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Intervista a Guido Meda tutte le interviste
Telegiornaliste anno III N. 20 (98) del 21 maggio 2007

Guido Meda, la voce dello sport di Nicola Pistoia

Conduttore storico di Studio Sport, tg sportivo di cui ha presentato oltre 1.500 edizioni, Guido Meda ha inaugurato e reso famoso lo stile inedito del cronista del Moto GP.
Lo abbiamo incontrato per cercare di svelarvi il segreto della sua originalità.

Quando da piccolo ti chiedevano cosa volevi fare da grande, come rispondevi?
«Il pilota d’aerei. Poi il medico, chirurgo per la precisione. Oppure il veterinario!
Però ero curioso, mi piaceva parlare, raccontare. Sapevo che la scelta giusta sarebbe stata quella di provare a fare il giornalista. Come molti di noi, mi figuravo inviato di guerra».

C'è Indro Montanelli all'inizio della tua carriera...
«Cominciai a collaborare con il Giornale diretto da Indro che avevo vent’anni. Portavo storielle di cronaca che a volte venivano pubblicate a volte no, poi storie di sport. Milano in quegli anni ne era ricca: basti pensare al grande Milan di Sacchi. Quella squadra generava racconti e notizie in maniera incredibile, e me ne appassionai pur essendo interista. Mi avvicinai alle pagine sportive del Giornale, c’era gente in gamba che poi ho ritrovato nel corso della mia carriera: Umberto Zapelloni (ora vicedirettore alla Gazzetta dello Sport), Massimo Concione, il povero Titta Pasinetti. Mi insegnarono un mestiere, mi lasciai coinvolgere e fui assunto dalla Fininvest nel 1988, quando nasceva l’avventura sportiva di Tele Capodistria. Da lì in poi sono rimasto in tv, con la stessa squadra. Ho condotto più di 1.500 edizioni di Studio Sport, ho fatto il telecronista, l’inviato, ho curato speciali, ho fatto delle puntatine nel varietà. Ho fatto cose giuste e commesso errori enormi. Sono cresciuto. Avevo una passione per le moto che tenevo mia, da motociclista praticante, al di fuori del mio lavoro, fino al 2002 quando la rinuncia di Nico Cereghini ha fatto sì che io venissi candidato per la nuova avventura Mediaset del motomondiale. Presa al volo, ovviamente!».

La tua voce è diventata ormai un'icona del giornalismo italiano: sei l'erede di Pizzul e di Ciotti, tanti giovani telecronisti ti imitano...
«Non me ne accorgo mai, a meno che non ci sia qualcuno come voi che me lo fa notare: mi fa un piacere enorme. Trasmettere ciò che ho imparato in questi anni a chi ha meno esperienza di me è uno degli aspetti che preferisco della mia vita in redazione. Senza dubbio. Purché imitarmi non diventi uno scimmiottare grottesco».

Il tuo stile lo hai studiato a tavolino, è frutto di consigli o è pura spontaneità?
«Non ho cercato di codificare uno stile. L’unica cosa che faccio è quella di cercare di essere il più possibile a mio agio con me stesso, con il microfono e con i miei interlocutori. Non mi imposto, non imposto la voce, non cerco per forza un linguaggio forbito, non controllo le emozioni. Le mie dirette motociclistiche sono troppo lunghe (comincio alle 10.30 la mattina e finisco alle 16.00) per poter mantenere un contegno televisivo ortodosso.
Poi il motociclismo è fatto di fiammate, di impennate, di sorpassi, di rumore. Adeguare il mio modo di raccontare alle corse è la cosa più semplice e istintiva che potessi fare. Mi spiace quando trovo qualcuno che non si identifica nel mio modo di far telecronaca perché pensa che io reciti una parte o che certe cose le penso di notte. Niente di più falso. Come certi telecronisti giocano (o hanno giocato) a pallone, io metto benzina alla mia passione andando in pista con la moto tutte le volte che posso. Mi fa sentire più vicino ai piloti, mi fa capire meglio le loro azioni».

Il tuo giudizio informato sullo sport italiano. Come è cambiato? Cosa c'è da fare?
«Sappiamo benissimo tutti che alimentare la cultura sportiva è sempre più difficile quando gli interessi sconfinano nell’enorme, come accade non direi per lo sport, ma per il calcio. Io non mi scandalizzo per quello che succede, io mi vergogno per i singoli che le cose le fanno accadere. Molti di noi raccontano lo sport esasperando certi temi, mettendo pepe nel piatto della polemica, ma rimanendo entro il limite che le regole del buon giornalismo ci impongono. Quindi non si getti la responsabilità di quello che accade o è accaduto solo sui giornalisti o sulla tv come cercano di fare in molti. La verità è che dove c’è potere c’è gioco per accrescerlo. E i giornalisti che nel gioco di potere entrano sono pochissimi. E’ lo sportivo come “modello” che oggi è sbagliato».

