
Telegiornaliste anno II N.
20 (52) del 22 maggio 2006
Intervista a Pierre Sorlin di Francesco Pira
Nello scorso numero di Telegiornaliste,
abbiamo parlato di Pierre Sorlin, professore emerito
dell'università
Sorbonne, grande storico e sociologo, scrittore.
Piccolo di statura con due occhi azzurri che brillano, parla
e scrive perfettamente quattro lingue: francese, italiano,
inglese e spagnolo, ma ha il rammarico di non conoscere bene
il tedesco.
Oggi, da professore emerito dell’università
Sorbonne, può permettersi di parlare a ruota libera. Ma
lo fa soltanto delle cose che conosce, evita di fare il
tuttologo.
Per rompere il ghiaccio ti chiede subito di dargli del tu e
ti spiega anche che evita con piacere i giornali ed i
giornalisti. Pochi giorni fa non ha potuto evitarli, quando
ha incontrato gli studenti francesi che protestavano per le
strade di Parigi.
In Italia viene spesso perché dirige il dipartimento
audiovisivo dell’Istituto storico della resistenza
di Bologna Ferruccio
Parri. Tiene alcuni seminari per l’università
di Firenze dove ha un grande amico, il professor
Alessandro Bernardi. Un mese fa è andato anche a Udine per
parlare di cinema, mentre a maggio è intervenuto al
convegno internazionale Scienza e coscienza,
organizzato dall’Istituto internazionale fiorentino
Lorenzo De Medici, a Tuscania (Viterbo). Qui ha rilasciato
un'intervista al giornalista Francesco Pira.
Professor Sorlin, Lei è un esperto di media: dove va
questa tv?
«Beh, in Italia non molto lontano. In Francia tutto è
molto simile. L’unica oasi felice è il canale Artè che
produce tantissima cultura. Ma ha il 4% d’ascolto. E’
triste vero? In Italia ho visto cose molto belle su Rai
Educational, anche se ha un modo di narrare la storia
troppo giornalistico. Non è il modo che preferisco. E’ un
canale pedagogico. Noi in Europa abbiamo ancora il mito
della Bbc.
La tv di Stato inglese è peggiorata, la qualità costa e
quindi ce n’è sempre di meno».
Immaginando un'Europa divisa, spaccata come l'Italia di
oggi, come vede il futuro dell'Europa, ritiene possa
funzionare?
«Non funzionerà. C’erano tre possibilità: fare una
federazione, creare una zona di libero scambio o creare una
nuova entità politica. Questa terza possibilità era la più
coraggiosa, ma nessuno ha voluto percorrere questa terza
via. E’ tutto adesso molto complicato. Lo abbiamo visto
con la Costituzione Europea. E’ passato troppo tempo ed i
risultati sono stati esigui».
Lei è sceso dalle stanze dell’università
Sorbonne ed è andato a parlare con gli studenti in
sciopero. In tanti credono che la protesta studentesca
monterà in Europa, anche in Italia.
«Io penso proprio di no. Ho parlato con loro. Non avevano
una strategia. Non avevano un progetto. I sindacati li hanno
spinti verso una protesta che non aveva una sua dimensione
vera. E’ stato un movimento, non una grande protesta».
Cosa pensa dell’Italia di Silvio Berlusconi?
«In Italia è accaduto quello che presto accadrà in altri
Paesi. Silvio Berlusconi è riuscito ad avviare un processo
pericoloso. E’ la fine delle divisioni di tipo ideologico.
La divisione è sul mito e sull’immagine. Chi lo appoggia
e chi invece lo combatte. Berlusconi ha saputo creare un
mito di se stesso. E’ diventato l’icona di un
individualismo assoluto. L’uomo più ricco d’Italia che
diventa presidente del Consiglio. E soprattutto l’uomo che
non ha mai rivelato da dove viene il suo capitale. E su
questo non parla neanche la sinistra e non capisco il perché!
Ho visto di recente il film di Moretti Il
Caimano; lui ad un certo punto fa arrivare dal cielo
i soldi, ma anche lui ci lascia nel dubbio. Da dove vengono?».
Quindi lei non crede, come invece scrivono i giornali
internazionali, che il Berlusconismo sia una parentesi
chiusa.
«Affatto. Noi assistiamo, nell’argomentare dell’icona
Berlusconi e dei suoi seguaci, ad una tendenza che colpirà
l’Europa: il rifiuto dello Stato. Nel senso che lo Stato
è un ladro e la ricetta è cercare di fare da solo e quindi
di aggirare le regole».
In una trasmissione televisiva Berlusconi si è
paragonato a Napoleone, ma poi ha detto che era una
battuta...Lei da storico francese vede qualche somiglianza?
«Assolutamente. Napoleone era un vero uomo di potere. Lo
cercava a tutti i costi. Aveva bisogno di un potere
assoluto, di comandare davvero. Berlusconi ha bisogno di
ampliare la sua immagine, e per farlo deve conquistare tutti
i mezzi a disposizione. Lui è un mito e come tale deve
essere celebrato. Altro che sparire, come i miti rimarrà
immortale».
Continuano a morire soldati italiani ed in Iraq si
combatte una brutta guerra. Perché Berlusconi e l’Italia
hanno aderito al patto con l’America...
«Secondo me Berlusconi non voleva la guerra. Aveva però
bisogno di farsi vedere forte, di rafforzare il mito. Di
essere il braccio destro di Bush che è l’uomo più
potente del mondo.
Che lo ha invitato al Congresso e che è suo amico. E il
mito continua».