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Intervista a Rino Tommasi tutte le interviste
Telegiornaliste anno III N. 2 (80) del 15 gennaio 2007

Rino Tommasi, una vita per lo sport di Giuseppe Bosso

Rino Tommasi, nato a Verona nel 1934, è giornalista sportivo, e uno dei maggiori esperti mondiali di statistica applicata allo sport.
E' laureato in Scienze Politiche con una tesi sull'Organizzazione internazionale dello sport. Negli anni Sessanta è stato il più giovane organizzatore pugilistico del mondo, il primo in Italia. Dopo una carriera come discreto tennista, nella quale ottiene quattro titoli universitari, diviene presidente del Comitato regionale del Lazio della Federazione Italiana Tennis.

Intraprende la carriera giornalistica a TuttoSport, quindi nel 1965 inizia la sua collaborazione con La Gazzetta dello Sport, per la quale scrive tuttora. Diventa nel 1981 il primo direttore dei servizi sportivi della neonata Canale5, e dieci anni dopo è il primo direttore dei servizi sportivi di Tele+.
In coppia con Gianni Clerici commenta i principali avvenimenti tennistici per le reti con cui collaborano: TV Koper Capodistria, Tele+2 e attualmente Sky.

Rino ha vinto il premio dell'USSI per la cronaca con una famosa intervista a Henry Kissinger, e per la televisione. Per due volte, nel 1982 e nel 1991, ha ottenuto il premio Tennis Writer of the Year, assegnato dall'ATP attraverso una votazione tra i tennisti professionisti.

Rino, il pugilato e il tennis sono gli sport a cui ha dedicato la sua carriera: a quale di questi si sente maggiormente legato?
«Sono molto legato al tennis avendolo anche praticato a livello accettabile, vincendo quattro volte il campionato universitario; ma mi piace fare le telecronache degli incontri di boxe per la loro particolare difficoltà, che richiede prontezza di riflessi e velocità nel descrivere le azioni; è comunque al calcio che sono più vicino».

Ci sono, secondo lei, le premesse perché il tennis italiano possa tornare agli splendori di un tempo, dopo molti anni bui?
«Temo proprio di no; i nostri migliori tennisti non riescono a tenere il passo dei campioni stranieri, e soprattutto non vedo un ricambio generazionale convincente, mancando giovani promesse per il futuro».

Crede che nel pugilato di oggi manchino personaggi di spessore come Cassius Clay o Tyson?
«Sicuramente non ci sono grandi personaggi, ma il problema del pugilato, secondo me, è anzitutto la grande confusione che regna a livello organizzativo, con tutte le varie federazioni esistenti con il loro titolo: WBC, WBA, eccetera. In questo modo si crea incertezza negli appassionati, che non riescono ad identificare un solo vero campione del mondo».

Passando al calcio: ha commentato molto duramente la vicenda Calciopoli; questa esperienza scoraggerà il ripetersi della "storia" oppure siamo di fronte a un altro caso di "tutto cambi perché nulla cambi"?
«Questo rischio è molto forte, soprattutto perché non c’è stato un reale ricambio a livello dirigenziale. I personaggi che c’erano ieri sono ancora saldamente oggi ai loro posti, non c’è un presidente di Lega veramente super partes in grado di decidere libero da vincoli.
E i risultati, purtroppo, si vedono da anni: io credo che la nostra disgrazia sia la serie A a venti squadre, una cosa inaudita; per me sedici, al massimo diciotto squadre sono più che sufficienti per il nostro campionato.
La rabbia aumenta se si pensa che a tutto questo si è giunti a seguito di una situazione che una Lega forte ed efficiente avrebbe dovuto risolvere nel giro di un quarto d’ora: il “caso Catania - Siena” del 2003, a seguito del quale la squadra siciliana, che aveva schierato un giocatore squalificato, doveva essere penalizzata, mentre, a causa del ricorso al Tar dell’allora presidente Gaucci, il campionato cadetto fu esteso a 24 squadre, ripercuotendosi anche sulla serie A».

Cosa trova di diverso dal giornalismo di oggi rispetto a quello dei suoi esordi?
«E’ molto diverso, sicuramente, soprattutto per l’avvento della televisione privata, che quando iniziai non esisteva ancora, e anche per il grande sviluppo tecnologico che ha esteso l’ambito della gente che ci lavora. Non sempre, però, meglio degli altri».

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