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Intervista a Irma D'Alessandro tutte le interviste
Irma D'AlessandroTelegiornaliste anno II N. 27 (59) del 10 luglio 2006

Irma D'Alessandro, vocazione giornalista di Silvia Grassetti

Questa settimana abbiamo incontrato Irma D'Alessandro, giornalista sportiva per Mediaset.
Non potevamo non iniziare la nostra intervista dall'affaire Mondiali.

Irma, i Mondiali su Sky sono una grande occasione persa per la redazione sport di Mediaset?
«Solo apparentemente. Perché comunque, nel corso degli anni, in occasione di Mondiali ed Europei, la redazione sportiva ha sempre confezionato prodotti di ottima qualità, garantendo un’informazione puntuale, pur operando in seconda linea - non possedendo i “primi diritti” dell’evento. E non è un mistero che, comunque, l’Azienda nel passato e ancora oggi, ha preferito dirottare le sue risorse altrove, su un altro tipo di prodotto come la Champions League o il campionato di calcio, che garantiscono uno sviluppo più ampio ed articolato nel corso della stagione, anche in termini di valorizzazione delle risorse professionali della redazione di Mediaset Sport».

E la giornalista sportiva D'Alessandro, com'è nata?
«E’ nata presto, da adolescente. E’ stata una “vocazione” giovanile: con una compagna di scuola delle medie facevamo il giornalino. Come regalo per la promozione in terza media mi regalarono un libro di Gabriel Garcia Marquez, il titolo italiano era Un giornalista felice e sconosciuto: lo presi come un segnale. Nel maggio del 1982 feci a Firenze la prima intervista pubblicata su un mensile di sport a diffusione regionale: Giancarlo Antognoni, “redivivo” dopo la ginocchiata rimediata da Silvano Martina. Diceva: «Abbiate fiducia in questa nazionale, vinceremo il Mondiale». Sembrava una burla, poi andò a finire come tutti sappiamo. Rischiai la sospensione a scuola: eravamo in gita scolastica, frequentavo il classico in un istituto di suore abbastanza severe. Scappai dal gruppo per un paio d’ore, l’appuntamento era in centro nel negozio di abbigliamento gestito all’epoca dallo stesso giocatore, le mie compagne mi “coprirono” ma il mio ritardo alla fine fu scoperto. Rimediai un sonoro rimprovero: Irma, figlia del demonio, sarai sospesa e non farai gli esami quest’anno!, e una strizza, fino alla fine del viaggio, che la Madre Superiora dicesse tutto ai miei genitori. Poi, il tempo ha messo tutto su binari più “seri”: Puglia, due anni, quotidiano locale, poi una radio privata, poi Telenorba (due anni), e dalla fine del 1988 a Mediaset».

Essere bella aiuta nelle discussioni sul calcio?
«Aiuta a tenere desta l’attenzione, ma le sciocchezze non hanno sesso, né età, né senso estetico: possono venir dette da chiunque!
E’ comunque vero che l’aspetto gradevole, oggi, aiuta in tutti i campi della vita di relazione. Ma nel corso degli anni, per fortuna, è cambiato il rapporto del video con l’estetica, c’è una ricerca meno ossessiva della perfezione rispetto agli anni 80-90. Si è partiti dalla bellissima Alba Parietti seduta su uno sgabello ai tempi di Italia ’90 , si arriva a Marco Mazzocchi, insomma!
La “bellona” che parla di calcio, tanto per fare “tappezzeria”, mi pare un concetto superato, attaccato ad un modo vecchio di fare televisione. Il tifoso, l’appassionato, può anche guardare le tette fuori dalla scollatura. Ma quando si parla di calcio non vuole sentire sciocchezze e non fa differenza di sesso, l’importante è che gli arrivi un'informazione giusta. E’ questo ciò che vuole. E che l’audience salga sensibilmente grazie ad una “bellona”, in fondo, non mi ha mai convinto. Infatti non mi pare che ci siano state attrici, Missitalie o show girl in pista per i Mondiali in tivvù. Sky si è affidato ai propri giornalisti ed opinionisti, non importa se belli o brutti. Così la Rai, credo, e così Mediaset».

Il nome di qualche giornalista è stato sporcato da "calciopoli": se fossero colpevoli che sanzione vorresti vedere applicata?
«Come nella vita civile, l’interdizione dai pubblici uffici, cioè non occuparsi più di calcio, se non altro perché è venuta meno la credibilità».

E ora, dopo i Mondiali, finalmente vacanze o ancora al lavoro?
«Ancora una settimana di lavoro, poi due concerti imperdibili: Simple Minds a Taormina e Depeche Mode a Roma. La musica è, dopo lo sport ed il lavoro che faccio, la mia altra grande passione! Fatto questo, finalmente fuga al mare, Minorca, splendida isola delle Baleari. Mare meraviglioso, colori mutevoli, poco mondana, pochi italiani (si parla prevalentemente lo spagnolo): perfetto!».

Fra i lettori di Telegiornaliste ci leggono molti giornalisti e molti aspiranti colleghi: hai un consiglio per i giovani che vogliono tentare la professione?
«Aprite gli occhi! Chi inizia ora ha una grande fortuna ed un grande vantaggio: le vie di accesso alla professione, rispetto a vent'anni fa, si sono moltiplicate in modo esponenziale. La sfortuna è che l’accesso quasi incontrollato al lavoro e alla professione ha messo in moto la “fabbrica delle illusioni“ e creato un esercito crescente di disoccupati. Senza contare che, con le nuove tecnologie, l’idea romantica del giornalista “grande inviato” che gira il mondo alla Hemingway sta rapidamente tramontando salvo poche eccezioni. E’ un mestiere che vira sempre più verso la scrivania e la vita impiegatizia: altro che la valigia sempre pronta, taccuino e biglietto in tasca!».

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