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Intervista a Enzo Nucci tutte le interviste
Enzo NucciTelegiornaliste anno IV N. 39 (164) del 3 novembre 2008

L’Africa di Enzo Nucci di Erica Savazzi

«L’Africa affascina perché è il Regno del Possibile. Qui a volte ancora sogno e realtà si confondono, i confini diventano labili tra il racconto e il vissuto. Convivono tutto il bene e il male del mondo, una inaudita violenza - che porta alla costituzione di eserciti di bambini soldato ferocissimi - si sposa a una solidarietà estrema. In alcuni paesi non esistono gli orfani perché i piccoli sono adottati dalla comunità. E poi, nonostante tutto resta un territorio totalmente inesplorato, ancora da raccontare. In Italia poi lo ignoriamo».

Enzo Nucci invece l’Africa la conosce benissimo. Corrispondente Rai da Nairobi per tutto il continente, lo vediamo alla prese con reportage e servizi da zone di guerra come il Darfur. Nessuno potrebbe sospettare che all’inizio della carriera giornalistica fosse invece il cinema a interessarlo:
«Il cinema è stato il mio grande sogno, la mia passione infantile. Per un periodo - anche lungo e felice della mia vita - sono riuscito a trasformare quello che era un piacere puro in un lavoro ricco di soddisfazioni. Ma poi ho capito che la vita era altrove. La vita andava oltre la celluloide o le pagine dei libri. La vita, l’avventura era nella strada, sotto casa, nelle persone che puoi incontrare in autobus. Ho capito che rischiavo di rimanere soffocato nella sala buia dove si proiettavano i film, prigioniero di sogni e, da un punto di vista strettamente professionale, molto emarginato, chiuso in un limbo giornalistico spesso dominato da signori della sala buia maldisposti a cedere il posto ai nuovi arrivati. E così ho scelto di fare un bagno nella cronaca nera nella mia città, Napoli.

Un passaggio impegnativo.
«La fine degli anni 70 e l’inizio degli 80 segnano il passaggio dalla camorra impegnata nelle tradizionali attività del malaffare (droga, prostituzione, gioco d’azzardo, usura, etc.) a una camorra in grado di controllare settori dello Stato e delle istituzioni, di influire sulla vita quotidiana di una intera città. La cronaca nera che ho conosciuto era appassionante proprio per questo, perché già da allora si capiva il salto di qualità che si preparava a fare. È stata una grande scuola professionale, fatta di maniacale precisione, attenzione ai dettagli all’apparenza insignificanti, capacità di ragionamento e di mettere insieme pezzi all’apparenza distanti. Ricordo che proprio a Napoli, in quegli anni, fu siglato lo scellerato patto tra malavita e Brigate Rosse che portò a sequestri ed omicidi ancora non chiariti a quasi 30 anni di distanza. Insomma, formidabili quegli anni…».

Sul sito Articolo 21 hai parlato dell’impossibilità di fare il giornalista in Darfur a causa di interventi governativi. Come agisce un inviato in questi casi?
«Sono stato espulso dal Darfur senza spiegazioni solo perché mi trovavo nella zona del campo profughi di Kalma dove sono state uccise 46 persone e altre 200 ferite. Non mi è stato possibile fare il mio lavoro dopo che mi erano stati accordati tutti i permessi. In questo caso, un giornalista non può che continuare a denunciare quanto è successo, cercando di far capire che dietro una macroscopica censura si nasconde il tentativo del governo centrale di celare le condizioni di vita in cui versano i rifugiati e la popolazione locale. Per quanto riguarda il Darfur, la questione è molto complessa: non ci sono confini tra buoni e cattivi, anche lì operano signori della guerra interessati a mantenere incandescente la situazione per continuare ad arricchirsi».

