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Intervista a Ivo Mej   Tutte le interviste tutte le interviste
Ivo MejTelegiornaliste anno V N. 22 (193) del 8 giugno 2009

Ivo Mej: un sorriso, un pensiero di Camilla Cortese

Pubblicista nel 1983, il tesserino conquistato «in maniera rocambolesca», Ivo Mej è giornalista professionista dal 1987. Attualmente è giornalista di LA7 e conduttore di Cose dell'@ltromondo, la rubrica di LA7 sui contenuti più eccentrici della rete. È stato regista per Raiuno, Senior Editor per Euronews, autore e conduttore per STREAM e inviato di Telemontecarlo (TMC), nonché autore e conduttore di programmi Tv.

Come hai scelto di fare il giornalista e come hai cominciato?
«A 12 anni, appena arrivato all’Istituto M.Massimo (gesuiti). Iniziai a pubblicare un settimanale intitolato Il Massimino che raccoglieva considerazioni sulla vita scolastica ed articoli di altri ragazzi ma anche dei professori. Lo vendevo a 150 lire a copia e lo stampavo col ciclostile dell’Istituto, nel pomeriggio, quando facevo il doposcuola».

Hai un approccio unico ai tuoi ruoli di giornalista, scrittore e autore televisivo o applichi un metodo?
«Sì, il metodo Rozzi. Padre Franco Rozzi fu mio professore di Storia e Filosofia. Ti faceva fare compiti come questo: Idealismo – Empirismo; differenze, similitudini. Due righe. Come facevo a non diventare giornalista? Prima, da bambino, c’erano state le “lezioni” televisive di Mino D’Amato su Raiuno. Volevo essere lui. Finché non l’ho conosciuto davvero».

Il tuo ultimo libro, Moro rapito! (ed. Barbera, 2008) è stato assai apprezzato per l’analisi del rapimento di Aldo Moro dal punto di vista dei mezzi di comunicazione. Tutti i giornalisti intervistati hanno accostato i termini giornalismo e democrazia. Ma sono davvero sinonimi?
«Non vedo come non potrebbero esserlo. Basta pensare al Watergate. Lo sanno bene i governanti che addomesticano la stampa comprandosela o le tappano la bocca con la forza. Il vero problema italiano è che l’editoria non rende soldi e chi edita prodotti informativi non è indipendente da potere politico e/o economico».

Chi contrasta il giornalismo osteggia la democrazia?
«Certo. Se il giornalismo non è asservito e composto da giornalisti-fido. Bau».

La spettacolarizzazione della notizia nei Tg: all’epoca del Caso Moro i giornalisti la giustificarono in nome della veridicità, oggi invece ammettono sia intrinseca al mezzo televisivo. È una prassi, un male necessario o un brutto vizio?
«Una prassi generata dall’ignoranza. Molti di coloro che fanno i giornalisti oggi non sanno neanche come si pronunciano le parole italiane. Figuriamoci se possono pensare all’etica del Giornalismo!».

Nella spettacolarizzazione della notizia il giornalista, poiché trasmette delle emozioni, diventa attore del fatto?
«Il giornalista diventa attore del fatto quando fa delle rivelazioni o mette in moto meccanismi che cambiano la realtà. Le emozioni le dovrebbe trasmettere l’arte (ma non necessariamente). Il giornalista, in realtà, dovrebbe trasmettere solo informazione. Certo, nel caso di prodotti audiovisivi o di grandi reportage si trasmettono anche emozioni, ma si tratta di carriere diverse. Più simili al cinema o alla letteratura. Il giornalismo quotidiano dovrebbe essere di pura utilità informativa».

Spaziando in molti campi nel corso della tua carriera, hai sempre seguito il fil rouge della tecnologia, dai video game a You Tube, in una nicchia che alla fine ha spopolato. Te lo sentivi?
«No. Non faccio nulla per opportunità. Per questo non sono diventato Direttore (non ancora, almeno!). Altromondo, nel 1997, fu la risposta di TMC a Mediamente. E devo dire che eravamo molto più divertenti».

Come si scrive la parodia di un libro commerciale e pornografico? (Melassa P. - le acrobazie sexy di una adolescente appiccicosa, Ed. ilmiolibro.it, 2007)
«Divertendosi come un matto. E, come tutte le cose, ispirandosi a qualcuno. Nel caso di Melassa P., a Daniele Luttazzi e al suo Va’ dove ti porta il clito. Imperdibile!».

Alain Elkann, nella sua rubrica Due minuti un libro (LA7), ti ha definito un tipo particolare che si occupa di cose strane. C’è un argomento che ti spaventa e di cui non ti occuperesti?
«Assolutamente no. Con il compare Enrico Fornaro mettemmo alla berlina il mondo dell’Alta Moda con Moda a Go Go e ci fermarono, spaventati, dopo sei puntate. Tutti gli stilisti avevano chiamato per lamentarsi di questi strani figuri che chiedevano a Ferré perché non dimagriva o a Gai Mattiolo se per fare lo stilista bisognava essere gay. Mi piacerebbe molto occuparmi di politica, ma senza limitazioni. Mi sa che non me lo faranno mai fare».

Visto il tuo passato al Centro Sperimentale di Cinematografia, dicci una volta per tutte perché agli italiani non piacciono i film italiani.
«Contesto la domanda: penso che ti riferisca ai film italiani contemporanei perché quelli del passato piacciono e come. Vogliamo ricordare Brancaleone, Fantozzi o le pellicole di Comencini, Dino Risi, De Sica? Per non parlare di Febbre da cavallo, un cult che sento sempre citare a memoria negli ambienti più impensati. Oggi alcuni film italiani piacciono e sono grandiosi. Sorrentino e Salvatores su tutti, ma anche Garrone, ovviamente. E non dimentichiamo il film italiano più bello degli ultimi dieci anni: La Sconosciuta di Tornatore. Dunque, mi dispiace, ma non sono d’accordo sull’assunto. Si può dire che i film italiani non incassano come quelli di Hollywood, ma questo si deve soprattutto a due cause: il mercato piccino che abbiamo e, forse, l’eccessiva produzione. Molti film non si capisce proprio chi li abbia potuti finanziare».

Cosa ti piace di più della tua professione?
«La possibilità di cambiare le cose che non vanno (almeno una volta era così). Fui molto orgoglioso quando riuscii a far sistemare una strada dissestata da un assessore del comune invitato ospite alla radio dove lavoravo. Oggi, visto che mi occupo di cose più “leggere”, mi piace immaginare che i miei prodotti facciano pensare, dopo avere strappato un sorriso».

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