Le virtù attribuite allo sport dalla Grecia classica in poi non valgono più?
«Lo sportivo non è più un’icona educativa da trasmettere a chi viene dopo di noi. Capito questo, si può lavorare per le regole e per il loro rispetto. Non mi illudo che lo sport torni ad essere un valore educativo. Mi illudo che si possa fare un piccolo passo indietro, che si possa insegnare ai ragazzi il valore della fatica e il bello dell’agonismo. Ma ora è bene trasmettere anche quanto di pericoloso ci sia nel professionismo sportivo, nel denaro facile, nel successo sudato sì o no».

Vale per lo sport in genere o solo per il calcio?
«E’ il calcio che va oltre lo sport, molto oltre, ma non è malato. Essendo molto grande è anche molto difficile da gestire. Ascolta i conduttori sportivi quando dicono Adesso parliamo di sport: il Milan, eccetera: nemmeno specificano di cosa stanno parlando. Va da sé che si parla di calcio.
Se ne parla troppo? Forse sì, ma il male dov’è? Siamo noi, è il nostro Paese, la nostra cultura, la nostra economia delle idee. Pensare di cambiare tutto radicalmente è utopia e moralismo spicciolo. Ci sono problemi molto più grossi che poi ricadono anche sul calcio, ma non è il calcio la loro origine. Il Mondiale vinto ci ha restituito un’immagine positiva del calcio italiano in tempi rapidissimi. Gli atleti hanno fatto il loro dovere, noi abbiamo sventolato uniti la bandiera italiana.
Poi a Catania è morto un uomo. Tra i tifosi si annidano i criminali, ma i tifosi non sono criminali. Tra i dirigenti si annidano gli imbroglioni, ma i dirigenti non sono imbroglioni».

Cosa ti piace guardare in tv oltre lo sport?
«Di tutto, non ho pregiudizi. Mi ritrovo a guardare con mia moglie ogni genere di reality show e non me ne vergogno. Ho anche la lacrima facile. Guardo molto i canali tematici, prediligo l’informazione. Apprezzo molto i telefilm americani che sono in voga ora, meno le grandi fiction. Guardo molto i tg e gli avvenimenti sportivi di ogni genere. Se dovessi scegliere su quale unico canale inchiodare il mio telecomando forse sceglierei Sky Tg 24, anche se a volte mi irritano i conduttori bambolotti e belli per forza».

Se le offrissero di condurre un programma non sportivo, magari uno musicale, accetterebbe?
«Perché no? Però vorrei capire bene di cosa si tratta. Musicale non basta. Legare con degli interventi uno all’altro dei videoclip musicali non credo che mi interesserebbe. Era un programma musicale Sarabanda? No, perché all’inizio era divertente, poi alla fine era scaduto nel trash.
In tv bisogna stare molto attenti a dove si mettono i piedi. A volte ti capitano cose che sembrano belle e pulite e poi scopri di aver sbagliato. Poi recuperare è difficilissimo. L’ho fatto per un po’. Accettavo di tutto. Ho fatto l’inviato delle trasmissioni più strane. Ora sono cambiato. Sconfinare mi piace e trovo che non ci sia nulla di male, ma anche con le semplici ospitate che ogni tanto ci vengono proposte sono diventato molto selettivo».

Un ricordo del tuo e nostro collega, Alberto D'Aguanno.
«Finisco solo per aggiungere lodi alla massa di lodi che già i miei colleghi hanno tessuto di lui. Alberto è arrivato con me, qui, nel 1988. E’ stato uno dei colleghi con cui ho riso di più, mentre sul lavoro ridiamo sempre meno. Alberto aveva ironia, senso dell’umorismo, magari nero, sarcastico, ma ne aveva tanto. Avevamo una passione comune per il genere demenziale, ci trovavamo spesso a parlare come gli Elio e le storie tese, sdrammatizzando anche i fatti più seri che riguardavano la nostra quotidianità.
Il primo ad arrivare la mattina, molto brontolone; gli piaceva raccontare che tutte le sfighe capitavano a lui. Si era auto - soprannominato Paperino. A volte, forse, gli capitavano davvero, ma era abilissimo a guidare il suo destino professionale cercando la perfezione.
Come era preciso lui nel cercare la battuta di sicuro effetto, la definizione che una migliore era impossibile trovarla, così pretendeva lo stesso tipo di atteggiamento da chi gli lavorava accanto. Coraggiosissimo, anche nel rapporto coi potenti, una virtù preziosissima nel nostro mestiere. E lui era così bravo da poterselo permettere, da risultare inattaccabile. Alberto è stato uno che ha fatto strada per davvero, partendo dal basso, guadagnandosi gli spazi. Una battuta di spirito, o una battuta cattiva da lui aveva un senso. La stessa battuta fatta da altri che, dopo due giorni che hanno messo piede in tv, si permettono di sparare qualsiasi cosa ha un altro effetto, anzi, ha un effetto pessimo. Alberto aveva dato un senso al percorso di ricerca della credibilità che ognuno di noi dovrebbe fare. Lui ci era riuscito. Se tutti facessero come D’Aguanno avremmo l’informazione televisiva con la I maiuscola, pressoché perfetta. Mi manca da pazzi. Gli ho proprio voluto bene».

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