Enzo NucciSudan, Somalia, Etiopia, Eritrea, Nigeria: l’Africa è martoriata da conflitti e pare non riuscire a uscirne. Qual è secondo te il ruolo del giornalismo in questi contesti?
«L’Africa sconta il fatto di non avere una classe dirigente in grado di governare un continente potenzialmente ricco di materie prime, autosufficiente dal punto di vista alimentare, con un mare di intelligenze non utilizzate. La fase di decolonizzazione è stata troppo veloce, improvvisa, caotica e il continente per troppi anni è stato lo scenario in cui le superpotenze - Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina - si sono scontrate indirettamente appoggiando le diverse fazioni in lotta. Anche Nelson Mandela non è riuscito ad individuare un gruppo dirigente capace di guidare il Sudafrica che oggi vive una profonda crisi. Il giornalismo occidentale ha il compito di illuminare queste realtà, tenere accesa la luce perché il destino del mondo non dipende solo dall’elezione di Obama alla Casa Bianca. Far conoscere queste realtà dove ci sono anche tante cose positive che in occidente si ignorano, come tantissimi stilisti, registi cinematografici, scrittori, pittori che non hanno nulla di meno dei loro colleghi europei, statunitensi. Bene, cominciamo ad incontrali e conoscere: hanno tanto da dire».

L’Africa – soprattutto quella non mediterranea - è un "continente dimenticato": se ne parla solo in occasione di conflitti. Eppure è anche un continente su cui si concentrano le attenzioni di molte potenze – basti pensare alla Cina in Sudan – per non parlare poi dell’interesse per le risorse naturali, petrolio in primis. Come spieghi questa ambivalenza?
«Le memorie dei nostri computer e i nostri telefonini funzionano solo grazie ai materiali che si estraggono in Africa. Le industrie cinesi vanno avanti grazie al petrolio africano. Diamanti, oro e altri materiali preziosi che vedete nelle vetrine newyorkesi vengono da qui. Eppure si parla di Africa solo per ricordare quanti soffrono la fame - e sono ovviamente tantissimi - le guerre... Al massimo siamo disposti, quando siamo benevoli, a soffermarci sugli aspetti esotici, il ritmo che hanno innato, una serie di inutili banalità. È un continente che ispira tutto questo perché convivono cose diverse e opposte ma dobbiamo anche cominciare a pensare che ci sono tante differenze. Pensate che in Africa ci sono almeno 2500 etnie, un numero pari di lingue e stati spesso costruiti dagli europei con il tratto di una matita, annullando tutte le differenze. Cominciamo a capire la diversità e la complessità, altrimenti non capire mai nulla. Come occidentali dovremmo innanzitutto prendere coscienza di non conoscere».

Preparare dei reportage è molto impegnativo.
«Preparare un reportage richiede tempo. Innanzitutto documentazione. Internet è importante, ma non è la chiave di volta perché la Rete non è il Vangelo. Quindi è necessario leggere libri, documenti delle organizzazioni internazionali che spesso non sono reperibili in rete. È necessario individuare gruppi, singoli che operano e conoscono il territorio per ricevere da loro suggerimenti, idee. Chi opera sul campo è più aggiornato delle notizie che hai sulle rete che spesso sono fallaci. L’esperienza diretta in posti difficili conta più di tutto. E poi notizie sul clima che troverai, necessità di vaccinazioni particolari, di oggetti da portarsi che sono magari di uso comune in Kenya, ma impossibili da trovare in loco».

Spesso chiediamo alle telegiornaliste se hanno problemi a conciliare vita privata e lavoro. Data anche la tua lontananza dall’Italia, ti sei mai dovuto confrontare con questo problema?
«Conciliare vita privata e lavoro è difficilissimo. Si paga un prezzo alto. Una volta si diceva che le mogli dei giornalisti erano le vedove bianche perché con i mariti in giro per il mondo c’era poco da stare allegre. Ovvio che ognuno ha storie e rapporti diversi alle spalle, capacità di tolleranza casalinga che variano. Sicuramente questo lavoro impone delle rinunce nella vita privata, al di là della retorica. Il prezzo della tua lontananza da casa lo paghi, sempre e comunque. Un bel servizio spesso ti lascia l’amaro in bocca per una situazione privata. Insomma, conciliare famiglia, affetti e il lavoro di giornalista su campo - che ti impone assenze da casa e dagli affetti - è una bella sfida. I fortunati si facciano avanti».

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