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Intervista a Pino Strabioli tutte le interviste
Pino StrabioliTelegiornaliste anno IV N. 18 (143) del 12 maggio 2008

Pino Strabioli: racconto il grande teatro in tv
di Valeria Scotti

Pino Strabioli è un uomo dai modi gentili, quasi d’altri tempi, che ha dimostrato come una passione possa trasformarsi in un lavoro. Diviso tra teatro e televisione, calca da anni i più importanti palcoscenici italiani e contemporaneamente è alla guida di una delle isole felici del nostro panorama televisivo, Cominciamo Bene Prima, lo spazio nel mattino di Rai Tre dedicato allo spettacolo, alla cultura e al teatro.

Sta per concludersi l’ottava stagione di Cominciamo Bene Prima. Facciamo un passo indietro: quali sono stati gli esordi?
«In televisione avevo lavorato a Uno Mattina dove mi ero occupato di gastronomia, tradizioni culturali, artigianato. Però la mia passione da sempre è il teatro, tanto che lasciai il programma per andare in tournée con Paolo Poli per I viaggi di Gulliver. Dopo due stagioni non tornai alla Rai, ma proposi all’allora TMC un programma che coniugasse le tradizioni delle città d’arte italiane con il teatro. Cecchi Gori, l’editore, accettò e feci una serie di puntate in cui andavo nelle piccole città di provincia: qui seguivo gli spettacoli, intervistavo gli attori e visitavo monumenti, raccontando così le tradizioni del luogo. Un’esperienza carina che decisi di proporre a Rai Tre quando, da un anno, era nato il contenitore del mattino Cominciamo Bene. Provammo con una striscia di 10 minuti dove fondamentalmente facevo ritratti degli attori. E poi è andata talmente bene che i 10 minuti son diventati 50, fino a trasformarsi in un vero e proprio programma».

Qual è il pubblico che vi segue?
«Il mattino ha un pubblico logicamente adulto: ci sono ad esempio molti pensionati. Lavoriamo sulla memoria e riceviamo tante lettere e mail da persone che ci ringraziano perché facciamo rivivere loro alcune stagioni della televisione e facciamo ritrovare alcune voci e volti del teatro. Ci seguono anche molti giovani universitari, probabilmente di facoltà umanistiche, che studiano la storia del teatro. Qualche tempo fa uscì un articolo che ci dava molto seguiti in Liguria. Il 33% dei nostri telespettatori arriva da lì e appartiene a una situazione culturale medio-alta. Probabilmente in questi anni siamo riusciti a diventare un’alternativa ai grandi contenitori come Uno Mattina o al nuovo programma di Canale 5 con Brachino e la D’Urso».

Il punto di forza di Cominciamo Bene Prima?
«Il nostro punto di forza è forse quello di riuscire a informare in maniera leggera. Non siamo mai pedanti, ma utilizziamo un linguaggio semplice rivolto alle arti dello spettacolo. Ad esempio abbiamo il momento musicale con il Maestro Leo Sanfelice che evoca l’avanspettacolo, il varietà alla vecchia maniera. E’ un grande jazzista con tanta poesia, ironia e ha un’eleganza rarissima».

Un tempo, il venerdì era il giorno deputato alla messa in onda di pièce teatrali. Oggi, invece, il teatro sembra esser diventato un tabù per la tv. Perché?
«E’ cambiato il linguaggio televisivo, è cambiata la forma di spettacolo. Non c’è più il varietà, l’"artista" in televisione. Sarebbe assolutamente anacronistico oggi trasmettere delle commedie teatrali come erano riprese allora: il pubblico si annoierebbe. E’ sicuramente una grande perdita, ma bisognerebbe investire economicamente e culturalmente su un nuovo linguaggio per tornare a raccontare e far vivere il teatro. Credo che la televisione debba fermare la memoria storica degli attori. Quando negli anni Cinquanta la televisione nacque, guardava al teatro come al fratello maggiore. Alcuni grandi attori ci andavano, altri la snobbavano, però c’erano grandi nomi come Albertazzi, Anna Proclemer, Dario Fo che hanno lasciato delle testimonianze bellissime. Oggi c’è la pigrizia a non investire in un progetto dove l’attore vero trovi un posto significativo anche in tv. Si sono invertiti i ruoli: la televisione dà molto spazio alla vita, alla gente senza nessuna formazione e provenienza».

Parliamo dunque dei reality, la pecora nera della tv italiana. Come si rapporta a questi fenomeni?
«Non guardo molto questo tipo di televisione. Mi capita di subirla se sono in casa o perché altre persone ne parlano. Ad esempio, al Grande Fratello ho trovato assolutamente inutile assistere al pianto della dottoressa di fronte all’Ordine che voleva radiarla. Non riesco a classificare questa tv, non ha nessun peso culturale, sociale, di osservazione. Forse il reality poteva avere una funzione quando è nato: allora era un esperimento. Ora, invece, è diventato una ripetizione che rotola su se stessa. Non mi scandalizza, non mi offende, non mi provoca niente. E penso che quando un evento arriva a non portare nessuno stimolo, non ha più senso. Inoltre trovo diseducativo far capire alla gente che basta partecipare a un gioco per vincere 500mila euro e cambiare in parte la propria vita. Sia l’intrattenimento che l’informazione hanno delle colpe perché esaltano dei fenomeni che non andrebbero proprio presi in considerazione. Come Corona e le sue presunte truffe che arrivano sulle copertine di tutti i giornali. Ognuno, purtroppo, in qualche maniera riesce a trovare profitto da questi fenomeni».

Lei nasce come attore e tuttora continua la sua carriera in teatro. Come concilia quest'arte con la televisione?
«Credo molto nel mezzo televisivo e per fortuna ci sono dei prodotti buoni, anche se spesso costretti a orari difficili. Pensiamo alla Rai Educational di Minoli, al nostro mattino di Rai Tre, alla Gabanelli. Anche il teatro, comunque, sta cambiando la sua fisionomia: ci sono ragazze del Grande Fratello, del programma Amici o vallette che s’improvvisano attrici. Mi piace riuscire a fare entrambe le cose, ad esempio ho finito da poco una tournée con Marina Gonfalone, Capasciacqua. Nel frattempo non mi lascio risucchiare dalla televisione: non smanio per andare ospite nei programmi, per apparire sui giornali, per condurre il pomeriggio o la prima serata. Cerco di mantenere una coerenza e sono felicissimo che la Rai mi dia la possibilità di occupare uno spazio di 50 minuti al giorno dove posso parlare delle mie passioni: mi sento davvero un privilegiato».

Il teatro e la tv parlano davvero due linguaggi diversi o può esserci qualche punto in comune?
«La televisione potrebbe utilizzare di più i bravi attori di teatro. Flavio Insinna, ad esempio, ci ha dimostrato che un buon attore può fare un egregio intrattenimento senza boria, portando il suo bagaglio in un programma. La televisione ha il dovere d’informare su una grande fetta di cultura in continuo movimento che non è solo quella dei "ricchi e famosi, subito". Dal mio piccolo osservatorio, vedo che la gente ha fame di sapere, di conoscere i vissuti dei protagonisti. Non dimentichiamo che siamo la memoria di personaggi come Vittorio Gassman, Carmelo Bene. La televisione, dunque, deve riuscire a non cadere nell’errore di dimenticare il passato».

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