanno reso possibile che quel fatto accadesse.
Gli episodi di cronaca nera aprono uno squarcio che lascia vedere un pezzo di Italia, oltre che dell'anima delle persone, e può stimolare progetti di prevenzione e possibili soluzioni ad alcuni problemi sociali. Il racconto giornalistico giunge non solo al comune cittadino ma anche alla classe dirigente».

Per Tv7 ha realizzato servizi su realtà molto dure, tra cui quello delle spose bambine etiopi, che le è valso il premio Ilaria Alpi. Ritiene importante portare a conoscenza della gente queste situazioni?
«Affrontando la vita e la realtà di questi Paesi sono spesso tornata con una visione diversa da quella con cui ero partita. Spesso mi sono accorta che noi occidentali abbiamo dell’Africa e degli altri Paesi del cosiddetto “Terzo mondo” un'idea filtrata da noi stessi. Per come ci poniamo rispetto a loro, o da come ci tranquillizza pensarci.
Ne cogliamo e riportiamo solo gli aspetti drammatici, magari con la buona intenzione di stimolare gli aiuti umanitari. ma raccontare il vero incontro con le persone, le geografie, le civiltà, ha secondo me grande valore e restituisce grande dignità a grandi popoli, magari nei secoli passati più fortunati.
Intervistando Safiya Husaini, la donna nigeriana condannata a morte mediante lapidazione, per la quale si era sviluppata una vera e propria mobilitazione internazionale, sono rimasta colpita dalla sua forza, dal suo coraggio, da aspetti di femminilità suoi e di altre donne africane che noi occidentali abbiamo perso. Non sono "disperate": sono donne che giorno per giorno continuano la loro lotta nelle difficili condizioni di vita del loro continente. Credo di aver imparato molto da questa loro forza».

L’episodio o il servizio al quale è più legata, se c’è, o l’intervista che ricorda più volentieri?
«Oltre a quella con Safiya che le ho appena detto, sicuramente il reportage realizzato in Cambogia per la straordinaria occasione di incontro umano con un popolo che ha vissuto un trauma forte come quello del periodo della dittatura di Pol Pot, in cui ancora vittime e carnefici vivono gli uni accanto agli altri. Solo da poco la Cambogia sta vivendo un ricambio generazionale dopo le sofferenze della dittatura. La maggior parte delle persone convive con la devastazione interiore. Uno stato individuale e collettivo che le rende prede.
Prede del turismo sessuale, della pedofilia minorile molto diffusa e del mercato delle adozioni illegali».

Ha partecipato spesso anche a Uno mattina: le piacerebbe condurlo?
«Trovo che le colleghe che lo conducono o lo hanno condotto siano tra le più brave della nostra testata: Monica Maggioni e Elisa Anzaldo ad esempio, e che sia una grande opportunità che indubbiamente a tempo debito vorrei avere. Quello che mi piace del Tg1 è proprio questa grande offerta di redazioni, rubriche e ruoli professionali. Ci offre la possibilità di poter cambiare settore o anche di lavorare contemporaneamente per più settori. A me ad esempio piace molto collaborare alla rubrica di libri di Luigi Saitta, a quella di solidarietà di Giovanna Rossiello, o a quella di storia di Roberto Olla».

Come telegiornalista cosa ha provato nello scoprire il nostro sito e gli apprezzamenti verso di lei?
«E’ stata una piacevole scoperta. Non avendo occasioni di un riscontro con chi ci segue da casa, attraverso i commenti abbiamo la possibilità di cogliere qualche aspetto della comunicazione non verbale a cui non avevamo pensato. E migliorarci. Da questo punto di vista direi che il vostro è davvero un sito da vedere».

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