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Intervista a Carola Carulli tutte le interviste
Carola CarulliTelegiornaliste anno III N. 9 (87) del 5 marzo 2007

Carola Carulli, la verità di Nicola Pistoia

«Il giornalismo non è in crisi: sono in crisi le idee. Nessuno ha più il coraggio di inventarne di nuove». Così Carola Carulli, giornalista in forza alla redazione Spettacoli del Tg1, racconta il mondo dell'informazione di oggi a Telegiornaliste.

«Si segue "il sistema", come a Napoli», continua Carola. «E' così che gli articoli e i servizi diventano omologati a se stessi, se non addirittura guidati da mani più grandi di noi. Il giornalismo alla Terzani o alla Fallaci, che adoro, non esiste più, perché non ci sono più persone libere. Credo che non ci sia modo di sfuggire al sistema, e chi lo sa meglio di me che lavoro in Rai, massima espressione di un sistema assurdo fatto di tante cose sbagliate. In primis la situazione dei precari, discorso troppo spinoso da affrontare in poche parole. Io vado avanti - prosegue Carola - perché ci credo, perché credo che il nostro compito debba continuare ad essere quello di far vedere alla gente da un buco della serratura, quello di descrivere ciò che loro non possono vedere e raccontarglielo senza remore né limiti».

«I veri e bravi giornalisti ad un certo punto si staccano - vedi Fallaci, Terzani, Kapuscinski, Biagi, Saviano e tanti altri - e volano da soli. Solo allora sono privi di filtri, e solo allora dicono la verità».
Questa è l'aspirazione di Carola Carulli: «Non aspiro al potere o a diventare direttore di un giornale, troppi compromessi, quello è un lavoro da manager e non ha niente a che fare con il giornalismo. Mi basterebbe sapere che qualcuno trovi un foglio scritto dove narro una storia, magari di un bambino africano morto di aids. Forse questa persona la farebbe leggere a tante altre e diventerebbe un fatto di cronaca. Il giornalista deve far conoscere al mondo il mondo stesso. Non dando solo una notizia, di flash siamo pieni, ma descrivendone i punti oscuri».

Carola, come e quando è nata questa passione per il giornalismo?
«Da piccolissima direi: Da grande voglio fare la giornalaia, dicevo ad un padre basito. Inconsapevole ancora della differenza tra giornalaia e giornalista - avevo quattro anni - non facevo che ripetere questo. Portavo a casa mille riviste, come il mitico Corriere dei piccoli. Non sapevo leggere, ma cercavo di capire attraverso le fotografie e i disegni. Già intuivo la forza dell'immagine senza il supporto delle parole.
Da grande ho capito. Ho iniziato a scrivere e a descrivere le cose che vedevo, le persone che incontravo e quello che succedeva nei vicoli di casa mia. Vivevo e vivo tuttora nel centro di una città come Roma, che somiglia ad un piccolo paese dove tutti sanno di tutto e dove anche un barbone diventa un personaggio da descrivere. Una volta scrissi un racconto e lo mandai ad un giornale. Non vinsi niente, ma capii allora che volevo scrivere. Era vitale esprimermi attraverso le parole. Niente poesie però, racconti e pensieri».

E in particolare quella per lo spettacolo?
«La passione per lo spettacolo è stata una conseguenza. I miei genitori da piccola mi prendevano sulle gambe e invece di cantarmi le solite ninna nanne mi cantavano l'Otello, la Boheme, e mi recitavano poesie. E invece delle favole mi leggevano i racconti di Zola e di Verga. Insomma la passione per l'arte in genere me l'hanno trasmessa loro. La prima volta che andai a teatro fu a vedere Sei personaggi in cerca d'autore: ero estasiata. Il palco, i costumi, gli attori, tutto era sogno e lì è cominciata...».

Non hai mai pensato, magari nei momenti difficili, di aver fatto la scelta sbagliata, facendo questo lavoro?
«Ci sono stati momenti difficilissimi. A 24 anni diventai professionista e avevo i miei bei sogni da realizzare. Paradossalmente nessuno mi dava da lavorare nonostante l'agognata conquista del tesserino bordeaux. Ma avevo cominciato a 18 anni, e sapevo che non era facile. Credevo nel giornalismo raccontato senza filtri, raccontato fuori dalle redazioni fumose dove tutto esce uguale e privo di personalità. Credevo che il giornalista facesse solo l'inviato, e non un frullatore di pezzi riciclati da "Anse" e quotidiani.
Mi resi conto che esisteva anche questo e mi ribellai. Facevo la gavetta e non potevo pretendere di uscire subito e criticare uno spettacolo o indagare su un fatto di cronaca. Mi misi da parte ad osservare quei giochi, ma poi capii che comunque dovevo imparare a fare anche i lavori di ufficio, come stampare un'Ansa e farne un pezzo. L'ho fatto. Ma poi ho sempre scritto quello che volevo e qualcuno ha creduto in me. Per prima la mia famiglia che mi ha sempre appoggiato, nonostante avrei potuto avere un bel posto caldo in banca o in un ministero. Sarei morta e loro lo hanno capito».

Si sa la professione di giornalista è molto impegnativa: come riesci a conciliare lavoro e famiglia?
«Chi fa il giornalista sa che non ha orari. E’ un po' come il medico: se c'è un'emergenza bisogna correre. Ma bisogna darsi dei limiti, sempre, altrimenti ti risucchiano e come un vortice vieni schiacciato. Non ho ancora figli ma so che non toglierei mai a loro troppo tempo. Ci sono stati un paio di anni in cui lavoravo come una matta, e ho trascurato me stessa prima di tutto, e poi gli altri.
Una sera, tornata a mezzanotte stanchissima, dopo aver preso due aerei in un giorno e scritto centinaia di parole, precaria senza alcuna copertura, andai a letto senza dare da mangiare al mio cane. Mi svegliò in piena notte piangendo, indicando con il muso la sua ciotola vuota. Lì ho capito che non era giusto e ho messo un punto. Ci deve essere sempre uno strappo forte per capire le cose. E quello lo è stato per me: avevo dimenticato di fare una cosa automatica da anni ormai, come lavarsi i denti. Ero esaurita. Oggi non lo farei più. Non vivo per lavorare. Vivo per scrivere. Questa credo sia la vera passione».

Come è nata l'idea di voler introdurre, nel tg del mattino, le rubriche di cultura e spettacolo?
«L'idea è nata un paio di anni fa. Il mio caporedattore, Maria Rosaria Gianni, persona splendida, propose a Clemente Mimun di creare un vero servizio pubblico. Con informazioni, certo, su spettacoli vari ma anche con consigli di cosa vedere e perché. Furono subito un successo. La lotta fu durissima per lei: tutti i colleghi volevano diventare i responsabili di almeno una delle rubriche, eppure sono rimaste tutte compito della sola redazione cultura. Una conquista».

Un consiglio a chi vorrebbe diventare giornalista.
«Un consiglio? Leggere tanto, tantissimo, i libri sono la mia vita, mi hanno insegnato tutto e pure a scrivere. E crederci, avere tanto coraggio e fregarsene dei “si dice che...”.
Oggi ci sono molte possibilità di fare giornalismo anche sul web. Provare da lì. E’ una piccola parola ma ha milioni di finestre e quindi di possibilità».

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